Subido por Jare Aleman

La trazione ferroviaria

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Fabrizio Marignetti
(a cura di)
LA TRAZIONE FERROVIARIA
I sistemi a guida vincolata
Questo volume è stato pubblicato con il contributo
del Dipartimento di Ingegneria Astronautica Elettrica ed Energetica
dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
ISBN 978-88-7488-859-7
Prima edizione: Giugno 2018
Responsabile produzione: Alessandro Parenti
Redazione: Carlotta Lenzi e Laura Tondelli
Le fotocopie per uso personale (cioè privato e individuale, con esclusione quindi di strumenti
di uso collettivo) possono essere effettuate, nei limiti del 15 % di ciascun volume, dietro pagamento
alla S.I.A.E del compenso previsto dall’art. 68, commi 4 e 5, della legge 22 aprile 1941 n. 633. Tali
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Ringrazio in particolare i Professori Regina Lamedica ed Enrico Pagano
per aver lanciato l'idea del testo e averne iniziato la stesura.
Senza i loro preziosi consigli e il loro supporto,
il mio lavoro non sarebbe mai nemmeno decollato.
AUTORI
Cap. 1
Gabriele Malavasi
Sapienza - Università di Roma
Cap. 2
Richard Bartoni♠, Alfonso Capasso♣, Fabio Garzia♣,
Massimo Guarascio♣, Mara Lombardi♣, Giuliano Rossi♣
♣Sapienza
Cap. 3
- Universita di Roma; ♠Salini Impregilo S.p.A.
Regina Lamedica♣, Stefano Quaia♠, Dario Zaninelli♦
- Università di Roma; ♠Università degli Studi di Trieste; ♦Politecnico di Milano
♣Sapienza
Cap. 4
Luca Esposito, Eugenio Fedeli
RFI - Rete Ferroviaria Italiana S.p.A.
Cap. 5
Diego Iannuzzi
Università di Napoli ‘Federico II’
Cap. 6
Damiano D’Aguanno♣, Fabrizio Marignetti♣, Paolo Masini♠,
Enrico Pagano♦
♣Università
S.p.A,
Cap. 7
degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale,
di Napoli ‘Federico II’
♦Università
Massimo Ceraolo
Università di Pisa
Cap. 8
Alessandro Ruvio
Sapienza - Università di Roma
♠Trenitalia
VI
Cap. 9
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Regina Lamedica♠, Paolo Masini♣, Enrico Mingozzi♦
♠Sapienza
Cap. 10
- Università di Roma; ♣Trenitalia S.p.A.; ♦Ferrovie dello Stato
Paolo Masini, Salvatore Rizzo
Trenitalia S.p.A.
Cap. 11
Giovanni Molinari
Sapienza - Università di Roma
Cap. 12
Enrico Pagano♣, Luigi Piegari♠
♣Università
di Napoli ‘Federico II’, ♠Politecnico di Milano
PREFAZIONE
La rete ferroviaria europea, considerata nella sua totalità, con i suoi quasi
250’000 km di lunghezza, è una delle più estese al mondo, essendo seconda
solo a quella degli Stati Uniti, seppure per poche migliaia di chilometri. Sicuramente, tuttavia, l’Europa detiene il primato della lunghezza delle linee
ferroviarie elettrificate.
La transnazionalità della rete ferroviaria europea, che ne costituisce l’intrinseca ricchezza, pone diversi problemi che si traducono in altrettante
sfide tecnologiche. I diversi standard presenti nei Paesi europei, in termini
sia infrastrutturali che di sistema elettrico, sono il risultato di evoluzioni
locali e, quindi, la stessa composizione della rete ferroviaria europea pone
serie problematiche di interoperabilità, con particolare riferimento al segnalamento, ai livelli di tensione, alle sagome, all’armamento.
Mentre i sistemi di alimentazione e i relativi livelli di tensione sono stati
normati a partire dal 2008 mediante lo standard EN50388, solo recentemente è stato intrapreso, e successivamente portato a compimento, lo sviluppo
delle Technical specifications for interoperability (TSIs) ad opera della European Union Agency for Railways (ERA). Uno dei compiti dell’ERA è quello di normalizzare i sistemi di segnalamento e di controllo dei treni, che si
sono sviluppati solo a livello nazionale, specialmente a beneficio delle linee
ad alta velocità, a partire dagli anni ’90.
Uno dei risultati più importanti di questa normazione è oggi il sistema
europeo di controllo dei treni (ETCS). L’ECTS è la componente di segnalazione e controllo del sistema europeo di gestione del traffico ferroviario
(ERTMS). Essa sostituisce i vecchi sistemi di protezione dei treni ed è progettata per sostituire i numerosi sistemi di sicurezza incompatibili attualmente utilizzati dalle ferrovie europee.
Nel panorama tecnico-normativo, a queste problematiche si aggiunge la
ricerca di velocità sempre più elevate, finalizzate a realizzare collegamenti
più veloci tra i principali centri urbani, il che richiede lo studio e la messa
in atto di soluzioni tecnologiche di avanguardia.
Tutti questi fattori hanno stimolato la fioritura di tecniche e di specifiche
molto variegate, delineando un contesto in costante e rapida evoluzione. In
questo scenario, l’Italia è attualmente uno degli attori più significativi, sia
per l’estensione che per la modernità della sua rete ferroviaria e del materiale rotabile.
VIII
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
L’Italia ha raccolto la sfida tecnologica derivante dal contesto altamente
dinamico che si è venuto a creare e sta partecipando attivamente alla gestione del quadro tecnologico e normativo.
La costruzione della dorsale Torino-Lione, la galleria di base del Brennero o Brenner Basistunnel (BBT) e il progetto Grandi Stazioni Rail sono solo
alcuni esempi di investimenti su grandi infrastrutture ferroviarie italiane,
che contribuiscono all’ampliamento delle reti di trasporto trans-europee
(TEN-T).
Questo testo intende fare il punto della situazione sui sistemi a guida
vincolata in generale, affrontando, nei diversi capitoli, gli aspetti salienti
della gestione, della progettazione meccanica ed elettrica e della modellistica delle linee e dei sistemi di alimentazione, di trazione e di controllo.
La descrizione delle problematiche tecniche, affrontate ad ampio spettro, includendo anche elementi storici di rilievo, intende contribuire alla
diffusione di una cultura nel settore dei sistemi a guida vincolata.
Gli argomenti trattati, che riguardano sia la componentistica (convertitori, materiale rotabile, sistemi di accumulo, azionamenti) che i sistemi elettrici, possono costituire un utile riferimento per ingegneri e tecnici impegnati a cogliere le opportunità offerte da un mercato in continua evoluzione.
Fabrizio Marignetti
INDICE
Cap. 1.
MODALITÀ DI TRASPORTO
1.1. Il fenomeno del trasporto........................................................................1
1.2. Domanda e Offerta...................................................................................2
1.2.1. Impostazione concettuale per lo studio della domanda e
dell’offerta...................................................................................................2
1.2.2. Analisi delle serie storiche della domanda e dell’offerta a
livello nazionale.........................................................................................4
1.2.2.1. Traffico merci e passeggeri per modalità di trasporto............4
1.2.2.2. Trasporto ferroviario passeggeri e merci.................................6
1.2.2.3. Metropolitane e Tranvie..........................................................9
1.2.2.4. Estensione della rete stradale, ferroviaria, metropolitana,
e tranviaria...........................................................................................10
1.3. Caratteristiche e vantaggi della guida vincolata...................................13
1.4. Sviluppo del trasporto a guida vincolata..............................................14
1.5. Riferimenti.............................................................................................16
Cap. 2.
AFFIDABILITÀ E SICUREZZA
2.1. Concetti e definizioni............................................................................17
2.2. Ruolo dell’affidabilità nella progettazione dei sistemi per la
mobilità..........................................................................................................18
2.2.1. Affidabilità del componente: il guasto..........................................19
2.2.2. Metodi di valutazione analitica dell’affidabilità di sistema.........25
2.2.3. Metodi di prova e ottimizzazione dell’affidabilità: il progetto.....28
2.2.4. Valutazione del rischio: tecniche Risk Analysis...........................29
2.3. Sicurezza e protezione..........................................................................35
2.3.1. Gli impianti security......................................................................36
2.3.2. Gli impianti safety.........................................................................38
2.4. Sicurezza nelle gallerie delle linee metropolitane e ferroviarie..........40
2.4.1. Introduzione..................................................................................40
2.4.2. La prevenzione incendi nelle metropolitane................................40
2.4.3. La sicurezza nelle gallerie ferroviarie...........................................42
X
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
2.5. Riferimenti.............................................................................................44
2.5.1. Norme tecniche..............................................................................44
2.5.2. Libri................................................................................................45
2.6. Appendice - L’affidabilità del sistema continuo: il margine di
sicurezza........................................................................................................45
Cap. 3.
SISTEMI DI ALIMENTAZIONE PER LA TRAZIONE
3.1. La rete ferroviaria..................................................................................49
3.1.1. Le linee...........................................................................................49
3.1.2. I nodi..............................................................................................50
3.2. I sistemi di elettrificazione ferroviaria..................................................51
3.2.1. L’elettrificazione in corrente continua..........................................52
3.2.1.1. Le linee primarie di alimentazione delle sottostazione
elettriche di conversione.....................................................................53
3.2.1.2. Le Sottostazioni elettriche di conversione............................54
3.2.1.3. Le linee di trazione................................................................68
3.2.2. Le interferenze prodotte dall’elettrificazione ferroviaria
in c.c..........................................................................................................69
3.2.2.1. Le armoniche di tensione e di corrente................................69
3.2.2.2. Le correnti disperse ed i fenomeni corrosivi........................74
3.2.3. L’elettrificazione ferroviaria in corrente alternata........................84
3.2.3.1. L’alimentazione primaria.......................................................86
3.2.3.2. Le SSE in c.a. monofase.........................................................87
3.2.3.3. I posti ausiliari.......................................................................90
3.2.3.4. Linea di trazione e circuito di terra.......................................95
3.2.3.5. L’alimentazione dei servizi ausiliari e delle utenze
di linea.................................................................................................98
3.2.4. Le interferenze prodotte dall’elettrificazione ferroviaria in
corrente alternata....................................................................................100
3.2.4.1. Le interferenze elettromagnetiche.......................................100
3.2.4.2. Dissimmetrie e fluttuazioni di tensione nella rete di
trasmissione in alta tensione.............................................................104
3.3. Riferimenti...........................................................................................111
Cap. 4.
SEGNALAMENTO FERROVIARIO
.1. Le funzioni e le logiche di sicurezza del segnalamento ferroviario:
4
governo della via, distanziamento e supervisione.....................................113
4.2. Evoluzione Tecnologica: Tecnica della circolazione su rotaia...........119
4.2.1. Distanziamento dei Treni............................................................119
4.2.2. ERTMS.........................................................................................127
4.2.2.1. Livello 1...............................................................................127
4.2.2.2. Livello 2...............................................................................128
4.2.2.3. Livello 3...............................................................................130
Indice
XI
4.2.3. SCMT...........................................................................................130
4.2.4. Sistema di Supporto alla Condotta (SSC )..................................132
4.3. Sistemi di controllo della circolazione...............................................134
4.4. Nuove Tecnologie per l’incremento della sicurezza: RTB, PAI-PL
e MTR...........................................................................................................143
4.4.1. Sistemi per il Rilevamento termico delle Boccole (RTB )...........143
4.4.2. Protezione Automatica Integrativa per Passaggi a Livello
(PAI-PL)........................................................................................................144
4.4.3. Monitoraggio della Temperatura Rotaia (MTR )..........................145
4.5. Gli sviluppi delle tecnologie satellitari per il settore ferroviario.......146
4.6. L’evoluzione della normativa comunitaria: Direttiva 2004/49/CE e
D.Lgs. 162/2007 - istituzione dell’SGS.........................................................147
4.7. Riferimenti...........................................................................................149
Cap. 5.
MECCANICA DEL MOTO
5.1.
5.2.
5.3.
5.4.
Cap. 6.
Introduzione........................................................................................151
Forze di attrito statico..........................................................................151
Il fenomeno dello slittamento.............................................................153
Richiami di meccanica della locomozione.........................................155
PROPULSIONE ELETTRICA
6.1. Funzionamento dinamico degli azionamenti.....................................161
6.1.1. Condizioni di funzionamento delle macchine e degli
azionamenti elettrici...............................................................................161
6.1.1.1. Funzionamento in regime stazionario.................................162
6.1.2. Funzionamento in dinamica........................................................162
6.1.2.1. Operazioni da generatore, motore e freno..........................163
6.1.2.2. Funzionamento nei quadranti.............................................164
6.1.2.3. Macchina asincrona.............................................................165
6.1.2.4. Macchina sincrona..............................................................167
6.1.2.5. Macchina a corrente continua.............................................168
6.2. Azionamenti elettrici per l’alta velocità in Europa............................171
6.2.1. Azionamenti Load-Commutated.................................................171
6.2.2. Il Load Commutated Inverter nel TGV.......................................175
6.3. Tecniche di controllo degli azionamenti per la propulsione
ferroviaria....................................................................................................176
6.3.1. Il modello matematico della macchina trifase ad induzione.....176
6.3.2. Regolazione delle caratteristiche di un motore trifase ad
induzione con controllo scalare.............................................................178
6.3.3. Algoritmo di controllo ad orientamento di campo.....................181
6.3.4. Controllo diretto e indiretto........................................................183
6.3.5. Controllo ad orientamento di campo diretto..............................184
XII
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
.3.5.1. Controllo diretto a orientamento di campo con stimatore
6
del flusso............................................................................................184
6.3.5.2. Controllo diretto a orientamento di campo con
osservatore del flusso........................................................................185
6.3.6. Controllo ad orientamento di campo indiretto...........................188
6.3.7. Implementazione in ambiente Matlab-Simulink........................189
6.3.7.1. Case study 1: Avviamento con riferimento di velocità
costante alla velocità nominale.........................................................190
6.3.7.2. Case study 2: Variazione a gradini del riferimento di
velocità...............................................................................................190
6.3.7.3. Case study 3: Ciclo di lavoro a rampe.................................191
6.3.7.4. Case study 4: Variazione del riferimento secondo un
arco di sinusoide................................................................................192
6.3.7.5. Case study 5: Avviamento con riferimento di velocità
costante costante e pari a 200 rad/s .................................................192
6.4. Componenti caratterizzanti l’azionamento policorrente....................193
6.4.1. Il convertitore 4Q - Principio di funzionamento ed
applicazione su ETR500.........................................................................193
6.4.1.1. Principio di funzionamento................................................195
6.4.1.2. Generazione dei riferimenti per la tensione V4..................197
6.4.1.3. Modulazione PWM..............................................................198
6.4.1.4. Modulazione bipolare..........................................................200
6.4.1.5. Modulazione unipolare ......................................................201
6.4.1.6. Considerazioni sullo sfasamento fra portante
e modulante.......................................................................................203
6.4.1.7. Modulazione simmetrica e asimmetrica.............................204
6.4.1.8. Considerazioni sull’inter-allacciamento dei
convertitori........................................................................................207
6.4.1.9. Applicazione del convertitore 4Q su ETR500....................208
6.4.1.10. Moduli fondamentali del sistema di controllo.................211
6.5. Riferimenti...........................................................................................226
Cap. 7.
SISTEMI DI ACCUMULO DELL’ENERGIA ELETTRICA
7.1. L’accumulo di energia elettrica............................................................227
7.2. Missione del sistema di accumulo......................................................228
7.3. Accumulo di energia in forma elettrochimica....................................229
7.3.1. Caratteristiche fondamentali.......................................................229
7.3.2. Modulo, cella, pacco-batteria......................................................232
7.3.3. Autoscarica..................................................................................236
7.3.4. Vita utile.......................................................................................237
7.3.5. Valori nominali............................................................................238
7.3.6. Parametri specifici.......................................................................239
7.3.7. Tecniche di carica........................................................................239
7.3.8. Carica in tampone........................................................................242
7.3.9. Documentazione fornita dai costruttori......................................242
Indice
XIII
7.4. Principali tipologie di accumulatori elettrochimici......................243
7.4.1. Accumulatori al Piombo (acido).................................................244
7.4.1.1. Principio di funzionamento................................................244
7.4.1.2. Tipologie e caratteristiche...................................................246
7.4.2. Accumulatori al Nickel - Idruri metallici...................................248
7.4.2.1. Generalità.............................................................................248
7.4.2.2. Principio di funzionamento................................................248
7.4.2.3. Effetto memoria...................................................................250
7.4.3. Accumulatori al Litio...................................................................251
7.4.3.1. Generalità.............................................................................251
7.4.3.2. Principio di funzionamento................................................251
7.4.3.3. Tipologie di batterie al Litio................................................253
7.4.3.4. Confronti..............................................................................254
7.4.3.5. Sicurezza..............................................................................256
7.4.4. Accumulatori Sodio-Nickel Cloro...............................................258
7.5. Modelli matematici di accumulatori elettrochimici e stima del SOC... 258
7.5.1. Limiti dei modelli finora discussi...............................................262
7.5.2. Valutazione dei parametri dei modelli........................................263
7.5.3. Analisi spettroscopica.................................................................265
7.5.4. Stima dello stato di carica...........................................................268
7.6. I supercondensatori.............................................................................269
7.6.1. Condensatori a doppio strato elettrico (EDLC )...........................270
7.6.2. Pseudocondensatori.....................................................................272
7.6.3. Condensatori ibridi......................................................................273
7.6.4. Modelli matematici dei supercondensatori EDLC......................274
7.7. Accumulo dell’energia in volani.........................................................277
7.8. Criteri di scelta e di dimensionamento sulla base di valutazioni
tecnico-economiche....................................................................................278
7.8.1. Potenza, energia e diagrammi di Ragone....................................278
7.8.2. Selezione di un sistema di accumulo sulla base delle
specifiche tecniche.................................................................................283
7.8.2.1. Scegliere la tipologia di accumulo......................................283
7.8.2.2. Scegliere la famiglia all’interno della tipologia considerata..284
7.8.2.3. Determinare la capacità ed il numero di celle....................285
7.8.2.4. Effettuare simulazioni numeriche.......................................287
7.8.2.5. Determinare l’ingegnerizzazione del sistema di accumulo....287
7.9. L’accoppiamento accumulatore-convertitore......................................288
7.10. Gli accumuli ibridi............................................................................290
7.11. Accumuli a bordo e a terra: valutazioni su un caso studio..............294
7.11.1. L’esempio considerato................................................................294
7.11.2. La frenatura a recupero senza sistemi di accumulo.................294
7.11.3. L’installazione di sistemi di accumulo stazionari.....................295
7.11.4. L’installazione di accumulo a bordo treno................................299
7.12. Considerazioni conclusive................................................................299
7.13. Riferimenti.........................................................................................300
XIV
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Cap. 8.
SISTEMI DI TRASPORTO URBANO
8.1. Cenni storici sui sistemi di trasporto urbano.....................................303
8.2. Il Tram: su ferro e su gomma...............................................................307
8.3. Il filobus: dal tradizionale al bimodale...............................................314
8.4. La Metropolitana: pesante e leggera....................................................318
8.5. Gli organi di captazione......................................................................326
8.5.1. La presa ad asta............................................................................326
8.5.2. Il pantografo.................................................................................327
8.5.3. I sistemi a terza rotaia..................................................................330
8.5.4. Il ritorno della corrente e la quarta rotaia ..................................333
8.5.5. Tensione di alimentazione ..........................................................333
8.6. Le infrastrutture dei sistemi di trasporto urbano...............................334
8.6.1. La sede.........................................................................................334
8.6.2. Impianti tecnologici per i servizi al pubblico.............................339
8.7. Appendice 1.........................................................................................340
8.7.1. Le ricariche per conduzione e per induzione.............................340
8.8. Appendice 2.........................................................................................342
8.8.1. Normative di riferimento ............................................................342
8.9. Riferimenti...........................................................................................346
Cap. 9.
SISTEMI DI TRASPORTO EXTRAURBANO
9.1. L'evoluzione tecnologica.....................................................................349
9.2. Generalità.............................................................................................356
9.3. Le apparecchiature di bordo...............................................................358
9.3.1. I pantografi...................................................................................358
9.3.2. Il sistema di sensori.....................................................................358
9.4. Schemi elettrici delle policorrenti......................................................360
9.4.1. Mezzi di trazione con motori in corrente continua....................360
9.4.2. Le policorrenti con equipaggiamento a tiristori.........................362
9.4.3. Mezzi di trazione con azionamento trifase sincrono..................363
9.4.4. Mezzi di trazione con azionamento trifase asincrono................365
9.5. Riferimenti...........................................................................................367
Cap. 10.
I MODERNI MEZZI DI TRAZIONE POLICORRENTE DELLA
FLOTTA TRENITALIA
10.1. Introduzione......................................................................................369
10.2. I mezzi di trazione policorrente “AV” del parco Trenitalia..............370
10.2.1. ETR 500 PLT “FRECCIAROSSA”...............................................370
10.2.2. ETR 600 “FRECCIARGENTO”...................................................375
10.2.3. ETR 1000 “FRECCIA 1000”.......................................................379
Indice
XV
10.3. La gestione automatica dell’equipaggiamento elettrico dei
mezzi di trazione policorrente tramite ERTMS..........................................384
10.3.1. Generalità sul sistema di alimentazione delle linee AC/AV
e cenni su ERTMS..................................................................................384
10.3.2. Implementazione delle funzioni automatiche di cambio
fase e di cambio tensione nell’esercizio AV dell’ETR 500 PLT.............385
10.3.2.1. Gestione automatica della sequenza di cambio fase........388
10.3.2.2. Segnali di interfaccia fra SSB e LV....................................388
10.3.2.3. Ruolo della LV nella esecuzione della sequenza
di cambio fase....................................................................................389
10.3.2.4. Gestione automatica della sequenza di cambio
tensione..............................................................................................390
10.3.2.5. La diagnostica del cambio fase e del cambio tensione.....394
10.4. Il sistema di captazione della corrente elettrica dalla catenaria
nei rotabili della flotta AV: l’ETR 500 PLT..................................................399
10.4.1. Il sistema di regolazione della spinta continua del pantografo
sulle motrici dell’ETR 500 PLT con l’introduzione
della centralina di controllo del pantografo (PCU )....................................401
10.4.2. Le curve dinamiche di pressione realizzate dalla centralina
PCU.........................................................................................................402
10.5. Trasformatore di trazione nei mezzi policorrente e fenomeni
termici caratteristici....................................................................................404
10.5.1. Premessa....................................................................................404
10.5.2. Trasformatore di trazione della loco E404PLT..........................405
10.5.2.1. Caratteristiche costruttive.................................................405
10.5.2.2. Condizioni di funzionamento in corrente alternata
(25 kV )................................................................................................... 407
10.5.2.3. Dati elettrici del trasformatore..........................................408
10.5.2.4. Descrizione dell’Impianto di Raffreddamento..................408
10.5.2.5. Differenze fra un trasformatore di distribuzione
e un trasformatore di trazione...........................................................408
10.5.2.6. Prove di riscaldamento su Banco a Rulli..........................410
10.6. Simulatore termico dell’azionamento policorrente Esempio di applicazione su ETR 500 PLT..................................................419
10.6.1. Principi teorici sulla trasmissione del calore...........................420
10.6.1.1. Generalità...........................................................................420
10.6.1.2. Reti termiche (in regime stazionario)................................420
10.6.1.3. Resistenze termiche...........................................................421
10.6.1.4. Fenomeni termici transitori...............................................422
10.6.2. Caratteristiche tecniche principali del sistema
di raffreddamento dell’azionamento del treno ETR 500.......................424
10.6.3. Modelli termici della catena di trazione...................................426
10.6.3.1. Introduzione......................................................................426
10.6.3.2. Procedimento generale per la realizzazione delle
retitermiche........................................................................................426
10.6.3.3. Struttura dei modelli.........................................................429
10.6.3.4. Motore................................................................................430
10.6.3.5. Premessa.............................................................................430
XVI
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
10.6.3.6. Implementazione in MOTORCAD....................................430
10.6.3.7. Implementazione in “SIMULINK”....................................432
10.6.5. Gruppo di conversione..............................................................439
10.6.5.1. Rete termica.......................................................................439
10.6.5.2. Calcolo delle perdite .........................................................441
10.6.6. Trasformatore.............................................................................443
10.6.6.1. Rete termica.......................................................................443
10.6.6.2. Calcolo delle perdite..........................................................445
10.6.7. Interfaccia per i dati in input al simulatore termico................446
10.6.8. Validazioni dei modelli..............................................................449
10.6.8.1. Motore................................................................................449
10.6.8.2. Gruppo di conversione......................................................450
10.6.8.3. Trasformatore.....................................................................452
10.6.9. Simulazioni di tratta..................................................................453
10.7. Il processo manutentivo del materiale rotabile................................455
10.7.1. Il Piano di Manutenzione delle flotte AV di Trenitalia............457
10.7.2. Manutenzione predittiva su condizione (Condition Based
Maintenance ) ed applicazione sulla flotta ETR 1000...........................459
0.7.2.1. Architettura del sistema di comando e controllo
1
ed interfacciamento con i sistemi di Terra.......................................460
10.7.2.2. Indicatori di vita residua...................................................460
10.7.2.3. Indicatori dello stato di salute...........................................463
Cap. 11.
IMPIANTI DI TRASPORTO A FUNE
11.1. Introduzione......................................................................................467
11.2. Sintesi storica del trasporto a fune...................................................469
11.3. Classificazione e tipologia.................................................................474
11.3.1.
11.3.2.
11.3.3.
11.3.4.
11.3.5.
11.3.6.
11.3.7.
11.3.8.
11.3.9.
Caratteristiche della via di corsa...............................................475
Modalità di trasmissione del moto ai veicoli............................475
Tipo di moto...............................................................................475
Numero di funi..........................................................................476
Tipo di collegamento del veicolo..............................................476
Tipo di veicolo...........................................................................477
Parametri secondari...................................................................477
Classificazione CEN...................................................................478
Classificazione segnaletica........................................................480
11.4. Componenti di base degli impianti ..................................................481
11.4.1. Funi............................................................................................481
11.4.1.1. Tipologia delle funi............................................................481
11.4.1.2. Scelta delle funi.................................................................485
11.4.1.3. Evoluzione delle funi.........................................................486
11.4.2. Argani.........................................................................................488
11.4.2.1. Motori.................................................................................489
Indice
XVII
11.4.2.2. Riduttori.............................................................................490
11.4.2.3. Pulegge: puleggia motrice..................................................490
11.4.3. Freni e sistemi di frenatura........................................................491
11.4.4. Dispositivi di attacco e serraggio...............................................492
11.4.5. Il dispositivo di tensione ..........................................................493
11.4.6. Linea: Sostegni...........................................................................494
11.4.7. Rulli e rulliere............................................................................496
11.4.8. Progressi della tecnica per la sicurezza dei componenti .........497
11.5. Fondamenti teorici.............................................................................498
11.5.1. Grandezze caratteristiche..........................................................498
11.5.1.1. Potenzialità.........................................................................499
11.5.2. Tensioni nelle funi.....................................................................504
11.5.3. L’azionamento. Coppia. Potenza................................................507
11.5.3.1. La condizione di aderenza.................................................508
11.5.4. Costi degli impianti funiviari....................................................509
11.6. Funivie bifuni....................................................................................511
11.6.1. Impianti a va e vieni..................................................................511
11.6.1.1. Componenti.......................................................................514
11.6.2. Evoluzione delle bifuni a va e vieni..........................................516
11.6.2.1. Doppia portante per via di corsa.......................................516
11.6.2.2. Portanti ancorate................................................................517
11.6.3. Impianti bifune a moto unidirezionale 2S e 3S .......................517
11.6.4. Impianti bifune speciali: il Funifor...........................................519
11.6.5. Dispositivi di controllo delle bifuni..........................................521
11.6.6. Recupero dei trasportati............................................................522
11.7. Funivie monofuni..............................................................................522
11.7.1. Seggiovie e cabinovie a collegamento permanente..................523
11.7.1.1. Impianti Pulsé....................................................................524
11.7.2. Seggiovie e cabinovie a collegamento temporaneo..................524
11.7.2.1. Le stazioni..........................................................................526
11.7.2.2. Travi e meccanismi di accelerazione e decelerazione......527
11.7.3. Evoluzione delle monofuni: sistemi DMC e “Funitel”..............528
11.7.3.1. Il DMC................................................................................528
11.7.3.2. Il Funitel.............................................................................530
11.7.4. Dispositivi di controllo del collegamento temporaneo............532
11.7.5. Recupero dei trasportati............................................................533
11.8. Sciovie................................................................................................533
11.9. Funicolari terrestri.............................................................................536
11.9.1. Piani inclinati. Ascensori inclinati...........................................539
11.10. Teleferiche per materiali..................................................................540
11.11. Impianti funiviari urbani. APM......................................................543
11.11.1. Impianti APM..........................................................................546
11.11.1.1. Tipologie di APM.............................................................548
XVIII
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
11.11.1.2. Esempi di realizzazioni...................................................552
11.12. Documenti di riferimento................................................................555
Cap. 12.
COMPORTAMENTO DINAMICO DEGLI IMPIANTI A FUNE
12.1. Funicolari terrestri.............................................................................557
12.1.1. Introduzione..............................................................................557
12.1.2. Modello Matematico Sistema Aperto........................................557
12.1.3. Sistema chiuso...........................................................................561
12.1.4. Analisi di differenti condizioni di funzionamento...................562
12.1.5. Accelerazione in salita ..............................................................562
12.1.6. Frenatura in discesa...................................................................564
12.2. Funicolari aeree ed impianti a moto continuo ad agganciamento
automatico...................................................................................................567
12.2.1. Impianti a Vai e Vieni................................................................567
12.2.1.1. Introduzione......................................................................567
12.2.1.2. Meccanica della locomozione...........................................567
12.2.1.3. Analisi di differenti condizioni di funzionamento...........573
12.2.1.4. Accelerazione in salita.......................................................573
12.2.1.5. Frenatura in discesa...........................................................574
12.2.1.6. Analisi in regime stazionario............................................574
12.2.2. Impianti a moto continuo..........................................................577
12.2.2.1. Introduzione......................................................................577
12.2.2.2. Meccanica della locomozione ..........................................577
12.3. Impianti di sollevamento..................................................................585
12.3.1. Introduzione..............................................................................585
12.3.2. Meccanica della locomozione...................................................586
12.3.3. Analisi di differenti condizioni di funzionamento...................589
12.3.4. Accelerazione in salita...............................................................589
12.3.5. Frenatura in discesa...................................................................590
12.3.6. Accelerazione in discesa...........................................................590
12.3.7. Frenatura in salita......................................................................591
12.3.8. Analisi in regime stazionario....................................................591
12.4. Riferimenti.........................................................................................592
INDICE ANALITICO...................................................................................593
1
MODALITÀ
DI TRASPORTO
Gabriele Malavasi
Sapienza - Università di Roma
1.1.
IL FENOMENO DEL TRASPORTO
Il trasporto di persone e cose interviene in tutte le attività umane e costituisce un mezzo necessario per la loro attuazione ed il loro sviluppo.
I Trasporti sono necessari per soddisfare le esigenze di spostamento di
persone per attività di lavoro, di studio, di svago, di cose dal luogo di produzione a quello di utilizzazione e consumo da quello di utilizzazione a quello
di alienazione.
I trasporti sono fondamentali per l’economia delle società moderne e la
mobilità contribuisce al miglioramento della qualità di vita. Essi sono pertanto funzionali alla crescita economica, ma devono essere efficienti e sostenibili in termini di costi, sicurezza e rispetto dell’ambiente.
Il sistema dei trasporti coinvolge e interagisce con lo sviluppo economico: un sistema efficiente favorisce la delocalizzazione della produzione,
le dimensioni dei bacini portuali condizionano l’attracco delle navi e lo
sviluppo economico del territorio, una stazione ferroviaria nell’area urbanizzata può favorire lo sviluppo di attività commerciali, la presenza di un
sistema di trasporto rapido di massa incrementa il valore economico delle
aree e delle strutture, ecc.
Ogni sistema di trasporto è caratterizzato, oltre che dal mezzo di trasporto che costituisce il contenitore di persone e cose, dall’infrastruttura
puntuale o lineare, dall’ambiente, dall’uomo e dalle regole operative che
governano il funzionamento delle componenti e le interazioni tra di esse.
Il mezzo in cui si svolge il movimento, inteso come aria, terra, acqua e la
tecnologia utilizzata per il sostentamento, la guida e la trazione, definiscono
le divere modalità di trasporto, per cui un sistema di trasporto può essere di
tipo unimodale o plurimodale.
Le problematiche attuali, gli obiettivi da raggiungere, i vincoli socio-economici-ambientali, la conoscenza delle relazioni fisiche e delle tecnologie
disponibili sono gli aspetti da considerare per lo sviluppo dei progetti e
l’individuazione delle alternative.
Nella impostazione rigorosa di un problema tecnico-scientifico il numero delle soluzioni dipende dal confronto tra il numero delle equazioni ed il
numero delle incognite. In generale in un problema di trasporti il numero
delle relazioni è inferiore al numero delle incognite pertanto la soluzione
non è unica ma vi sono più insiemi di valori che soddisfano le equazioni;
tali insiemi definiscono le diverse alternative progettuali.
2
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Il problema si pone in genere come problema di ottimizzazione, massimizzazione o minimizzazione di una funzione obiettivo sottoposta a vincoli: il problema si potrebbe porre come ricerca del massimo risultato con
il vincolo delle risorse a disposizione, oppure come ricerca del minimo di
risorse necessarie con il vincolo di un prefissato risultato.
L’accessibilità al territorio, lo sviluppo della mobilità, il riequilibrio modale strada-ferrovia del trasporto delle merci, la riduzione della congestione
urbana, la riduzione degli impatti ambientali, la qualità e la regolarità degli
spostamenti, il grado di sicurezza, il livello di comfort sono tipici obiettivi
per la definizione degli interventi che devono essere affrontati a livello di
piano, di programmazione strategica e di progettazione specifica.
Il sistema delle attività definisce la domanda di trasporti, il sistema dei
trasporti deve fornire l’offerta di servizi di trasporto che soddisfi le esigenze
di mobilità.
In estrema sintesi le fasi di un progetto di sistema di trasporto possono
essere le seguenti:
–– Individuazione degli obiettivi.
–– Individuazione dei vincoli.
–– Individuazione del sistema delle attività attuali.
–– Individuazione del sistema di trasporto attuale.
–– Formulazione del piano.
–– Formulazione di modelli di domanda e offerta.
–– Formulazione di progetti alternativi.
–– Confronto e valutazione dei progetti alternativi.
–– Scelta della soluzione.
–– Progettazione degli interventi.
–– Realizzazione degli interventi.
Lo sviluppo delle fasi può essere affrontato con strumenti teorici e computazionali che utilizzano metodi e modelli della matematica applicata e
dell’analisi numerica: esempio tecniche reticolari, tecniche matriciali, metodi di ottimizzazione, strumenti di supporto alle decisioni, programmazione lineare ecc.
A livello di progettazione degli interventi intervengono competenze di
carattere ingegneristico basate sulla fisica applicata sia di carattere sistemistico trasportistico, trasversale tra le varie discipline ingegneristiche, sia
di carattere specialistico (civile, meccanico, elettrico, ecc.), sia di carattere
socio-economico.
1.2.
DOMANDA E OFFERTA
1.2.1.
IMPOSTAZIONE CONCETTUALE PER LO STUDIO DELLA DOMANDA E
DELL’OFFERTA
Lo studio della domanda di trasporto, dell’offerta di trasporto e delle
loro interazioni è oggetto di discipline specialistiche del settore Trasporti.
Per una impostazione del problema e dei metodi di soluzione si può fare
riferimento ai testi di Tecnica ed economia dei trasporti (Ricci, 2011 [1]) che
Capitolo 1 - Modalità di trasporto
3
considerano il trasporto nelle sue accezioni tecniche ed economiche e introducono gli aspetti funzionali dal punto di vista sia tecnico sia economico.
La bibliografia del settore offre riferimenti per una trattazione approfondita
dei temi specifici.
Lo schema concettuale per lo studio della domanda di trasporto di persone può essere rappresentato da una funzione di più variabili che definisce
il valore del flusso del tipo:
(
Fo,d,m,r , p = f Oo ,Dd ,Co,d
)
Con:
–– F: quantità di persone che si spostano;
–– o: origine dello spostamento;
–– d: destinazione dello spostamento;
–– m: modo di trasporto dello spostamento;
–– r: motivo dello spostamento;
–– p: percorso dello spostamento;
–– Oo: caratteristiche della zona di origine correlate con la mobilità;
–– Dd: caratteristiche della zona di destinazione correlate con la mobilità;
–– Co, d: costo generalizzato percepito dall’utente per lo spostamento dall’origine alla destinazione.
La ricostruzione della funzione di domanda viene affrontata in genere
combinando più modelli che considerano separatamente gli elementi che
ne influenzano il valore. In molti casi viene utilizzato il cosiddetto modello
a quattro stadi che considera: la generazione degli spostamenti, l’attrazione
degli spostamenti, la modalità degli spostamenti, il percorso degli spostamenti.
La previsione della domanda futura si basa fondamentalmente sull’analisi di parametri socio economici, caratteristici dei territori interessati dagli
spostamenti (popolazione, reddito, produzione industriale, ecc.).
Lo studio delle serie storiche, l’estrapolazione di valori tendenziali, le
indagini mirate sul territorio integrate con i principi della teoria elementare
della domanda consentono di formulare ipotesi sulla previsione della domanda futura.
L’offerta di trasporto è un sistema complesso governato da relazioni di
tipo deterministico e di tipo stocastico che rappresentano le azioni delle
componenti del sistema costituito da veicolo-infrastruttura-uomo e le reciproche interazioni.
Lo studio e la rappresentazione delle prestazioni del veicolo isolato si
basano sulla elaborazione delle relazioni della fisica applicata per definire
attraverso espressioni matematiche o grafiche:
–– la sostentazione,
–– la locomozione,
–– la stabilità della marcia,
–– le resistenze al moto,
–– la trazione,
–– la frenatura,
–– l’equazione generale del moto,
–– i diagrammi di marcia,
4
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
–– i consumi di energia,
–– il confort di marcia,
–– la sicurezza di circolazione.
Lo studio e la rappresentazione delle interazioni tra veicoli si basano sulla elaborazione delle relazioni della fisica applicata per definire attraverso
espressioni matematiche o grafiche:
–– il deflusso negli impianti puntuali (stazioni, incroci, ecc.),
–– il deflusso negli impianti lineari (strada, linea ferroviaria, distanziamento, ecc.),
–– la sicurezza del movimento contemporaneo di più veicoli.
Lo studio e la rappresentazione delle prestazioni delle infrastrutture si
basano sulla elaborazione delle relazioni della fisica applicata per definire
attraverso espressioni matematiche o grafiche:
–– la rete di trasporto costituita da nodi (intersezioni, stazioni, aeroporti,
porti, ecc.) ed archi (strade, linee ferroviarie, rotte, ecc.),
–– le caratteristiche dimensionali, e prestazionali di archi e nodi,
–– gli impianti tecnologici.
Le regole operative definiscono sia le procedure funzionali delle componenti fisse (infrastrutture, impianti) e mobili (veicoli) sia i criteri funzionali
per il comando e controllo del sistema e delle interazioni tra le componenti
finalizzate a garantire l’efficienza del trasporto dal punto di vista tecnico,
economico e della sicurezza.
1.2.2.
ANALISI DELLE SERIE STORICHE DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA A
LIVELLO NAZIONALE
Le serie storiche dei parametri caratteristici della domanda (passeggeri* km,
tonnellate*km) e della offerta (estensione della rete) oltre a fornire una dimensione del fenomeno del trasporto e delle sue modalità, sono alla base
degli studi trasportistici e costituiscono il riferimento per la progettazione
di nuovi interventi o il potenziamento di quelli esistenti.
Nel seguito si riportano alcune elaborazioni di dati relativi alla situazione italiana in un orizzonte temporale fino al 2010-13 in funzione della
disponibilità di dati rilevabili dai Conti Nazionali dei Trasporti [1].
1.2.2.1.
Traffico merci e passeggeri per modalità di trasporto
Il traffico totale interno di passeggeri delle modalità di trasporto stradale, ferroviario (impianti fissi) aereo e marittimo espresso in passeggeri*km
(Fig. 1.1) è di circa 800 miliardi di passeggeri *km nel 2012 ed è costituito
per la maggior parte (circa 90 %) da traffico stradale. Dopo il 2010 si è avuta
una sensibile flessione che ha interessato in modo significativo il trasporto
stradale.
Il traffico totale interno di merci, per le modalità stradale (per distanze
maggiori di 50 km), marittima, ferroviaria e aerea (Fig. 1.2) è stimato di circa
200 miliardi di tonnellate *km per il 2012 e composto prevalentemente dal
trasporto stradale (oltre 50 %). Nel periodo considerato è diminuita sensibilmente soprattutto la modalità stradale.
6
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Il trasporto ferroviario delle merci, modalità che potrebbe sostenere in
modo più sostenibile questo tipo di traffico, assorbe una quota ridotta: esso
corrisponde a circa un quinto del trasporto stradale ed alla metà di quello
marittimo di cabotaggio.
La ripartizione modale del trasporto merci costituisce sempre un tema di
attenzione da parte di studiosi ed esperti del settore.
Alcune delle problematiche oggetto di approfondimento sono:
–– Incremento della capacità di circolazione di linee e nodi utilizzando le
potenzialità degli impianti e le innovazioni tecnologiche.
–– Controllo della integrità del convoglio merci per rendere possibili sistemi
di distanziamento che aumentino la capacità di circolazione delle linee
–– Riduzione dell’impatto acustico prodotto dalla circolazione dei convogli
merci.
–– Adozione di aggancio automatico dei carri per aumentare la sicurezza e
ridurre i tempi di composizione e scomposizione.
–– Adozione di soluzioni tecnologiche che riducano i tempi per il carico e
lo scarico delle merci, dei contenitori e dei veicoli nelle stazioni.
Altre difficoltà che condizionano lo sviluppo derivano dalla conformazione del territorio che di fatto limita la lunghezza del percorso ferroviario
imponendo rotture di carico che penalizzano la modalità ferroviaria a favore di quella stradale: nel 2012 la percorrenza media per tonnellata relativa
alle grandi imprese ferroviarie è stata pari a circa 220 km, inferiore al valore
minimo ritenuto da alcuni necessario per giustificare la modalità ferroviaria
per il trasporto merci, pari a 300-350 km.
1.2.2.2.
Trasporto ferroviario passeggeri e merci
Il trasporto ferroviario si sviluppa sulla rete nazionale e sulle reti regionali. La rete nazionale è affidata ad un Gestore dell’Infrastruttura nazionale,
che è responsabile della infrastruttura e della apertura della rete a tutte le
imprese ferroviarie pubbliche e private che chiedono di utilizzarla per offrire servizi di trasporto.
Le reti regionali, di estensione ridotta rispetto a quella nazionale, sono
gestite direttamente dalle regioni tramite aziende che in genere sono responsabili sia dell’infrastruttura sia del servizio di trasporto.
Le reti regionali sono in alcuni casi connesse con la rete nazionale per
cui i servizi di trasporto possono svilupparsi su entrambe le reti senza trasbordi (rotture di carico) per l’utente.
I servizi di trasporto passeggeri a lunga percorrenza, sia tradizionali sia
ad alta velocità, si svolgono in genere sulla sola rete nazionale. I servizi di
trasporto di estensione regionale si svolgono sia sulla rete nazionale, sia
sulle reti regionali.
A livello urbano, l’offerta di trasporto si sviluppa su metropolitane e
tranvie, che sono anch’essi sistemi di trasporto a guida vincolata.
L’offerta di trasporto ferroviario complessiva è costituita da varie infrastrutture, gestite da amministrazioni diverse, con caratteristiche tecnologiche che solo in alcuni casi sono compatibili tra loro e costituiscono una rete
interoperabile (rete nazionale e ferrovie regionali interconnesse).
Capitolo 1 - Modalità di trasporto
1.2.2.3.
9
Metropolitane e Tranvie
I servizi offerti da metropolitane e tranvie urbane ed extraurbane in termini di posti*km offerti sono tendenzialmente in aumento (Fig. 1.4) con
tassi di crescita più accentuati per le metropolitane che per le tranvie.
Le metropolitane sono sistemi di trasporto ad alta prestazione per capacità di trasporto dei veicoli (possono raggiungere oltre 1000 posti per convoglio), per distanziamento temporale dei treni (intervalli minimi fino a
90 secondi), per velocità commerciale (30 km/h).
Le tranvie urbane hanno capacità per veicolo ridotta rispetto alle metropolitane (al massimo intorno a 200 posti o poco più), in ambito urbano sono
spesso in sede promiscua, a volte tortuosa, che riduce la velocità commerciale a causa delle interazioni con la viabilità stradale. L’offerta in termini di
posti*km offerti è circa un quarto o un quinto di quella delle metropolitane.
Le alte prestazioni delle metropolitane giustificano la tendenza delle città densamente abitate a scegliere in questo sistema di trasporto; tuttavia
la realizzazione, spesso in sotterranea, pone problematiche derivanti dalla presenza di reti di servizi sotterranei (acquedotti, fognatura, condutture
elettriche, comunicazioni) o di reperti archeologi nel sottosuolo e di vibrazioni indotte sui fabbricati dal transito dei treni.
La riduzione delle vibrazioni del sistema veicolo-via, alla sorgente, cioè
al contatto ruota-rotaia, e l’attenuazione della trasmissione delle vibrazioni
attraverso il sottosuolo ed i fabbricati costituiscono argomenti di ricerca
scientifica e ambiti di applicazione delle innovazioni tecnologiche sia sul
veicolo sia sulla via.
Le tranvie, in genere superficiali, richiedono installazioni fisse per l’alimentazione dell’energia elettrica necessaria per la trazione che possono
costituire impatti visivi specialmente nelle zone di maggior pregio storicoarchitettonico-paesaggistico.
Si stanno sempre più diffondendo soluzioni tecnologiche che non richiedono la linea aerea e utilizzano conduttori collocati sotto la superficie
stradale alimentati solo in presenza del veicolo.
Dal punto di vista della progettazione trasportistica è significativo il rapporto tra viaggiatori*km e posti*km offerti: dalla Figura 1.4 si deduce un
valore variabile tra il 20 % ed il 30 %, che corrisponde pertanto ad dimensionamento dell’offerta pari a 3-4 volte la domanda prevedibile.
Tale sovradimensionamento dipende anche dalla necessità di seguire la
fluttuazione della domanda nel tempo, massima nei periodi di punta giornalieri e minima nei periodi di morbida, con una capacità di trasporto adeguata.
Il servizio a frequenza, che caratterizza le metropolitane e le tranvie, ben
si adatta alle esigenze degli spostamenti urbani ma rende difficoltosa la variazione della capacità in relazione alla richiesta.
In parte il problema può essere risolto con treni di capacità variabile
(treni lunghi e treni corti) ma alcune esperienze hanno dimostrato l’inefficacia di tali soluzioni anche in relazione al maggior onere di gestione per la
composizione e scomposizione di treni.
Un sensibile vantaggio si può ottenere con sistemi completamente automatici, senza guidatore. In tal caso l’automazione nella movimentazione,
nell’aggancio e nello sgancio di veicoli e l’assenza del vincolo della presenza
Capitolo 1 - Modalità di trasporto
13
Inoltre le metropolitane e le tranvie, essendo in genere sistemi chiusi,
non connessi ad altre reti, possono più facilmente usufruire delle innovazioni tecnologiche che la ricerca e lo sviluppo rende disponibili: ad esempio
la guida automatica integrale, senza la presenza del conducente, la fermata
a bersaglio nelle stazioni cioè con arresto del convoglio sempre in uno
stesso punto prefissato, la trazione elettrica senza il filo di contatto aereo, il
recupero di energia in frenatura con restituzione alla rete elettrica, costituiscono ormai soluzioni consolidate, largamente applicate.
La standardizzazione e la interoperabilità delle reti facilita la circolazione di veicoli, ma non l’applicazione di innovazioni che potrebbero aumentare l’efficienza tecnico-economica del sistema di trasporto.
Questa apparente contraddizione ancora limita ad esempio lo sviluppo
dei sistemi tram-treno o treno-tram in cui le regole di circolazione ferroviaria impongono modalità di esercizio, prestazioni funzionali e caratteristiche
costruttive non sempre corrispondenti a quelle tipiche dei veicoli tranviari.
1.3.
CARATTERISTICHE E VANTAGGI DELLA GUIDA VINCOLATA
Le funzioni che permettono il movimento dei veicoli di un sistema di
trasporto dipendono dalle interazioni tra veicolo e infrastruttura, nei modi
di trasporto stradale e ferroviario, o dalle interazioni tra veicolo e ambiente,
aria o acqua, nei modi di trasporto aereo e marittimo. L’infrastruttura rigida
o l’ambiente consentono di esplicare le funzioni di sostentamento, di trazione, di frenatura e di guida.
Nei sistemi di trasporto a guida vincolata, la funzione di guida è affidata
alla infrastruttura che con la sua configurazione definisce la traiettoria che
il veicolo deve seguire.
La funzione di guida non viene esplicata mediante dispostivi installati
a bordo del veicolo (organi di sterzatura), ma mediante dispositivi fissi installati a terra.
In tal modo si riducono i gradi di libertà del veicolo al quale rimane il
compito di attuare e regolare i parametri cinematici del moto: la velocità,
l’accelerazione, il verso di marcia.
Il trasferimento della funzione di guida da bordo a terra ha il vantaggio di
semplificare gli organi di rotolamento a cui rimane la funzione di consentire
il movimento, sostenere il veicolo e di trasmettere le forze di trazione e di
frenatura. La funzione di guida rimane tale anche se si inverte il verso di
percorrenza della traiettoria.
Nel caso di veicoli non motori, gli organi di rotolamento svolgono le sole
funzioni di sostentamento e di frenatura.
Con la guida vincolata non esistono limiti teorici alla composizione dei
convogli, pertanto si possono avere convogli di qualunque lunghezza.
L’imposizione della traiettoria, identica per tutti i veicoli, porta con sé
una serie di altri vantaggi che hanno favorito lo sviluppo del trasporto ferroviario come sistema di trasporto collettivo di massa di elevate prestazioni
sia per le lunghe distanze sia per le brevi distanze nelle aree urbane e metropolitane.
L’inversione della marcia è semplificata specie nei servizi urbani e metropolitani: essa può avvenire mantenendo inalterata la composizione poi-
14
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
ché la posizione dell’unità di trazione nel convoglio può essere qualsiasi:
infatti la funzione di guida agisce su tutti i veicoli del convoglio ed i veicoli
possono essere indifferentemente spinti o trainati.
Il vincolo della traiettoria uguale per tutti i veicoli consente di trasferire a
terra anche il sistema di alimentazione dell’energia necessaria per la trazione: se si utilizza l’energia elettrica, essa può essere resa disponibile sia installando lungo la via conduttori elettrici da cui prelevare l’energia mediante
contatti striscianti, sia installando a terra anche parte delle macchine necessarie a trasformare l’energia elettrica in energia meccanica (motori lineari).
Con l’uso di motori elettrici al posto di motori termici si possono ottenere notevoli vantaggi in termini di potenza installata a bordo, di possibilità
di recupero dell’energia durante le fasi di frenatura e di inquinamento atmosferico.
La guida vincolata consente inoltre di realizzare la funzione di sostentamento senza ricorrere ad organi rotanti: sfruttando il fenomeno della levitazione magnetica si può ottenere il sostentamento del veicolo senza il contatto
con la via. Le forze magnetiche necessarie al sostentamento richiedono che
la traiettoria sia tale da mantenere constante la distanza tra veicolo e via senza contatto reciproco. In tal modo, mancando l’attrito dovuto al contatto si
possono ottenere velocità più elevate di quelle ottenibili con organi rotanti.
La marcia dei convogli ferroviari è basata su sistemi di segnalamento che
inviano al treno le informazioni sullo stato della via e sulla velocità in modo
da garantire la sicurezza di circolazione.
Il binario deve essere equipaggiato con impianti tecnologici che svolgono funzioni di controllo della posizione del treno e della sua velocità. Il
vincolo della traiettoria facilita lo scambio di informazioni tra terra e bordo
e rende possibile la realizzazione di un sistema di comunicazioni ad alta
affidabilità in grado di controllare e comandare la marcia dei convogli sia a
comando manuale, sia ad automazione integrale indipendentemente dalla
presenza del conduttore a bordo.
Analogamente agli altri modi di trasporto l’infrastruttura ferroviaria ha
in generale una configurazione a rete in cui i nodi rappresentano punti in
cui si possono avere scambi di convogli tra più linee attraverso intersezioni
convergenze o divergenze dei percorsi.
Le linee ferroviarie hanno le dimensioni trasversali ridotte rispetto agli
altri sistemi di trasporto; in caso di binari affiancati l’interasse è quello minimo necessario per evitare interferenze tra veicoli essendo garantito, dal
vincolo della guida, il mantenimento della traiettoria. Nel caso di guida
libera, come in campo stradale, le piste devono essere più larghe delle dimensioni trasversali dei veicoli a causa della variabilità delle traiettorie.
1.4.
SVILUPPO DEL TRASPORTO A GUIDA VINCOLATA
Lo sviluppo dei trasporti ricopre un ruolo fondamentale nella politica
europea orientata ad un sistema di trasporti competitivo e sostenibile (EUROPEAN COMMISSION. White Paper on Transport, 2011 [3]). La tabella di
marcia verso uno spazio unico europeo prevede alcuni obiettivi che considerano strategico lo sviluppo del trasporto ferroviario.
16
1.5.
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
RIFERIMENTI
[1]
[2]
[3]
[4]
Ricci S. (2011), Tecnica ed Economia dei Trasporti. Ulrico Hoepli Editore, Milano, 2011.
Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Conto Nazionale delle
Infrastrutture e dei Trasporti. Anni 2007 – 2012. Roma - Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A.
EUROPEAN COMMISSION. White Paper on Transport. Roadmap to a
single European transport area - Towards a competitive and Resource
- Efficient transport system. (COM (2011) 144 final of 28 March 2011).
UNIFE Reference The European Rail Industry - Roland Berger Strategy
Consultants. Growth Market Promote Rail for Sustainable Mobility. Executive Summary 2012. (www.railwaygazette.com).
2
AFFIDABILITÀ
E SICUREZZA
Richard Bartoni♠, Alfonso Capasso♣, Fabio Garzia♣, Massimo Guarascio♣,
Mara Lombardi♣, Giuliano Rossi♣
♣Sapienza - Universita di Roma; ♠Salini Impregilo S.p.A.
2.1.
CONCETTI E DEFINIZIONI
L’affidabilità nel funzionamento e la sicurezza in caso di malfunzionamento costituiscono requisiti prestazionali fondamentali di qualunque sistema ingegneristico. Le teorie dell’affidabilità e della sicurezza hanno lo
scopo, rispettivamente, di fornire metodi per valutare se un componente o
un sistema sarà funzionante per un determinato lasso di tempo in cui l’utilizzatore lo richiederà e, in caso contrario, se il malfunzionamento costituirà pericolo per persone o cose. Si definisce:
–– sistema: gruppo di elementi connessi reciprocamente che compiono una
funzione;
–– pericolo: qualità potenziale di un sistema di generare danno;
–– danno: riduzione misurabile di valore o valore di ripristino o valore di
liquidazione; comprende, nel caso di sistemi produttivi, anche l’effetto
di mancato guadagno per fuori servizio del sistema;
–– guasto: condizione di impossibilità di funzionamento atteso del sistema;
–– incidente: condizione di guasto evoluta che realizza, attraverso una sequenza di eventi più o meno complessa, un flusso del pericolo (e quindi
danno, D) verso valori esposti (beni materiali costituiti dal sistema stesso
o presenti al contorno, persone);
–– affidabilità: attitudine di un sistema ad adempiere alla funzione richiesta
nelle condizioni fissate e per un periodo di tempo stabilito.
–– rischio: misura dell’effettiva concretizzazione di un potenziale di pericolo, dimensionalmente definito dal prodotto tra la probabilità di realizzazione dell’incidente e il danno conseguente.
Nella trattazione corrente la centralità concettuale è assunta dal fenomeno del guasto, eminentemente aleatorio, la cui trattazione richiede un
approccio probabilistico. Le tecniche di analisi e gestione dell’affidabilità
hanno lo scopo di progettare la probabilità di guasto di un sistema attraverso l’introduzione di ridondanze di sistema, politiche di rodaggio e di manutenzione preventiva dei componenti, nonché gestione della manutenibilità
in caso di guasto.
Le tecniche di analisi e gestione del rischio di un sistema hanno lo scopo
di progettare la sicurezza di un sistema attraverso la valutazione del danno
atteso (conseguenze in caso di guasto e di sua evoluzione in incidente) e
la gestione di affidabilità e prestazioni di sistemi di produzione e sistemi
di sicurezza per l’ottimizzazione e il controllo delle esternalità negative.
Capitolo 2 - affidabilità e sicurezza
19
scrivono la disponibilità in condizione di corretto funzionamento di un
componente o di un sistema ed i fattori che la condizionano. La dependability (fidatezza, sicurezza di funzionamento) è il termine collettivo utilizzato
per descrivere le prestazioni di disponibilità ed i fattori che le condizionano: affidabilità, disponibilità, manutenibilità, sicurezza. Tale approccio
unitario, che prende il nome di RAMSIII, esprime l’affidabilità del corretto
funzionamento di un sistema in rapporto a:
–– Reliability (affidabilità): attitudine di un sistema ad adempiere alla funzione richiesta nelle condizioni fissate e per un periodo di tempo stabilito;
–– Availability (disponibilità): attitudine di un sistema ad essere in grado di
svolgere una funzione richiesta a un dato istante o durante un dato intervallo di tempo, in condizioni determinate, supponendo che siano assicurati i mezzi esterni eventualmente necessari; rispetto all’affidabilità tale
attitudine risulta condizionata dai tempi di riparazione in caso di guasto;
–– Maintenability (manutenibilità): attitudine di un sistema, nelle condizioni specificate di uso, ad essere conservato o ripristinato in uno stato nel
quale può adempiere alle funzioni richieste, quando la manutenzione è
espletata nelle condizioni specificate e usando le procedure ed i mezzi
prescritti;
–– Safety (sicurezza): stato in cui il rischio di danno alle persone o alle cose
è limitato ad un livello accettabile.
2.2.1.
AFFIDABILITÀ DEL COMPONENTE: IL GUASTO
Nell’ambito della definizione fornita di affidabilità, assume rilevanza
centrale la definizione del modello analitico rappresentativo del fenomeno
del guasto. Nella teoria dell’affidabilità si distinguono tre tipi fondamentali
di guasti spontanei (Fig.2.2):
Figura 2.2:
Tipologie di guasto in
funzione del tempo di
funzionamento.
III
Prima definizione in UNI EN ISO 8402 :1988.
20
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
–– guasti infantili: caratteristici del periodo iniziale della vita di un componente; nella gran parte dei casi sono il risultato dell’inadeguatezza
delle tecniche di costruzione e di controllo qualità durante il processo
di produzione; l’approccio preventivo efficace al controllo di tali guasti
consiste in un maggior controllo di qualità del processo produttivo o
nell’introduzione di una fase di rodaggio degli elementi prodotti al fine
di scartare quelli viziati;
–– guasti per usura/fatica: sintomatici del progressivo invecchiamento dei
componenti; si possono prevenire attraverso l’introduzione di politiche
di manutenzione programmata;
–– guasti casuali: provocati da improvvise accumulazioni di sollecitazione,
oltre la resistenza massima di progetto del componente, costituiscono
la quota parte di inaffidabilità caratteristica intrinseca del progetto del
componente; si verificano casualmente, ma la frequenza di guasto considerata su periodi di tempo sufficientemente lunghi è pressoché costante
nella maggior parte dei casi reali.
Facendo riferimento alle configurazioni di sistema R (affidabile) e S (sicura), è possibile selezionare i guasti in relazione all’effetto sulla sicurezza
definendo:
–– guasti critici, quelli che determinano configurazioni S*;
–– guasti primari, quelli che determinano configurazioni R*;
–– guasti secondari, quelli che costituiscono solo un degrado della condizione di massima efficienza del sistema.
Il modello di guasto si ricava in generale in base ai rilievi statistici in
esercizio o da risultati di prove funzionali in laboratorio, effettuate su una
popolazione omogenea rappresentativa del sistema elementare considerato.
Un sistema complesso può essere dotato di apparecchiature che svolgono
continuativamente le funzioni alle quali sono preposte (componenti a funzionamento continuo) e di apparecchiature (anche le stesse) on demand
(componenti interventivi) il cui corretto funzionamento, limitatamente ad
alcune loro funzioni, è richiesto in specifici istanti di tempo. Si pensi al
guasto di un interruttore in condizioni di normale assetto o di comando di
intervento.
Il grado di affidabilità di un componente, in relazione a tali modalità
operative e/o di guasto on demand, dovrà essere opportunamente normalizzato:
–– per i componenti on demand: facendo riferimento al numero di operazioni fallite rispetto al numero di operazioni correttamente svolte
dall’apparecchiatura;
–– per i componenti a funzionamento continuo: facendo riferimento al tempo medio di corretto funzionamento fino all’occorrenza del guasto.
Introducendo la trattazione relativa al caso di componenti a funzionamento continuo, i dati rilevati si presentano come una serie di tempi di
guasto; da essi si può ricavare la distribuzione dei guasti occorsi in funzione del tempo, da assumersi come stima della distribuzione della densità di
probabilità di guasto in funzione del tempo.
Un primo semplice modello affidabilistico prevede per un componente
due soli possibili stati: funzionante e guasto. Introduciamo il concetto di
tasso di guasto:
Capitolo 2 - affidabilità e sicurezza
21
–– N Numero di componenti in esame nel tempo di osservazioneIV;
–– T Tempo di osservazione;
–– NG Numero di componenti guasti al termine del tempo di osservazione;
Il tasso di guasto osservato(λoss) è pari al valore delle occorrenze di guasto normalizzato rispetto al campione in funzionamento:
NG
N ⋅T
λoss =
(2.1)
La stima di λoss tende al λ teorico al crescere del tempo di osservazione.
La grandezza MTBF (mean time between failures) rappresenta il tempo
medio tra due guasti successivi del sistema/componente. Il valore osservato
di tale parametro, nel caso in cui sia trascurabile il tempo di riparazione, è
MTBF
=
N ⋅T
1
=
NG
λoss
(2.2)
La probabilità di sopravvivenza al tempo t o affidabilità al tempo t [R(t)]
può definirsi come la probabilità che un ente svolga correttamente la sua
funzione in tutto l’arco di tempo che va dall’istante di inizio funzionamento
(0) all’istante t ovvero, nell’ipotesi di componenti identici, come percentuale degli enti funzionanti su una determinata popolazione.
Una grandezza di particolare interesse è la disponibilità A(t), cioè la probabilità di funzionamento corretto all’istante t. Definendo t0 l’istante di inizio di funzionamento del sistema/componente, sia:
–– t: variabile aleatoria tempo al guasto del sistema/componente;
–– f(t): funzione densità di probabilità di guasto.
La f(t) quindi esprime la probabilità di guasto al tempo t.
L’integrale della f(t) esprime la probabilità che il guasto avvenga nell’intervallo di tempo [0, t]. Nella terminologia affidabilistica la funzione descritta è denominata inaffidabilità del componente al tempo t:
t
Q ( t ) = ∫ f ( t ) dt
t0
(2.3)
Per contro, il complemento ad 1 dell’integrale della f(t) rappresenta R(t),
affidabilità del componente al tempo t, avendo sfruttato la proprietà di f(t)
per la quale:
∞
∫ f ( t )dt = 1
to
Si consideri che all’occorrenza del guasto, allo scopo di mantenere il campione
di consistenza costante, il componente guasto deve essere rimpiazzato con un nuovo componente funzionante. Analogamente i componenti devono essere opportunamente testati al fine di ridurre opportunamente l’incidenza di guasti infantili e
devono essere oggetto di manutenzione programmata al fine di controllare opportunamente l’incidenza di guasti per fatica.
IV
Capitolo 2 - affidabilità e sicurezza
R  t 
N tot  N  t 
N t 
 1
N tot
N tot
Q (t ) =
23
(2.5)
N (t )
(2.6)
N tot
e differenziando:
dR ( t )
dt
dQ ( t )
1 dN ( t )
=
−
=
−
⋅
=
f (t )
dt
N tot
dt
(2.7)
Introducendo la definizione in forma semplificata esponenziale del tasso
di guasto:
λ (t ) =
N tot
=
dN ( t ) N tot
dN ( t )
1
1
⋅
= ⋅
⋅
=
dt
N tot N tot − N ( t )
dt
− N (t )
(2.8)
N tot
1 dN ( t )
1
⋅
⋅
=
⋅ f (t )
N tot − N ( t ) N tot
dt
R (t )
Questa equazione permette di affermare che f(0) = λ(0) poiché R(0) = 1.
Inoltre essa mostra che la funzione tasso di guasto è una funzione condizionale della funzione densità di guasto. Ciò significa che la funzione densità
di guasto permette il calcolo della probabilità di guasto in un qualsiasi periodo di tempo mentre la funzione tasso di guasto consente il calcolo della
probabilità di guasto nel periodo di tempo successivo all’istante t supposto
il componente sopravvissuto al tempo t.
Essendo:
f (t ) =
dQ ( t )
dt
= −
dR ( t )
(2.9)
dt
si ha:
1 dR ( t )
λ (t ) =
−
⋅
⇒
R ( t ) dt
R( t )
∫
0
t
1
dR ( t ) =
∫ λ ( t ) dt
R (t )
0
(2.10)
e quindi:
t
∫ − λ ( t )dt
R (t ) =
e0
t
ln R ( t ) =
∫ −λ ( t )dt
⇔
(2.11)
0
Nel caso particolare in cui λ è costante e indipendente dal tempo, l’equazione precedente si semplifica nella:
ˆ
R ( t ) = eλ t
(2.12)
Capitolo 2 - affidabilità e sicurezza
2.2.2.
25
METODI DI VALUTAZIONE ANALITICA DELL’AFFIDABILITÀ DI SISTEMA
Lo scopo principale dell’analisi affidabilistica è quello di individuare la
probabilità di corretto funzionamento di un sistema, cioè di un complesso di
componenti, allo scopo di ottimizzarne le prestazioni. L’ottenimento dell’affidabilità di un sistema complesso è ottenuto, a partire dalle caratteristiche
dei componenti, attraverso metodi dell’affidabilità combinatoria. In questi
metodi il valore dell’affidabilità del sistema viene ricavato dall’affidabilità
degli elementi mediante l’applicazione di semplici modelli probabilistici, di
calcolo combinatorio e di logica dei grafi per descrivere le combinazioni di
guasto e le connessioni tra gli elementi. Tali metodi si verificano sufficientemente validi finché il sistema è relativamente semplice, a pochi elementi,
con due stati possibili per elemento (funzionante e non funzionante) e si
può trascurare la correlazione tra i guasti. Gli schemi di combinazione semplice utilizzabili sono:
–– combinazione serie;
–– combinazione parallelo.
Se il verificarsi di un qualunque guasto dei componenti del sistema provoca il fuori servizio dello stesso, i detti componenti potranno essere considerati in serie affidabilistica. Se viceversa soltanto la contemporaneità dei
guasti di tutti i componenti costituenti il sistema ne determina il fuori servizio, tali componenti potranno essere considerati in parallelo affidabilistico.
Si riportano nel seguito le espressioni matematiche che consentono di
risolvere tali semplici sistemi:
Serie
Figura 2.6:
Schema elementare di
collegamento in serie.
λ=
λ1 +λ2
σ
=
rσ
Parallelo
Figura 2.7:
Schema elementare di
collegamento in parallelo.
λ 1 r1 + λ 2 r2 + λ 1λ 2 r1 r2
1
=
µσ
λ1 +λ2
(2.16)
(2.17)
26
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
µ=
µ1 + µ 2
π
λ=
π
λ 1 ⋅ λ 2 ⋅ ( r1 + r2 )
1
=
µπ
l + λ 1 r1 + λ 2 r2
(2.18)
(2.19)
Al crescere della complessità del sistema la soluzione risulta meno immediata. In questi casi è utile riferirsi ai metodi risolutivi cut-set e tie-set.
Un tipico esempio di tali sistemi è quello riportato nella figura seguente,
che rappresenta il diagramma funzionale di un sistema fisico dotato di adeguate ridondanze al fine di consentire il flusso ingresso-uscita (ad es.: acqua, energia elettrica, ecc.).
Figura 2.8:
Configurazione di sistema complesso, non
riducibile a collegamento serie o parallelo
(Bridge).
Immediatamente emerge l’impossibilità di ricondurre immediatamente
il caso a complessi di sistemi elementari serie/parallelo. La maggior parte delle metodologie di analisi che andiamo a presentare si basano sulla
trasformazione del funzionamento logico dei sistemi o della loro topologia
in semplici strutture costituite da serie e/o paralleli di componenti, rami,
percorsi.
Con riferimento alla configurazione bridge riportata alla precedente figura si osserva che il sistema funziona correttamente se almeno uno dei percorsi AC, BD, AED e BEC è funzionante. Dividendo il sistema considerato nei
due sottosistemi SS1 e SS2, per i quali si è fatta l’ipotesi che il componente
E sia rispettivamente funzionante e guasto, è possibile applicare le semplici
leggi dei sistemi serie/parallelo ed il metodo delle probabilità condizionate
per arrivare a determinare l’affidabilità del sistema complesso. In tale ottica
il sistema è scomponibile nei due sistemi mutuamente esclusivi riportati,
ciascuno costituito da schemi di collegamento semplice serie / parallelo.
Figura 2.9:
Risoluzione dello schema bridge in schemi
serie / parallelo.
Capitolo 2 - affidabilità e sicurezza
27
Nel caso in cui dopo una prima suddivisione i sottosistemi generati non
risultino costituiti da semplici serie e paralleli si procede applicando iterativamente il metodo sino all’ottenimento di tale condizione.
Un metodo risolutivo particolarmente adatto all’implementazione di calcolo automatica è rappresentato dal metodo del cut set. La sua applicazione
consiste nel focalizzare le diverse modalità di guasto per le quali un sistema
può andare fuori servizio. Un cut set minimo è un insieme di componenti
il cui guasto determina il fuori servizio del sistema, e tale che il corretto
funzionamento di uno qualsiasi degli elementi dell’insieme comporta il non
guasto del sistema.
A titolo d’esempio si riportano i cut set minimi relativi al sistema già
considerato precedentemente.
Tabella 2.1:
Cut set minimi della
configurazione Bridge.
Configurazione Bridge
Cut set minimi
Componenti del cut set
1
AB
2
CD
3
AED
4
BEC
Dalle definizioni appena date emerge chiaramente che gli elementi di un
cut set minimo sono connessi in parallelo. Inoltre il sistema è fuori servizio
se uno qualunque dei cut set minimi individuati presenta tutti i componenti guasti; pertanto ogni cut set minimo è collegato in serie con gli altri.
Nel caso specifico della configurazione bridge, l’applicazione di tale metodo
conduce al diagramma di affidabilità riportato.
Figura 2.10:
Schema di collegamento funzionale dei cut
set minimi della configurazione Bridge.
Una modalità di semplificazione del sistema consiste nel trascurare i cut
set di ordine superiore ad un valore prefissato. Tale tecnica si basa sull’ipotesi che i cut set minimi di ordine superiore siano anche quelli meno probabili. Questa ipotesi è accettabile quando le affidabilità dei singoli componenti sono dello stesso ordine di grandezza.
28
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
2.2.3.
METODI DI PROVA E OTTIMIZZAZIONE DELL’AFFIDABILITÀ: IL PROGETTO
Le caratteristiche di affidabilità degli elementi possono essere valutate
non soltanto a posteriori mediante i rilievi statistici, ma anche in sede di
studio e sviluppo dei prototipi mediante prove adatte. Di tali prove le più
importanti sono le cosiddette “prove funzionali”, concepite per simulare in
modo accelerato, su modelli rappresentativi, l’effetto concomitante delle
sollecitazioni di esercizio e determinare l’attitudine alla capacità resistente
nel tempo. Tali prove costituiscono un valido strumento per progettare elementi con le desiderate caratteristiche di affidabilità al minor costo.
Un problema di grande interesse è quello di definire il grado di affidabilità che si deve attribuire agli elementi di un sistema. In generale l’affidabilità
di sistema è una prestazione che dipende dall’affidabilità della struttura di
connessione dei suoi componenti. Per riflettere compiutamente sul caso, si
consideri la formula di affidabilità composta dei sistemi serie e parallelo: a
parità di costo delle affidabilità elementari, il sistema parallelo è ottimamente implementato quando si aumenta l’affidabilità del componente più affidabile, mentre il sistema serie quando si aumenta l’affidabilità del componente
meno affidabile. È chiaro che il costo di un elemento cresce col grado di affidabilità richiesto, e oltre un certo limite questo aumento diventa proibitivo
senza che aumenti sensibilmente il beneficio sul sistema. I gradi di affidabilità degli elementi sono grandezze che devono essere determinate in relazione all’affidabilità ottima del sistema. Non è quindi corretto per un elemento
del sistema stabilire a priori un certo grado di affidabilità senza pensare al
sistema in cui è inserito e di cui concorre a determinare l’affidabilità.
Gli elementi del sistema devono essere tenuti in efficienza e essere riparati o sostituiti; è il problema della manutenzione che assorbe una importante
parte del lavoro e una sensibile quota del bilancio di un’Azienda. Tale problema ha due aspetti fondamentali: gli elementi del sistema devono essere
concepiti, realizzati e valutati non solo per fornire determinate prestazioni
al momento del collaudo, ma anche per mantenere tali prestazioni durante
la vita utile con una spesa di manutenzione minima. Nella valutazione di
un elemento si dovrebbe tener conto non soltanto del suo costo di installazione, ma anche del suo costo di esercizio (vita utile e manutenzione).
Le tecniche di progettazione di affidabilità consolidate si riferiscono,
in genere, alla tassonomia introdotta dalla Norma IEC 61508, che esprime
livelli codificati di prestazione SIL (Safety Integrity Level), in termini di
PFD (Probability of Failure on Demand) e di PFH (Probability of Failure per
Hour), rispettivamente per i componenti interventivi e per quelli a funzio
Tabella 2.2:
IEC 61508 - livelli di
affidabilità di progetto.
Average Probability of
Failure on Demand
(PFDavg)*
Probability of Failure
per Hour (PFH)**
SIL 4
10-5 ≤ x < 10-4
10-9 ≤ x < 10-8
SIL 3
10-4 ≤ x < 10-3
10-8 ≤ x < 10-7
SIL 2
10-3 ≤ x < 10-2
10-7 ≤ x < 10-6
SIL 1
10-2 ≤ x < 10-1
10-6 ≤ x < 10-5
Safety Integrity
Level (SIL)
* Probabilità di guasto pericoloso a chiamata.
** Probabilità di guasto pericoloso per ora di funzionamento.
Capitolo 2 - affidabilità e sicurezza
29
namento continuo, (cfr. tabella seguente) prendendo in considerazione i soliguasti pericolosi.
Laddove la complessità del sistema è tale da sconsigliare un test reale,
buone stime di affidabilità complessa possono essere ottenute con metodi di simulazione operativa. La simulazione del sistema è sostanzialmente
legata al tipo di problema da studiare e al grado di approssimazione desiderato. Anzitutto si deve rappresentare la struttura del sistema: topologia e
connessioni tra elementi. Struttura, automatismi e intervento umano sono
fattori essenziali dell’affidabilità e strettamente legati tra loro; il modello
del sistema deve quindi simulare adeguatamente struttura e logica di funzionamento. I metodi di simulazione diretta tipo Montecarlo sono basati
sulla possibilità di generare una serie di numeri casuali estratti da una distribuzione statistica voluta: tale possibilità consente quindi di simulare
eventi dipendenti da variabili aleatorie aventi distribuzioni statistiche note.
Nell’impiego del metodo Montecarlo la determinazione del grado di precisione può essere fatta osservando la dispersione dei risultati e arrestando il
calcolo quando il livello di confidenza del risultato è ritenuto sufficiente.
2.2.4.
VALUTAZIONE DEL RISCHIO: TECNICHE RISK ANALYSIS
In generale sono state qualificate le condizioni di configurazione di un
sistema come R e R* (funzionamento corretto/malfunzionamento) e S e S*
(condizioni non pericolose e pericolose).
L’analisi delle configurazioni S*, e quindi delle modalità di pericolo
orientato a persone o cose, costituisce una modalità di gestione del sistema (sia in progetto che in esercizio) particolarmente importante ove siano
presenti potenziali lesivi socialmente rilevanti: è il caso, certamente, delle
infrastrutture di trasporto in generale e del trasporto collettivo in particolare. La stima della affidabilità di un sistema secondo un approccio affidabilistico non esaurisce in questi casi le necessità di analisi.
Negli ultimi anni per la sicurezza delle gallerie stradali, ferroviarie e metropolitane si è andata affermando, nelle Direttive e Decisioni Europee e ancor più nei documenti tecnici delle associazioni internazionali, un’innovativa tendenza alla progettazione integrata in cui la sicurezza viene inquadrata
in una logica di sistema. Gli obiettivi prestazionali prevalgono sui criteri
prescrittivi: in sostanza crescono fiducia ed aspettative nelle soluzioni ingegnerizzate e tecnologiche e, conseguentemente, crescono le responsabilità
di progettisti, costruttori e gestori.
L’analisi del rischio del sistema si struttura quindi:
–– nella identificazione degli incidenti rilevanti;
–– nella valutazione delle catene complesse di guasti e malfunzionamenti
che, variamente interagendo, costituiscono la modalità di genesi degli
incidenti;
–– nella valutazione evolutiva degli incidenti, in considerazione delle condizioni al contorno e della eventuale presenza ed efficacia di sistemi di
protezione, mitigazione e facilitazione, fino a scenari di fine emergenza.
L’analisi del rischio è completamente sviluppata quando per ciascun
evento incidentale selezionato è stato completamente sviluppato il processo
logico analitico generatore dell’incidente e il processo evolutivo successivo
30
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
ad esso, arrivando a considerare quindi tutti gli scenari di fine emergenza realizzabili. Si pensi, ad esempio, all’applicazione di analisi di rischio
al caso ferroviario: definiti gli incidenti caratteristici (ad esempio deragliamento, collisione e incendioV), l’analisi si sostanzierà, per ciascuno dei tre
incidenti, nella valutazione, logica e quantitativa, delle modalità di accadimento degli incidenti (ad es.: riferendoci al caso di incendio, sarà studiato
il caso di incendio generato da corto circuito, da difetto all’impianto frenante, da innesco involontario ad opera di un passeggero, da atto vandalico…
attraverso specifiche valutazioni statistiche su banche dati di casi recenti
e/o con l’utilizzo di tecniche affidabilistiche) e della possibile evoluzione
dell’incidente stesso (ancora con riferimento all’incendio, ipotizzato un incendio generalizzato ad un convoglio, si analizzeranno i casi variabilissimi
di potenza del focolaio, sua durata, la presenza o meno di confinamento
dei fumiVI, il grado di esposizione, la presenza o meno dell’impianto di spegnimento automatico a bordo, la distanza dal luogo sicuro delle persone
esposte, il tempo di intervento delle squadre di soccorso esterne...).
In funzione della modalità di evoluzione dello scenario variano in modo
sostanziale i livelli di pericolosità differenti da cui dipende la severità delle
conseguenze (effetti). Questo processo sequenziale di eventi viene illustrato
graficamente considerando l’evento critico iniziatore come punto nodale tra
le precondizioni (cause) e gli effetti (conseguenze): tale rappresentazione
logico-strutturata della sequenza degli eventi è rappresentata nella figura
che segue e definita nella letteratura anglosassone Bow-Tie Model.
Figura 2.11:
Bow-Tie Model: flusso
logico-sequenziale del
pericolo.
L’Analisi di Rischio Quantitativa Probabilizzata (ARQP) integra l’analisi
affidabilistico - prestazionale dei sistemi e dispositivi, a monte con i moL’esempio è proposto in coerenza con il disposto normativo del DM 28/10/2005,
Sicurezza delle gallerie ferroviarie, Allegato III, Analisi di rischio.
VI cfr § 3.4.3
V
Capitolo 2 - affidabilità e sicurezza
31
delli probabilizzati degli eventi e delle situazioni pericolose e a valle con
l’analisi probabilizzata delle conseguenze generate dagli eventi pericolosi
stessi e dalla loro evoluzione negli specifici scenari di pericolo. Le tecniche
di Risk Analysis analizzano tutte le configurazioni di guasto assumibili dal
sistema che possono generare l’incidente e tutte le configurazioni evolute di
incidente che possono recare danno a persone e cose.
L’identificazione degli incidenti rilevanti
L’analisi del sistema deve orientarsi alla valutazione degli scenari evolutivi di guasto verso condizione di incidente, attraverso tecniche ricognitive
strutturate (HazopVII, FMEAVIII, FMECAIX); si seleziona così un Gruppo Completo di Eventi Incidentali (GCEI), partizione completaX della condizione di
sistema complementare allo status sicuro (status insicuro). L’insieme delle
modalità incidentali selezionate deve quindi costituire il complemento logico al funzionamento del sistema in assenza di incidenti.
Dal guasto del componente all’incidente: Fault Tree Analysis
La valutazione delle catene più o meno complesse di eventi che, a partire
dal guasto del singolo componente, evolvono verso la realizzazione di un
incidente, è efficacemente studiata attraverso la tecnica Fault Tree Analysis
(analisi ad albero dei guasti). Utilizzando questa procedura si può ottenere,
nel rispetto delle regole di composizione degli eventi aleatori, la quantificazione delle cause elementari e complesse che generano l’incidente. Una
procedura tipica di applicazione dell’analisi dell’albero dei guasti con approccio top-down consiste nelle seguenti fasi:
–– acquisire una conoscenza completa ed approfondita del sistema oggetto
dell’analisi, della sua struttura, del suo funzionamento e delle sue prestazioni;
–– evidenziare le cause prime, a livello di sottosistema, generatrici dell’incidente e qualificarne le interazioni/combinazioni in termini di operatori
logici;
–– approfondire l’analisi al livello immediatamente inferiore, ricercando il
complesso di cause generatrici delle cause prime e così via ripetendo
l’approfondimento per i livelli successivi fino ad arrivare ad un livello
di sviluppo dell’albero in cui l’analisi stessa non è più ulteriormente sviluppabile.
Questo processo di destrutturazione dell’incidente in cause via via più
elementari conduce, nell’ultimo livello, ad individuare cause radice, costituite sempre da guasti elementari di componenti del sistema (e errori procedurali elementari se il sistema complesso vede la presenza rilevante del
fattore umano).
L’analisi FTA prevede per i guasti un modello binario. I legami tra i guasti
possono quindi essere espressi attraverso le funzioni logiche AND e OR. Se
il verificarsi di uno qualunque dei guasti provoca l’evento considerato (eleHAZard and OPerability analysis.
Failure modes and effects analysis.
IX Failure Mode, Effects, and Criticality Analysis.
VII
VIII
X
(
)
( )
( )
∀i, j i ≠ j P EI i ∪ EI j = P EI i + P EI j
(
)
0 e  i EI i = EI .
⇔ P EI i ∩ EI j =
32
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
menti in serie) si userà la funzione logica OR. Se viceversa solo la presenza
contemporanea di tutti i guasti provoca l’evento considerato (elementi in
parallelo) si userà la funzione logica AND. La probabilità di realizzazione
dell’incidente viene calcolata attraverso l’opportuna combinazione probabilistica delle cause radice (e quindi dalle inaffidabilità dei componenti rilevanti del sistema) nel sistema di operatori logici che costituiscono l’albero.
Con riferimento all’esempio proposto di incendio al treno, l’analisi ad
albero dei guasti contemplerà un livello primario di cause evolute costituite
dal cortocircuito, dal caso di vandalismo, dal difetto all’impianto frenante…
nei termini già descritti, coordinate tra loro con porta OR (la probabilità di
avere incendio sarà data dalla somma delle probabilità di avere incendio
a causa di una qualunque di queste cause evolute). Ciascuna causa evoluta viene a sua volta analizzata nelle sue proprie cause generatrici, e così
via scendendo fino alle cause radice e riferendoci quindi alla difettosità
di componenti elementari (si pensi ad esempio all’evento di cortocircuito
innescante l’incendio che sarà caratterizzato dalla probabilità di perdita di
isolamento con generazione conseguente del corto e dalla contemporanea
assenza o malfunzionamento delle protezioni).
Scenari evoluti di incidente: Event Tree Analysis
Avvenuto l’incidente, le condizioni di lesività verso persone e beni esposti sono molto condizionate dalla qualificazione di dettaglio dell’incidente
stesso e dell’ambiente in cui esso è occorso.
Considerando, in chiave termodinamica, un incidente come una trasformazione di energia potenziale (chimica, gravitazionale…) in energia meccanica e/o termica in modo incontrollato, è immediatamente comprensibile come il danno conseguente a questo processo libero sia, anch’esso, una
grandezza aleatoria. Riferendosi al ricorrente esempio di incendio al treno,
innanzitutto, definito l’accadimento dell’incendio, risulta necessario considerare la complessa variabilità del fire design, circa quindi potenza espressa
dall’incendio, durata dell’incendio, qualificazione dei prodotti della combustione (che dipendono in generale dal combustibile disponibile), possibilità
per gli esposti diretti di allontanarsi all’interno del convoglio o meno, tempi
di arresto del convoglio (che dipenderà dalla presenza efficiente ed efficace
di un impianto di rilevazione automatica di incendio, o dall’affidabilità di
procedure manuali di allarme), la capacità del convoglio di mantenere la
trazione fino al raggiungimento di una fermata attrezzata, l’eventualità di
fermata in condizione di ambiente confinato (arresto per guasto emergente
in galleria o in stazione sotterranea), la capacità di autosoccorso dei passeggeri esposti.
Scelto un qualunque scenario finale di incidente, questo sarà costituito
dall’emergere di un esito specifico tra quelli possibili, costituiti da tutte
combinazione delle variabili descritte. Per ciascuno scenario finale di incidente è valutabile, attraverso metodi simulativi opportuni (ad esempio, in
caso di analisi di scenario di incendio, attraverso simulazioni termo-fluidodinamiche e di esodo), il numero di vittime atteso.
L’ETA costituisce quindi la rappresentazione sequenziale ed interconnessa di tutti i percorsi alternativi di evoluzione degli scenari di pericolo innescati da un evento iniziatore; ciascuno di tali percorsi alternativi del flusso
di pericolo conduce ad uno specifico e distinto scenario di danno di fine
Capitolo 2 - affidabilità e sicurezza
Figura 2.12:
Albero degli eventi.
33
emergenza (Evento Conseguenza), caratterizzato da una probabilità di accadimento e da un livello di gravità delle conseguenze di danno; il complesso
degli Eventi Conseguenza costituisce una partizione completa di dettaglio
delle condizioni insicure di sistema, ed è
quindi definito Gruppo Completo degli
Eventi Conseguenza
(GCEC).
I concetti di probabilità,
incompatibilità ed indipendenza di eventi e le
proprietà che ne discendono sono strumenti indispensabili alla caratterizzazione quantitativa
probabilizzata del bow-tie, cioè del flusso logico sequenziale che descrive
l’evoluzione del pericolo fino alla determinazione del gruppo completo di
eventi conseguenza. In particolare si consideri che, nell’ambito della risoluzione quantitativa dell’albero degli eventi, sono verificati i concetti di incompatibilità tra eventi biforcazione e di dipendenza o indipendenza statistica tra eventi in successioneXI.
La valutazione del rischio
L’analisi di rischio è costituita da un insieme di procedure utilizzate
per misurare quantitativamente attraverso opportuni indicatori il livello di
rischio associato ad una definita configurazione progettuale di sicurezza.
L’applicazione descritta è finalizzata alla verifica dell’efficacia della configurazione progettuale all’ottenimento di un valore del rischio (quindi un
danno atteso) compatibile con determinate soglie di validità generale.
Le tecniche presentate hanno lo scopo di sviluppare una raccolta completa degli scenari di incidente realizzabili. Lo scenario definito da ciascun
evento di fine ramo è caratterizzato da un indicatore di probabilità di accadimento, ottenuto attraverso la produttoria delle probabilità delle biforcazioni dei livelli precedenti.
Allo scopo della quantificazione del rischio, assume particolare rilevanza
l’analisi del danno associato a ciascuno scenario finale (Evento Conseguenza). In particolare, definito lo scenario finale in termini di configurazione
di sistema, il danno conseguente ha la caratteristica di essere una variabile
aleatoria (va)XII, generalmente continua. Operativamente, con riferimento
Per approfondimenti sulle tecniche statistiche specifiche si veda, ad esempio,
Birolini, A. (1994). Reliability engineering: theory and practice. VI Edizione, 2010.
New York: Springer.
XII Una va continua è caratterizzata da una funzione di densità di probabilità p ( x )
XI
d2
tale che, necessariamente per p ( x ) ≥ 0 per ∀x ; p ( d1 ≤ D ≤ d2 ) =
∫ p ( x ) dx
d1
p (=
D ≥ 0)
+∞
( x ) dx 1
∫ p=
0
;
34
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
all’esempio ricorrente di incendio al treno e dell’ETA sviluppata, la procedura di valutazione del rischio si sostanzia nel calcolo della probabilità
degli scenari di fine ramo (gruppo completo degli eventi conseguenza), ciascuno ottenuto dalla produttoria delle singole probabilità di nodo. Ciascuno
scenario si caratterizza, inoltre, per uno specifico livello di danno associato,
costituito ad esempio dal numero di vittime ad esso riferibile. Ciascun evento di fine ramo è così caratterizzato da una coppia di valori Pi e Di.
Sulla base di questa analisi quantitativa sono definibili indicatori di rischio caratteristici quali:
–– rischio totale (RT): definito come
RT = ∑ Pi Di
(2.20)
i
avendo definito le Pi e le Di di fine ramo dell’albero degli eventi; il valore
così ottenuto costituisce la media ponderata (con pesi costituiti dalle
probabilità degli scenari di fine ramo) di tutti i danni realizzabili in caso
di incidente. Per questo motivo il rischio totale è detto anche danno atteso.
–– rischio individuale (RI o IR): ottenuto dividendo il valore atteso del danno (RT) per la totalità del valore esposto; nel caso dell’incidente al treno, considerata la probabilità annua di accadimento dell’incidente con
riferimento ad una precisa tratta e uno specifico piano di esercizio, la
normalizzazione del danno atteso (calcolato in numero di vittime) per
ottenere il rischio individuale deve essere operata sul numero totale di
passeggeri che usano quella tratta nell’anno di riferimento. In questa
accezione, immediatamente comprensibile, il rischio individuale costituisce la probabilità di restare vittima in occasione di incidente per il
generico utente del servizio (in genere con riferimento al km annuo percorso). Il rischio individuale è confrontato, nel caso di alcune normeXIII,
con valori di accettabilità assoluta e inaccettabilità assoluta. La fascia di
variabilità compresa tra questi due limiti è in genere definita ALARP XIV
e l’accettazione di valori di IR compresi in questo range richiede la esplicitazione dei motivi che rendono non conveniente il perseguimento di
soluzioni progettuali/funzionali di maggiore sicurezza.
Figura 2.13:
Esempio di criterio di
verifica sul RI, ricavato
dall’Allegato III del DM
28/10/2005 Sicurezza
delle gallerie ferroviarie.
–– rischio sociale: esprime la probabilità annua, per un prefissato valore di
danno D*, di avere incidenti con un numero di vittime pari o superiori
a D*XV.
XIII
XIV
È il caso del DM 28/10/2005 Sicurezza in galleria ferroviaria.
As Low As Reasonably Practicable.
XV Il RS è valutato rappresentando in un piano la funzione retrocumulata del danno, ot-
Capitolo 2 - affidabilità e sicurezza
2.3.
35
SICUREZZA E PROTEZIONE
La sicurezza di un sistema intesa in senso generale, e cioè la capacità dello stesso di non evolvere verso stati indesiderati, comporta non solo aspetti riguardanti la protezione di persone e beni da attacchi volontari (furto,
sabotaggio, spionaggio, terrorismo, ecc., che nella lingua inglese vengono
indicati con il termine security) ma anche quelli volti alla protezione di
persone e beni da eventi incidentali (incendi, fughe di sostanze tossiche e
pericolose, alluvioni, catastrofi naturali, ecc., orientati, quindi alla safety).
Allo scopo di superare l’ambiguità, tali termini tendono sempre più ad essere utilizzati anche nella lingua italiana. Rientrano più propriamente tra
questi ultimi i concetti di sicurezza ferroviaria.
Con riferimento agli aspetti progettuali di sistema va osservato che nel
campo degli impianti ferroviari di sicurezza e di segnalamento (descritti in
un successivo capitolo) è tradizione il non accontentarsi solo di livelli di sicurezza elevati, associati a valori assai ridotti di probabilità di guasto, quali
quelli del tipo definito al precedente paragrafo. La conseguenza del fatto di
considerare tradizionalmente la sicurezza in ferrovia un fatto deterministico, sul quale intervenire in qualsiasi condizione di guasto, è che esiste in
ferrovia la possibilità, non così presente in altri sistemi di trasporto, come
ad esempio quello aeronautico, di ripiegare, tramite il maggiore intervento
dell’uomo e specifiche norme cautelative di marcia, su di una condizione
alternativa di sicurezza, quale una procedura con funzioni degradate, e al limite l’arresto della circolazione. L’esistenza di una tale possibilità consente
di cercare di essere sicuri che un qualsiasi guasto non possa che provocare
il passaggio ad una situazione di minore disponibilità, ma di uguale sicurezza, in quanto più limitativa solo per la circolazione, fino a raggiungere,
al limite, il completo fermo di tutti i treni circolanti nella tratta interessata
dal guasto.
Apparecchiature che implementino il concetto sopra esposto, vengono
definite “fail-safe”, termine che può essere correttamente tradotto come “a
prova di guasto pericoloso” oppure “a sicurezza intrinseca”. Ad esempio, la
realizzazione del fail-safe del sistema di frenatura meccanica dei rotabili,
si concretizza con l’azione di produrre una depressione nella condotta ove
si trova l’aria, abitualmente ad una pressione di 5 bar, qualora si desideri
effettuare una frenatura. Tale azione tiene conto anche dell’occorrenza di
un guasto alla condotta stessa ed, in particolare, della sua rottura. In tale
circostanza infatti, la depressione dell’aria diventa un evento inevitabile e
l’effetto conseguente è l’arresto del convoglio.
Una delle più semplici vie da seguire per giungere a risultati fail-safe è
quella di raggiungere, e mantenere in atto, una situazione permissiva agli
effetti della circolazione, con l’immissione di un’energia esterna nell’apparecchiatura.
Altro sistema idoneo per realizzare un impianto fail-safe è quello della
introduzione del cosiddetto controllo di ciclo. La sicurezza fail-safe viene
ottenuta attraverso la suddivisione delle operazioni inerenti la circolazione
tenuta integrando in modo discreto i valori di probabilità ottenuti a fine ramo per valori
di soglia crescenti di danno.
36
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
in fasi e permettendo che ogni fase possa avere inizio solo se la fase precedente abbia avuto uno svolgimento completo e regolare: di conseguenza
ogni anormalità, impedendo la successione delle fasi del ciclo, blocca la circolazione. Va comunque sottolineato il fatto che in condizioni di degrado o
di blocco della circolazione, la sicurezza torna ad essere delegata all’uomo,
con ciò prefigurando una possibile correlazione tra affidabilità e sicurezza
di sistema. Ne consegue che comunque il progetto di sistema debba perseguire i più elevati possibili valori di MTBF.
In un impianto complesso i necessari livelli di affidabilità vengono perseguiti attraverso la ridondanza, ottenuta raddoppiando, od anche moltiplicando più volte, le condizioni che - ovviamente attraverso strade tra di
loro indipendenti - devono verificarsi per raggiungere, con la voluta sicurezza, un determinato funzionamento. Si tratta, in genere, di duplicazioni
spaziali, ottenute con l’impiego di due o più apparecchiature indipendenti
che devono fornire contemporaneamente segnali di uscita concordanti. È
evidente come introducendosi più condizioni indipendenti decresca geometricamente la probabilità che tutte le condizioni siano contemporaneamente escluse dalla presenza di altrettanti guasti. Il ricorso al sistema della
ridondanza - che può riguardare anche interi calcolatori o microprocessori
- si impone e può consistere, come detto, nel paragone di più risposte che
devono risultare tutte concordanti o nel paragone di un numero dispari di
risposte di cui viene considerata valida la maggioranza. Va inoltre tenuto
presente che nella scelta dei componenti vengono adottati di regola elevati coefficienti di sicurezza tanto nei riguardi della qualità dei materiali da
impiegare quanto nei dimensionamenti, realizzando così componenti che,
sottoutilizzati rispetto alle loro possibilità limite, certamente sono in grado
di dare elevato affidamento.
2.3.1.
GLI IMPIANTI SECURITY
La famiglia degli impianti security è costituita dagli impianti antintrusione e antifurto, dagli impianti di controllo accessi e dagli impianti di videosorveglianza TV a circuito chiuso (TVCC) mentre la famiglia degli impianti safety è costituita dagli impianti di rivelazione incendi, gas tossici e
pericolosi ed altro. Sia gli impianti security che gli impianti safety vengono
integrati mediante opportune reti di telecomunicazione, sistemi di supervisione e controllo o building automation, dando vita a sistemi di sicurezza
integrata caratterizzati da funzionalità e affidabilità elevate.
Si pensi infatti ad un impianto controllo accessi che blocchi l’accesso in
una zona teatro di incendio, o in cui è avvenuta una fuoriuscita di sostanze pericolose. Si pensi ancora al caso di un impianto di TVCC, in grado di
verificare la presenza di situazioni pericolose in una determinata zona, permettendo di attivare tutte le procedure necessarie alla tutela delle persone
eventualmente presenti o che debbono accedere in tale zona.
Gli impianti di sicurezza possono essere ricondotti ad uno schema semplificato in cui sono chiaramente identificabili i seguenti componenti:
– elementi in campo (sensori antintrusione o lettori controllo accessi o
telecamere);
– centrale di raccolta, elaborazione e gestione delle informazioni raccolte
dai sensori;
38
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
la resistenza all’intrusione mediante separazioni. Per fare ciò è necessario
identificare le varie aree, valutarne i relativi rischi e definire i percorsi accessibili ai vari livelli di accreditamento. La sicurezza elettronica integra e
supporta la sicurezza fisica, facendosi carico della rivelazione delle intrusioni e dell’attuazione delle contromisure necessarie, tra cui la trasmissione
di tali informazioni alle forze di intervento o comunque la segnalazione
acustica e visiva di una avvenuta intrusione: i sistemi di sicurezza rivelano
la presenza di intrusi attraverso sensori opportuni e rendono disponibile
tale informazione alle squadre di sicurezza; l’allarme può essere progettato in funzione aperta o riservata, consentendo, nel secondo caso, solo alla
squadra di intervento e non al soggetto penetrato di avere contezza dell’avvenuta intrusione.
La progettazione di un sistema di sicurezza deve assicurare la perfetta integrazione con la struttura dell’edificio e del sito da proteggere. Un sistema
di sicurezza efficace dovrebbe essere:
––
––
––
––
selezionato a seguito di un’analisi accurata delle prestazioni attese;
complementare al sistema di sicurezza fisica;
semplice da utilizzare, comprendere, installare e mantenere;
molto difficile da eludere, sabotare e attaccare sia dall’interno che dall’esterno;
–– accettato dagli utilizzatori, dalle compagnie di assicurazione, dai vigili
del fuoco, dalle forze dell’ordine e dagli operatori;
–– affidabile nell’uso;
–– in grado di funzionare fin dalla prima accensione e in maniera continuativa.
Un problema ricorrente è costituito dalla necessità di progettazione della
sensibilità del sistema: la rilevazione non dovrebbe dare origine a falsi allarmi provocati da disturbi ambientali e interferenze elettromagnetiche in
quanto i falsi allarmi tendono a generare assuefazione nei confronti di chi
è deputato all’intervento, inficiando uno dei tre parametri su cui si basa un
corretto piano di sicurezza (sicurezza elettronica, sicurezza fisica, intervento umano).
2.3.2.
GLI IMPIANTI SAFETY
Ricollegandosi logicamente alle valutazioni espresse nella definizione
delle configurazioni di sistema S*, caratterizzate da pericolo verso esposti,
assumono particolare rilevanza le prestazioni, in termini di prevenzione
alla genesi del flusso pericoloso e in termini di mitigazione delle conseguenze sugli esposti, fornite da impianti dedicati alla safety. In senso lato,
accanto agli impianti dedicati, vanno annoverati gli effetti safety garantiti
da sistemi a finalità principale diversa: la resistenza alle sollecitazioni dinamiche o alle sollecitazioni termiche di una qualunque struttura costituisce una prestazione safety espressa da un sistema non specificamente
orientato.
Affrontando il tema degli impianti safety dedicati, una prima differenziazione rilevante è riconoscibile nel carattere attivo o passivo della
prestazione del sistema: l’impianto esprime un carattere attivo laddove è
Capitolo 2 - affidabilità e sicurezza
39
possibile un intervento direttamente condizionante la sorgente di pericolo;
diversamente l’impianto genera un condizionamento sugli effetti di autosoccorso, favorendoli, in generale facilitando la lettura dell’emergenza e la
tempestività dell’intervento di soccorso interno o esterno. In questa accezione, impianti tipicamente safety attivi sono costituiti da impianti di spegnimento incendi o sistemi attivi di smorzamento delle vibrazioni in caso
di sisma. Esempi rilevanti di sistemi passivi sono costituiti da impianti di
rilevazione incendi (ottici o termici) che fornendo la notizia del pericolo in
modo affidabile e senza ambiguità, consentono l’adozione tempestiva della
strategia di separazione tra flusso di pericolo ed esposti e attivano velocemente le squadre di intervento specializzate nel contenimento dell’evoluzione del pericolo.
La prestazione di questi impianti condiziona l’evoluzione del flusso di
pericolo (impianti attivi) e dell’interazione fra esposti e flusso di pericolo
(impianti passivi) avendo effetto diretto sulla consistenza probabilistica di
scenari evoluti di fine emergenza: in generale il miglioramento in termini di
efficienza ed efficacia delle prestazioni safety comporta, a livello di valutazione del rischio, nell’ambito delle analisi ad albero degli eventi (cfr § 2.4),
un effetto di trasferimento di quote di probabilità di scenario da scenari ad
elevato danno verso scenari a danno più basso.
Anche questo tipo di impianti è in generale integrato nelle centrali di
controllo, che costituiscono la radice comune dei vari impianti security e
safety. Tali centrali si occupano della gestione specifica e dedicata degli impianti, e sono in grado di ricevere e inviare informazioni di comando e controllo all’esterno, tramite opportune interfacce di comunicazione. Le centrali possono essere anche in numero superiore ad uno per ciascun impianto
specifico, in funzione delle esigenze del sito da proteggere. Il vantaggio derivante dall’utilizzo di centrali autonome per ogni impianto è rappresentato
dalla possibilità di ottenere un’autonomia di gestione a prescindere dalle
informazioni ricevute dall’esterno, garantendo un corretto funzionamento
anche in caso di malfunzionamento del canale di comunicazione, dando
vita a quella che viene comunemente definita un’architettura ad intelligenza distribuita.
La rete di telecomunicazione provvede al trasporto delle informazioni
dal campo verso il livello superiore, rappresentato dal sistema centrale, e
viceversa. Essa può utilizzare architetture e protocolli differenti in funzione
delle caratteristiche specifiche delle varie centrali in campo e del sistema
centrale, nonché della loro distanza. Tale rete permette sia alle centrali in
campo che al sistema centrale di liberarsi dell’incombenza di eseguire una
trasmissione sicura e affidabile, provvedendo direttamente al trasporto delle
informazioni di sicurezza. La rete risulta essere in genere composta da più
architetture differenti se di tipo locale, in quanto le informazioni generate
dalle varie centrali sono tra le più disparate e richiedono differenti velocità
di trasmissione. Essa può anche connettere centrali in campo e sistemi centrali tra loro estremamente distanti: in tal caso essa provvede all’omogeneizzazione dei dati e alla loro trasmissione su di un unico supporto digitale a
larga banda. La rete deve comunque garantire che tutte le informazioni raggiungano, senza errori, la corretta destinazione entro un intervallo di tempo
prestabilito, in funzione delle prestazioni del sistema integrato.
40
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
2.4.
SICUREZZA NELLE GALLERIE DELLE LINEE METROPOLITANE
E FERROVIARIE
2.4.1.
INTRODUZIONE
L’ambiente sotterraneo, per la sua specificità di ambiente confinato, costituisce la tipologia infrastrutturale che massimizza la pericolosità di eventi di incendio e di incidenti che in generale hanno effetto di rilasci tossici.
Nell’eventualità di incendio le persone esposte al pericolo devono provvedere all’autosoccorso in condizioni particolarmente svantaggiate: ridotta
visibilità a causa dei fumi, temperature rapidamente crescenti nel tempo
(almeno nell’intorno della zona di incendio), tossicità dei prodotti della
combustione. In funzione di questa particolarità, l’incidentalità caratteristica dei mezzi a guida vincolata, significativamente minore di quelli a guida
libera, non garantisce, di per sé, l’ottenimento di un livello di sicurezza
soddisfacente: eventi poco probabili, o anche molto rari, possono condurre
a scenari di danno evoluto catastrofico in ragione della difficoltà, per gli
esposti, di raggiungere, nel poco tempo disponibile, un luogo sicuro.
Specifiche direttive europee, assunte anche a seguito di incidenti rilevanti, hanno reso obbligatoria la valutazione della sicurezza integrata del
“sistema galleria”, del complesso, cioè, di infrastruttura, impianti ed esercizio che costituiscono gli elementi variabilissimi amplificatori del pericolo
in ragione della condizione confinata.
Nelle gallerie delle linee metropolitane e ferroviarie il conseguimento
degli obbiettivi di sicurezza è il risultato di una combinazione ottimale di
requisiti di sicurezza applicati all’infrastruttura, all’energia, al controllocomando e segnalamento, al materiale rotabile ed alle misure organizzative
ed operative che possono essere adottate, al fine di prevenire l’insorgere di
situazioni dì emergenza e mitigarne le eventuali conseguenze. I requisiti di
sicurezza prescritti dalla Normativa specifica emessa a livello Nazionale
sono volti al conseguimento dei seguenti obbiettivi:
–– previsione e prevenzione degli eventi incidentali;
–– protezione dei soggetti esposti e mitigazione delle conseguenze;
–– facilitazione dell’esodo delle persone e dell’intervento delle squadre di
soccorso.
2.4.2.
LA PREVENZIONE INCENDI NELLE METROPOLITANE
Le misure di prevenzione e protezione dagli incendi da porre in atto nella
realizzazione delle linee metropolitane di nuova costruzione (G.U. 2 marzo
1988, n. 51) si applicano alle opere civili e agli impianti fissi delle stazioni
sotterranee e delle linee sotterranee (linee in galleria). Per stazioni sotterranee si intendono quelle nelle quali atrio e/o banchina sono sotto il livello
del terreno.
Per quanto concerne le stazioni, il parametro che viene utilizzato come
dato di input per poter dimensionare il sistema dei percorsi di esodo è l’Affollamento, inteso come il massimo numero di persone ipotizzabile in banchina al piano del ferro e nelle restanti aree costituenti la stazione. Tale
Capitolo 2 - affidabilità e sicurezza
41
parametro è funzione sostanzialmente della conformazione delle banchine
(ad isola o laterali), del numero di passeggeri presenti sul convoglio e del
numero di utenti in attesa del treno. Ai fini del dimensionamento geometrico e delle caratteriste dei materiali da utilizzare per i vari elementi ed
ambienti componenti la Stazione vengono definite le prestazioni in caso di
incendio delle strutture portanti e dei percorsi di esodoXVI e degli elementi
di separazione tra gli ambienti. Inoltre viene definita la classe di reazione al
fuoco dei materiali da utilizzare (classe 0 o 1 a seconda dei casiXVII).
Per quanto riguarda la dotazione impiantistica sono di regola previsti i
seguenti impianti di emergenza:
–– rivelazione e segnalazione incendi: ogni stazione deve essere sorvegliata
da impianti automatici di rivelazione di incendi, che devono inoltre essere installati nei locali a rischio specifico;
–– allarme: in caso di necessità deve essere possibile comunicare le necessarie disposizioni al pubblico tramite un impianto di altoparlanti;
–– spegnimento incendi: idranti a muro e naspi da posizionare lungo le banchine e negli atri di stazione; da estintori da posizionare in prossimità
dei locali a rischio specifico (ad es.: locali tecnici, ascensori…); sprinkler
lungo le banchine, nei locali commerciali, nei cassoni delle scale mobili…
–– illuminazione di sicurezza: devono essere installati in tutte le aree aperte
al pubblico e nei luoghi in cui il personale opera regolarmente;
–– fonti di energia per gli impianti elettrici di emergenza: ogni impianto di
emergenza, che richieda alimentazione elettrica, deve essere connesso
alla normale rete di distribuzione di energia e ad una fonte di energia di
emergenza che può essere costituita da: batteria di accumulatori dotati
di ricarica automatica e di inverter con autonomia non inferiore a due
ore, se il sistema non è accoppiato a gruppo elettrogeno con avviamento
automatico; non è ammesso derivare l’alimentazione degli impianti di
emergenza dalla consegna dedicata alla trazione elettrica a meno che
questa non provenga da due fonti distinte;
–– evacuazione dei fumi: le stazioni devono essere dotate di sistemi per l’evacuazione dei fumi in caso di incendio.
impianti di protezione dei tratti e/o delle aree protette: la protezione
all’ingresso dei tratti e/o delle aeree protette deve essere situata allo stesso
piano della banchina, in corrispondenza delle uscite della medesima, in
modo da realizzare una separazione tra la banchina interessata dall’incendio e le restanti aree di stazione alla stessa profondità e lungo il percorso
d’esodo. L’impianto di protezione deve essere realizzato a sovrapressione
d’aria o con altri sistemi idonei ed equivalenti (barriere ad acqua).
Le prestazioni sono riferite a tre funzioni essenziali in caso di incendio: stabilità
(R), tenuta (E) ed isolamento (I). La prestazione è qualificata con un numero che
indica il tempo, in minuti, di capacità di prestazione in condizioni di prova normalizzata. Nel caso in esame, le strutture devono garantire una prestazione R 120
mentre i precorsi d’esodo devono garantire prestazione REI 120.
XVII La classe di reazione al fuoco indica il grado di partecipazione del materiale
all’incendio. La classificazione, ottenuta attraverso prove standard, prevede l’attribuzione di una classe di reazione da 0 a 5. La classe 0 comprende i materiali non
reagenti, che quindi non partecipano alla combustione.
XVI
42
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
–– un ascensore antincendio per ogni banchina di stazione al fine di garantire, anche in caso di emergenza, lo spostamento dei disabili sino al
livello atrio XVIII. È prevista inoltre, in conformità alle citate disposizioni
di legge, la realizzazione di specifici filtri a prova di fumo in ogni piano
servito dagli ascensori antincendio ed è richiesta, per tali ascensori, la
doppia alimentazione elettrica (normale e sicurezza) con cavi resistenti
all’incendio, completamente segregati.
Per quanto riguarda le Gallerie, sotto il profilo infrastrutturale le Norme
definiscono le caratteristiche dei percorsi di emergenza. Tali percorsi devono essere realizzati mediante banchina di servizio utilizzabile per l’evacuazione di un treno fermo in galleria.
La dotazione impiantistica prescrive i seguenti impianti di emergenza:
Spegnimento incendi, Allarme, Illuminazione di sicurezza e Fonti di energia per gli impianti di emergenza, con caratteristiche analoghe a quelli delle
stazioni. È inoltre necessario un Impianto di evacuazione fumi e sistema di
ventilazione.
2.4.3.
LA SICUREZZA NELLE GALLERIE FERROVIARIE
Gli obiettivi di sicurezza per le gallerie ferroviarie possono essere raggiunti mediante l’adozione di: requisiti minimi e requisiti integrativiXIX. Per
le gallerie caratterizzate dall’insieme dei seguenti parametri:
–– lunghezza non superiore a 2 km;
–– volume di traffico non superiore a 220 treni/giorno;
–– tipologia di traffico senza la contemporanea presenza in galleria di treni
passeggeri e treni con merci pericolose;
–– andamento altimetrico senza inversioni di pendenza;
–– assenza di aree a rischio specifico in prossimità degli imbocchi.
Il rispetto dei requisiti minimi costituisce condizione sufficiente a garantire un adeguato livello di sicurezza. Gallerie di lunghezza superiore richiedono valutazioni di analisi di rischio (cfr § 3.3.4) sulla base delle quali può
risultare necessaria l’adozione di misure di sicurezza integrative.
Requisiti minimi
Per quanto concerne l’infrastruttura ai fini della prevenzione dagli incidenti devono essere previsti:
–– un sistema di radiocomunicazione che consenta la comunicazione radio
tra il personale a bordo dei treni e tra questo e il centro di controllo;
–– la limitazione dell’installazione dei deviatoi in galleria;
–– il controllo sistematico dello stato del binario;
–– la protezione e il controllo degli accessi;
–– l’ispezione regolare dello stato della galleria;
–– un piano di manutenzione della galleria.
Ai fini della mitigazione delle conseguenze di incidenti deve essere garantita:
In conformità al D.P.R. n.151/2011 e al D.M. 15.09.2005.
DM 28/10/2005 Sicurezza delle gallerie ferroviarie.
XVIII
XIX
Capitolo 2 - affidabilità e sicurezza
43
–– resistenza e reazione al fuoco delle strutture delle opere in sotterraneoXX.
–– affidabilità delle installazioni elettriche: i componenti elettrici destinati
all’alimentazione dei vari impianti di emergenza (luce e forza motrice)
devono risultare protetti da guasti e per quanto possibile da danni conseguenti ad eventi incidentali; gli impianti di alimentazione elettrica a servizio dei dispositivi di emergenza devono, inoltre, prevedere opportune
configurazioni o ridondanze tali da garantire, in caso di guasto singolo,
la sola perdita dì brevi tratti di impianto in galleria, comunque non superiori a 500 metri.
–– impianto idrico antincendio. L’impianto deve essere collegato ad un idoneo sistema di alimentazione che garantisca il funzionamento contemporaneo di quattro attacchi per almeno 60 minuti, assicurando almeno
una portata di 120 l/min a 2 bar;
–– ispezione periodica dello stato della galleria.
Per quanto concerne la facilitazione dell’esodo, lungo le gallerie devono
essere realizzati marciapiedi per assicurare un rapido e sicuro esodo delle
persone, predisponendo un apposito corrimano. Sempre al fine di favorire
l’autosoccorso, per agevolare l’esodo e per consentire l’individuazione delle
predisposizioni di emergenza presenti nella galleria, devono essere previsti
appositi cartelli di tipo riflettente o luminescente che indichino la distanza
e la direzione delle uscite più vicine. Deve inoltre essere previsto un impianto di illuminazione in galleria che garantisca lungo i percorsi di esodo
un livello di illuminazione non inferiore a 5 lux medi, a 1.0 m dal piano di
calpestio e comunque assicurando 1 lux minimo.
Per garantire l’esodo delle persone dovranno essere presenti idonee vie
d’uscita/accessi secondo le indicazioni seguenti:
–– Gallerie a singola canna: finestre d’accesso carrabili, ogni 4 km circa.
–– Galleria a doppia canna: collegamenti tra le canne almeno ogni 500 m.
Gli accessi intermedi (finestre, pozzi, ...) devono essere realizzati in
modo tale da poter essere utilizzati sia come vie di esodo dei passeggeri
sia come vie di accesso per i mezzi (se carrabili) e le squadre di soccorso.
Deve essere prevista la messa in sovrappressione o la compartimentazione
dei collegamenti tra una galleria ferroviaria ed un’altra, in caso di sezione a doppia canna o tra la galleria ferroviaria ed una galleria di servizio a
questa parallela o tra la galleria ferroviaria e le uscite/accessi, per evitare
che in presenza di un incendio si abbia propagazione di fumi. Deve essere
previsto un impianto di telefonia di emergenza/diffusione sonora al fine di
consentire, durante un’eventuale emergenza, le comunicazioni dall’interno
della galleria tra il personale di bordo o i viaggiatori e il centro di controllo
nonché impartire le necessarie disposizioni al pubblico in caso di necessità
da parte del personale ferroviario ovvero delle squadre di soccorso.
Ai fini della facilitazione del soccorso sono previsti, per gallerie di lunghezza superiore a 5 km, piazzali di emergenza posizionati di regola agli
imbocchi per accedere alla galleria con mezzi bimodali, piazzole per elisoccorso e aree da utilizzare per il primo soccorso. A livello impiantistico
sono necessari impianti di radiopropagazione per le comunicazioni radio in
galleria, postazioni di controllo per la gestione degli impianti tecnologici di
XX
R e REI 120; cfr nota 18.
44
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
galleria. Sempre ai fini della facilitazione del soccorso va ricordata l’esigenza di prevedere sezionamenti longitudinali della linea di contatto per consentire la mobilità dei treni non incidentati, nonché sistemi di interruzione
e messa a terra della linea di contatto (realizzata mediante sezionatori) agli
imbocchi di accesso delle gallerie, per accedere in sicurezza nelle stesse.
La Normativa prevede inoltre requisiti minimi con riferimento anche
al materiale rotabile, sia in termini di prevenzione (previsione di specifica
classe di reazione al fuoco dei materiali costituenti arredi e impianti) sia in
termini di mitigazione delle conseguenze in caso di incendio a bordo (previsione d’obbligo di impianti fissi di estinzione; garanzia di trazione in caso
di incendio per 15 minuti).
Requisiti integrativi
Qualora la valutazione della sicurezza integrata del “sistema galleria”
dimostri che i requisiti minimi risultano insufficienti a conseguire gli obiettivi posti dalle Norme in termini di limitazione delle conseguenze di eventi
incidentali, debbono essere individuate ed adottate misure di sicurezza integrative. Tali misure possono riguardare l’infrastruttura, il materiale rotabile, gli equipaggiamenti per la facilitazione dell’esodo e del soccorso, nonché
i programmi di esercizio (ad es. restrizioni al transito di treni trasportanti
merci pericolose in presenza di treni passeggeri, ecc.).
A livello di infrastruttura vanno ricordati tra i provvedimenti atti a prevenire gli incidenti:
–– Gli impianti fissi per il controllo dello stato del treno, quali gli impianti
di rilevamento delle temperature delle boccole dei carrelli dei treni, posizionati in modo da poter consentire in caso di anomalie l’attivazione di
una procedura di emergenza; i portali termografici, consistenti in sensori
di temperatura in grado di rilevare un principio di incendio nel materiale
rotabile;
–– I sistemi di segnalamento atti ad impedire il superamento dei segnali a
via impedita e/o di eccessive velocità; sistemi in grado di identificare la
posizione del treno lungo la linea e di trasmetterla ad un posto centrale.
2.5.
RIFERIMENTI
2.5.1.
NORME TECNICHE
[1]
[2]
[3]
[4]
[5]
UNI EN ISO 8402:1988, Sistemi Qualità. Gestione per la Qualità ed
assicurazione della Qualità - Termini e definizioni
UNI EN ISO 9000:2005, Sistemi di gestione per la qualità - Fondamenti
e vocabolario.
IEC 61508, Functional Safety of Electrical/Electronic/Programmable
Electronic Safety-related Systems.
EN 50126:2001, Railway Applications-Specification and demonstration
of reliability, availability, maintainability and safety (RAMS).
Le misure di prevenzione e protezione dagli incendi da porre in atto
nella realizzazione delle linee metropolitane di nuova costruzione
(G.U. 2 marzo 1988, n. 51).
Capitolo 2 - affidabilità e sicurezza
[6]
2.5.2.
DM 28/10/2005 Sicurezza delle gallerie ferroviarie.
LIBRI
[1]
[2]
[3]
2.6.
45
Birolini, A. (1994). Reliability engineering: theory and practice. VI Edizione, 2010. New York: Springer. ISBN 978-3-642-14951-1
I.Bazovsky. Principi e Metodi dell’Affidabilità- ETAS Compass, Milano
1969.
L.Mayer. Impianti Ferroviari-Edizioni CIFI.
APPENDICE - L’AFFIDABILITÀ DEL SISTEMA CONTINUO:
IL MARGINE DI SICUREZZA
L’approccio presentato finora, vertendo su una concettualizzazione discreta della complessità del sistema, costituisce un metodo inadatto all’analisi di strutture complesse continue. È il caso delle strutture soggette a
sollecitazioni.
In questo caso è utile impostare lo studio affidabilistico operando il confronto fra la domanda e l’offerta di prestazione. Considerando la sicurezza
di una struttura l’analisi sarà incentrata, ad esempio, sul confronto tra la
sollecitazione cui la struttura è sottoposta (la domanda, S) e la resistenza
offerta dal materiale di cui la struttura è costituita (l’offerta, R).
Lo stato limite di un sistema identifica le condizioni ultime nelle quali il
sistema è in grado di soddisfare i requisiti di progetto. La teoria dell’affidabilità ed in particolare i metodi di stima della probabilità di crisi di un sistema
si basano sull’analisi probabilistica del concetto di stato limite, sull’analisi
dell’aleatorietà di R e S e sulla stima della funzione aleatoria di margine di
sicurezza.
Oggetto della teoria non è il semplice confronto tra valori, opportunamente definiti, delle quantità che caratterizzano il comportamento di un
dato sistema, ma la misura della probabilità che l’evento “la domanda supera l’offerta” si verifichi; tale evento è detto critico.
Più precisamente, detta t la variabile aleatoria che identifica l’istante in
cui il sistema si trova per la prima volta in condizioni critiche, obiettivo
dell’analisi di affidabilità di un sistema è la stima della:
Pf(t0, t1) = prob(t ≤ t1)
(2.22)
ovvero della probabilità che il primo attraversamento (crossing) della soglia
critica, che avviene al tempo τ, si verifichi per τ ≤ t1, fissato l’intervallo
temporale di funzionamento [t0, ti]. La stima della probabilità di tale evento è subordinata alla conoscenza della funzione densità di probabilità che
caratterizza il tempo τ, circostanza effettivamente assai rara e dunque poco
interessante ai fini delle applicazioni.
Siano R e S rispettivamente l’offerta e la domanda per un dato sistema
o sottosistema di un sistema complesso; la condizione critica è superata,
nell’istante t, se:
R(t) ≤ S(t)
(2.23)
Capitolo 2 - affidabilità e sicurezza
47
ne intuitiva della probabilità di accadimento dell’evento critico: tanto più
ampia è la regione di sovrapposizione tra le due curve tanto maggiore è la
probabilità di crisi del sistema.
La regione di sovrapposizione delle due distribuzioni di probabilità marginali dipende dalla loro posizione relativa. La posizione relativa delle due
distribuzioni può essere misurata attraverso il rapporto tra i valori medi
µR / µs, introducendo il Fattore di Sicurezza centrale FS = µR/ µs (in questo caso si avranno condizioni critiche per FS ≤ 1, ovvero dalla differenza
µR - µs, introducendo il Margine di Sicurezza centrale MS = µR – µs (in
questo caso si avranno condizioni critiche per MS ≤ 0).
3
SISTEMI DI ALIMENTAZIONE
PER LA TRAZIONE
Regina Lamedica♣, Stefano Quaia♠, Dario Zaninelli♦
♣Sapienza - Università di Roma; ♠Università degli Studi di Trieste; ♦Politecnico di Milano
3.1.
LA RETE FERROVIARIA
Una rete ferroviaria ha, in generale, un’estensione che è funzione della
dimensione del Paese nel quale si sviluppa e la sua importanza è funzione
del traffico che riesce a veicolare.
I requisiti che devono contraddistinguere una rete ferroviaria sono:
–– capacità di rispondere alle esigenze del traffico;
–– sicurezza nell’esercizio;
–– capacità di traffico;
–– regolarità del servizio;
–– rapidità del servizio.
Se una rete è interconnessa con altre reti ferroviarie, ai requisiti sopra
elencati deve aggiungersi anche quello relativo all’interoperabilità infrastrutturale.
Una rete ferroviaria è costituita da linee e nodi. Le prime costituiscono
i collegamenti tra i secondi che sono i luoghi ove si effettua la regolazione
della circolazione.
3.1.1.
LE LINEE
La circolazione ferroviaria su una linea può essere effettuata in uno o in
entrambi i sensi di marcia. Una linea a semplice binario consente, tipicamente, la circolazione nei due sensi di marcia. Per la sussistenza di numerosi vincoli alla circolazione e per l’onerosità nell’esercizio, linee di questo
tipo sono caratterizzate da una ridotta potenzialità, cioè, in grado di far circolare un ridotto numero di convogli in uno specifico intervallo di tempo.
Le linee equipaggiate per consentire la circolazione in un unico senso di
marcia sono tipicamente le linee a doppio binario. Poiché le flotte di veicoli
che viaggiano nel medesimo senso di marcia sono soggette a minori vincoli
nella circolazione, ne consegue che tali linee sono caratterizzate da maggiore potenzialità. Se le linee a doppio binario vengono dotate di impianti
che consentono una circolazione bidirezionale, cioè su ciascun binario la
marcia dei convogli può avvenire nei due sensi di marcia, la circolazione
viene detta “banalizzata” ed i binari sono detti “banalizzati”.
Per garantire la regolarità della circolazione dei rotabili, le linee devono
essere dotate di idonei impianti di sicurezza e segnalamento, idonei posti
di servizio (in generale, non utilizzabili dall’utenza), idonei posti utilizza-
50
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
bili dall’utenza nei quali si possano gestire treni di normale composizione.
Circa quest’ultimo aspetto, si fa riferimento anche alla lunghezza dei moduli dei binari di ricevimento che, qualora non idonea, imporrebbe vincoli
alla circolazione di convogli limitandola a quelli la cui composizione risulti
minore o uguale alla lunghezza dei moduli stessi.
3.1.2.
I NODI
I “nodi” di una rete ferroviaria sono località nelle quali convergono più
linee ferroviarie. Sono utilizzate per effettuare operazioni di circolazione,
quali: precedenze, incroci, arrivi, soste, partenze oltre che per eseguire attività di formazione/scomposizione dei convogli, di ricovero, di deposito, di
manutenzione/pulizia del materiale rotabile.
Vengono classificate in relazione alle attività che in esse è possibile effettuare.
In particolare, sono denominate fermate le località di piena linea nelle
quali i convogli effettuano la sosta per consentire la salita/discesa dei passeggeri. In esse può essere presente un fabbricato viaggiatori (FV) o una
semplice pensilina per il ricovero dei passeggeri e, se svolge anche funzioni
per il traffico merci, è dotata di uno scalo merci costituito da uno o due binari collegati ai binari di corsa con scambi.
Le piccole stazioni hanno un numero limitato di binari per il ricevimento/partenze dei convogli e possono effettuare operazioni di precedenze/incroci. Può essere presente uno scalo merci eventualmente dotato di piano
caricatore e magazzino merci. Normalmente, i binari di ricevimento sono
affiancati a quelli di corsa e sono chiamati anche binari di incrocio.
Le medie stazioni hanno un numero di binari di circolazione più elevato
ed, in generale, piazzali specializzati per il trasporto dei passeggeri e delle
merci. I binari sono tipologicamente riuniti in fasci. Servendo centri urbani di
media importanza, di solito costituiscono le località di origine/termine delle
corse dei treni, pertanto, in generale, sono dotate di deposito per il materiale
rotabile destinato ai viaggiatori e per i mezzi di trazione. In queste stazioni, i
compiti del personale addetto al movimento, del personale addetto alle manovre e del personale addetto ai rapporti con il pubblico sono distinti.
Quando l’entità del traffico e dei servizi da svolgere diventa molto elevato, la coesistenza tra i settori passeggeri e merci cessa; si realizzano le grandi
stazioni viaggiatori e le stazioni di smistamento.
Le grandi stazioni viaggiatori possono essere di testa o passanti. Le stazioni passanti, rispetto a quelle di testa, sono più razionali dal punto di
vista dell’esercizio in quanto manovre relative a svincoli dei locomotori o
sgombero dei materiali sono più semplici e veloci, tuttavia, dovendo garantire una posizione non troppo distante dal centro della città, impongono notevoli vincoli urbanistici legati alla realizzazione di opere d’arte e manufatti
indispensabili per garantire la continuità del sistema viario cittadino. Tutte
le grandi stazioni viaggiatori sono dotate di binari di ricevimento, servizi
per il pubblico, impianti di piazzale, fasci deposito e pulitura delle vetture,
binari di sosta dei locomotori, ecc.n Italia, Milano Centrale e Roma Termini
sono esempi di grandi stazioni di testa, Bologna è un esempio di grande
stazione passante.
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
51
Le grandi stazioni merci o di smistamento sono impianti di grande potenzialità e ben ubicate geograficamente. Le operazioni di circolazione che
vengono effettuate sono: ricevimento treni, smistamento del materiale per
direzioni, riordino dei carri in funzione della collocazione geografica delle stazioni destinatarie, inoltro del convoglio. Sono presenti binari per la
sosta dei treni in transito, per i quali possono essere effettuati cambi di
trazione e/o aggiunta/sottrazione carri, e per il deposito dei materiali. I binari sono ordinati in fasci, pertanto, nell’area della stazione sono presenti:
il fascio arrivi, il fascio direzioni, il fascio riordino, il fascio partenze ed il
fascio deposito. Sul territorio nazionale sono presenti numerose stazioni di
smistamento dislocate, in prevalenza, nelle regioni del nord, ma anche nel
centro-sud (Lazio, Puglia, Campania e Calabria).
Le stazioni viaggiatori e di smistamento di una città sono sistematicamente interconnesse con una cintura di collegamento. Qualora non vi siano
particolari vincoli locali, idonei raccordi ferroviari vengono realizzati anche
per il collegamento di importanti impianti industriali con la più vicina stazione ferroviaria.
Particolari caratteristiche hanno le stazioni di confine, nelle quali si svolgono anche controlli doganali per le merci, o le stazioni comuni internazionali, come quella di Chiasso, situata in territorio svizzero.
In alcuni “nodi” della rete ferroviaria non si effettua il servizio passeggeri/merci, ma solo operazioni di gestione e controllo del traffico ferroviario.
Tali “nodi” sono denominati posti di servizio e si classificano in:
–– posti di movimento (PM). Dotati di comunicazioni fra binari, consentono
il passaggio dei convogli da una via all’altra. Effettuano il ricovero treni
su binari di precedenza, consentono lo stazionamento dei mezzi di manutenzione e di soccorso;
–– posti di comunicazione (PC). Sono dotati di comunicazioni fra binari per
consentire il passaggio dei convogli da un binario all’altro;
–– posti di interconnessione (PJ). Consentono l’ingresso/uscita di un convoglio da una linea ad un’altra;
–– bivi. Sono località, realizzate al di fuori di una stazione, nelle quali vi è
confluenza tra due linee ferroviarie. Nel caso di linea a doppio binario
ad intenso traffico, al fine di evitare soggezioni alla circolazione, vengono realizzati manufatti, detti salti di montone, per lo scavalcamento dei
binari. Se il bivio è realizzato all’interno di una stazione, questa viene
denominata stazione di diramazione.
3.2.
I SISTEMI DI ELETTRIFICAZIONE FERROVIARIA
Il sistema di alimentazione dei veicoli elettrici ferroviari è stato, nel corso degli anni, vincolato alla progettazione del circuito elettrico di bordo dei
locomotori ed, in particolare, alla scelta dei motori di trazione effettuata
sulla base dell’avanzamento tecnologico presente nei vari Paesi.
Con un’alimentazione diretta dei motori, l’energia elettrica doveva garantirne il funzionamento, pertanto, l’utilizzo, in alcuni Paesi, dei motori in c.c.
o, in altri, in c.a. monofase ha comportato che si seguissero criteri differenti
che hanno prodotto una notevole varietà di sistemi non soltanto nei diversi
Paesi, ma anche nell’ambito di una stessa rete nazionale. Se l’avvento dell’e-
52
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
lettronica di potenza ha, più recentemente, uniformato le scelte relative ai
motori di trazione (asincrono trifase controllato in frequenza), quelle storiche relative alle linee di trazione sono state sostanzialmente mantenute.
I sistemi di alimentazione delle linee di trazione che si sono più diffusi
sono:
–– Corrente continua a 750 V in Gran Bretagna, con alimentazione a terza
rotaia.
–– Corrente continua a 1500V in Giappone, Francia, Olanda, ecc.
–– Corrente continua a 3000 V in Russia, Italia, Polonia, Spagna, ecc.
–– Corrente alternata monofase alla frequenza speciale di 16 2 3 Hz a 15 kV,
in Germania, Svezia, Svizzera, Austria, Norvegia. Negli USA è stata adottata la frequenza di 25 Hz, con tensioni di 11-12 kV.
–– Corrente alternata monofase alla frequenza industriale di 50 o 60 Hz,
a 25 kV, in Russia, Francia, Giappone, India, Gran Bretagna, Romania,
ecc.uesto sistema comprende anche la variante a 2 × 25 kV, adottata in
Francia e Giappone e nelle nuove linee ad Alta Velocità/Alta Capacità
(AV/AC) italianeI.
3.2.1.
L’ELETTRIFICAZIONE IN CORRENTE CONTINUA
Nei sistemi di trazione elettrificati in corrente continua (c.c.), le tensioni
di esercizio normalmente utilizzate sono pari a 750-1500-3000 V II.
A causa dei valori relativamente bassi della tensione di linea, sia le locomotive di maggior potenza sia i treni delle linee metropolitane, questi ultimi costituiti da più elettromotrici funzionanti in accoppiamento multiplo,
in alcuni istanti possono assorbire correnti dell’ordine dei kA.
L’energia per l’alimentazione delle linee di trazione viene fornita dalla
rete elettrica trifase in media o alta tensione (a seconda che si tratti di un
sistema ferroviario urbano o extraurbano) e convertita in corrente continua
nelle sottostazioni elettriche di conversione (SSE), posizionate lungo il tracciato ferroviario o in corrispondenza di opportuni nodi.
Il numero delle SSE e la potenza in esse installata è funzione del tipo
di traffico che circola in linea. Nelle linee storiche e con scarso traffico, è
presente un numero non elevato di SSE e la loro interdistanza può raggiungere anche i 30-40 km. Viceversa, nelle linee più moderne caratterizzate
da traffico merci e passeggeri elevato, si ha un numero elevato di SSE e le
reciproche interdistanze, relativamente brevi, sono funzione del livello di
tensione. In particolare, sono distanziate tra 1.3 e 1.5 km se l’alimentazione
è a 750 V, tra 6 e 8 km se è a 1.5 kV, tra 15 e 20 km se è a 3 kV.
Per aumentare l’affidabilità del sistema di alimentazione, le SSE sono
collegate tra loro con apposite linee trifasi in MT o AT, dedicate, dette linee
“primarie”.
I Sebbene storicamente il valore di questa frequenza sia stato imposto pari a 16
2/3Hz, le attuali Specifiche di Interoperabilità Europea (2008/284/CE) fanno esplicito riferimento a una tensione di 15 kV e a una frequenza di 16.7 Hz.
II Questi valori sono quelli previsti dalle norme per quanto riguarda impianti di
nuova costruzione. Nel passato sono stati realizzati impianti di trazione, soprattutto
di tipo metropolitano e ferrotranviario, con valore nominale di tensione di alimentazione di 600 V, tuttora funzionanti (linea tranviaria di Milano).
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
53
Figura 3.1:
Schema d’alimentazione di linee ferroviarie
in corrente continua:
1) Linee trifasi, in AT
o MT; 2) Stazioni della
rete elettrica trifase;
3) Linee primarie; 4)
Linea di trazione; 5)
Binario; 6-7-8-9) Sottostazioni di conversione (SSE). L- Distanza
fra SSE adiacenti.
La Figura 3.1 riporta lo schema di principio dell’alimentazione di linee
ferroviarie elettrificate in c.c. A valle dei punti di interconnessione con la
rete elettrica in AT o MT, sono presenti i seguenti sottosistemi:
–– le linee primarie trifasi (LP);
–– le sottostazioni elettriche di conversione (SSE);
–– il circuito di trazione (TE), il cui positivo è costituito, nel caso dei trasporti su rotaia, da una linea aerea o dalla terza rotaiaIII; il circuito di
ritorno è costituito dal binario.
3.2.1.1.
Le linee primarie di alimentazione delle sottostazione elettriche di conversione
Esigenze di servizio e/o vincoli di natura territoriale possono imporre lo
schema di alimentazione della SSE. Questo può essere in “derivazione (o,
altrimenti detto, in “antenna”)” o in “serie” (o, altrimenti detto, in entra –
esce).
Nel primo caso, la SSE è collegata, tramite una linea trifase, direttamente
alla stazione della rete elettrica del distributore pubblico più vicina.
Nel secondo caso, le SSE sono collegate tra loro mediante apposite linee
primarie disposte nelle vicinanze del tracciato ferroviario ed alcune tra esse
sono interconnesse con stazioni della rete elettrica del distributore pubblico. Per queste, in particolare, si parla anche di “alimentazione mista”, in
quanto possono ricevere energia sia da una stazione della rete elettrica del
distributore pubblico sia dalle primarie provenienti da altre SSE.
La possibilità che un evento guasto si verifichi sulla linea primaria che
alimenta in antenna la SSE, rende tale schema poco affidabile, pertanto viene generalmente utilizzato lo schema di alimentazione in entra - esce che
Sistema di alimentazione in uso fino agli anni settanta sia per trasporti ferroviari
sia per metropolitane ed avente tensione di alimentazione con valore nominale di
600 o 750 V.
III
54
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
garantisce maggiore continuità di esercizio, soprattutto se le primarie della
SSE sono collegate a stazioni della rete elettrica del distributore pubblico tra
loro indipendenti. L’affidabilità dello schema aumenta ulteriormente se le
SSE vengono dotate di doppio sistema di sbarre.
Ai fini di una maggiore razionalizzazione delle scorte e di una maggiore efficienza delle operazioni di manutenzione degli apparati, si cerca, nei
limiti del possibile, sia di standardizzare apparecc.ture ed impianti sia unificando il valore della tensione delle linee primarieIV. Queste ultime, se alimentano sistemi ferroviari urbani, si attestano sui valori standard adottati
per la rete di MT (15-20 kV in Italia), se viceversa alimentano sistemi extraurbani, per le linee di più recente costruzione destinate ad un volume di
traffico elevato, hanno valori di tensione tipici delle reti di subtrasmissione
in AT (130-150 kV).
3.2.1.2.
Le Sottostazioni elettriche di conversione
3.2.1.2.1.
Funzioni delle sottostazioni elettriche
La funzione di una SSE è quella di ridurre e convertire la tensione alternata in ingresso al fine di renderla idonea all’alimentazione del circuito
elettrico di bordo dei rotabili. È pertanto equipaggiata con gruppi di conversione (2 o più) V, costituiti da un trasformatore trifase ed un ponte raddrizzatoreVI, che hanno struttura modulare e standardizzata. Tipicamente, nelle
SSE di Rete Ferroviaria Italiana (RFI), i gruppi hanno potenza nominale di
3.6 o 5.4 MW.
Lo schema elettrico di principio è rappresentato nella Figura 3.2.
In una SSE ferroviaria si distingue una sezione in alta tensioneVII, nella
quale si comprendono le linee primarie, le sbarre trifasi AT, gli interruttori e
i sezionatori tripolari dei gruppi di conversione, i trasformatori, ed una sezione in corrente continuaVIII, nella quale sono compresi i raddrizzatori, gli
extrarapidi, i sezionatori e gli alimentatori che collegano la SSE al circuito
di trazione.
Gli elementi che costituiscono una SSE ferroviaria per l’alimentazione di
linee di trazione a 3 kV sono:
–– TV per la misura delle tensioni di linea;
–– sezionatori tripolari AT di linea con lame di terra;
IV Nella rete FS, le tensioni trifasi normali adottate sono, ad esempio, 66, 132, 150 kV.
Solo poche SSE, per motivi particolari, sono alimentate a tensioni diverse.
Sono richiesti due gruppi per SSE per garantire la continuità di esercizio. Si possono avere SSE con tre o anche quattro gruppi nei nodi più importanti e nei tratti
di valico.
VI Il primo gruppo raddrizzatore al silicio da 2000 kW entrò in funzione nel 1963
nella SSE di Mortara; prima di tale data si utilizzavano mutatori a vapori di mercurio.
VII La sezione ad AT è di regola installata all’aperto.
VIII La sezione in corrente continua è spesso installata in un edificio dedicato, insieme ai quadri di controllo e comando, fatta ecc.one dei sezionatori delle linee in c.c.
uscenti (alimentatori di SSE).
V
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
55
Figura 3.2:
Schema elettrico di
principio tipico di una
SSE ferroviaria: 1) Linee primarie trifasi AT;
2) interruttori tripolari
di linea; 3) sbarre
trifasi; 4) interruttori
tripolari di gruppo; 5)
sezionatori tripolari;
6) trasformatori trifasi;
7) raddrizzatori al silicio; 8) filtri; 9) sbarra a
c.c. positiva e negativa;
10) interruttori extrarapidi; 11) sezionatori
a c.c.; 12) alimentazione linea di contatto
––
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interruttori tripolari AT di linea;
sezionatori tripolari AT;
una terna di sbarre AT in corda di rame da 120 mm2;
sezionatore tripolare AT congiuntore;
sezionatori tripolari per l’alimentazione della sottostazione ambulante
(SSA);
sezionatori tripolari AT per alimentazione gruppi;
interruttori tripolari AT di gruppo con TA;
scaricatori AT;
trasformatori di gruppo;
trasformatori da 100 kVA per l’alimentazione dei servizi ausiliari in corrente alternata.
All’interno del fabbricato sono presenti:
sezionatore anodico;
raddrizzatori al silicio;
sezionatore bipolare;
interruttore extrarapido di linea e relativo relè di massima corrente;
sezionatore positivo 3,4 kV e sezionatore negativo;
amperometri e voltmetri di gruppo;
sbarre omnibus 3,4 kV;
56
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
––
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––
––
sezionatore bipolare per il collegamento della SSA;
filtri per le armoniche (reattori e condensatori);
sbarre e dispositivi per i servizi ausiliari in c.a. e c.c.;
quadro di comando, controllo e segnalazione;
maxigrafo per la misura dell’energia in c.c. erogata dalla SSE.
Infine, la parte all’aperto, a 3 kVcc, è composta da:
––
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sezionatori a corna 3 kVcc di prima fila;
sezionatori a corna 3 kVcc di seconda fila;
scaricatori per ciascun alimentatore 3 kVcc;
alimentatori di collegamento con la linea di contatto;
rete di terra magliata ed integrata con picchetti.
Si riportano, nei paragrafi successivi, alcune caratteristiche delle principali apparecchiature presenti nel sistema.
3.2.1.2.2.
Le apparecchiature di protezione e manovra
3.2.1.2.2.1.
I sezionatori
Il sezionatore è un’apparecchiatura in grado di effettuare la continuità
elettrica tra due tratte contigue di uno stesso circuito elettrico e garantirne
la separazione.
Un sezionatore non può essere aperto o chiuso sotto carico e quindi può
essere manovrato solo se il circuito non è percorso da corrente. Permette,
inoltre, l’accertamento a vista della reale interruzione del circuito.
I sezionatori in AT usati dalle Ferrovie dello Stato Italiane (FSI) sono del
tipo a tre colonnine di isolatori per ciascun polo. Le due colonnine laterali
sono fisse e portano alla loro sommità i “contatti fissi” cui sono collegati i
due estremi del circuito da sezionare. La colonnina centrale può ruotare
intorno al suo asse verticale trascinando così una lama orizzontale che può
stabilire od interrompere la continuità tra i due contatti fissi. Per garantire
che il contatto sia sicuramente ben stabilito, la lama ruotante porta all’estremità dei contatti che, con un manovellismo portato dalla lama stessa
e posto in azione dall’ultima fase di manovra, vengono premuti contro i
contatti fissi.
La manovra dei sezionatori può essere manuale, per mezzo di volantini
di manovra montati al di sotto della colonnina centrale, oppure a distanza
qualora la SSE sia dotata di telecomando.
I sezionatori sono in generale riuniti in terne a manovra simultanea e
montati su appositi cavalletti.
I sezionatori con “lame di terra” vengono usati come sezionatori di terra
ed hanno lo scopo di permettere il collegamento alla terra delle tre fasi della
linea primaria in arrivo. Si utilizzano per proteggere il personale che effettua lavori sulla linea stessa. Questi sezionatori hanno, oltre alle tre normali
lame di sezionamento, tre lame di terra che, muovendosi simultaneamente
con moto di rotazione intorno alla base della corrispondente colonnina del
sezionatore, cortocircuitano la colonnina stessa. I meccanismi di manovra
dei due sistemi di lame sono interbloccati in modo che il collegamento a
terra sia possibile solo se le lame principali sono in posizione di aperto.
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
3.2.1.2.2.2.
57
Gli interruttori
Gli interruttori AT
L’interruttore è un’apparecchiatura che consente l’interruzione di un circuito elettrico anche quando questo è percorso da corrente. L’interruzione
dell’arco che si innesca all’atto dell’apertura dei contatti avviene per effetto dell’immediato allontanamento delle particelle ionizzate dall’arco stesso
e ciò era ottenuto, in passato, con rapidi soffi di aria (interruttori ad aria
compressa) o facilitando rapidi moti convettivi di olio isolante (interruttori
in olio) in corrispondenza della interruzione. Più recentemente, sono stati
realizzati interruttori che effettuano lo spegnimento dell’arco con soffi di un
gas nella cui atmosfera sono contenuti i contatti (interruttori in esafluoruro
di zolfo). Questo gas, pesante (incolore, inodore, non tossico, non infiammabile e non corrosivo) ha una capacità di trasmissione del calore, per convezione, superiore di 2,5 volte quello dell’aria alla pressione atmosferica.
L’interruzione dell’arco risulta facilitata se:
–– l’arco viene frazionato e cioè se l’apertura del circuito viene realizzata
attraverso più contatti mobili collegati in serie tra di loro;
–– la velocità di allontanamento dei contatti mobili da quelli fissi è sufficientemente elevata in relazione alla circostanza che l’arco si interrompe
naturalmente due volte in un periodo e che pertanto non può riaccendersi se i contatti hanno raggiunto una distanza reciproca sufficiente.
L’intervento di un interruttore può avvenire a seguito di una manovra
effettuata da un operatore oppure automaticamente, tramite dispositivi che
riconoscono il raggiungimento di soglie opportunamente imposte.
Il funzionamento automatico generalmente usato è quello a massima
corrente: non appena la corrente che circola nel circuito ove è inserito l’interruttore supera un determinato valore di taratura, interviene un complesso di relè che, a seguito di una misura di corrente proporzionale a quella
che circola nel circuito principale, chiudono i propri contatti e comandano
l’apertura dell’interruttore.
I relè di massima corrente possono essere ad azione immediata o ad azione ritardata. In genere un interruttore viene dotato di relè dell’uno e dell’altro tipo, ovviamente tarati ad un diverso valore di intervento. L’interruzione
ritardata, in genere con ritardo dell’ordine di una decina di secondi, viene
provocata ad un certo valore della corrente non molto superiore a quella
massima che deve circolare nel circuito (da 1,2 ad 1,5 volte) e ciò costituisce la protezione contro sovraccarichi durevoli. In particolare, i sovraccarichi che durino solo qualche secondo sono in genere dovuti a varie cause
connesse con l’esercizio (avviamenti di locomotori, transitori di inserzione,
ecc.) e devono poter restare alimentati per garantire la regolarità dell’esercizio stesso e lo possono in quanto non danneggiano l’impianto.
L’interruzione immediata è viceversa attuata se la corrente raggiunge valori più elevati (oltre il doppio della corrente massima di esercizio come, ad
esempio, nel caso di un cortocircuito) in quanto potrebbe rappresentare una
condizione pericolosa per l’impianto.
Gli interruttori extrarapidi
Caratteristiche particolari hanno gli interruttori che servono alla protezione dai cortocircuiti delle linee in c.c. (o a bordo dei mezzi di trazione)
detti interruttori extrarapidi.
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La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Le principali caratteristiche costruttive di tali dispositivi sono:
–– immediato intervento dell’interruttore all’atto del raggiungimento del
valore di taratura della corrente;
–– elevata velocità di allontanamento dei contatti mobili dai contatti fissi;
–– allungamento, raffreddamento, frazionamento ed infine estinzione
dell’arco che inevitabilmente si adesca tra i contatti all’atto dell’apertura.
La prima realizzazione di un interruttore extrarapido avvenne nel 1915
e fu così denominato sia perché l’arco durava al massimo qualche decina di
millisecondi sia perché il processo di apertura iniziava solo pochi millisecondi dopo l’inizio della corrente di cortocircuito. In Italia, furono adottati
nelle SSE per l’alimentazione di linee ferroviarie, anche se palesarono alcune
difficoltà nella selettività tra correnti di cortocircuito e correnti di esercizio.
Attualmente sono in commercio molti interruttori extrarapidi per c.c.,
caratterizzati da elevata affidabilità (possono essere garantite durate di vita
di 20‐30 anni). I contatti vengono realizzati con materiali molto resistenti
all’usura ed a bassa resistenza: generalmente si impiega argento e carburo
di tungsteno. Le camere d’arco, hanno raggiunto una notevole efficienza
che ha permesso di ottenere elevati poteri d’interruzione; inoltre, il design
modulare ne consente una facile sostituzione. Anche i pesi e gli ingombri
si sono ridotti notevolmente, facilitando l’installazione a bordo di mezzi
di trasporto sempre più leggeri e con l’esigenza di sfruttare al massimo gli
spazi disponibili.
Il principio di funzionamento dell’interruttore extrarapido è rimasto praticamente invariato sin dalle prime realizzazioni, anche se la realizzazione
costruttiva sia stata largamente migliorata e le prestazioni incrementate. Il
sistema di aggancio può essere di tipo meccanico o magnetico, con bobina
di ritenuta e circuito magnetico in ferro (cfr. Fig. 3.3 e 3.4).
Lo sgancio per massima corrente diretta avviene mediante un elettromagnete percorso dalla corrente che libera l’arpionismo di aggancio nell’esecuzione con ritenuta meccanica, o per smagnetizzazione del magnete di ritenuta da parte della corrente dell’interruttore nell’esecuzione con ritenuta
Figura 3.3:
Extrarapido a sgancio
meccanico.
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
59
Figura 3.4:
Extrarapido a ritenuta
magnetica.
magnetica. I meccanismi di apertura per massima corrente diretta devono la
loro rapidità al fatto di derivare l’energia necessaria al loro funzionamento
dalla corrente di guasto, assicurando così la massima affidabilità alla protezione; nel caso di aggancio magnetico si compensa il ritardo meccanico
all’apertura, dovuto alla massa dell’ancora del magnete, disponendo in parallelo al tratto di conduttore che smagnetizza la bobina di ritenuta (o sbarra
di scatto), un secondo conduttore circondato da un manicotto in lamierino
(shunt magnetico). Quando non vi sono fenomeni transitori, la ripartizione
di corrente fra sbarra di scatto e shunt induttivo dipende dalle resistenze
ohmiche dei due rami in ragione inversa delle rispettive sezioni. Se invece
si produce una corrente a fronte ripido (caso di cortocircuito in linea), la
reattanza dello shunt altera la distribuzione della corrente nei due rami,
cosicché viene aumentata la percentuale di corrente nella sbarra di scatto:
in tal modo, la corrente di guasto passa prevalentemente nel magnete di
ritenuta, anticipandone la smagnetizzazione rispetto al valore della taratura
statica. Ciò avviene in proporzioni tanto più notevoli quanto maggiore è il
gradiente di salita della corrente.
La forma e il movimento del contatto mobile sono tali che le superfici a
contatto, ad interruttore chiuso, sono diverse da quelle esposte alla formazione dell’arco che provoca usura per effetto di bruciature e fusioni parziali
del materiale ad ogni interruzione.
La zona di formazione dell’arco è investita perpendicolarmente da un
campo magnetico sostenuto da bobine di soffio percorse permanentemente
dalla corrente (cfr. Fig. 3.5). Per effetto di questo campo e di quello della
corrente d’arco, si genera un campo risultante la cui forza elettromagnetica
di reazione spinge l’arco sul circuito di soffio, realizzato con varie forme e
dimensioni, ma sostanzialmente composto da un certo numero di piastre
metalliche (deflettori) addossate a settori isolanti disposti trasversalmente
al percorso dell’arco e chiuse ai lati da pareti isolanti (Fig. 3.6).
L’arco spinto verso l’alto dal campo magnetico risultante e dalla temperatura del gas ionizzato, penetra nel caminetto, si divide e si stabilisce tra
60
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 3.5:
Interruttore extrarapido durante l’apertura.
Figura 3.6:
Caminetto dell’extrarapido.
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
61
le corna spegniarco, una collegata al contatto fisso, l’altra aderente al contatto mobile; successivamente investe i deflettori suddividendosi in archi
elementari che danno luogo ad una caduta dell’ordine di 200 ÷ 300 V in
corrispondenza di ogni catodo. I gas e i vapori metallici spinti verso l’alto,
sono raffreddati e deionizzati tra le piastre di materiale isolante situate al di
sopra dei deflettori. La forma dei corni metallici devia la corrente d’arco su
un percorso a spirale che sostiene un campo magnetico che spinge ulteriormente verso l’alto gli archi elementari allungandoli e raffreddandoli. Finché
l’arco rimane confinato dai campi magnetici presenti nella camera, la sua
tensione resta approssimativamente costante e definita dal numero delle
piastre e dalle dimensioni della camera di estinzione; all’aumentare della
corrente oltre i valori di dimensionamento, il volume ionizzato si estende
al di fuori della camera allungandosi e cedendo energia per irraggiamento.
Al raffreddamento dell’arco corrisponde un aumento della resistenza dipendente dalla rapidità di ricombinazione e dal ricambio del mezzo ionizzato; l’estensione delle pareti isolanti e il materiale che le ricopre sono importanti per evitare un brusco aumento della resistenza alle basse correnti
(strappamento dell’arco) accompagnato da sovratensioni proporzionali alle
induttanze presenti su ciascuna polarità. La vaporizzazione del rame dei
contatti e l’alta temperatura dell’arco provocano un progressivo degrado
delle superfici isolanti della camera di estinzione che, senza manutenzione
o sostituzione, porterebbe alla scarica. La vita elettrica è quindi definita in
base al numero dei cortocircuiti alla massima corrente presunta che l’apparecchiatura è in grado di sostenere senza manutenzione. Questo numero,
tipicamente limitato a 10-15, costituisce una limitazione abbastanza grave
all’esercizio degli alimentatori di linea, inoltre il tentativo di richiusura della linea in seguito a una apertura per intervento della protezione diretta potrebbe trovare la linea ancora in cortocircuito o predisposta a nuova scarica
se il primo evento ha lasciato tracce conduttrici sul percorso dell’arco. Di
fatto, un nuovo cortocircuito raddoppierebbe l’usura dell’apparecchiatura,
sottoponendo gli altri componenti a inutili sollecitazioni.
Pertanto, l’interruttore è dotato di un dispositivo di “prova linea”, costituito da un reostato e da un contattore in grado di aprire una corrente di
20‐25 A alla tensione di linea, e da un relè, o da un rilevatore di tensione,
tarato sul valore di resistenza corrispondente a linea sana.
Una volta chiuso il circuito di prova, se dopo un tempo dell’ordine della
decina di secondi, non si verificano scariche, viene dato il consenso alla
chiusura dell’interruttore; in caso contrario, il circuito viene riaperto tramite il contattore e si procede con una successiva procedura di prova. La
sequenza viene ripetuta 2‐3 volte quindi viene segnalato il cortocircuito
permanente in linea e l’interruttore apre definitivamente.
Gli attuali interruttori impiegano una camera d’estinzione a catodo freddo (cold cathode arc chute) ritenuta ideale per l’interruzione di correnti
continue in quanto fornisce una tensione d’arco praticamente fissa indipendentemente dalla corrente d’arco.
Per eliminare, o ridurre, i rischi dello scatto intempestivo degli interruttori, sono state adottate varie misure. Le protezioni situate alle estremità
delle linee a 3 kV c.c. sono state di norma equipaggiate con dispositivi di
asservimento (di teleprotezione) che assicurano lʹintervento anche nel caso
62
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
di guasti localizzati in posizioni sfavorevoli (lontani dall’interruttore). In
molti casi è risultata utile lʹaggiunta di relè di minima tensione posizionati
a metà di una tratta alimentata da due SSE adiacenti. Anche la riduzione
delle cadute di tensione (c.d.t.) in linea ha comportato vantaggi, pertanto le
sezioni equivalenti dei conduttori delle linee di trazione sono state aumentate. Il valore normalizzato delle linee italiane è 540 mm2.
Gli scaricatori
Sulla facciata esterna del fabbricato di ogni SSE sono presenti gli scaricatori (3,4 kVcc), posti fra l’extrarapido e il sezionatore aereo esterno; il
loro compito è quello di bloccare le sovratensioni provenienti dalla linea di
trazione, scaricandole a terra prima che interessino l’extrarapido.
3.2.1.2.3.
Gruppi di conversione
Il primo sistema adottato per la conversione dell’energia elettrica da alternata in continua fu quello di tipo rotante (cfr. Fig. 3.7a).
Il sistema, costoso, delicato e di rendimento non elevato, fu abbandonato attorno agli anni venti con l’avvento dei mutatori a vapori di mercurio
(cfr. Fig. 3.7b).
Figura 3.7a:
SSE con convertitrici rotanti c.a./c.c. costituite da 5 macchine montate sullo stesso asse: un motore sincrono, avviabile come asincrono, due dinamo
(a 1500V, collegate in serie), le eccitatrici del sincrono e delle dinamo.
64
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
–– possibilità di costruzione del raddrizzatore in unità separate e collegabili
in serie e in parallelo;
–– minore ingombro (un gruppo al silicio da 3600 kW occupa lo stesso spazio di uno a vapori di mercurio da 2000 kW).
In particolare, la possibilità di collegare le singole unità in serie o in
parallelo è sfruttata dalle Ferrovie dello Stato Italiane che hanno i raddrizzatori costituiti da due unità, ciascuna delle quali di potenza pari alla metà di
quella del gruppo e con tensione di uscita pari e 3 kV, collegate in generale
in parallelo. Nella trazione ferroviaria sono largamente impiegati i circuiti
di raddrizzamento a ponte di Graetz trifase.
Nella sua realizzazione più elementare, il ponte è costituito da sei diodi
connessi secondo lo schema di Fig. 3.8. Vi sono quindi due gruppi commutanti in serie, indipendenti e tra loro sfasati dell’angolo π 6 : il gruppo catodico fa capo al morsetto K positivo del circuito a corrente continua, quello
anodico al morsetto anodico A negativo.
Figura 3.8:
Ponte trifase di Graetz.
Si può supporre per semplicità che il secondario del trasformatore sia
collegato a stellaIX.
In un istante generico, sono in conduzione la valvola del gruppo catodico collegata alla fase del trasformatore a potenziale positivo più elevato
In realtà è normale collegare a stella il primario AT, a triangolo il secondario. Il
risultato del dimensionamento è assolutamente identico. Si indica con U la tensione
concatenata al secondario del trasformatore trifase e con E = U 3 la tensione di
fase corrispondente.
IX
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
65
e quella del gruppo anodico collegata alla fase a potenziale più negativo.
Tutte le altre sono sottoposte a tensione inversaX, quindi in condizione di
blocco. La situazione cambia ogni sesto di periodo; la tensione raddrizzata
è data dalle creste positive delle tensioni concatenate (Fig. 3.9). Il suo valor
medio è espresso dalla 3.1:
U d 0=
1
+ β1 / 2
β1 ∫- β / 2
1
2⋅ p
2 ⋅ U ⋅ cosω t ⋅ d (ω t )=
π
⋅ sin
π
p
⋅ U= 1,35 ⋅ U
(3.1)
dove p è il numero di impulsi di tensione in un periodo e, in questo caso, è
pari a 6. Il periodo di tale grandezza vale T1 = T /p , corrispondente all’angolo
elettrico β1= 2 ⋅ π p , che vale ora π 3 .
Figura. 3.9:
Tensioni di fase.
Se si sviluppa la tensione raddrizzata in serie di Fourier, si ottiene:
=
ud U d 0 + ∑ un
(3.2)
n
dove un è l’armonica di ordine n e n= k ⋅ p con k = 1, 2, 3, …
Occorre tuttavia tener conto della circostanza che, per effetto dell’induttanza presente nel circuito di alimentazione, lo spegnimento di una valvola
ed il passaggio in conduzione della successiva non sono istantanei. La commutazione, infatti, richiede un tempo finito durante il quale conducono sia
la valvola che si sta spegnendo sia quella appena entrata in conduzione.
Il fenomeno, denominato sovrapposizione, determina di fatto una riduzione
del valor medio della tensione raddrizzata.
X Le tensioni inverse applicate alle singole valvole, durante i periodi di blocco,
hanno molta importanza nella determinazione delle sollecitazioni elettriche dei
raddrizzatori. La tensione inversa massima URM per ciascuno dei sei rami del ponte trifase è dato dal valore di cresta della tensione concatenata al secondario del
trasformatore.
66
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Il ponte trifase ha indice di pulsazione p = 6 ed è, perciò, a reazione
esafase. Due sistemi esafase alimentati da tensioni sfasate tra loro di 30°
(1/12 di periodo) realizzano una reazione dodecafaseXI.
A causa di eventuali piccoli squilibri fra i diversi rami di valvole del raddrizzatore, nella corrente assorbita dalla rete di alimentazione potrebbero
essere presenti oltre alle armoniche caratteristiche, anche le subarmoniche.
Nel successivo Paragrafo 3.2.3 viene approfondita la problematica inerente
le armoniche di tensione e corrente che illustra anche i provvedimenti abitualmente adottati per la mitigazione dei disturbi.
Circuito esafase
Il circuito esafase di raddrizzamento fa uso di un trasformatore praticamente identico a quello impiegato per il circuito a doppia stella; in questo
caso c’è un unico centro stella, e la stella delle tensioni secondarie è formata
da sei vettori sfasati di 60°. La conduzione interessa angoli di 60° e le relazioni fondamentali sono:
Vdo = 1,35V f
=
If
1
=
I d 0,408I d
6
(3.3)
(3.4)
Il circuito esafase non risulta particolarmente conveniente nonostante il
maggior valore di Vdo in quanto il rapporto tra il valore efficace e valore medio della corrente di fase è sfavorevole. C’è inoltre un altro elemento a sfavore del circuito esafase, piuttosto evidente se si osserva l’andamento delle
correnti primaria e secondaria di un collegamento stella – stella esafase.
All’interno di un semiperiodo, una delle fasi secondarie ha una sola conduzione che dura 60°; la corrente è unidirezionale e, se esce dal morsetto di linea, rientra dal centro stella. Simultaneamente è assorbita un’identica onda
di corrente sul lato primario, che però deve ritornare in linea attraverso le
due fasi che in quel momento non lavorano. Quindi, mentre nella fase che
effettivamente è in conduzione c’è equilibrio delle f.m.m., contemporaneamente nelle altre due fasi si determina una situazione di magnetizzazione
non equilibrata dal secondario. Qualora si utilizzi un circuito esafase, viene
adottato un circuito triangolo - stella. Si può pertanto affermare che il circuito di conversione con secondario esafase risulta sotto ogni aspetto svantaggiato rispetto ai circuiti trifasi a ponte e a doppia stella e, di fatto, il suo
impiego è assai raro e dettato da necessità particolarissime ed eccezionali.
Circuito dodecafase
La combinazione di due circuiti trifasi semplici in serie o in parallelo,
che si traduce nei due circuiti a doppia stella e a ponte, porta a notevoli
vantaggi per quanto riguarda la fluttuazione della tensione teorica raddrizzata Vdo , mantenendo per le correnti un numero di impulsi per periodo
sufficientemente basso, e cioè 3. Al fine di realizzare un raddrizzamento a
In questo caso, i due ponti raddrizzatori sono alimentati da due distinti avvolgimenti secondari del trasformatore collegati uno a stella e l’altro a triangolo.
XI
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
67
“reazione dodecafase”, è necessario collegare due gruppi esafase, in serie
o in parallelo, ed alimentarli con tensioni sfasate di 30°. Tale condizione
si realizza dotando il trasformatore di alimentazione dei ponti di doppio
secondario con collegamenti degli avvolgimenti rispettivamente a stella e
a triangolo (cfr. Fig. 3.10a). In generale, si ricorre ad un convertitore dodecafase per esigenze di esercizio o se vi sono richieste di potenze elevate (a
partire da qualche centinaio di kW).
Figura 3.10a:
Schema di principio di
un collegamento a reazione dodecafase.
Figura 3.10b:
Stadi e filari di un
gruppo raddrizzatore.
68
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Nelle SSE che installano gruppi a “reazione dodecafase” i raddrizzatori
sono contenuti in 6 armadi ognuno dei quali contiene i sei distinti rami.
Ogni ramo, per condurre la corrente corrispondente alla piena potenza, è
costituito da più filari lavoranti in parallelo e ciascun filare, in funzione
della tensione di esercizio e delle possibili sovratensioni, è costituito da
più diodi collegati in serie. Ognuno di questi diodi costituisce uno stadio
(cfr .Fig. 3.10b).
3.2.1.3.
Le linee di trazione
Le linee di trazione per l’alimentazione dei convogli ferroviari, aeree o
a terza rotaia, costituiscono con le rotaie, il circuito elettrico di trazione. A
seconda del tipo di traffico, possono essere più o meno complesse e, con
riferimento a quelle utilizzate per un sistema di trasporto extraurbano con
traffico elevato, sono costituite da: uno o più fili di contatto (ad un’altezza
dal piano del ferro pari a 5,125 m), una o più funi portanti (ad un’altezza
dal piano del ferro pari a 6,125 m), eventuali alimentatori (ad un’altezza dal
piano del ferro pari a 7,125 m). Sono dotate di un circuito di protezione dai
cortocircuiti costituito da una o più funi di terra (se una, è posizionata ad
un’altezza dal piano del ferro pari a 5,105 m; se due, la prima è a 5,105 m
e la seconda a 7.505 m; se 3, la prima è a 5,105 m, la seconda è a 5,125 m,
la terza è a 7,505 m) ed, in alcuni casi, da un circuito di protezione da sovratensioni di tipo indotto costituito da un conduttore (trefolo ceraunico)
posizionato al di sopra della fune portante, ad una distanza variabile tra i
40 e gli 80 cm.
Le sollecitazioni cui è sottoposta una linea di trazione sono di natura
meccanica, elettrica e termica. Le sollecitazioni mecc.che sono causate dalla spinta esercitata dall’organo di captazione del veicolo ed è particolarmente rilevante se le linee sono di tipo aereo. In generale, provvedimenti legati
ad opportune sospensioni dei fili di contatto sia alla fune portante sia in
corrispondenza dei sostegni, consentono di mitigarle. Sono la causa principale dell’usura del filo di contatto.
Le sollecitazioni termiche discendono sia da fattori ambientali sia dagli
stessi fattori elettrici. Il provvedimento che consente di limitare le dilatazioni termiche è quello di contrappesare o il solo filo di contatto o anche
la fune portante. In generale, una campata di contrappesatura è lunga circa
1500 m. Lo stress termico, legato al passaggio della corrente nei conduttori,
viene evitato se la corrente non supera il valore di 4 A/mm2.
Il circuito di trazione è in generale suddiviso in tronchi alimentabili e
separabili mediante interruttori e sezionatori. I tronchi vengono denominati
settori o sezioni elementari, a seconda che vengano usati interruttori automatici o semplici sezionatori.
Un settore compreso fra due SSE è alimentato in “bilaterale” se entrambe
le SSE lo alimentano. In questo caso, la quasi totalità della corrente assorbita da un mezzo di trazione si ripartisce fra due SSE adiacenti.
Si ha un’alimentazione “a sbalzo” quando il settore è alimentato ad una
sola estremità. L’intera corrente percorre il tratto di circuito compreso fra
la SSE e il punto (o i punti) di prelievo, ovvero il treno e/o i treni in assorbimento.
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
69
La Fig. 3.11 riporta lo schema di una tratta di una linea di trazione a
doppio binario compresa tra 2 SSE e nella quale sono presenti 3 stazioni:
2 in prossimità delle SSE stesse ed una posizionata a metà della tratta. Nella
figura sono evidenziati i settori che sono separati mecc.camente da sezionamenti a spazio d’aria e la cui continuità elettrica è garantita dalla presenza
di sezionatori.
In particolare, per mantenere la continuità elettrica della tratta con l’intera linea, deve essere verificata la chiusura dei seguenti sezionatori:
1, 2, 10, 9, 3 e 4 relativi alla SSE1 e alla stazione posta nelle sue immediate vicinanze, 1,2, 3 e 4 relativi alla stazione dislocata a metà tratta, 1,
2, 9, 10, 4, 3 relativi alla SSE2 e alla stazione posta nelle sue immediate
vicinanze.
I sezionatori 6,5, 8 e 7 si chiudono solo se una 2 delle coppie di sezionatori delle SSE (1-2 o 10-9 della prima e 9-10 o 4-3 della seconda) sono aperti.
In caso di guasto di una SSE, il settore può essere alimentato dalle SSE
adiacenti qualora il dimensionamento del sistema lo consenta.
Figura 3.11:
Alimentazione di linea
a doppio binario con
sezionamento intermedio realizzato in
corrispondenza di una
stazione.
3.2.2.
LE INTERFERENZE PRODOTTE DALL’ELETTRIFICAZIONE FERROVIARIA IN C.C.
3.2.2.1.
Le armoniche di tensione e di corrente
I ponti convertitori presenti nelle sottostazioni elettriche generano armoniche di tensione e di corrente, causa di disturbi di tipo condotto su
altri sistemi e apparecchiature anche esterni alla ferrovia. Le frequenze caratteristiche di tali armoniche sono funzione del numero di commutazioni
non contemporanee per ciclo della fondamentale della tensione alternata
(numero di impulsi, o indice di pulsazione) del convertitore.
Viene definito ordine di un’armonica il rapporto tra la frequenza dell’armonica e quella della fondamentale di oscillazione periodica. L’ampiezza
di un’armonica di ordine h è pari al rapporto tra l’ampiezza dell’armonica
fondamentale ed il suo ordine, pertanto decresce con il crescere dell’ordine
dell’armonica stessa.
Per determinare l’ordine, il valore massimo e la fase delle armoniche
caratteristiche di un convertitore trifase, si assume che:
a. le tensioni alternate siano trifasi, sinusoidali, simmetriche e di sequenza
positiva,
b. la corrente continua sia costante e senza nessuna oscillazione (ipotesi conseguente dall’aver supposto l’esistenza, lato c.c., di un’induttanza infinita),
70
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
c. gli inneschi siano dati ad uguali intervalli di tempo (1/6 di ciclo) con
un uguale angolo di ritardo misurato dallo 0 della rispettiva tensione
(in commutazione). Per effetto dell’ipotesi (a), gli zeri sono egualmente
distanziati;
d. le induttanze di commutazione siano uguali nelle tre fasi.
Dalle ipotesi sopra elencate discende che:
–– le tensioni alternate non hanno armoniche eccetto la prima (la fondamentale) e la corrente continua non ha armoniche. Si può pertanto affermare che le armoniche presenti lato c.a. sono esclusivamente di corrente, quelle presenti lato c.c. sono esclusivamente di tensione;
–– l’angolo di sovrapposizione è lo stesso per ogni commutazione;
–– l’oscillazione della tensione continua ha il periodo di 1/6 di quello della
tensione alternata pertanto le armoniche di tensione, lato c.c., sono di
ordine 6 e dei suoi multipli (12, 18, 24, …);
–– le correnti alternate hanno parti positive e negative della stessa forma
(F(+ 180°) = - F (- 180°)), pertanto non ci sono armoniche di ordine pari
nella corrente alternata;
–– le correnti alternate hanno la stessa forma d’onda, ma sono sfasate di 1/3
di ciclo (120° dalla fondamentale), pertanto, tenuto conto che la differenza di fase per l’h-esima armonica è h volte quella della fondamentale,
ne discende che le armoniche di c.a. hanno le sequenze di fase riportate
nella Tab. 3-I.
Tabella 3-I:
Ordine delle armoniche e sequenze.
Sequenza
Ordine
Omopolare (S0)
0, 3, 6, 9, 12, 15, 18, 21, 24, …
Positiva (S1)
1, 4, 7, 10, 13, 16, 19, 22, 25, …
Negativa (S2)
2, 5, 8, 11, 14, 17, 20, 23, 26, …
Si può pertanto concludere che un convertitore trifase, il cui numero di
impulsi è pari a p, genera:
lato c.c., armoniche di ordine h = pn
lato c.a., armoniche di ordine h = pn ± 1,
essendo n un intero (cfr. Tab. 3-II); quelle di ordine 6 h + 1 hanno sequenza positiva, quelle di ordine 6 h – 1 sequenza negativa e non possono
esistere armoniche caratteristiche di ordine 3 h.
Tab. 3-II:
Ordine delle armoniche in funzione degli
impulsi.
N. impulsi
Ordine di armonica
lato c.c.
Ordine di armonica
lato c.a.
P
Pn
pn ± 1
6
0, 6, 12, 18, …
1, 5, 7, 11, 13, …
12
1, 12, 24, …
1, 11, 13, 23, 25, …
Si definiscono armoniche caratteristiche quelle intrinsecamente connesse all’indice di pulsazione (ed i cui ordini sono riportati nella tab. 3-II), le
restanti vengono definite armoniche non caratteristiche, presenti in condizioni di non idealità della tensione trifase.
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
71
L’entità e gli effetti della distorsione armonica sono determinati non solo
dell’ampiezza delle singole armoniche, ma anche della loro azione combinata.
È noto che qualsiasi funzione periodica non sinusoidale può essere
scomposta nella somma di funzioni sinusoidali: una di frequenza fondamentale e altre, generalmente di minore ampiezza, aventi frequenze che
sono multiple intere di quella fondamentale (armoniche); le fasi di tali armoniche, rispetto alla fondamentale, possono assumere valori in generale
diversi. Quanto sopra si esprime nella classica formula:

y
f t  
A0   Ah sin  n1t   h 
(3.5)
h 1
dove:
h = ordine dell’armonica;
A0 = eventuale componente unidirezionale;
ω1 = pulsazione corrispondente alla fondamentale;
ϕh = fase della h-esima armonica;
Ah = valore massimo della h-esima armonica.
La distorsione armonica è caratterizzata da alcuni parametri che vengono
definiti una volta effettuata la scomposizione della funzione y. In particolare, si definiscono i seguenti indici:
il tasso di distorsione armonica individuale (Individual Harmonic Distortion - IHD):
IHD
 100 
Ah
A1
(3.6)
il tasso di distorsione armonica globale (Total Harmonic Distortion - THD):
2

A 
THD
 100    h 
h 2  A1 
(3.7)
essendo Ah e A1, rispettivamente, le ampiezze dell’h-esima armonica e della
fondamentale.
Per altri parametri, come in particolare il TIF (Telephone Interference
Factor), la definizione richiede anche l’introduzione di opportuni “pesi”
(weighting factors), che tengono conto degli effetti dell’accoppiamento induttivo con i circuiti telefonici alle diverse frequenze. Il TIF è definito nel
seguente modo:
2

TIF 
  A hW h 
h1


h 1
(3.8)
Ah2
essendo Wh un fattore di peso corrispondente alla h-esima armonica, il cui
valore è ricavabile da apposite tabelle.
72
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
La normativa prevede dei limiti all’inquinamento armonico in quanto
le stesse correnti armoniche hanno effetti negativi su diversi componenti
di rete e sui carichi delle utenze, provocando, in particolare, disturbi ad
elementi dei sistemi elettrici, ai carichi elettrici, alle linee telefoniche e telematiche.
I principali disturbi che si riscontrano in alcuni elementi dei sistemi
elettrici sono:
–– i sovraccarichi delle batterie di condensatori. I condensatori allacciati
alla rete assorbono correnti armoniche di intensità dipendente dalla distorsione dell’onda di tensione. I sovraccarichi risultanti sono in generale non elevati, in quanto distorsioni che abitualmente si osservano nelle
reti hanno valori relativamente modesti, fatta eccezione per alcuni casi
particolari. Si sono riscontrati casi di distruzione di batterie di condensatori per sovrariscaldamento e distacchi ripetuti delle batterie di rifasamento per sovraccarico. Secondo le norme IEC i condensatori possono
funzionare con un sovraccarico permanente del 30 %. Per raggiungere
tali sovraccarichi sarebbe necessaria la presenza nella tensione di una
componente di 5a armonica di circa il 17 %, oppure una componente di
7a armonica di circa il 12 %;
–– l’irregolarità di funzionamento dei dispositivi di telecomando centralizzato del tipo “ripple control”. Tali dispositivi, utilizzati in molte reti europee, inviano degli impulsi nelle linee di distribuzione per comandare
l’accensione di impianti di illuminazione, la inserzione o la disinserzione di certi tipi di utenze, la variazione di tariffa, eccezionali impulsi
sono generalmente a frequenza fonica ma, in alcuni casi, a frequenze
più elevate. La presenza di armoniche nella tensione di rete, anche se di
ampiezza limitata (circa l’1 % per la 3a armonica e valori decrescenti per
le armoniche più elevate), può provocare il funzionamento intempestivo
di questi dispositivi. La scelta opportuna delle loro frequenze di funzionamento e l’adozione di circuiti con banda passante molto ristretta
attorno alla frequenza prescelta, potrebbe limitare l’intempestività degli
interventi;
–– la circolazione di correnti armoniche nel 4° filo dei sistemi trifase di
bassa tensione. In un sistema trifase equilibrato, il conduttore di neutro
è percorso da una corrente di ampiezza pari a:
I 0= 3 I32 + I 62 + I 92 + ...
(3.9)
ale corrente potrebbe sovraccaricare il conduttore di neutro, se questi
T
fosse già percorso da una corrente dovuta ad uno squilibrio dei carichi
alimentati dalla linea, e si riscontrerebbero maggiori perdite e una limitazione della portata del cavo;
–– le perdite addizionali nei trasformatori. Nel caso in cui le correnti armoniche costituiscano una quota cospicua della corrente totale, si hanno
sensibili perdite addizionali negli avvolgimenti dei trasformatori. Tuttavia, anche ammettendo che la quota di carico suscettibile di produrre
armoniche non sia superiore al 30-40 % del carico totale, si calcola che
tali perdite non superino comunque il 2-3 % delle perdite totali, in condizioni normali;
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
73
–– gli errori di misura dei contatori di energia ad induzione. Da alcune misure condotte sui contatori monofase in classe 2, nel caso di carichi con
controllo di fase è risultato che le variazioni assolute di errore, rispetto
al caso di carico sinusoidale, vanno mediamente dall’1 %, per angoli di
controllo di 50°-60°, fino ad un valore del 4 %, per angoli di controllo di
150°. Poiché gli errori maggiori si verificano quando l’angolo di controllo
è grande, ossia quando è piccola la potenza controllata, le conseguenze
sono piuttosto modeste.
I carichi elettrici particolarmente suscettibili alla presenza delle armoniche di tensione e di corrente sono:
–– le macchine elettriche rotanti. La presenza di armoniche di tensione o
di corrente provoca perdite addizionali anche di notevole entità. Se un
motore ad induzione fosse alimentato da una tensione molto deformata,
ad esempio di tipo quasi rettangolare (cui corrisponde una distorsione
totale del 30 %) l’incremento di perdite riscontrabile potrebbe raggiungere il 2 % della potenza erogata;
–– i convertitori statici. Sono tra i più sensibili alla presenza di armoniche
nella tensione di alimentazione. Prescrizioni contenute in diverse fonti
(IEC, VDE) richiedono una distorsione globale inferiore al 10 % ed un
tasso di distorsione armonica individuale inferiore al 5 % fino alla 13a
armonica e gradualmente decrescente all’1 % fino ai 5.000 Hz;
–– le apparecchiature elettriche in genere. La tendenza da parte dei costruttori è di prescrivere un fattore di distorsione globale del 5 %;
–– i relè di protezione. La presenza di distorsione armonica può causare un
intervento intempestivo qualora il valore delle armoniche di tensione sia
abbastanza elevato (intorno al 10 % della fondamentale). In condizioni
di regime, la presenza di armoniche nella tensione non ha alcun inconveniente per le protezioni di rete (relè distanziometrici, ecc.) mentre è
critica la situazione in regime transitorio (conseguente per esempio ad
un cortocircuito), quando cioè la distorsione dell’onda di tensione e di
corrente può essere anche molto elevata. Va comunque ricordato che le
recenti norme IEC sui relè prescrivono una distorsione limite del 5 % in
regime permanente;
–– le linee telegrafiche e telefoniche. I principali disturbi, di tipo indotto,
sono dovuti principalmente alle correnti armoniche e la loro entità dipende dalla configurazione del sistema e dalla reciproca disposizione
delle linee elettriche e di telecomunicazione. Le Direttive CCITT (Comité
Consultatif Telegrafique et Telephonique) impongono le formule da applicare per poter valutare l’entità del disturbo. Si può tuttavia affermare
che, salvo eccezioni e comunque per le armoniche di ordine inferiore a
15, non si riscontrano disturbi di particolare entità. Alcune indagini hanno mostrato che, in una conversazione telefonica, il principale disturbo
è localizzato ad una frequenza di 800 Hz mentre componenti a frequenze diverse, anche se di eguale ampiezza, non hanno gli stessi effetti di
disturbo per l’orecchio umano. Si sono pertanto attribuiti pesi differenti
alle varie frequenze.
Si definisce quale indice per la valutazione del disturbo una tensione,
detta psofometrica, che si registra tra due fili di un circuito telefonico interferito da una linea elettrica, la cui espressione è la seguente:
74
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Vp =
1
P800
∞
∑ ( Pf V f )
2
(3.10)
n=1
dove:
–– Vf è la tensione alla frequenza f indotta dalla linea elettrica sulla linea
telefonica (indipendente quindi dalle caratteristiche dei due circuiti);
–– Pf è il peso che si attribuisce alla frequenza f; P 800 è il peso che viene
assegnato alla frequenza pari ad 800 Hz ed assunto convenzionalmente
pari a 1000.
Per ridurre significativamente le armoniche presenti nella linea di contatto, si può utilizzare, all’uscita delle sottostazioni, un filtro passa–basso
costituito essenzialmente da un grosso reattore (con un’induttanza tra 6 e
13 mH) posto in serie nel collegamento tra la sbarra negativa e le rotaie, e da
alcuni rami di induttanza e capacità accordate sulle varie armoniche (filtro
a risonanza) o di semplici capacità (filtro aperiodico) derivate, subito a valle
del reattore, tra il positivo ed il negativo. Con gruppi raddrizzatori al silicio
di potenza pari a 5.400 kW, per evitare reattori di dimensioni eccessive, è
risultato preferibile adottare un filtro per ogni singolo gruppo. La presenza
del filtro riduce la componente alternativa della tensione raddrizzata fino
allo 0,3 %.
3.2.2.2.
Le correnti disperse ed i fenomeni corrosivi
3.2.2.2.1.
Generalità
Le strutture metalliche presenti nel sottosuolo, specialmente nelle aree
urbane, sono sempre più numerose. Ciò è dovuto alla continua espansione di servizi tecnologici di varia natura e finalità, distribuiti capillarmente
all’utenza. La conseguenza è che vengono a coesistere in modo sempre più
massiccio nello stesso ambiente tubazioni dell’acqua, tubazioni del gas, tubazioni di teleriscaldamento, cavi telefonici, cavi d’energia dei vari sistemi
di distribuzione, impianti di terra, ecc. Queste strutture, poste nell’ambiente elettrolitico costituito dal terreno - o in alcuni casi dall’acqua -, sono soggette a diversi fenomeni di tipo chimico-fisico, causati sia dalla loro natura,
sia dalla presenza di altri servizi che, per il loro funzionamento, sono fonte
di campi elettrici nel terreno. Tra i vari problemi che si vengono in tal modo
a creare, assumono rilevanza particolare le interferenze di tipo elettrico cui
le strutture metalliche sono soggette.
Col termine generico di interferenza si intende la variazione dello stato
elettrico di una struttura come conseguenza di un’alterazione del campo
elettrico nell’ambiente causata dalla presenza di un’altra struttura o di correnti continue disperse nel terreno.
L’esistenza di campi elettrici continui nel terreno è legata a diverse cause; le principali sorgenti di correnti continue nel suolo (note anche come
correnti vaganti) sono:
–– i sistemi di trazione elettrica ferroviaria;
–– i sistemi di trazione elettrica tranviaria;
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
75
–– gli impianti industriali che utilizzano distribuzioni in corrente continua
con un polo a terra (ad esempio i grandi impianti di saldatura dei cantieri
navali, le lavorazioni di tipo elettrochimico, ecc.
–– i dispersori degli impianti di protezione catodica;
–– le centrali telefoniche;
–– i sistemi di trasmissione HVDC unipolari con ritorno a terra.
In molti Paesi, tra cui il nostro, la gran parte della trazione ferroviaria e
tranviaria si effettua in corrente continua. In questo caso, le correnti disperse di origine ferro-tranviaria costituiscono di gran lunga la più importante
fonte di interferenza elettrica per le opere del sottosuolo, sia per la capillare
distribuzione della rete ferroviaria, sia per l’intensità delle correnti disperse
(dell’ordine anche di parecchie centinaia di ampère), sia per la loro forte variabilità (tant’è che questo genere di interferenza viene normalmente detto
di tipo dinamico), sia infine per il fatto che i campi elettrici prodotti (e di
conseguenza le interferenze) sono avvertibili anche a distanze di svariati
chilometri dagli impianti di trazione.
Va ricordato che i metodi d’indagine ed i provvedimenti atti a far fronte
alle interferenze causate da altri tipi di sorgente (ad esempio gli alimentatori
di protezione catodica a corrente impressa), sono in genere diversi da quelli
adottabili nel caso di interferenze originate da impianti di trazione.
La conseguenza principale di una interferenza di tipo elettrico su una
struttura metallica interrata consiste nello spostamento del potenziale naturale (o indisturbato) di equilibrio tra il metallo e l’elettrolita circostante.
L’interferenza può essere sia di tipo “migliorativo”, quando porta il metallo
a contatto con l’ambiente a potenziali più negativi di quello di soglia limite
di immunità termodinamica, sia di tipo “peggiorativo”, quando sposta tale
potenziale verso valori più positivi, creando quindi pericolo di corrosione.
Quest’ultimo aspetto è ovviamente il più preoccupante ed è appunto
quello che si vuole combattere; basti pensare che al di là dell’intrinseca pericolosità del fenomeno e dei danni indiretti indotti dalla corrosione delle
opere metalliche del sottosuolo, si stima per il solo acciaio che circa un quinto della produzione annuale mondiale di sostanze ferrose serva unicamente
alla sostituzione di manufatti distrutti nei processi di corrosione, nei quali
la corrosione per correnti vaganti (o allocorrosione) ha un ruolo rilevante.
3.2.2.2.2.
L’interferenza elettrica provocata dagli impianti di trazione
Se il binario, conduttore di “ritorno” del circuito di trazione, fosse perfettamente isolato dal terreno, la corrente si chiuderebbe (sotto forma di
corrente di elettroni, o corrente di prima specie) tra ogni locomotore e le
SSE, senza interessare il terreno.
Ciò, in realtà, non accade mai. Il tipo di costruzione dell’armamento ferroviario, nonché i percorsi fisici del binario, che non sempre costituiscono
la via più diretta di richiusura per le correnti, fanno sì che un’aliquota importante della corrente sia condotta dal terreno. In base ai rilievi sperimentali, tale aliquota può raggiungere il 70 % della corrente totale.
Nell’illustrazione di Fig. 3.12 si vede come, in una situazione semplice
costituita da un unico locomotore ed un’unica SSE, la somma della corrente
vagante e della corrente condotta dalle rotaie, rilevate su una ideale sezione
infinita ortogonale al binario, eguagli in ogni istante (con segno contrario)
la corrente circolante nella linea di contatto.
76
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 3.12:
Quota della corrente
vagante nel terreno
generata dalla presenza in linea di un convoglio ferroviario.
Un’eventuale struttura metallica posta nell’ambiente viene a costituire un’ulteriore via preferenziale per le correnti vaganti. Il potenziale della
struttura rispetto al terreno viene alterato come mostrato nella Fig. 3.13, con
la creazione di almeno una zona catodica, dove le correnti entrano nella
struttura, e di almeno una zona anodica, dove le correnti escono dalla struttura per tornare all’alimentatore.
La creazione della zona anodica costituisce pericolo di corrosione. Si
parla in questo caso di allocorrosione, o corrosione sostenuta da generatore
esterno, in contrapposizione con il diverso fenomeno dell’autocorrosione
per pila geologica.
Va subito chiarito che il processo allocorrosivo ha fortunatamente un
rendimento elettrolitico molto più basso rispetto ai processi di tipo autocorrosivo. Nei primi infatti la corrente non è totalmente costituita da ioni
metallici migranti verso l’ambiente, anzi la conduzione elettronica è prevalente. In altre parole, nel caso di allocorrosione non sono applicabili le leggi di Faraday che governano il processo autocorrosivo e conseguentemente
non vi è proporzionalità tra corrente circolante e materiale metallico (ioni)
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
77
Figura 3.13:
Corrente vagante nel
terreno raccolta da
una struttura estranea
e spostamento del potenziale della struttura
rispetto all’elettrolita.
passato in soluzione: se così fosse, le elevate correnti in gioco - in alcuni
casi centinaia di ampère - causerebbero in poche ore la distruzione delle strutture metalliche interferite. Tuttavia il fenomeno dell’allocorrosione,
pur avendo un rendimento elettrolitico basso, è comunque spesso più preoccupante di quello dell’autocorrosione a causa dell’elevata intensità delle
correnti in gioco.
L’aliquota di corrente che abbandona il binario per chiudersi lungo la
struttura interferita può essere calcolata per mezzo del circuito equivalente
di Fig. 3.14, valido nel caso semplice di un unico locomotore e di un’unica
SSE, dove:
–– I, I’, i sono rispettivamente le correnti nel binario e quella raccolta dalla
struttura interferita;
–– r1, r2 sono le resistenze longitudinali del binario e della struttura;
–– R1, R1’, R2, R2’ sono le resistenze trasversali - supposte concentrate - del
binario e della struttura;
–– R, R’ sono le resistenze equivalenti del terreno.
Dal circuito equivalente si ricava facilmente:
I= I '+ i
(3.11)
78
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 3.14:
Circuito equivalente
per il calcolo della
corrente vagante nel
terreno.
i=
=
i%
I ' r1
R1 + R + R2 + R2 '+ R '+ R1 '+ r2
r1
i
=
100
I
r1 + R1 + R + R2 + R2 '+ R '+ R1 '+ r2
(3.12)
(3.13)
Ne segue che, per diminuire l’aliquota di corrente drenata dalla struttura
interferita, si può agire in uno o più dei seguenti modi:
1.
2.
3.
4.
diminuire r1, cioè migliorare la conducibilità longitudinale del binario;
aumentare le resistenze trasversali R1 e R1’ del binario;
aumentare le resistenze trasversali R2 e R2’ della struttura interferita;
aumentare la resistenza longitudinale r2 della struttura: ciò si può ottenere interponendo giunti isolanti longitudinali lungo la struttura interferita.
La conducibilità longitudinale del binario si può aumentare utilizzando
rotaie saldate e di grande sezione, mentre un aumento delle resistenze trasversali R1 e R1’ del binario si può ottenere per mezzo di una massicciata
sassosa scarsamente conduttrice. Le resistenze trasversali della struttura interferita si possono aumentare migliorando l’isolamento della struttura con
rivestimenti adatti.
Riguardo l’installazione di giunti isolanti lungo la struttura interferita,
questi modificano l’andamento del potenziale raccolto dalla struttura come
illustrato nella Fig. 3.15.
I benefici così ottenibili sono evidenti. Va evidenziato che il giunto isolante deve essere idoneo per il tipo di fluido eventualmente trasportato dalla struttura, se questa è una tubazione, in modo da tener conto della con-
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
79
Figura 3.15:
Modifica del potenziale
struttura-terreno a seguito dell’introduzione
di un giunto isolante.
ducibilità intrinseca del fluido stesso (utilizzando un idoneo rivestimento
interno) e deve essere posato in modo tale da non venire successivamente
by-passato dal terreno (utilizzando un rivestimento esterno a monte ed a
valle del giunto).
Particolare cura va infine posta nei casi in cui siano presenti più strutture parallele o comunque vicine tra loro, perché in questi casi l’adozione
di un giunto isolante su una delle strutture può comportare (o aggravare)
problemi di interferenza sull’altra (o sulle altre).
Esiste tuttavia un’ulteriore possibilità di limitare la creazione di una zona
anodica in corrispondenza dell’uscita di corrente dalla struttura interferita,
senza tentare di diminuirne l’intensità. In termini di principio ciò è possibile semplicemente trasformando l’aliquota di corrente di seconda specie
(costituita da ioni metallici ceduti all’ambiente) in corrente di prima specie
(costituita da elettroni), mediante la creazione di un collegamento galvanico
tra rotaia e struttura interferita. Un collegamento di questo tipo è noto come
Drenaggio Direzionale su Rotaia (DDR).
In realtà l’adozione di questo provvedimento non è semplice come potrebbe sembrare e, se non correttamente eseguito, può essere fonte di problemi maggiori di quelli che si vogliono risolvere.
80
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
La costruzione di un DDR viene eseguita come illustrato nella Fig. 3.16,
utilizzando un diodo per evitare che situazioni di inversione di polarità
comportino pericolose entrate di correnti dalla rotaia verso la struttura, correnti che poi creerebbero dannose zone anodiche uscendo dalla struttura da
qualche altra parte.
Spesso risulta necessario inserire in serie al diodo una resistenza di bilanciamento R allo scopo di regolare i potenziali relativi struttura-rotaia.
Figura 3.16:
Esecuzione di un drenaggio direzionale su
rotaia.
3.2.2.2.3.
La misura delle interferenze
Per determinare lo stato elettrico di una struttura e quindi la sua condizione di struttura interferita (in senso peggiorativo o migliorativo), si ricorre usualmente alla misura del potenziale metallo-elettrolita (terreno per le
strutture interrate, acqua per quelle sommerse).
Esistono anche altri tipi di misure possibili (ad es.: misura della differenza di potenziale tra due strutture non galvanicamente collegate tra loro;
misura della caduta di tensione tra due punti di una stessa struttura; misure
di gradiente di potenziale tra due o più punti del terreno ecc.) che qui, per
brevità, non si discutono.
La misura del potenziale della struttura rispetto al terreno viene in genere condotta utilizzando un elettrodo di riferimento impolarizzabile. Molto
diffuso è l’elettrodo rame-solfato di rame saturo (Cu/CuSO4), che consiste
in un’emicella del tipo illustrato nella Fig. 3.17, posta con il setto di legno
poroso a contatto con l’elettrolita.
La misura viene eseguita come illustrato nella Fig. 3.18, ponendo il voltmetro tra la struttura interferita e l’elettrodo posizionato sulla superficie
soprastante la generatrice della struttura.
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
81
Figura 3.17:
Elettrodo impolarizzabile al Cu/CuSO4 per
misure sul campo.
Figura. 3.18:
Esecuzione della misura del potenziale
struttura-elettrolita.
Per una struttura interferita, il circuito equivalente di misura è quello
illustrato nella Fig. 3.19, dove:
–– Ri = resistenza interna del voltmetro;
–– Rc = resistenza dei conduttori di misura;
–– Re = resistenza interna dell’elettrodo di riferimento;
82
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 3.19:
Circuito equivalente
di misura nel caso di
struttura interferita.
–– Rt = resistenza tra la superficie del metallo e la superficie dell’elettrodo
di riferimento;
–– Gs = f.e.m. dell’emicella struttura-ambiente;
–– Ge = f.e.m. dell’emicella costituita dall’elettrodo di riferimento;
–– Im = corrente della maglia di misura;
–– Io = corrente interferente esterna.
In assenza di perturbazione, la corrente I0 è nulla di conseguenza il potenziale misurato tra i punti A e B è dato da:
Vba = RI × Im = Gs - Ge - Im(Rc + Re + Rt) ≅ Gs - Ge
(3.14)
Se il voltmetro ha resistenza interna Ri molto elevata e di conseguenza
la corrente Im risulta molto piccola, il potenziale letto è praticamente quello
naturale, dato dalla differenza delle due emicelle.
In presenza di interferenza, la lettura sul voltmetro è affetta dalla caduta
di tensione determinata dalla corrente vagante I0 che agisce nel sistema,
sicché la lettura diventa:
Vba = Gs - Ge - Im(Rc + Re + Rt) – I0Rt
(3.15)
In questo caso, la lettura del potenziale non è data soltanto dal valore
della differenza delle due emicelle, ma è influenzata anche da un termine
di errore che dipende dal prodotto Rt (tanto maggiore quanto più distante è
l’elettrodo dalla superficie della struttura metallica) moltiplicato per I0.
Per rendere minimo tale errore, occorre che l’elettrodo di riferimento sia
posto il più possibile a ridosso della struttura interferita, in modo da rendere minima Rt.
Nel caso comune di struttura interrata e non meglio accessibile, il punto
di posizionamento dell’elettrodo che provoca l’errore minore è ovviamente
in corrispondenza della generatrice superiore (punto B della Fig. 3.20). In
caso di struttura accessibile (scavo aperto), la posizione ideale è a ridosso
(ma non a contatto!) della struttura (punto A della Fig. 3.20).
In pratica, la misura deve essere condotta con una serie di strumenti posti lungo la struttura interferita, come illustrato nella Fig. 3.21.
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
83
Figura 3.20:
Misura del potenziale
struttura-terreno.
Figura 3.21:
Rilievo dei potenziali
di una struttura interferita.
Poiché le correnti vaganti risultano ampiamente variabili nel tempo (essendo legate alla posizione dei convogli, alla regolazione delle stazioni di
conversione, ecc.) i potenziali debbono essere registrati per periodi di tempo significativi, in pratica non meno di 24 ore.
La lettura comparata dei diagrammi di potenziale consente di individuare le zone soggette a diventare anodiche, di valutarne il tempo di persistenza in tale stato e di determinare le zone che, contemporaneamente,
diventano catodiche.
84
3.2.3.
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
L’ELETTRIFICAZIONE FERROVIARIA IN CORRENTE ALTERNATA
L’esigenza di un’elettrificazione ferroviaria in c.a., con valori di tensione
superiori a quelli utilizzati per l’elettrificazione in c.c., si è avvertita quando
si è sentita la necessità di incrementare la potenzialità del sistema senza
aumentare eccessivamente i costi degli impianti di alimentazione dei rotabili. Per altro, l’installazione a bordo di un trasformatore che consentisse di
ridurre la tensione ad un valore idoneo per i motori di trazione, non sembrò
complicare particolarmente il circuito di bordo dei locomotori. Tuttavia, la
scelta del motore di trazione, monofase o trifase, comportò comunque una
riprogettazione del tipo di alimentazione.
Infatti, la scelta di un motore asincrono monofase a collettore se, da un
lato, presentava il vantaggio di mantenere monofilare la linea di trazione,
dall’altro, presentava problemi legati alla f.m.m. trasformatorica che, all’avviamento, rendeva difficoltosa la commutazione. L’inconveniente, trascurabile alle basse frequenze, comportò una distribuzione dell’energia elettrica
ad una frequenza che fu denominata “ferroviariaXII” (16 2/3 Hz), da prodursi
in apposite centrali.
Per contro, la scelta di un motore sincrono trifase imponeva una complicazione nella progettazione delle linee di trazione, che dovevano essere bifilari, e negli organi di captazione del rotabile. Questa soluzione fu destinata
ad avere realizzazioni di rilievo anche in Italia e, al riguardo, si ricorda la
Lecco-Colico-Chiavenna, realizzata nel 1902, prima linea ferroviaria elettrificata in trifase che, per consentire il raggiungimento di velocità accettabili,
fu elettrificata a 3000 V, tensione che consentiva l’alimentazione diretta del
motore. Per ridurre le cadute di tensione dovute al ridotto livello di tensione e limitare il numero di poli del motore, fu scelta la frequenza di 15 Hz,
valore che si era ottenuto con le convertitrici di frequenza costituite da un
motore sincrono e da un alternatore il cui numero di poli era nel rapporto
delle frequenze in ingresso e in uscita di 1 a 4.
Il problema della produzione dell’energia a frequenze diverse da quella
industriale fu superato nel 1904, quando si realizzò, in Svizzera, la linea
Seebach-Wettingen, primo esperimento effettuato sul monofase: l’elettrificazione era a 15 kV-50 Hz. Seguirono altri esperimenti che consentirono,
nel 1945, l’elettrificazione della linea francese della Savoia a 20 kV alla
frequenza industriale. I motori di trazione a bordo dei locomotori erano o
monofasi in c.a., alimentati direttamente, o in c.c. con conversione a bordo
ottenuta per mezzo di ignitroni o di gruppi rotanti. La comparsa dei raddrizzatori al silicio ha reso ovviamente più semplice e sicura la conversione a
bordo ed ha consentito lo sviluppo dell’attuale sistema a 25 kV-50 Hz che,
rispetto al sistema in c.c., annovera alcuni vantaggi di natura economica,
specie per quanto concerne gli impianti fissi. Si hanno infatti minori costi
sia per la maggiore semplicità delle SSE, che si riducono a semplici sottostazioni di trasformazione, sia per il loro numero, basso per via del maggior
distanziamento reso possibile dall’aumento del valore della tensione di alimentazione. Anche le linee di trazione hanno sezioni equivalenti inferiori
per effetto della riduzione delle correnti e, conseguentemente, si riducono i
costi dei sostegni, delle sospensioni e delle regolazioni. A fronte di tali vantaggi si riscontrano tuttavia alcuni inconvenienti, descritti nel successivo
XII
cf. Nota a Pag 52.
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
85
Paragrafo 2.4: gli squilibri di carico, derivanti dalle SSE stesse che, come
carichi monofasi, sono la causa principale delle dissimmetrie delle tensioni
nel sistema di alimentazione in AT, e la generazione di fenomeni di induzione elettromagnetica.
Una variante del sistema a 25 kV 50 Hz è quello a 50 kV che va sotto il
nome di 2 × 25 kV ed è attualmente utilizzato per le linee ad alta velocità.
Il sistema esalta alcuni dei vantaggi economici del 25 kV ed utilizza, nelle
SSE, trasformatori il cui secondario è dotato di 3 uscite, delle quali una è
collegata alla rotaia. II sistema consente di aumentare il distanziamento tra
le SSE, evitando di aumentare la tensione a bordo dei rotabili.
I sistemi di alimentazione delle linee ad alta velocità – alta capacità (AV/AC)
sono caratterizzate da potenze specifiche elevate e ciò comporta l’esigenza
di derivare l’energia da reti in alta o altissima tensione. Di conseguenza si
hanno costi elevati non soltanto per l’intero reparto AT delle SSE, ma anche e
soprattutto per le linee primarie. Il costo di queste ultime, ai livelli di tensione usualmente impiegati nella rete industriale, incide in modo significativo
sul costo totale degli impianti, per cui si cerca di minimizzarne lo sviluppo.
La configurazione dell’impianto di alimentazione delle linee di trazione
è costituita dai seguenti sottosistemi: “Linee primarie”, “Sottostazioni elettriche”, “Posti ausiliari”, “Linee di trazione”.
Con riferimento al sistema AV/AC italiano, lo schema generale dell’impianto è quello riportato in Fig. 3.22.
Figura 3.22:
Schema generale di
impianto [1].
In generale, le distanze medie tra le SSE sono di 50 km, la distanza media
tra la SSE ed il successivo Posto ausiliario è di 12.5 km; l’interdistanza tra
un posto ausiliario e l’altro viene denominata “cella”.
Ciascun gruppo di trasformazione presente nella SSE alimenta, mediamente, 25 km di linea in antenna.
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
87
Questo tipo di sostegno, avendo le fasi più ravvicinate rispetto alla linea
tradizionale, ha una reattanza inferiore con conseguente maggiore capacità
di trasmissione e un impatto elettromagnetico sensibilmente inferiore.
L’uso dei sostegni a ridotto impatto ambientale per le linee aeree permette
di garantire la tutela dell’ambiente ed un’elevata affidabilità, a vantaggio di:
––
––
––
––
––
––
un basso impatto visivo;
una fascia di asservimento ridotta;
una limitata occupazione del suolo;
fondazioni piccole;
minori danni e disturbi all’ambiente in fase di costruzione;
ridotti campi elettro-magnetici.
Le tensioni adottate per linee primarie trifasi sono a 132 kV o a 150 kV.
In Tabella VI-III sono riportate, a titolo esemplificativo, quelle relative
alle linee a 132 kV.
Tabella VI-III:
Caratteristiche elettriche degli elettrodotti.
3.2.3.2.
Tensione nominale concatenata
132
kV
Tensione massima del sistema
145
kV
Frequenza
50
Hz
Valore efficace max di corrente
800
A
Densità di corrente
1,36
A/mm2
Le SSE in c.a. monofase
La funzione di una SSE per l’alimentazione delle linee di trazione in
c.a. monofase è quella di ridurre la tensione dal valore della rete primaria
a quello della linea di trazione, garantendo la protezione sia delle apparecchiature in essa presenti sia delle linee di trazione che alimenta. La Fig. 3.24
ne riporta lo schema.
La SSE può avere uno solo dei due trasformatori in esercizio oppure entrambi. Se sono in esercizio entrambi, sono connessi alla sbarra AT secondo
l’inserzione a “V”, cioè alimentati da 2 coppie di fasi differenti. Se è in esercizio uno solo dei 2 trasformatori, nelle sottostazioni adiacenti deve essere
effettuata una rotazione delle fasi che compensa, in parte, lo squilibrio di
carico che ciascuna SSE produce sulla rete primaria in AT.
Le SSE che alimentano le linee AV/AC italiane presentano una potenza
installata di 120 MVA, ripartita in due unità di trasformazione da 60 MVA
secondo lo schema di Fig. 3.25.
Le linee alta velocità, realizzate con l’obiettivo di far circolare treni a
velocità elevate e con cadenzamenti ridotti (fino a 5 minuti), sono caratterizzate da una potenza specifica, intesa come rapporto tra la potenza totale installata nelle sottostazioni e la lunghezza della linea di competenza,
dell’ordine di 1-2 MW/km. Tale valore è di gran lunga superiore a quello
delle linee storiche che, con riferimento alla rete nazionale a 3 kV, sono
caratterizzate da valori di potenza specifica dell’ordine di 0,3-0,4 MW/km,
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
89
nelle linee principali ad andamento prevalentemente pianeggiante, e di 0,50,7 MW/km nei tratti di valico. Per questa tipologia di linee, per far fronte
alle richieste di potenza da parte dei treni in particolari ore della giornata, si
fa affidamento sulla sovraccaricabilità dei gruppi di conversione delle sottostazioni, che è del 100 % per 2 ore e del 133-200 % per 5 minuti. Soltanto
sulla “direttissima” Roma-Firenze si è raggiunta una potenza specifica di
circa 0,8 MW/km, per garantire una velocità di massima di 250 km/h.
Con specifico riferimento al caso dell’AV italiana, il progetto è stato sviluppato al fine di sostenere la circolazione di treni che viaggiano ad una velocità di 300 km/h e distanziati di 5 minuti, senza alcun limite e con margini
di potenzialità. Tale prestazione discende dalla previsione di circolazione
nei due sensi di marcia di treni tipo ETR 500, nella massima composizione
con un assorbimento massimo al pantografo di 12 MW e che, distanziati di
5 minuti, necessitano di una potenza specifica nominale complessivamente
sui due binari di oltre 1 MW/km, ipotizzando i carichi con un fattore di
potenza di 0,95. Al fine di realizzare il margine di potenzialità del 100 %,
raggiungendo così la potenzialità massima di oltre 2 MW/km, oltre al funzionamento di un singolo trasformatore come riserva all’altro, la taglia dei
trasformatori per ogni SSE è pari a 60 MVA. Di conseguenza, la configurazione dell’impianto di una SSE è tale che per nessuna condizione di manutenzione o di disservizio di una apparecchiatura si possa verificare il fuori
servizio della SSE. In questo caso i trasformatori hanno possibilità di sovraccarico del 50 % per 15 minuti o del 100 % per 5 minuti. Ciascuno stallo
di linea AT è dotato di sezionatori e interruttori e la sbarra AT è sezionabile
al centro con un sezionatore motorizzato che consente di mantenere in servizio uno dei due gruppi in caso di guasto di sbarra o di una apparecchiatura rigidamente collegata alla sbarra. In serie al sezionatore è previsto un
secondo sezionatore a comando manuale che ha il solo scopo di consentire
interventi sul sezionatore motorizzato che consente di mantenere in esercizio il gruppo di trasformazione. Non è previsto invece il funzionamento dei
due trasformatori in parallelo, perché si avrebbe un livello di cortocircuito
ecc.ivamente elevato, in particolare nei confronti del potere di interruzione
degli interruttori di bordo. Una stima approssimativa indica una corrente di cortocircuito dell’ordine di 20 kA e richiede quindi attenzione nella
scelta degli interruttori di protezione delle sottostazioni, il cui intervento è
particolarmente critico nel caso di cortocircuiti lontani a causa della forte
impedenza di linea e dell’alimentazione a sbalzo.
I gruppi hanno rapporto di trasformazione 132/55 kV, avvolgimento di
bassa tensione suddiviso in due sezioni da 27,5 kV e sono dotati di variatore
di rapporto sotto carico con una regolazione in tensione del + 4 × 1,25 %
e –12 × 1,25 % lato primario per compensare le variazioni di tensione AT.
I valori limiti della tensione al pantografo ammessi per l’alimentazione
della linea di contatto dalla normativa CEI e IEC vigente sono:
–– valore massimo permanente 27,5 kV (+ 10 %), 29 kV per 5 minuti;
–– valore minimo permanente 19 kV (– 24 %), 17,5 kV per 10 minuti;
–– variazione della frequenza di ± 1Hz (± 2 %).
Al fine di consentire al treno di fornire le massime prestazioni, la progettazione del sistema di alimentazione è stata concepita in modo che, ad
90
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
eccezione di tratti molto limitati, ai pantografi sia presente una tensione
superiore a 22 kV.
La presa centrale del secondario dei trasformatori è collegata al binario
e alla maglia di terra, il polo a 25 kV alimenta la linea di trazione, mentre
quello a –25 kV è collegato all’alimentatore negativo (feeder), secondo lo
schema previsto nel sistema 2 × 25 kV.
Dalla sbarra secondaria di sottostazione sono derivati quattro montanti
alimentatori, ciascuno dei quali comprende un interruttore bipolare e due
sezionatori bipolari, di cui uno motorizzato e telecomandato. Le apparecchiature di protezione che intervengono sugli interruttori dei montanti
alimentatori sono del tipo a reattanza con caratteristica rettangolare ed in
grado di assicurare l’intervento anche con linee in parallelo ed estese fino
alla SSE adiacente. Dei quattro alimentatori, due alimentano le linee pari,
mentre gli altri due alimentano quelle dispari, per un totale di quattro linee
di trazione e quattro feeder. Al dispersore della SSE si collegano i conduttori del circuito di terra.
In sintesi, tutte le SSE comprendono:
––
––
––
––
––
––
3.2.3.3.
sbarra 132 kV;
stalli trasformatori 132/2 × 25 kV (60 MVA);
sbarre MT ± 25 kV;
trasformatori dei Servizi Ausiliari;
stalli alimentatori a 25 kV;
sbarre parallelo alimentatori pari/dispari 25 kV.
I posti ausiliari
Se, in esercizio normale, deve prevedersi il cambio della coppia di fasi
di alimentazione sia tra i due gruppi di una SSE sia tra i gruppi corrispondenti alimentanti ciascun tratto di linea tra due SSE, la linea di trazione
deve essere sezionata sia in corrispondenza della SSE sia a metà della tratta
alimentata da 2 SSE adiacenti (50 km). Allo scopo di poter meglio ripartire
il carico in caso di condizioni anormali, come ad esempio il fuori servizio
parziale o totale di una SSE, si realizzano sezionamenti anche a metà di ciascuna segmento di linea di 25 km che, in esercizio normale, vengono tenuti
cortocircuitati.
Lo schema generale di alimentazione è riportato in Fig. 3.26.
Lungo la linea si trovano, pertanto, dei “Posti Ausiliari”, che sono classificabili in:
Posto di parallelo (doppio o semplice, PPD o PPS) e di autotrasformazione che ha la funzione sia di realizzare il parallelo tra l’alimentazione del
binario pari e quella del binario dispari sia di consentire il passaggio del
flusso di corrente tra linea di trazione e feeder. Nella Fig. 3.27, riferita ad
una tratta di linea costituita da 3 celle ed alimentata dal trasformatore di
una SSE, sono evidenziati la ripartizione dei flussi di corrente nei conduttori ed i contributi forniti dagli autotrasformatori. Si può osservare inoltre
che, nelle celle occupate da un treno, il contributo del feeder al ritorno della
corrente è solo parziale in quanto è prevalente quello della rotaia, viceversa tale contributo diventa pressoché totale nelle celle libere.
94
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 3.30:
Schema funzionale del POC su binario di interconnessione [1].
Il POC, come si può evincere nello schema di principio di Fig. 3.30, è
fondamentalmente costituito da:
–– unità trasformatore-separatore (TS, nella Fig.);
–– unità filtri;
–– dispositivi di protezione.
La scelta del posizionamento e della lunghezza di un POC devono tener
conto di due esigenze contrapposte. La prima discende dalla circostanza
che, al fine di evitare che un rotabile colleghi tra loro i due sistemi, il POC
debba essere superato da convogli che abbiano i pantografi abbassati, cioè
che lo percorrano con marcia inerziale (al riguardo, tale condizione viene
garantita da dispositivi di controllo/comando automatici di bordo che ricevono la comunicazione dell’abbassamento del pantografo da “boe” di terra). Pertanto, per evitare che un convoglio possa arrestarsi all’interno di un
tratto di linea disalimentato, sarebbe opportuno posizionare il POC in aree
che non presentino particolari accidentalità di tracciato (piano e rettifilo) ed
inoltre che la sua lunghezza sia la minore possibile.
La seconda esigenza, viceversa, deve tener conto della circostanza che
anche treni particolarmente lunghi possono transitare sulle linee ad Alta
velocità e che questi, se non sono interamente contenuti nel tratto neutro,
possono causare lo “shuntaggio” contemporaneo di due giunti consecutivi
di rotaia. Ne deriva pertanto che la lunghezza del tratto neutro debba essere
sufficientemente elevata.
Una lunghezza compresa tra gli 800 e i 1000 m è apparsa quella che contempera le sopra menzionate esigenze.
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
95
Unità trasformatore-separatore
L’unità trasformatore-separatore costituisce il lato 25 kV del posto di
confine elettrico. Il trasformatore dell’unità è stato studiato per alimentare a 25 kV un tratto di linea della lunghezza di un chilometro circa, reso
elettricamente indipendente dal restante sistema a 25 kV con la presenza
di un giunto isolato (Giunto 1 di Fig. 3.30). Si realizzano così due sezioni
elettricamente indipendenti del binario. L’unità è posta in corrispondenza
della penultima ed ultima regolazione automatica dei conduttori precedenti al tratto di sezionamento del POC, proprio in coincidenza del Giunto 1
ed il collegamento viene effettuato attraverso apposite casse induttive di
parallelo delle rotaie connettendo il primario ed il secondario dello stesso
trasformatore fra linea di trazione e binario.
Tale soluzione consente principalmente di limitare la dispersione nel
terreno delle correnti di trazione in c.a. al solo tempo di percorrenza da
parte di un treno del tratto di binario alimentato da TS a 25 kV c.c. (~ 1 km)
e di evitare, contestualmente, possibili interferenze con i circuiti del segnalamento a correnti codificate lato 3 kV.
Il trasformatore dell’unità TS dei binari di interconnessione è di tipo monofase con avvolgimenti indipendenti, a secc. a raffreddamento naturale in
aria, ha potenza nominale di 2 MVA, sovraccaricabile per un periodo di 10
minuti.
Unità filtri
L’unità filtri, lato 3 kV, si collega alla linea di trazione e al binario del
ramo interconnesso. Realizza la continuità elettrica dei conduttori della linea di contatto, relativi alle due regolazioni automatiche delle rotaie in corrispondenza del giunto isolato 2 (Giunto 2 di Fig. 3.30) ed ha funzione di interdizione al passaggio di correnti alternate pericolose per il segnalamento.
L’unità filtri relativa a ciascun binario comprende essenzialmente due
filtri, funzionalmente analoghi, costituiti da una reattanza induttiva e da un
condensatore in parallelo, accordati in modo da assicurare l’attenuazione
dei disturbi a 50 Hz interessanti la linea di contatto ed il binario.
L’induttanza nominale è pari a 3,5 mH; il condensatore per l’unità filtri
ha capacità nominale di 2895 μF.
Dispositivi di protezione
Alcuni dispositivi di protezione sono collegati, in corrispondenza della
zona di confine, fra linea di trazione e binario. Tali dispositivi, comandati
da appositi riduttori di misura, sono composti essenzialmente da un trasformatore di tensione da esterno a 25 kV e da un partitore di tensione a 3 kV;
essi consentono di interrompere l’alimentazione nel caso in cui un convoglio impegni il POC con pantografo sollevato.
3.2.3.4.
Linea di trazione e circuito di terra
Nelle elettrificazioni in c.a. monofase a 25 kV, a differenza di quanto
viene abitualmente attuato nei sistemi in c.c., le linee di trazione non effettuano il parallelo tra sottostazioni adiacenti, anche prescindendo dall’aumento dello squilibrio di carico che si verrebbe a creare nel sistema trifase
di alimentazione. La naturale reversibilità delle SSE creerebbe, infatti, pa-
96
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 3.31:
Schema elettrico del sistema di alimentazione di linee di trazione in c.a. monofase [1].
ralleli tra punti anche lontani della rete di trasmissione in AT e, conseguentemente, si potrebbe avere circolazione permanente di correnti nelle linee
di trazione anche in assenza di convogli.
Lo schema elettrico prevede pertanto, sistematicamente, un posto di sezionamento a metà tratta che viene realizzato con un tratto neutro. Sono
inoltre frequenti anche dei posti di “sezionamento secondari” che consentono, all’occorrenza di guasti, di ridurre la lunghezza della tratta disalimentata. In generale, sono posizionati ad uguale distanza tra la SSE ed il posto
di sezionamento principale. Nelle linee a doppio binario nei posti di sezionamento viene in generale inserita anche la possibilità di chiusura del
parallelo tra le linee di trazione delle due vie secondo lo schema di Fig. 3.31.
Anche se la scelta dei vari Paesi delle sezioni dei conduttori della linea di
trazione è stata, nel corso degli anni, diversa c’è stato viceversa un generale
orientamento per la composizione della linea di trazione per l’AV: singola
fune portante e singolo filo di contatto.
I conduttori delle linee di trazione a 2 × 25 kV italiane, per ogni singola
via, sono:
–– 1 filo di contatto in rame con sezione di 120 mm2 e alimentazione a 25 kV;
–– 1 fune portante in rame con sezione di 150 mm2 e alimentazione a 25 kV;
–– 1 feeder in alluminio-acciaio con sezione di 307 mm2 e alimentazione
a – 25 kV;
–– 1 fune di terra in lega di alluminio con sezione di 147,1 mm2;
–– 1 conduttore di terra in rame o alluminio con sezione di 95 mm2.
I conduttori sono sostenuti da pali di tipo LS posizionati ad intervalli di
lunghezza in genere di 50-60 m in rettilineo. Su una stessa palificazione
sono presenti il filo di contatto, la fune portante, il feeder e la fune di terra.
Per quanto riguarda le geometrie, la necessità di inserire un percorso ferroviario nel territorio, implica la realizzazione di diverse tipologie di tracciato
che sono raggruppabili in quattro classi, denominate “sezioni tipo”: rilevato/trincea, viadotto, galleria naturale e galleria artificiale. A ciascuna di esse
corrisponde una particolare disposizione geometrica dei conduttori, dovuta
ai diversi spazi disponibili soprattutto per quanto riguarda il feeder e le
corde di terra. In Fig. 3.32 è riportata la disposizione dei conduttori di una
sezione tipo all’aperto.
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
97
Figura 3.32:
Schema di disposizione
dei conduttori e relativa fotografia [1].
La linea di trazione è costituita dalla fune portante che, attraverso il sistema di pendinatura, sostiene longitudinalmente il filo di contatto, conduttore in rame massiccio opportunamente sagomato.
Il circuito di terra è costituito da due dispersori lineari, da due funi di
terra e dalle rotaie. I primi sono realizzati in corda di rame e disposti parallelamente alle vie ad una certa profondità nel terreno in prossimità della base
dei sostegni e ad essi collegato. Dal momento che i binari non sono isolati
dal suolo, tale dispersore lineare, uno per ciascuno dei due binari, permette
di aumentare la naturale conduttanza di dispersione del binario verso terra,
in modo di diminuire i potenziali ritorno/terra e conseguentemente evitare
il rischio di eccessive tensioni di contatto sia in esercizio normale sia in
caso di guasto. Ai dispersori lineari vengono quindi connessi tutti i pali e le
masse metalliche di apparecchiature posizionate lungo linea allo scopo di
proteggere gli operatori dai contatti indiretti. Tale dispersore lineare riduce
anche l’impedenza dei sostegni verso terra, precauzione importante ai fini
della protezione contro le sovratensioni di origine atmosferica.
Le funi di terra invece sono dei conduttori cordati in lega di alluminio e
sono montati sulla stessa palificazione della linea di contatto e del feeder,
in testa ai pali. Esplicano una triplice funzione. Sono utilizzati come conduttore di ritorno per i servizi ausiliari lungo linea, in quanto, in virtù della
loro posizione prossima ai conduttori attivi della linea, attirano una buona
quota della corrente di ritorno, con riduzione di quella che si disperde nel
terreno e conseguente diminuzione delle interferenze.
Hanno, infine, funzione di protezione ceraunica, in quanto, sempre in
virtù della loro posizione prossima alla linea di trazione ed al feeder, operano una efficace protezione contro le sovratensioni di origine atmosferica
di tipo indiretto.
Tutti i sostegni di ciascun binario sono collegati tra di loro dalla fune di
terra che, ogni 1500 m circa, è collegata al binario tramite connessioni induttive, necessarie per il corretto funzionamento degli impianti di segnala-
98
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 3.33:
Collegamento della rete
di terra tramite connessione induttiva [1].
mento. Sono previsti collegamenti di parallelo tra il conduttore pari e quello
dispari alla fine ed a metà di ciascuna tratta di 1500 m.
Le connessioni induttive sono dotate di due morsetti che vanno connessi
uno per ciascuna rotaia, più una presa centrale collegata a terra, Fig. 3.33.
Esse sono dimensionate in maniera da funzionare come filtro passa basso,
offrendo bassa impedenza al passaggio della corrente di trazione a 50 Hz ed
ostacolando il passaggio delle correnti di segnalamento in audiofrequenza.
Esistono due tipi di connessioni induttive:
–– di sbarramento, con funzione di equilibrare le correnti di trazione di
ritorno fra le rotaie e realizzano i collegamenti delle rotaie all’impianto
di terra;
–– di ritorno TE (per SSE e PPD), con funzione di collegare le prese centrali
del trasformatore e dell’autotrasformatore alle rotaie;
–– costruttivamente sono realizzate in due semiavvolgimenti su un nucleo
ferromagnetico con traferro per evitare la saturazione e mantenere la
linearità anche con correnti elevate.
Le rotaie sono in acciaio di tipo 60 UNI.
3.2.3.5.
L’alimentazione dei servizi ausiliari e delle utenze di linea
Nelle SSE, da ciascuna estremità del conduttore di sbarra “feeder” è derivato un trasformatore monofase 25/0,24 kV da 50 kVA per l’alimentazione
dei servizi ausiliari di SSE. Ciascun trasformatore (cfr. Fig. 3.34) è protetto
da un fusibile con segnalazione d’intervento e da un sezionatore a comando
manuale. I servizi ausiliari sono alimentati da uno dei due trasformatori (il
secondo è di riserva).
Le utenze alimentate da questa fonte sono: gli impianti di illuminazione,
gli impianti di forza motrice, gli impianti di emergenza, gli impianti di segnalamento, il riscaldamento dei deviatoi, le stazioni radio base del GSM-R
e l’unità acquisizione dati per la diagnostica della linea.
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
99
Figura 3.34:
Posti di trasformazione
lungo linea [1].
Figura 3.35:
Alimentazione delle
utenze normali e di
emergenza.
Se, da un lato, l’alimentazione da feeder rende disponibile l’energia in
qualunque punto lungo la linea, dall’altro può introdurre possibili problematiche inerenti la qualità dell’energia fornita, in quanto il feeder può essere soggetto a disturbi sia di tipo condotto, generati dagli azionamenti dei
locomotori, sia soprattutto causati da possibili disalimentazioni della linea,
imposte da esigenze di esercizio.
Dal momento che tale alimentazione interessa utenze essenziali, al fine
di garantire la continuità di alimentazione delle utenze essenziali è necessario prevedere una sorgente di alimentazione di riserva, oltre che batterie
tampone per le utenze essenziali, come riportato in Fig. 3.35.
I Posti di servizio,
le località, cioè, dove
sono ubicate apparecc.ture ed impianti
necessari all’esercizio
delle linee ferroviarie, presentano dei
carichi che possono
essere divisi in utenze normali, privilegiate ed essenziali.
Utenze normali sono
ad esempio l’illuminazione non di emergenza e forza motrice, gli ausiliari, le Unità Acquisizione Dati monitoraggio
(UAD) ed il riscaldamento dei deviatoi. Un utenza privilegiata è ad esempio
il Condizionamento (CDZ), mentre sono utenze essenziali gli Impianti Segnalamento (IS), Telecomunicazione (TLC), Trazione Elettrica (TE), le luci
di sicurezza, l’antincendio, gli ausiliari, l’automazione e la Diagnostica &
Manutenzione (D&M).
100
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 3.36:
Schema elettrico unifilare dell’alimentazione di un Posto di
servizio [1].
In Fig. 3.36 è riportato, a titolo di esempio, lo schema elettrico unifilare
di alimentazione di un Posto di servizio.
Come si può notare dalla figura, la continuità di alimentazione è garantita da due UPS e da un Gruppo Elettrogeno.
3.2.4.
LE INTERFERENZE PRODOTTE DALL’ELETTRIFICAZIONE FERROVIARIA IN
CORRENTE ALTERNATA
3.2.4.1.
Le interferenze elettromagnetiche
Il fenomeno delle interferenze elettromagnetiche, caratteristico di una
linea di trazione ferroviaria elettrificata in c.a. monofase, si genera se il
circuito inducente (cfr. Fig. 3.37), costituito da catenaria, binari-terreno,
mezzo di trazione e sottostazione elettrica, è nelle vicinanze di elementi/
strutture conduttrici (tubazioni, linee elettriche in cavo, linee di telecomunicazione, ecc.
La corrente che circola nei conduttori della linea di trazione infatti induce negli elementi metallici posti in prossimità della linea stessa una forza
elettromotrice il cui valore è dato da:
E =– dΦ/dt =– M dI/dt
(3.16)
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
101
Figura 3.37:
Induzione elettromagnetica generata dal
circuito di trazione a
25 kV- 50 Hz.
dove:
–– M, in Henry per chilometro, è il coefficiente di mutua induzione, funzione della distanza tra elemento inducente ed elemento interferito;
–– I, in ampère, è la corrente che circola nel circuito inducente.
In particolare, il valore del coefficiente M, funzione della natura del terreno, può variare:
–– tra 500 e 1400 μH per distanze dell’ordine dei 10 metri;
–– tra 90 e 900 μH per distanze dell’ordine dei 100 metri;
–– tra 10 e 500 μH per distanze dell’ordine dei 1000 metri.
La forza elettromotrice indotta (f.e.m.) genera la circolazione di correnti potenzialmente pericolose nell’eventualità di un contatto con l’elemento
interferito.
Il valore della f.em. è definito dall’espressione 3.16:
=
E
6
=
Z kj I j k 1,...,6
∑
(3.16)
k =1
dove:
–– Zkj, è la mutua impedenza tra i conduttori k e j;
–– Ij, è la corrente che circola nel conduttore j-esimo.
Nel caso in cui il conduttore interferito sia protetto da uno schermo, l’espressione della f.e.m. diventa:
102
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
e = 2π f k M I L
(3.17)
dove:
–– f è la frequenza della corrente inducente;
–– k è un fattore di riduzione dovuto alla presenza di materiali schermanti;
–– I è la corrente che circola nel conduttore;
–– M è il coefficiente di mutua induzione;
–– L è la lunghezza in chilometri del parallelismo.
Al fine di determinare il valore del coefficiente k, può farsi riferimento ai
3 circuiti riportati in Fig. 3.38, dei quali il primo rappresenta il circuito inducente percorso dalla corrente I1, il secondo rappresenta il circuito schermante sottoposto all’azione della f.e.m. indotta che produce la circolazione
della corrente I2. Il terzo rappresenta il circuito indotto ai capi del quale si
misura la f.e.m. indotta dalla circolazione della corrente I2.
Figura 3.38:
Il fenomeno dell’induzione elettromagnetica
in presenza di un circuito elettrico schermante.
Nel caso in cui il circuito interferito sia schermato, è possibile scrivere le
seguenti equazioni (3.18):
I1 ⋅ Z 13 + I2 ⋅ Z 23 =
E3
I1 ⋅ Z 12 + I2 ⋅ Z 2 =
0
(3.18)
Viceversa, nel caso in cui il circuito interferito sia privo di schermi, l’espressione della f.e.m. è:
I1 ⋅ Z 13 =
E3 '
( 3.18’)
Si può dimostrare che il coefficiente k è espresso dalla 3.19:
K=
E3
Z 12 Z 23
= 1E3 '
Z 13 Z 2
(3.19)
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
103
Infatti, se si ipotizza che il circuito 2 sia molto vicino al circuito 3, si può
assumere che:
Z 12 = Z 13
(3.20)
Pertanto l’espressione di k diventa:
=
K
1-
Z 23
Z2
(3.21)
Poiché è:
Z 23 = jϖ Ls
Z=
Rs + jϖ Ls
2
(3.22)
ne discende che:
=
K
e
Rs
=
| s|
Rs + jω Ls
e
(3.24)
In altri termini, la f.e.m. indotta dal circuito di trazione fa circolare sullo
schermo una corrente I2 = Is pari a:
Is =
E
Rs + jω Ls
(3.25)
Tale corrente induce nel circuito interferito una f.e.m. E3 = Ec pari a:
E C=
- jω Ls I s
(3.26)
Sulla struttura interferita agiscono pertanto due f.e.m. il cui valore complessivo (Es) è:
E s =E + E C = Rs I s
(3.27)
Se ne deduce quindi che:
Rs
E s = E - jω I s =
E =K E
Rs + jω Ls
(3.28)
Si può pertanto concludere che l’effetto schermante è tanto migliore quanto minore è la resistenza e quanto è maggiore l’induttanza dello schermo.
Per i conduttori in cavo, il valore del coefficiente k è pari a:
–– 0.4 ÷ 0.8, se provvisti di guaina di piombo;
–– 0.15 ÷ 0.30, se provvisti di guaina di alluminio.
Un sistema piuttosto efficace anche se costoso, è l’impiego di un conduttore di ritorno e di trasformatori succhianti, detti anche booster, di rapporto
1:1, che vengono inseriti ogni tre o quattro chilometri circa. Il primario ed il
secondario sono inseriti in serie rispettivamente sulla linea di contatto e sul
conduttore di ritorno; nel punto intermedio tra due trasformatori adiacenti,
il conduttore di ritorno è collegato alla rotaia (cfr. Fig. 3.39).
104
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 3.39:
Inserzione di trasformatori succhianti.
La circolazione della corrente nei primari dei trasformatori produce l’azione di richiamo della corrente dalle rotaie nel conduttore di ritorno, attraverso i secondari degli stessi trasformatori, riducendo la spira inducente e
limitandone pertanto gli effetti. Di fatto, la presenza di correnti nel binario
è riscontrabile solo nel tratto di linea compreso tra il treno ed il più vicino
collegamento tra rotaia e conduttore di ritorno
Il sistema a 2 × 25 kV offre, dal punto di vista dei disturbi, notevoli vantaggi rispetto al sistema monofase tradizionale in quanto la presenza degli
autotrasformatori ha un effetto analogo a quello dei trasformatori succhianti.
La presenza di correnti nel binario si riscontra, anche in questo caso, solo
nella cella nella quale si trova un treno.
La Normativa vigente impone che, per evitare il rischio di infortunio derivante da valori di elevati di tensione e dell’intensità di corrente, la f.e.m.
in regime permanente sia minore o uguale a 60 V efficaci; possono accettarsi valori superiori, fino ad un massimo di 150 V, solo per impianti nei quali
vengano adottate cautele ed istruzioni particolari.
Nei circuiti telefonici è possibile ottenere una riduzione del disturbo mediante la introduzione di traslatori che interrompano la continuità metallica
del circuito indotto – trasformatori con rapporto 1:1 – oppure adoperando
cavi telefonici provvisti di schermatura metallica.
3.2.4.2.
Dissimmetrie e fluttuazioni di tensione nella rete di trasmissione in alta tensione
La presenza di dissimmetrie e fluttuazioni di tensione si riscontra rispettivamente per la presenza dei trasformatori monofasi nelle sottostazioni
elettriche e per l’esercizio radiale delle linee di trazione.
Le dissimmetrie delle tensioni
Relativamente alle dissimmetrie delle tensioni, le analisi vengono condotte, come nel caso dello studio dei cortocircuiti, utilizzando la ben nota
teoria del Fortesque.
La teoria dimostra che una terna dissimmetrica di fasori (vettori rotanti
di assegnato modulo e fase), può ricondursi alla combinazione di tre componenti di sequenza fondamentali: positiva (o diretta, d), negativa (o inversa, –i), neutra (o zero o omopolare, o), avendo indicato per queste un verso
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
105
convenzionale di rotazione (cfr. Fig. 3.40a). In particolare, le terne diretta e
inversa rappresentano due terne di fasori bilanciati, rotanti in verso opposto, la componente zero è una terna equiversa.
Una terna generica e dissimmetrica di vettori V(1, 2, 3, Fig. 3.40b), può
rappresentarsi per mezzo dell’operatore complesso α = e j2π/3, secondo la
trasformazione lineare indicata in Fig. c.
L’operatore α ha l’effetto di ruotare in senso antiorario un fasore di 2π/3,
per cui è possibile esprimere tutti i vettori di terna tramite uno di riferimento per ogni sequenza (Vd, Vi, Vo). In modo analogo è possibile esprimere le
componenti simmetriche in funzione dei vettori della generica terna, utilizzando l’inversa della matrice di trasformazione.
Figura 3.40:
Componenti simmetriche.
V1 = Vd + Vi + Vo
V2 = α 2Vd + α Vi + Vo
V3 =α Vd + α 2Vi + Vo
(
)
(
)
1
V1 + α V2 + α 2V3
3
1
Vi = V1 + α 2V2 + α V3
3
1
Vo=
( V1 + V2 + V3 )
3
Vd =
Se in una rete di distribuzione con neutro isolato, un generatore alimenta con una linea un carico trifase, se le tre f.e.m. del generatore hanno stesso
modulo e stessa fase (i vettori E1, E2, E3, formano una stella regolare), se le
tre impedenze dell’utilizzatore sono tutte uguali, le correnti che circolano
nelle tre fasi della linea di distribuzione hanno stesso valore efficace e possono esprimersi secondo le seguenti espressioni:
I1 = I 2cos
ω t I2
=
π
π


2 cos  ω=
t - 2  I3 I 2 cos  ω t - 4 
3
3


(3.29)
In un sistema trifase equilibrato, le correnti che circolano nelle tre fasi
sono quindi uguali in modulo e sfasate tra loro di 120°. Se, viceversa, un
carico preleva potenza solo da due fasi, si determina uno squilibrio nella
terna delle correnti e nelle tre fasi circolano correnti differenti tra loro che
creano differenti cadute di tensione di fase, con conseguente dissimmetria
delle tensioni di nodo.
106
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
A titolo esemplificativo, la Fig. 3.41 riporta il confronto tra tre casi: carico equilibrato sulle tre fasi, carico monofase, carico monofase con inserzione dei trasformatori monofase “a V” (nell’ipotesi di cos ϕ = 1).
Figura 3.41:
Esempi di applicazione.
Per determinare il valore della dissimmetria delle tensioni, le grandezze
elettriche di fase vengono ricondotte a componenti simmetriche, secondo le
seguenti note espressioni:
E1  Ed  E i  E0
E2   2 Ed   E i  E0
Ed 
1
(E1   E2   2 E3 )
3
1
E i  (E1   2 E2   E3 )
3
(3.30)
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
E3   Ed   2 E i  E0
E0
107
1
(E1  E2  E3 )
3
1
(I1   I2   2 I3 )
3
I1  Id  I i  I 0 Id 
I2   2 I d   I i  I 0
1
I i  (I1   2 I2   I 3 )
3
I3   I d   2 I i  I 0
I0
(3.31)
1
(I 1  I 2  I 3 )
3
Nell’ipotesi di alimentazione di un carico monofase, con il neutro è isolato, si avrebbe:
I1 + I2 + I3 =
0
(3.32)
essendo i moduli e le fasi dei tre vettori diversi.
La variazione del regime simmetrico dovuta all’assorbimento della corrente Ī* da parte di un carico monofase (costituito, ad esempio, da una sottostazione elettrica che alimenta una linea ferroviaria), può essere schematizzata secondo quanto riportato in Fig. 3.42.
Figura 3.42:
Condizioni sulle correnti fisse.
Le equazioni delle correnti diventano pertanto:
I1  0
I2   I3
I3  I *
(3.33)
e si può dedurre che le correnti che vengono a generarsi sono di sequenza
diretta e inversa. Il collegamento dei circuiti di sequenza equivalenti è riportato in Fig. 3.43.
108
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 3.43:
Collegamento dei circuiti di sequenza.
Si può pertanto scrivere:
Ed E  Zd I d
Ei   Z i I i
(3.34)
Nell’ipotesi che: Rd << Xd, Ri << Xi, Xd = Xi, si ottiene
E
E 
d
Xd I *
Ei  
3
XdI *
3
(3.35)
Viene definito fattore di dissimmetria (ks) delle tensioni in un nodo del
sistema trifase il rapporto:
ks 
Ei
Ed
(3.36)
Nel caso di un carico monofase isolato alimentato dal nodo stesso, è possibile determinare il valore di ks secondo l’espressione seguente:
*
ks 
*
Ei
E
X I
X VI
P
 i  d  d2  m
Ed
E
Pcc
V
3E
(3.37)
dove:
–– Pm: la potenza apparente assorbita dalla sottostazione monofase per la
trazione.
–– Pcc: la potenza di cortocircuito del nodo trifase di alimentazione da cui
viene prelevato il caricoXIII.
La circolazione di correnti di sequenza inversa, dovuta alla dissimmetria
delle tensioni di alimentazione, può essere causa di disturbi o danneggiamenti a:
Si osserva che la potenza di cortocircuito è un valore convenzionale dato dal
prodotto di due grandezze peraltro non aventi realtà fisica coincidente nel tempo:
la corrente di corto circuito e la tensione nominale del sistema.
XIII
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
109
–– motori asincroni che, a causa della circolazione delle correnti inverse
negli avvolgimenti, presentano riduzioni della coppia motrice e perdite
addizionali con conseguente sopraelevazione della temperatura e riduzione del rendimento;
–– generatori sincroni, soprattutto i grandi turboalternatori, che possono
subire danni al rotore per effetto del riscaldamento anomalo provocato
dalle correnti indotte di frequenza doppia;
–– lampade che, per effetto delle differenze nei valori delle tensioni di fase,
hanno diversità di prestazioni.
I valori limite di dissimmetria delle tensione dei motori trifase a induzione sono indicati nella norma internazionale IEC 34-1, la quale prevede
che “nel caso di motori in corrente alternata polifasi, le tensioni nei punti di alimentazione devono costituire un sistema virtualmente simmetrico
(un sistema di tensioni polifase è considerato virtualmente simmetrico se
la componente di sequenza inversa non supera il 2 % della componente di
sequenza diretta)”. La norma fissa inoltre i limiti nella componente di sequenza inversa della corrente (≤ 5 % della componente di sequenza diretta)
per garantire il corretto funzionamento dei generatori. Tuttavia, essendo tale
componente funzione dell’entità del carico trifase (diverso da quello di trazione) presente nella rete, nonché della struttura della rete e dell’ubicazione
dei generatori, ne risulta che il limite fissato è in generale poco significativo
nei progetti di elettrificazione in c.a. monofase. Viceversa, viene di regola
controllato il grado di dissimmetria provocato nel sistema delle tensioni,
essendo assai probabile la presenza di motori trifasi in prossimità delle sottostazioni di trazione, alimentati attraverso trasformatori dalla linea in A.T.
o dalle stesse sbarre in A.T. cui è collegato il trasformatore monofase della
sottostazione per la trazione ferroviaria.
La relazione tra la potenza massima PA erogabile dalla sottostazione per
la trazione e la potenza di corto circuito PCC necessaria per rispettare il limite del 2 % previsto dalle norme IEC è quindi PA = 0,02 PCC.
Per effettuare il calcolo del fattore di dissimmetria, nel caso di carichi
non isolati, è richiesta, dunque, la rappresentazione ed il calcolo delle tre
fasi della rete di alimentazione. In base a quanto enunciato dalle norme,
tuttavia, non esistono indicazioni precise sui valori della potenza assorbita
dal trasformatore cui fare riferimento. È infatti noto che, per la sovraccaricabilità del trasformatore, assorbimenti istantanei largamente superiori a
quelli nominali possono verificarsi frequentemente, dando luogo a valori
di dissimmetrie maggiori di quelli determinabili in base ai valori nominali.
Se si considera che gli effetti più dannosi sulle utenze trifasi sono di natura termica, quindi legati alla durata della dissimmetria, si può effettuare
il calcolo facendo riferimento alla potenza (apparente) media quadratica
assorbita dalle macchine in un prefissato intervallo di tempo. In tale ottica
appare evidente come possano essere diversificati i limiti ammissibili in
funzione della durata del disturbo sia lungo (dell’ordine dell’ora) sia breve
(qualche minuto).
Una riduzione del fattore di dissimmetria può ottenersi, alternando la
coppia di fasi cui collegare un unico trasformatore monofase, oppure, con
due trasformatori, adottando l’inserzione a “V” o lo schema Scott e, in tutti i
Capitolo 3 - Sistemi di Alimentazione per la Trazione
3.3.
111
RIFERIMENTI
[1]
[2]
[3]
[4]
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4
SEGNALAMENTO
FERROVIARIO
Luca Esposito, Eugenio Fedeli
RFI - Rete Ferroviaria Italiana S.p.A.
4.1.
LE FUNZIONI E LE LOGICHE DI SICUREZZA DEL SEGNALAMENTO
FERROVIARIO: governo della via, distanziamento e supervisione
I veicoli vengono classificati secondo l’ambiente impegnato, che può essere terra, acqua, aria. I veicoli pertanto si suddividono in:
–– veicoli terrestri
–– veicoli marini
–– veicoli aerei
Il moto dei veicoli richiede tre funzioni necessarie che consistono in:
–– propulsione
–– sostentazione
–– guida
La Propulsione è costituita dall’insieme del propulsore, che rappresenta
quell’elemento che fornisce l’energia (in qualsiasi forma) e dal sistema di
propulsione, il cui compito è quello di trasformare l’energia del propulsore
in energia di traslazione necessaria a determinare quindi il moto del veicolo. I veicoli terrestri si distinguono in:
–– Veicoli su strada ordinaria (a guida libera, in cui il moto è bidimensionale).
–– Veicoli su strada ferrata (a guida vincolata, in cui il moto è unidimensionale).
Il mezzo di sostentazione più di uso per i veicoli terrestri è la ruota che
può essere di gomma (si parla quindi di strada ordinaria) o d’acciaio (si
parla quindi di strada ferrata). Per i veicoli terrestri la ruota costituisce il
sistema di propulsione che insieme al motore (detto propulsore), costituisce
la propulsione. La guida può essere libera o vincolata, a seconda se il moto
è libero o vincolato. Sulla strada ordinaria abbiamo una guida libera con un
moto della traiettoria che è quindi bidimensionale, invece su di una strada
ferrata la guida è vincolata e quindi il moto della traiettoria sarà unidirezionale. I veicoli marini, invece, possono essere:
–– di superficie (detti anche natanti), il cui moto è bidimensionale;
–– subacquei, il cui moto è tridimensionale.
I veicoli di superficie, in relazione al tipo di sostentazione, possono essere a spinta idrostatica o idrodinamica. I veicoli a spinta idrostatica (natanti
di superficie) possono essere dotati o meno di motore mentre i veicoli a
114
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
spinta idrodinamica (aliscafo), sono dotati di motore (in questo caso l’elica
rappresenta il sistema di propulsione).
I veicoli aerei possono essere dotati o meno di motore. Quelli dotati di
motore insieme all’elica costituiscono il sistema di propulsione. Sempre per
i veicoli dotati di motore la sostentazione è affidata alle ali aerodinamiche,
e il moto è tridimensionale.
Il Trasporto ferroviario caratterizzato, come detto, da una guida vincolata
non consente al conducente di impartire una direzione diversa da quella
imposta dalla via. Tale vincolo direzionale unitamente alle elevate velocità determina una regolazione della marcia non basata sulla visibilità dello
spazio libero da percorrere ma su sistemi, chiamati di segnalamento, che
forniscono tutte le informazioni sullo stato della via e sulla velocità da tenere per garantire una marcia in assoluta sicurezza.
Le informazioni che tali sistemi forniscono al conducente del veicolo
devono chiaramente garantire che la circolazione avvenga in maniera sicura
e efficiente. L’infrastruttura ferroviaria ed in particolare il binario sono attrezzati con impianti tecnologici che svolgono le funzioni di trasferimento
di informazioni per il comando, il controllo e la regolazione della marcia dei
convogli. In ogni sistema di trasporto si riconoscono due distinti gruppi di
condizioni di sicurezza:
1. La sicurezza del moto di ogni singolo rotabile (affidabilità del dispositivo).
2. La sicurezza del moto di ciascun rotabile in relazione alla contemporanea circolazione sull’infrastruttura ferroviaria di altri rotabili aventi
caratteristiche in termini di struttura, configurazione e tipo di alimentazione differente (sicurezza e regolarità della circolazione).
La sicurezza relativa alla circolazione dei rotabili è regolata da un complesso di norme e procedure che consentono di evitare situazioni di conflitto per la marcia su una data linea, garantendo l’inoltro di un rotabile su di
una determinata sezione della linea, solo in condizioni di libero tracciato.
Una volta avvenuta l’occupazione della sezione in esame da parte di un
rotabile, la sezione rimane interdetta fin quando non si avrà la completa
liberazione di quest’ultima.
I tre fattori fondamentali che concorrono alla Sicurezza della circolazione sono sostanzialmente:
1. Le attrezzature tecnologiche.
2. Le regole e le procedure da osservare.
3. Il fattore umano.
Attitudini e competenze sono il patrimonio fondamentale del fattore
umano, che concorre, in sinergia col fattore tecnologico e il fattore normativo, al rispetto dei vincoli di sicurezza dell’esercizio ferroviario. Il raggiungimento di elevati standard di sicurezza nel trasporto ferroviario è affidato a:
–– l’incremento della qualità delle apparecchiature impiegate nelle applicazioni ferroviarie;
–– il rispetto delle norme nazionali e comunitarie, regolamenti e disposizioni;
–– il continuo miglioramento delle skills del personale dipendente;
–– una efficace ed efficiente programmazione dei cicli manutentivi.
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
115
La sicurezza di un sistema in ambito ferroviario è concepita quindi,
come la capacità dello stesso di non evolvere verso stati indesiderati. Tale
assunzione comporta non solo aspetti riguardanti la protezione di persone
e beni da attacchi volontari (furto, sabotaggio, ecc., che nella lingua inglese
vengono indicati con il termine security) ma anche quelli volti alla protezione di persone e beni da eventi incidentali (incendi, fughe di sostanze tossiche e pericolose, ecc., indicati con il termine safety). Allo scopo di superare
l’ambiguità, tali termini tendono sempre più ad essere utilizzati anche nella
lingua italiana. Rientrano più propriamente tra questi ultimi i concetti di
sicurezza ferroviaria. Con riferimento agli aspetti progettuali di sistema va
osservato che nel campo degli impianti ferroviari di sicurezza e di segnalamento è tradizione il non accontentarsi solo di livelli di sicurezza elevati,
associati a valori assai ridotti di probabilità di guasto, ma considerare la
sicurezza in ferrovia come un concetto deterministico, sul quale intervenire
in qualsiasi condizione di guasto, pervenendo, tramite il maggiore intervento dell’uomo e specifiche norme cautelative di marcia, ad una condizione alternativa di sicurezza rappresentata da una procedura con funzioni
degradate o giungendo al limite all’arresto della circolazione. L’esistenza
di una tale possibilità consente di aumentare la sicurezza nei confronti di
un qualsiasi guasto, provocando il passaggio ad una situazione di minore
disponibilità, ma di uguale sicurezza, in quanto più limitativa solo per la
circolazione, fino a raggiungere, al limite, alla completa immobilità di tutti
i rotabili circolanti nella tratta interessata dal guasto. Apparecchiature che
implementino il concetto sopra esposto, vengono definite “fail-safe”, termine che può essere correttamente tradotto come “a prova di guasto pericoloso”. Ad esempio, la realizzazione del fail-safe del sistema di frenatura meccanica dei rotabili, si concretizza con l’azione di produrre una depressione
nella condotta ove si trova l’aria, abitualmente ad una pressione di 5 bar,
qualora si desideri effettuare una frenatura. Tale azione tiene conto anche
dell’occorrenza di un guasto alla condotta stessa ed, in particolare, della sua
rottura. In tale circostanza infatti, la depressione dell’aria ha come effetto
conseguente l’arresto del convoglio.
Con l’utilizzo sempre più spinto di tecnologie innovative è stato possibile migliorare le prestazioni degli apparati di Sicurezza e di eliminare o
almeno minimizzare gli effetti di ogni possibile errore umano. La tipologia
e l’entità delle informazioni e dei comandi che vengono scambiati tra gli
elementi del sistema definiscono, a seconda dei componenti coinvolti, i vari
regimi di circolazione. Il tipo e l’entità delle funzioni affidate agli apparati
di terra e di bordo definisce il livello di automazione del sistema.
Nel caso di un sistema completamente automatico (ad esempio i sistemi driverless) non esistono funzioni affidate all’uomo e scompaiono conseguentemente le interazioni tra esso e gli altri elementi del sistema; Parallelamente si sposta la sede della Logica della Sicurezza che viene trasferita
dall’uomo (caso dei regimi di circolazione esclusivamente manuali) agli
impianti di sicurezza e segnalamento moderni, in cui la verifica delle condizioni di sicurezza è tutta attribuita agli apparati e all’uomo resta affidata
la sola funzione di regolazione della circolazione e l’attivazione delle procedure. Analogamente a bordo la Logica della Sicurezza può essere attribuita
agli apparati di bordo, mediante sistemi ATP (Automatic Train Protection)
o ATO (Automatic Train Operation) lasciando all’uomo solo la funzione di
116
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 4.1:
Sistemi di sicurezza è
controllo della marcia
treno e loro legame di
interdipendenza.
decisione della partenza. L’azione dell’uomo rimane comunque necessaria
per gli interventi in situazioni di avarie e di malfunzionamenti o per gestire
i movimenti di manovra. La sicurezza effettiva dipende, quindi, dal corretto
funzionamento di tutti gli elementi e dai criteri progettuali con cui sono
gestite le situazioni di avaria (sicurezza intrinseca, ridondanza, ecc.).
La logica di sicurezza può essere realizzata tramite 4 sistemi fondamentali:
–– ATP
–– ATC
–– ATO
–– ATS
L’ ATP (Automatic Train Protection) garantisce il rispetto delle condizioni
restrittive, attivando all’occorrenza la frenatura d’emergenza, non richiedendo visualizzazioni dei vincoli di velocità a bordo (MMI), ed è utilizzabile
come singolo sistema fino a velocità di 160 km/h (150 km/h in Italia), in
concomitanza con segnalamento laterale (usato su SCMT, SSC).
L’ ATC (Automatic Train Control) fornisce in cabina l’indicazione della
velocità che il treno deve rispettare in relazione alla libertà e all’integrità
della via, alla distanza disponibile, alle caratteristiche del treno, alle caratteristiche del tracciato (permanenti o temporanee) e alle informazioni
dell’orario di servizio/prescrizioni. L’ATC può essere interpretato come supplemento o come sostituzione dei segnali fissi (è usato con ETCS e TVM).
L’ATO (Automatic Train Control) permette la gestione automatica e/o remota della marcia del treno e della frenatura applicando le informazioni
fornite dall’ ATC (è usato su LZB e ETCS modificato). Infine l’ATS (Automatic
Train Supervision) fornisce al treno la velocità consigliata in relazione alle
condizioni di traffico e di infrastruttura sotto il controllo ATO o ATC, ottimizzando la velocità e ottimizzando la circolazione di un treno in relazione
agli altri treni in linea.
La sicurezza è un requisito
fondamentale
per la progettazione e la
manutenzione delle infrastrutture e dei veicoli
ferroviari. In particolare, per quanto riguarda
la valutazione del livello
complessivo di sicurezza di un sistema ferroviario, devono essere considerati nella loro globalità gli insiemi:
–– dei sistemi tecnologici di sicurezza di impianti e veicoli;
–– delle normative d’esercizio;
–– dei comportamenti degli operatori.
La natura della materia e la rara possibilità (solo per taluni sistemi tecnologici) di disporre di valori deterministici delle grandezze in gioco rendono
necessario definire le grandezze fondamentali del problema attraverso indicatori probabilistici. In termini estremamente generali si possono definire
in primo luogo:
118
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Nella matrice del Rischio riportata in figura si è considerato per la probabilità di accadimento P:
1 = improbabile, 2 = poco probabile, 3 = probabile, 4 = altamente probabile; mentre per il Danno D si è considerato invece: 1 = lieve, 2 = medio,
3 = grave, 4 = gravissimo.
Figura 4.3:
Misure da adottare in
funzione della Rischio
ricavato con la Matrice
del Rischio.
Il processo di evoluzione tecnologica, che ha accompagnato lo sviluppo
del sistema ferroviario, si è vieppiù indirizzato verso l’attribuzione ai componenti tecnologici degli impianti e dei veicoli dei compiti di sicurezza, inizialmente interamente affidati all’uomo con la guida dei testi regolamentari.
L’ipotesi alla base di tale processo è quella, valida in generale, di poter
ottenere attraverso l’impiego della tecnologia livelli di sicurezza molto superiori a quelli garantiti dall’uomo (RI << RC). A tal proposito, risulta di fondamentale importanza l’analisi del comportamento umano nei casi, sempre
più rari, di avarie dei sistemi durante i quali, la sicurezza viene riposta/
gestita nuovamente dagli operatori. Elementi determinanti per procedere a
tale valutazione sono:
–– l’affidabilità dei componenti tecnologici interessati e quindi la frequenza
delle situazioni di degrado per avaria;
–– l’efficacia degli strumenti regolamentari preposti a guidare i comportamenti degli operatori in tali situazioni.
La regolamentazione d’esercizio nasce dalla necessità di regolare le azioni
compiute dagli operatori. Alle origini della ferrovia le funzioni degli operatori erano pressoché completamente rivolte ad assicurare la sicurezza dell’esercizio. Attualmente la responsabilità della sicurezza in regime ordinario
ricade sugli operatori in forma più limitata (soprattutto sul personale di condotta) ed in prospettiva essa sarà ancor più marginale con l’estensione dei sistemi di controllo della velocità. La regolamentazione dell’esercizio continua
tuttavia a svolgere un ruolo fondamentale sotto almeno tre diversi profili:
–– individuazione degli standard di riferimento per la progettazione funzionale e le verifiche di sicurezza intrinseca delle apparecchiature tecnologiche che progressivamente stanno sostituendo l’operato umano;
–– regolamentazione delle operazioni di controllo e gestione dell’esercizio al
fine di accrescere la qualità del servizio offerto (ad esempio dal punto di
vista della disponibilità, della regolarità, del comfort per i passeggeri, ecc.);
–– regolamentazione del regime degradato, disciplinando i comportamenti
degli operatori che devono inevitabilmente tornare ad assumere temporaneamente responsabilità per la sicurezza dell’esercizio (bisogna tenere
in conto che la gran parte degli incidenti che avvengono in ferrovia, hanno luogo in situazioni di degrado per una o più componenti del sistema).
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
4.2.
119
EVOLUZIONE TECNOLOGICA: Tecnica della circolazione su rotaia
La tecnica della circolazione su rotaia tende a disciplinare il movimento
dei treni in linea (distanziamento, precedenze, regolazione degli incroci) e
nelle stazioni (itinerari di ingresso, di partenza, manovre ed istradamenti)
con l’utilizzo di impianti e di norme apposite. Nel seguito saranno affrontati
i temi del distanziamento treni, del segnalamento, degli apparati centrali,
della gestione della circolazione e dei nuovi sistemi tecnologici per il controllo della marcia dei treni.
4.2.1.
DISTANZIAMENTO DEI TRENI
Nelle prime linee ferroviarie non esistevano impianti di sicurezza e di
segnalamento, ma la sicurezza e il corretto funzionamento del sistema era
affidato a segnalazioni a mano o tramite bandiere colorate, o di notte mediante lanterne a luce colorata. Uno dei primi sistemi per la gestione di
una rete ferroviaria si basava sul cosiddetto “Distanziamento a Tempo”,
che come suggeriva la parola consisteva nell’inviare un treno dalla stazione A alla successiva trascorso un certo tempo dall’immissione in rete del
treno precedente. Naturalmente tale sistema non contemplava la presenza
di eventuali ostacoli o problemi che si potevano presentare lungo la linea,
pertanto si passò ad un sistema più sicuro rappresentato dal cosiddetto “Distanziamento a Spazio”. Il distanziamento a spazio era basato sullo scambio
di comunicazioni telegrafiche tra posti distanziatori successivi, dove i posti
distanziatori erano rappresentati generalmente da stazioni, solo successivamente furono introdotti anche delle postazioni intermedie tra le varie
stazioni per aumentare il cadenzamento. Il distanziamento a spazio può
avvenire con due criteri diversi, cioè il “Regime del Giunto” e il “Regime del
Blocco”. Nel Regime del giunto la linea ferroviaria è considerata come una
linea aperta, nella quale può sempre essere inviato un treno da una stazione
A alla successiva B, una volta che il treno sia giunto nella stazione successiva B, il dirigente di movimento invia un segnale alla stazione precedente
A di giunto treno, che abilita la stazione A ad inviare un altro treno verso la
stazione B. Quindi nel regime del giunto la linea è sempre considerata aperta tranne quando la tratta tra le due stazioni è occupata dal treno. Un sistema più affidabile in termini di sicurezza è invece rappresentato dal regime
del blocco, nel quale un treno può muoversi dalla stazione A alla successiva
B solo al seguito di un segnale di benestare inviato dalla stazione B alla precedente A. Quindi nel regime del blocco la linea ferroviaria è considerata
una linea chiusa, che diviene aperta solo quando si è ottenuto il consenso al
transito del treno. Nel regime del blocco nessun dispaccio viene inviato dalla stazione B alla stazione A all’arrivo del treno in stazione diversamente da
come accadeva nel regime del giunto. In tali sistemi si autorizzava il treno
ad immettersi in linea e implicitamente lo si autorizzava anche ad entrare
nella stazione successiva a quella di partenza, salvo intervento di un agente
lungo la linea munito di segnalamento a mano, si rese necessario quindi
nel corso del tempo il ricorso a segnali fissi per regolamentare l’ingresso in
stazione, e che per il loro scopo furono quindi definiti segnali di protezione
della stazione o più semplicemente segnali di protezione. Successivamente
120
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
nacquero i segnali di partenza per poter segnalare al treno la possibilità o
l’impossibilità di partire dalla stazione, semplificando i compiti del dirigente di movimento, in stazioni dove si avevano lunghi binari o con distinti
fasci di binario. Con il crescere delle velocità risultò evidente l’impossibilità
da parte del macchinista di rispettare un segnale che gli apparisse solo nel
campo della diretta visibilità. In un primo momento si superò tale problema ponendo il segnale ad una distanza maggiore rispetto al punto protetto,
consentendo quindi la possibilità al treno di fermarsi anche oltre il segnale
ma prima del punto protetto, realizzando così quello che venne definito
segnale di seconda categoria. Un successivo provvedimento fu quello di far
precedere il segnale vero e proprio da un altro segnale fisso non manovrabile di attenzione, costituito da una vela gialla con al suo interno una luce
gialla che veniva accesa nelle ore notturne. Tale segnale fisso serviva per far
capire al macchinista di ridurre la velocità per l’avvicinarsi al successivo
segnale che se in stato di rosso non poteva essere assolutamente superato.
Con l’aumentare della velocità e con il progredire della tecnica ferroviaria il
segnale di attenzione divenne un segnale di avviso, manovrabile, che consentiva quindi in anticipo di ripetere le indicazioni del segnale principale,
che prese il nome di segnale di prima categoria e che non poteva essere per
nessun motivo oltrepassato. Con questa strategia il macchinista doveva rallentare se incontrava il segnale di avviso a via impedita, altrimenti poteva
continuare a marciare a piena velocità. L’insieme del segnale di avviso e del
segnale di prima categoria prende nome di doppio segnalamento. Si parla
invece di doppio segnalamento completo quando ogni stazione è munita
oltre che di segnalamento di protezione anche di segnalamento di partenza.
In Italia è prevista una distanza tra segnale di avviso e di prima categoria
di 1200 metri per velocità dei rotabili non superiori ai 140 km/h. Per avere
indicazioni riguardanti l’occupazione della linea da parte del treno senza
fare ricorso a segnalazioni tra i dirigenti di movimento che devono presidiare fisicamente la stazione e scambiare informazioni con le altre stazioni,
una delle metodologie più utilizzata, per rendere automatico l’impianto è
rappresentata dall’adozione dei cosiddetti circuiti di binario. Il circuito di
binario è un circuito elettrico realizzato mediante giunti isolanti posti agli
estremi del tratto di binario che si vuole controllare e disponendo ad un
estremo del segmento di binario considerato, una sorgente di bassa tensione
che alimenta tramite le rotaie un relè posto all’altro estremo (i giunti servono ad interrompere la continuità elettrica del binario, per determinare la
creazione di più circuiti elettrici, da controllare per valutare la presenza o
meno di un treno in una sezione di binario). In caso di binario libero la corrente percorre le due rotaie e va a richiudersi sulla ricezione posta all’altra
estremità del circuito determinando attraverso il relè di binario la disposizione a via libera del segnale di protezione di quel tratto di binario (aspetto
verde) così come indicato nella Figura 4.4.
Quando il treno si trova a passare sul tratto di binario considerato gli assi
del rotabile cortocircuitano l’alimentazione, impedendo quindi alla corrente di raggiungere il relè e lasciando il relè diseccitato. Tale stato diseccitato
è associato allo stato di binario occupato. Per evitare la circolazione di In
tale schema viene aggiunta anche una resistenza per limitare il valore della
corrente, quando un asse del treno cortocircuita il binario.
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
121
Tale situazione viene rappresentata nella Figura 4.5. Come si può notare
la condizione più restrittiva via impedita (aspetto rosso) è associata ad una
mancanza di alimentazione del relè in modo tale che una eventuale avaria
del relè (es.: rottura della bobina di comando) o la rottura della rotaia non
va ad inficiare la sicurezza.
Figura 4.4:
Relè eccitato (aspetto
del segnale verde).
Figura 4.5:
Relè diseccitato (aspetto del segnale rosso).
Naturalmente il circuito di binario non può avere un’estensione illimitata, poiché per lunghezze superiori a un paio di chilometri la corrente erogata dal generatore a causa della dispersione non sarebbe in grado di eccitare
il relè anche quando non vi è alcun treno ad occupare il circuito. Nel caso
di linee con sistemi di trazione elettrica in corrente continua il circuito di
binario non può essere realizzato come ora descritto, poiché potrebbero, per
effetto della corrente di trazione, crearsi ai capi del relè della delle tensioni
tali da eccitare il relè anche quando il relè non dovrebbe essere eccitato
(cioè circuito occupato dal treno). Per questo motivo nelle linee con sistemi
di trazione elettrica a corrente continua si usano circuiti di binario alimentati in corrente alternata. In tali cdb l’alimentazione e la ricezione sono rea-
122
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
lizzate tramite due piccoli trasformatori a presa variabile, in modo da regolare la tensione in funzione della lunghezza del tratto di binario considerato
(con tensione dell’ordine di otto/dieci Volt), agendo inoltre sulle resistenze
presenti vicino ai trasformatori per ridurre le correnti di dispersione.
Questa soluzione comporta, in piena linea, l’uso di filtri che lasciano
passare la corrente di ritorno dalla trazione ma bloccano le correnti sinusoidali che alimentano il circuito di binario. Infatti le induttanze mostrate
nella Figura 4.6 consentono il passaggio della corrente continua da un cdb
all’altro, ma a causa dell’alta impedenza a 50 Hz, limitano il passaggio delle
correnti alternate.
I circuiti di binario vengono anche utilizzati per trasmettere, modulando
in ampiezza le correnti dei circuiti di binario, informazioni che vengono
inviate sotto forma di telegrammi al SSB, consentendo quindi al bordo di
avere indicazioni sullo stato dei segnali che il rotabile incontrerà lungo il
suo tragitto.
Figura 4.6:
Utilizzo delle connessioni induttive nei cdb.
Tale funzionalità è alla base del sistema di Blocco Automatico a Correnti
Codificate (BAcc) ampiamente diffuso sulla rete ferroviaria italiana tradizionale per il distanziamento dei treni lungo linea. Tale sistema inoltre fornisce anche le indicazioni relative ad un eventuale rottura del binario che
viene interpretata come un’occupazione della sezione di blocco, impedendo
di fatto al treno di immettersi nel cdb in questione. Nei circuiti di binario
a correnti codificate la modulazione in ampiezza della corrente a 50 Hz
è ottenuta tramite appositi relè definiti codificatori. Ad ogni intervallo di
alimentazione del relè ne segue uno di disalimentazione di eguale durata.
La somma di un intervallo di alimentazione e di uno di disalimentazione
costituisce il periodo di codifica ed il suo inverso rappresenta la frequenza
del codice. Quindi un codice 75 rappresenta che l’alimentazione è stata tolta e immessa 75 volte in un minuto, quindi il periodo della forma d’onda è
pari a 60/75 = 0,8 secondi. Il BAcc può essere a 4 codici cioè: 0-75-180-270,
oppure utilizzando in aggiunta alla modulazione a 50 Hz una modulazione
di una frequenza ausiliaria a 178 Hz, si possono generare ben 9 codici. Nel
caso di sistema a 4 codici, quando la ricezione di un cdb non riceve nessun
codice, cioè il relè non è eccitato, il segnale che protegge tale cdb assume
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
123
l’aspetto più restrittivo (rosso) e trasmette al cdb immediatamente adiacente un codice 75, che ricevuto all’estremità opposta del cdb fa assumere al
segnale l’aspetto giallo e trasmettendo a sua volta a monte un codice 180.
La ricezione del cdb posto a monte, riceve il 180 e fa assumere al relativo
segnale l’aspetto più permissivo (verde) e trasmette un codice 270 a monte.
Nel caso del blocco automatico con correnti codificate a 9 codici è invece
possibile dare maggiori informazioni aggiuntive di segnalamento ai treni
equipaggiati con apparecchiature per la ripetizione in macchina dei segnali.
Nelle Tabelle 4.1 e 4.2 vengono riportati i significati delle informazioni per
BAcc a 4 e a 9 codici.
Tabella 4.1:
Blocco a correnti codificate a 4 codici.
Tabella 4.2:
Blocco a correnti codificate a 9 codici.
Codice
Sigla
tasto
AC
AC
Bianco
Zona occupata o assenza di codice
75
-
Giallo lamp
Avviso di via impedita al successivo segnale di 1ª categoria.
120
RV
Giallo
Avviso di riduzione di velocità a
30, 60 o 100 km/h per deviata
180
-
Bianco
Avviso anticipato di segnale di 1ª
categoria disposto a via impedita
270
-
Verde
Via libera
Codice
Sigla
gemma
Colore
gemma
Descrizione
AC
AC
Bianco
Zona occupata o assenza di codice
75
-
Giallo lamp
Avviso di via impedita al successivo segnale di 1ª categoria.
120
RV
Giallo
Avviso di riduzione di velocità a
30, 60 o 100 km/h per deviata
120*
100
Giallo
Avviso di riduz. velocità a
100 km/h al success. segnale a via
libera per itiner. deviato
120**
130
Giallo
Avviso di riduz. velocità a
130 km/h al success. segnale a via
libera per itiner. deviato
180
-
Bianco
Avviso anticipato di segnale di 1ª
categ. disposto a via impedita /
fine zona codificata
180*
150
Bianco
Avviso di riduzione della velocità
massima di linea a 150 km/h per
lavori.
270
-
Verde
Via libera con Vmax di 180Km/h
270*
VM
Verde
Via libera con Vmax di 220 Km/h
270**
SV
Verde
Via libera con Vmax di 250 Km/h
Colore tasto Descrizione
124
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 4.7:
Foto di un Pedale
Conta Assi montato su
rotaia.
L’informazione relativa alla libertà della via può essere anche ottenuta,
in forma automatica, senza l’impiego dei circuiti di binario, facendo ricorso
ai Sistemi Conta Assi.
Tali sistemi si basano sul Pedale Conta Assi (PCA), cioè su un componente elettromeccanico posizionato sulla rotaia (Fig. 4.7) e come tale esposto
ad accidentalità di origine meccanica, elettrica, magnetica, chimica e climatica. Alla base del funzionamento del PCA ci sono dei sensori magnetici
costituiti da una bobina Generatore G (posizionata all’interno della rotaia)
che genera un campo magnetico variabile e da una bobina Ricevitore R (posizionata all’esterno della rotaia) che si concatena con il campo generato da
G. Il campo suddetto viene generato da G in modo tale che il passaggio di
una ruota di un rotabile ne provoca una forte attenuazione con conseguente
riduzione della tensione indotta sulla bobina R, pertanto, quando il dispositivo è a riposo, cioè non vi sono assi in transito, fra la coppia di sensori G ed
R vi è continuità magnetica, mentre quando vi è il passaggio di un rotabile,
il segnale captato da R si annulla, o scende al di sotto di un soglia prefissata
(occupazione sensore), generando l’occupazione immediata della sezione
di blocco.
Tale sistema
è vantaggioso rispetto ai sistemi
BAcc in quanto non richiede
l’uso circuiti e
componentistica lungo linea,
ma solo presso
le stazioni ed i posti di blocco intermedi. In Italia questo sistema negli ultimi anni ha avuto una diffusione importante, oltre che sulle reti secondarie
a traffico medio-scarso, anche sulle linee intorno ai nodi grazie alla sua
economicità (se rapportato con un BAcc), alla semplicità d’installazione e
per la sua particolare attitudine ad operare completamente in telecomando.
La sola presenza del PCA non consente tuttavia la verifica dell’integrità
del treno transitato. A tal proposito, per assicurare la libertà della via a
monte bisogna integrare il pedale conta assi con controlli aggiuntivi atti a
verificare che il treno sia ivi transitato nella sua interezza. Il PCA, tuttavia,
è sicuro nei confronti di un suo danneggiamento o nel caso di sottrazione
di una parte o di tutti gli elementi costituenti il sistema. La sicurezza è garantita dalle caratteristiche intrinseche del sistema, il cui funzionamento è
basato sull’invio di un segnale continuo.
L’impiego di punti di conteggio assi doppi (2 bobine trasmittenti e 2 riceventi) consente di ottenere due impulsi immediatamente successivi al
passaggio di ciascuna ruota e di rilevare pertanto anche il senso di marcia
del treno in transito, così come descritto nella Figura 4.8.
L’ultimo in ordine di tempo dei sistemi di blocco o di distanziamento a
spazio è il Blocco Radio. Come nel caso del distanziamento a blocco fisso la
linea è suddivisa in sezioni di blocco, costituite da almeno un cdb mediamente lungo 1800 metri, ed il distanziamento dei treni viene regolato mediante MA (Autorizzazione al Movimento) trasmesse via radio al treno dal
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
125
Figura 4.8:
Pedale Conta Assi.
Radio Block Center (RBC). La MA è relativa ad una tratta costituita da una
o più sezioni e sostituisce le informazioni trasmesse a mezzo dei segnali
luminosi di Ia categoria, non presenti sulle linee esercitate con tale regime
ed è sempre assegnata dal RBC univocamente ad un treno. In assenza di
treno non è assegnata alcuna MA. Una MA deve contenere, quindi, un numero intero di sezioni di blocco o itinerari; il numero minimo di sezioni di
blocco radio o di itinerari coperti da una MA è pari ad 1, mentre il numero
massimo dipende dalle caratteristiche di esercizio (es.: sulla Roma-Napoli
con numero massimo di otto sezioni per MA si può arrivare a circa 20 km
di lunghezza di MA, sulla Torino-Novara è stato scelto il valore di 17 km).
Il numero di sezioni contenute in una MA dipende anche dalla distanza
del circuito di binario detto di approccio al PdS che apre tramite le logiche di ACC (Apparato Centrale Computerizzato) e SCC (Sistema Comando e
Controllo) il prossimo itinerario al treno che vi transita, in quanto il cdb di
approccio al PdS configurato in SCC e ACC se occupato blocca per 5 minuti
l’itinerario impegnato dal treno, impedendone la distruzione e la possibilità
della formazione dello stesso per un treno seguente.
La funzione del blocco radio è adottata nel sistema ETCS L2 (European
Traffic Control System Livello 2) in maniera integrata con le altre funzioni
del sistema stesso (segnalamento in cabina di guida e controllo della marcia
del treno). I componenti del blocco radio sono i seguenti:
––
––
––
––
Posto Centrale del Blocco Radio.
Sezioni di blocco radio.
Punti Informativi.
Sottosistema di trasmissione.
Presso il Posto Centrale sono ubicati:
–– il Radio Block Center (RBC) per la gestione centralizzata del distanziamento treni, tramite Blocco Automatico Radio (BAR), nella tratta considerata, comprendente anche la parte di terra del sistema EURORADIO
per il collegamento fisico tra RBC e GSM-R; se la tratta è superiore a
80 - 100 km sono presenti più RBC.
–– Il Sistema di Comando e Controllo (SCC-AV) per il telecomando e la telecontrollo degli impianti di segnalamento e sicurezza della circolazione,
degli impianti TE e degli impianti ausiliari.
126
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
–– Il sistema di radiocomunicazione GSM-R di livello centrale collegato,
mediante il sistema TLC/LD, con le apparecchiature GSM-R di livello
periferico.
I punti informativi (PI) sono costituiti ciascuno da almeno due boe (Eurobalise) posizionate sui binari in punti significativi della linea (la maggior
parte sono posizionate 200 m prima della fine di ogni sezione per entrambi
i sensi di marcia) per individuare oltre alla posizione anche il senso di circolazione del treno (Position Report). Il PI costituisce un punto essenziale
per il riferimento spaziale del sistema che fonda il calcolo dello spazio percorso dal treno sulla base delle misure effettuate dal sistema odometrico di
bordo ed i dati inviati dal RBC attraverso i riferimenti spaziali relativi che
ogni PI, detto anche Last Relevant Balise Group (LRBG), consente di dare e
di aggiornare. L’energizzazione delle boe avviene al passaggio del rotabile,
mediante accoppiamento induttivo tra l’apposita antenna, posta sotto il rotabile (BTM), e le boe stesse (frequenza a 27 MHz dal treno che energizza la
boa, la quale risponde alla frequenza di 4 MHz, solo se sollecitata, inviando
il contenuto informativo digitale a 1024 bit modulato). I predetti PI hanno
tutti un tipo di informazione fisso, salvo quelli destinati alla gestione degli
allarmi di rilevazione della temperatura delle boccole del rotabile (RTB),
che possono essere del tipo commutabile ed interfacciati agli Encoder (LEU)
e ai sensori ad infrarossi posti lateralmente al binario per la lettura della
temperatura delle boccole del treno. I punti informativi presenti sulle linee
AV sono:
––
––
––
––
––
––
––
––
––
––
––
di ricalibrazione dell’odometria di bordo;
di annuncio del cambio di tensione;
di annuncio del cambio di fase;
di connessione e annuncio;
di cambio sistema;
di disconnessione del sistema;
di rilevamento termico boccole (RTB)
Il sottosistema di trasmissione è realizzato tramite:
GSM-R
TLC
Supporti in fibra ottica
Il sistema GSM-R è necessario per il collegamento fra Sottosistema di
Terra e Sottosistema di Bordo ETCS per il trasporto delle informazioni interoperabili di distanziamento dei treni, tramite il protocollo EURORADIO.
Il Sottosistema TCL Lunga Distanza è una rete ad anello i cui elementi
fondamentali sono costituiti dal portale ottico e da nodi allocati in corrispondenza del posto centrale AV e dei PPF (Posti Periferici Fissi). I nodi
sono collegati tra loro mediante fibre ottiche inserite in due cavi a 16 fibre
separati e posati sui lati opposti della linea, per aumentare la disponibilità
del sistema. La trasmissione dei dati a livello ottico è realizzata con tecnologia SDH (Sincronous Digital Hierarchy) con velocità pari a 622 Mbit/s, che
collega gli apparati di stazione ACC limitrofi fra loro e con l’RBC, e collega
inoltre l’SCC agli ACC per il telecomando.
Nella Figura 4.9 vengono indicate le frequenze di UP-LINK e DOWN-LINK
utilizzate nel sistema GSM-R.
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
127
Figura 4.9:
Rete GSM-R - allocazione frequenze.
4.2.2.
ERTMS
La tendenza all’ innovazione per incrementare il livello di sicurezza nei
sistemi ferroviari è favorita oggigiorno da specifiche strategie a livello comunitario. L’ERTMS/ETCS rappresenta infatti un progetto di ricerca e sviluppo patrocinato dall’ unione europea, il cui obiettivo è quello di rendere
interoperabile il sistema ferroviario europeo e elevare i livelli di sicurezza.
Lo sviluppo dell’ERTMS rappresenta un progetto in cui, ai sistemi di sicurezza propri della gestione del traffico, possono integrarsi le attività di
supervisione e controllo e programmazione dei trasporti, a valle degli studi
preliminari condotti sempre in ambito europeo sui sistemi per il controllo
del traffico, che vanno sotto il nome di ETCS, cioè European Train Control
System. La specifica ERTMS prevede quindi un sistema che ha lo scopo di
assicurare un controllo in sicurezza dei movimenti dei treni sulla base di
uno scambio di informazioni tra terra e bordo attraverso più canali informativi, che possono essere di tipo discontinuo (SCMT), o di tipo continuo
(Ripetizione Segnali Continua) e di tipo Radio (Blocco Automatico Radio). Il
sistema è stato realizzato su tre livelli. In Italia si utilizza l’ERTMS livello 2.
4.2.2.1.
Livello 1
Il primo livello ERTMS ha come obiettivo l’incremento della sicurezza
operativa in qualsiasi condizione di circolazione della via, trasmettendo a
bordo informazioni sicure sullo stato dei segnali a terra (per mezzo dei canali di trasmissione discontinuo e continuo che ripetono a bordo l’aspetto
dei segnali), derivanti dal sistema di distanziamento tradizionale di terra
di cui sono già equipaggiate le reti, fornendo informazioni riguardanti le
caratteristiche plano-altimetriche del tracciato, gli eventuali rallentamenti,
128
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
PL, bivi, ecc. Lo stesso livello permette di viaggiare alla massima velocità
consentita dalle caratteristiche del tracciato e del treno, attuando un controllo di velocità in sicurezza, in accordo con le infrastrutture presenti e
basandosi sulla distanza tra due segnali consecutivi. Nel livello 1 (Fig. 4.10)
si conserva il segnalamento laterale ed è facoltativo l’uso a bordo del treno
di una interfaccia uomo-macchina di tipo innovativo, cosiddetta MMI (Man
Machine Interface), che in particolare dipende dalla scelta fra interoperabilità tecnica e interoperabilità operativa.
–– L’interoperabilità tecnica: richiede la definizione di standard tecnici comuni a tutti i paesi membri della comunità europea, per l’interfaccia tra
la linea e il treno che richiede la comunicazione fra le apparecchiature di
bordo e di terra, al fine di evitare i perditempo che si generano al confine
degli stati, dove non è possibile far procedere lo stesso treno anche oltre i limiti nazionali, a causa del differente segnalamento e scartamento.
Nell’ambito dell’interoperabilità tecnica resterà compito della normativa, in caso di discrepanza tra il segnalamento laterale e le informazioni
date a bordo tramite MMI, stabilire se il macchinista dovrà obbedire al
segnalamento esistente o alle informazioni date dal computer di bordo.
–– L’interoperabilità operativa: una volta definito l’uso di interfacce standard e regole comuni di guida, l’interoperabilità operativa rappresentà
la possibilità che uno stesso macchinista possa operare nei diversi paesi
ignorandone i differenti tipi di segnalamento laterale.
Nel primo livello ERTMS la posizione e la verifica dell’integrità del treno
restano affidate ai sistemi di terra esistenti (ai circuiti di binario).
Figura 4.10:
ERTM/ETCS livello 1.
4.2.2.2.
Livello 2
Il secondo livello dell’ERTMS prevede lo sviluppo dei sistemi di segnalamento esistenti per il controllo del distanziamento dei treni in piena linea,
richiedendo obbligatoriamente l’utilizzo dell’interfaccia uomo-macchina
DMI (Driver Machine Interface), tramite la quale il macchinista riceve gli
ordini relativi alla marcia e le informazioni relative alla linea (Figura 4.11).
Il secondo livello rende possibile una gestione del traffico in sicurezza in
assenza del segnalamento laterale, regolando la marcia in modo automatico,
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
129
attraverso un sistema centralizzato denominato RBC (Radio Block Center)
collegato con ogni treno tramite un sistema trasmissivo via radio (EURORADIO) su canale GSM-R (Global System Mobile Railway). La velocità consentita al treno è fornita in ogni istante dal RBC, in funzione della libertà
della via, ovvero dei circuiti di binario liberi davanti al treno stesso. Con
tale sistema è possibile ottenere un controllo sicuro della velocità in modo
predittivo, poiché l’informazione relativa alla localizzazione del punto di
fermata o di rallentamento viene trasmessa al treno in tempo reale, cioè
appena elaborata dal sistema RBC e in modo anticipato rispetto a quanto è
possibile fare con i segnali laterali. In questo secondo livello il canale discontinuo, tramite le boe, fornisce solo riferimenti geografici puntuali e la
posizione e l’integrità del treno sono verificate ancora dai circuiti di binario
esistenti. Questo livello, permettendo la marcia del treno in completa assenza del segnalamento laterale, realizza quindi interamente l’interoperabilità
operativa (Fig. 4.12).
Figura 4.11:
ETCS DMI (Driver Machine Interface).
Figura 4.12:
ERTM/ETCS livello 2.
130
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
4.2.2.3.
Livello 3
Il terzo livello ERTMS, come il secondo, centralizza le informazioni
sull’intera linea nel Radio Block Center e tramite quest’ultimo sono inviate
a bordo le informazioni sul distanziamento che i treni devono rispettare.
A differenza del secondo livello viene tuttavia realizzato il distanziamento
con sezioni variabili (blocco mobile). Il blocco mobile, consente pertanto
di modulare il distanziamento in base alla distanza di frenatura propria del
treno e delle variabili condizioni di impegno della linea, effettuando anche
un controllo strategico della velocità ai fini della regolarità del servizio sulla
complessa rete ferroviaria. Il terzo livello è basato su un canale discontinuo,
che riducendo la presenza a terra di boe, fornisce solo alcuni riferimenti
puntuali (per esempio la progressiva chilometrica, l’inizio e la fine dell’area
controllata). A differenza degli altri due livelli, il terzo livello prevede sia
la funzione di controllo di integrità del treno realizzata a bordo dello stesso
mediante opportuni dispositivi TTI (Train Integrity Interface), sia la funzione di localizzazione del treno mediante le informazioni di sistema. Lo scopo
di questo livello, oltre ai requisiti di sicurezza già evidenziati, è perciò quello di ridurre al minimo gli impianti fissi di segnalamento, minimizzando gli
oneri di manutenzione e massimizzando la potenzialità della linea, in virtù
dell’adozione del blocco mobile (Fig. 4.13).
Figura 4.13:
ERTM/ETCS livello 3.
4.2.3.
SCMT
I sistemi automatici che consentono di proteggere la guida del macchinista e quindi del treno da eventuali superamenti della velocità o a seguito
di superamento di un segnale a via impedita, vengono in generale definiti
Automatic Train Protection (ATP). Detti sistemi consentono l’intervento di
frenatura di emergenza, fino ad annullare la velocità del treno o fino a riportarla al valore minimo accettabile. Fra gli ATP è da includersi quindi il
blocco Automatico a correnti codificate. In tale ambito RFI ha sviluppato il
132
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 4.15:
SST e SSB del sistema
SCMT.
riferimenti certi (PI). Nel SCMT i sensori misurano gli angoli di rotazione
descritti da due assili tra loro indipendenti. Gli algoritmi dell’odometria devono, per quanto possibile, compensare eventuali slittamenti/pattinamenti
degli assili sensorizzati dovuti a trazione o frenatura in condizioni di aderenza degradata. Tramite tali dispositivi è determinata la curva di frenatura
che il rotabile in marcia andrà a realizzare in caso di segnale disposto a
via impedita. Si individuano 4 curve principali che vengono rappresentate
nella Figura 4.16:
–– Curva di frenatura nominale;
–– Curva di allerta;
–– Curva di controllo;
–– Curva di Frenatura;
Tali curve sono costruite sulla base della conoscenza della velocità del
rotabile e dello spazio entro il quale si deve raggiungere la velocità nulla o
una velocità inferiore a quella con la quale si muove nell’istante considerato, determinando così quella che viene definita curva di frenatura, la quale
rappresenta la curva limite oltre la quale il macchinista non può spingersi,
poiché determina l’intervento dei dispositivi di sicurezza (con intervento
della frenatura sia elettrica che pneumatica).
Il superamento della curva di allerta è determina, invece, una segnalazione acustica e luminosa per richiamare l’attenzione del Personale di
Macchina (PdM) mentre il superamento della curva di controllo determina
l’intervento della frenatura elettrica.
4.2.4.
SISTEMA DI SUPPORTO ALLA CONDOTTA (SSC )
Il Sistema di Supporto alla Condotta (SSC) è un sistema di sicurezza
della marcia dei treni che fornisce un ausilio al macchinista attraverso il
controllo dei segnali luminosi fissi, della velocità della linea e dei rallentamenti utilizzando una tecnologia trasmissiva con transponder a microonde.
Il sistema risulta implementabile su linee a scarso traffico la cui velocità
massima è di 150 Km/h, a semplice o doppio binario, con segnali disposti
sia a destra che a sinistra rispetto al senso di marcia del treno ed è comple-
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
133
Figura 4.16:
Possibili curve tra il Punto di Avviso e il Punto Obiettivo.
mentare al SCMT (Sistema Controllo Marcia Treni), pur su livelli funzionali
differenti. È installato, quindi, su tutte le linee ferroviarie per le quali non
è prevista l’installazione del SCMT (circa 5.000 Km di rete ferroviaria). Il
sistema SSC è costituito da un Sotto Sistema di Terra e da un Sotto Sistema
di Bordo. Il Sotto Sistema di Terra ha il compito di trasferire a bordo del locomotore, tramite PI (realizzati da transponder a microonde non ridondati),
le informazioni sull’aspetto del segnale e sulle caratteristiche della linea utilizzando una frequenza trasmissiva di 5,8 GHz. I trasponder possono essere
collegati o meno all’encoder:
–– i transponder non collegati ad encoder vengono installati 100 m a monte
di tutti i segnali di avviso e forniscono informazioni di diagnostica;
134
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
–– i transponder collegati ad encoder vengono installati su tutti i segnali ed
hanno il compito di trasferire a bordo del locomotore l’aspetto del segnale. Vengono inoltre utilizzati per la gestione della velocità della linea e
dei rallentamenti. Gli encoder dovendosi interfacciare con i segnali sono
stati progettati con requisiti di sicurezza SIL 4;
Il Sotto Sistema di Bordo è composto da:
–– un elaboratore che ha il compito di elaborare le informazioni acquisite
dai transponder tramite ricevitori installati sull’imperiale dei rotabili e
dagli input provenienti dalle operazioni del PdM (Personale di Macchina);
–– MMI per interfaccia con le operazioni del PdM.
Nella Figura 4.17 viene riportata una foto di un segnale attrezzato con
SSC ed una schematizzazione dell’accoppiamento elettromagnetico tra
terra e bordo.
Fig. 4.17:
Sistema di Supporto alla Condotta (Transponder).
4.3.
SISTEMI DI CONTROLLO DELLA CIRCOLAZIONE
Inizialmente nelle stazioni e nei posti di movimento, al fine di rendere
più agevole l’intervento del personale preposto alla circolazione dei treni e
più precisamente alla manovra degli “enti di campagna” (deviatoi, segnali
per i treni e per le manovre, passaggi a livello, blocco, ecc.) venivano installati sistemi in grado di effettuare le manovre da remoto sempre nell’ambito
della medesima località. Con il passare degli anni, il progredire della tecnica
ferroviaria ha consentito miglioramenti nella realizzazione di tali impianti e
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
135
nella loro implementazione in sicurezza. Tali apparati via via più perfezionati e facenti capo a banchi di manovra e controllo furono definiti centrali
in quanto, installati in cabine delle stazioni o dei posti di movimento, consentendo la centralizzazione dei comandi di tutti gli enti di pertinenza (e in
particolare deviatoi, segnali e passaggi a livello) con trasmissioni di vario
tipo. In origine tali impianti venivano realizzati con filo flessibile, semplice
o doppio, oppure con collegamenti rigidi o realizzati negli impianti idrodinamici con tubi contenenti acqua (o miscela anticongelante) sotto pressione. In cabina i comandi venivano impartiti con arganelli, banchi a chiavi o
a leve singole. Le condizioni di incompatibilità fra i singoli comandi erano
realizzate con serrature meccaniche del tipo Stevens con collegamenti fra
chiavi (di serratura o di fermascambi).
Negli anni ‘30 i vecchi impianti furono soppiantati da un tipo unificato
di Apparato Centrale Elettrico (ACE) costituito da un banco di manovra a
leve singole e serratura meccanica di sicurezza, che rappresentava un’indubbia positiva evoluzione dei precedenti impianti idrodinamici adottati
in ferrovia. Gli ACE erano muniti di tasti di soccorso e utilizzavano schemi
elettrici di principio ormai standardizzati. I controlli di posizione degli enti
comandati venivano ripetuti sui Quadri Luminosi ubicati di fronte ai banchi a leve e realizzati artigianalmente su lastre di cristallo sulle quali venivano riportati i piani sinottici delle stazioni e con retrostanti porta lampade
tipo mignon (Fig. 4.18).
Va aggiunto che negli ACE la manovra dei deviatoi era ottenuta con casse
di manovra (contenenti, fra l’altro, motore elettrico a corrente continua) fissate agli zatteroni, montati lateralmente al binario in corrispondenza dello
scambio.
Naturalmente appositi locali dovevano contenere le robuste intelaiature
per i relè che realizzavano le logiche di sicurezza (Fig. 4.19), l’attestamento
dei cavi e dei cablaggi, la centralina di alimentazione elettrica e di riserva
di ogni impianto e la relativa batteria di accumulatori. Durante la seconda
guerra mondiale, il rinnovo degli apparati centrali fu interrotto e fu necessario attendere la ricostruzione post-bellica per poter estendere su vasta scala
l’adozione degli ACE di tipo FS (secondo “schemi unificati”).
Figura 4.18:
Quadro sinottico ACE
Roma Termini.
136
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 4.19:
Armadi Relè ACE Roma
Termini.
Figura 4.20:
Banco ACE Roma Termini.
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
137
Nei piazzali di stazione molto estesi e dove si effettua un traffico molto intenso, l’apparato centrale elettrico a leve singole, si dimostrò essere
non sufficiente per permettere di svolgere un servizio rapido ed economico.
Centralizzando l’intero piazzale in un unico posto di manovra, occorreva
costruire dei banchi notevolmente lunghi (Fig. 4.20) ove dovevano lavorare
più operatori, coordinandosi nello svolgimento delle singole azioni, pertanto negli anni ‘70, per soddisfare le necessità qui esposte si svilupparono gli
apparati centrali elettrici a pulsanti di itinerario (ACEI). Negli ACEI tutte
le operazioni per un arrivo o partenza di un treno sono comandate con la
semplice pressione di un unico pulsante, la manovra di tutti gli scambi è
contemporanea e rapida e la liberazione è elastica, cioè ogni scambio diviene utilizzabile per un altro movimento di treno o manovra non appena
abbandonato dal treno per il quale era rimasto bloccato, rendendo in tal
modo la distruzione dell’itinerario immediata e automatica, non essendovi
leve da riportare in posizione normale. Apparati di questo tipo sono sempre
privi di serrature meccaniche e tutte le condizioni sono ottenute mediante
collegamenti elettrici.
Per ogni itinerario esiste un pulsante di itinerario che negli ACEI tipo
FS è a tre posizioni: partendo da una posizione di riposo (in cui il pulsante
ritorna automaticamente per azione di una molla, non appena lasciato libero), il pulsante può essere premuto per effettuare un’azione di comando o
può essere estratto per annullare una precedente azione di comando giudicata non più corrispondente alla reale necessità della circolazione treni. Ad
ogni pulsante corrispondono due relè: un relè di comando C che si eccita,
senza subordinazione ad alcuna altra condizione, quando il pulsante è premuto ed un relè di registrazione R che si eccita quando l’apparato registra il
comando. All’atto dell’eccitazione del relè R, resa evidente dall’accendersi
a luce bianca della lampada corrispondente al pulsante, questo può essere
rilasciato in quanto il relè C resta eccitato da un contatto alto del relè R.
Quando sul piazzale si debbono effettuare, oltre ai movimenti dei treni,
numerosi movimenti di manovra, si aggiungono dei pulsanti che hanno lo
stesso effetto dei pulsanti di itinerario ma limitatamente a tratte più brevi
che vengono dette “istradamenti” ed in cui i movimenti vengono comandati
dai segnali bassi. I pulsanti relativi agli istradamenti sono raggruppati in
una separata parte del banco (Fig. 4.21). Al banco degli itinerari presta servizio un dirigente al movimento mentre a quello degli istradamenti poteva
prestare servizio un agente di qualifica inferiore e cioè un deviatore.
Il quadro luminoso di un ACEI si differenzia da quello di un ACE per due
particolarità. Innanzi tutto esso è del tipo sempre spento, nel senso che con
l’impianto a riposo esso è completamente spento (Fig. 4.22). I circuiti di binario si illuminano a luce rossa se risultano occupati mentre quelli liberi si
illuminano a luce bianca solo in corrispondenza di un itinerario costituito.
È quindi possibile seguire la marcia del treno, o della manovra, osservando
i circuiti che passano dalla luce bianca alla rossa man mano che il treno li
occupa e che si spengono man mano che il treno li abbandona. La seconda
particolarità del quadro luminoso per ACEI riguarda la ripetizione, su di
esso, della posizione degli scambi. Questa, pur rilevabile dall’accensione
dell’uno o dell’altra lampadina poste a fianco della relativa levetta di manovra di emergenza D, non risulta evidenziata dalla posizione di una ben visi-
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
139
cuzione di tutte le verifiche e le azioni necessarie. L’apparato centrale si
colloca, infatti, nella catena logica operativa del sistema di comando e controllo della circolazione, tra l’operatore di stazione ed il piazzale.
Anche gli ACEI, così come gli ACE, nel corso degli anni sono stati oggetto
di ulteriore sviluppo. A tal proposito lo sviluppo tecnologico di tali apparati
ha portato negli anni ‘80 alla sperimentazione in Liguria degli ACS (Apparati Centrali Statici) chiamati poi ACC (Apparati Centrali a Calcolatore).
Gli ACC hanno la caratteristica di funzionare secondo logica programmata
(con calcolatori) anziché cablata (con i relè). In ogni impianto l’interfaccia
operatore è prevista con semplice tastiera, mentre il QL viene rappresentato
su monitor. Altre apparecchiature trovano posto in distinti armadietti contenenti i moduli di funzionamento e controllo e consentendo di realizzare
l’interfacciamento con gli enti dì campagna (circuiti di binario, deviatoi,
segnali, ecc.).
In definitiva con l’ACC si raggiungono livelli di sicurezza e dì affidabilità
equivalenti se non superiori a quelli degli ACEI, conseguendo inoltre, l’implementazione di nuove funzioni in grado di facilitare gli interventi manutentivi e operativi del personale addetto.
Il sistema ACC in linea di principio è composto da tre sottosistemi funzionali:
–– Interfaccia Operatore (UIO) e funzioni di supporto, in grado di coadiuvare le attività degli addetti ai movimenti e degli addetti alla manutenzione;
–– Elaborazione delle logiche di movimento (UEL). Nella UEL ha sede l’elaborazione dei dati rilevanti ai fini della sicurezza. L’elaborazione delle
logiche di movimento è garantita da un sistema avente grado di sicurezza
SIL 4 (CENELEC 50128-50129) con architettura 3 su 2 oppure 2 su 2;
–– Interfaccia con gli enti di piazzale, che si articola su due livelli funzionali (Fig. 4.23):
• il primo livello dedicato alla gestione delle comunicazioni tra la UEL e
le interfacce degli enti di piazzale, le cui funzionalità sono realizzate
mediante apparecchiature dette Concentratori (CCU).
Figura 4.23:
Architettura ACC.
140
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 4.24:
Apparato
Centrale
Computerizzato (ACC)
di Roma Termini.
• Il secondo livello dedicato alla gestione dell’interfacciamento vero e
proprio degli enti di piazzale stessi, le cui funzionalità sono realizzate
mediante apparecchiature dette Controllori di Ente (OC).
Attualmente sono in funzione molti apparati di questo tipo sia in grossi
centri ferroviari che in piccoli. Basta citare il grande ACC della stazione
di Roma Termini (Fig. 4.24) e decine di altri apparati in stazioni di minore
importanza.
Una evoluzione degli apparati ACC
è rappresentato dai sistemi ACCM (Apparati Centrali Computerizzati Multistazione) che permettono di controllare non solo una singola stazione come
con il sistema precedente, ma un’intera linea da un unico Posto Centrale
mediante interfaccia sicura (Fig. 4.25).
Nell’ACCM si ha una riproduzione fedele sul Quadro Luminoso del posto centrale di tutte le condizioni dei piazzali
delle stazioni da esso gestite. Questa particolarità, unita alla capacità del
sistema di impartire “comandi sicuri” anche da remoto, permette la completa e sicura gestione di tutte le stazioni telecomandate anche in situazioni
di degrado e anormalità.
Figura 4.25:
Architettura ACCM.
Oltre ai sistemi di distanziamento ed agli apparati centrali, la circolazione ferroviaria viene governata attraverso i sistemi di Comando Centralizzato
del Traffico (Centralized Traffic Control: CTC) che consentono di realizzare
da un Posto Centrale il telecomando e la supervisione di un elevato numero
di stazioni e fermate non presenziate, riducendo notevolmente i costi di
esercizio grazie al recupero di personale derivante dal non presenziamento
delle stazioni. Il CTC consente inoltre di migliorare la regolarità dell’esercizio ferroviario, regolando in modo tempestivo la circolazione dei treni in
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
141
ampie tratte, mediante il telecomando impartito da un singolo posto operativo facente capo ad un Dirigente Centrale Operativo. Tale sistema può
essere schematicamente rappresentato come l’insieme di tre sottosistemi
principali:
–– Il Posto Centrale: che rappresenta il fulcro del sistema ed è il luogo dove
risiedono tutte le apparecchiature per l’elaborazione dei dati, Server di
elaborazione, Postazioni Operatore (Fig. 4.26) e quanto necessario per la
gestione dei dati di circolazione e per fornire tutte le funzionalità necessarie per la supervisione del traffico ferroviario.
–– Il Sistema Trasmissivo: che consente la comunicazione tra Posto Centrale (PC) e Posti Periferici (PF) ed è costituito dai mezzi trasmissivi e dai
front-end di comunicazione.
Figura 4.26:
CTC Bologna Nod0.
–– I Posti Periferici: che consentono l’interfacciamento con gli apparati ACEI
o ACC dislocati nelle stazioni controllate.
Il sistema richiede l’attrezzaggio della linea con impianto di blocco automatico.
In un primo tempo il sistema fu realizzato con comuni comandi e controlli a distanza, utilizzando conduttori dei cavi dell’impianto di sicurezza. Successivamente, per poter superare distanze ragguardevoli fra PC e
PP incominciò l’utilizzazione di coppie di conduttori dei cavi telefonici,
impiegando modem per i necessari processi operativi di modulazione e di
demodulazione.
Tra gli anni 75 e gli anni 80 iniziò l’impiego di calcolatori di processo per
l’innovativo impianto di automazione del Nodo di Genova per telecomandare numerosi PP, naturalmente senza compiti di sicurezza, che restarono
affidati ai singoli ACEI e al blocco automatico.
Tuttavia nell’evenienza di situazioni di circolazione fortemente perturbate, ad esempio in caso di interruzione di linee, si sentiva l’esigenza di
avere degli strumenti automatici per suggerire e facilitare le scelte operate
dal Posto Centrale finalizzate per congestionare la rete ferroviaria.
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
4.4.
NUOVE TECNOLOGIE PER L’INCREMENTO DELLA SICUREZZA:
RTB, PAI-PL E MTR
4.4.1.
SISTEMI PER IL RILEVAMENTO TERMICO DELLE BOCCOLE (RTB )
143
Nonostante sia sempre più diffuso l’impiego per le boccole degli assi
delle carrozze viaggiatori e dei carri merci dei cuscinetti ad attrito volvente
(a rulli) in sostituzione di quelle ad attrito radente, permane il rischio di
surriscaldamento per carenza di lubrificazione o accidentale sovraccarico
sull’asse.
Al fine di prevenire gli incidenti che possono derivare dal citato surriscaldamento (rotture degli assi con svio, incendi, ecc.) le linee percorse a
più alte velocità e lungo le quali non è possibile effettuare il controllo a vista
dei treni in transito (impianti non presenziati) sono normalmente attrezzate
con dispositivi atti al rilevamento delle boccole calde.
I dispositivi più usuali si basano su captatori posti ai lati delle due rotaie
sensibili ai raggi infrarossi che vengono emessi dai corpi a temperature elevate ma comunque inferiori a quelle in grado di creare situazioni di rischio:
il captatore può quindi emettere un segnale proporzionale alla temperatura
di ciascuna boccola da tramutare, in caso di valore eccessivo, in segnale di
allarme o in azione diretta sul segnalamento (segnali a valle da disporsi a
via impedita).
Successivamente all’arresto del treno il personale di condotta può procedere ad un’ispezione per valutare lo stato della boccola in questione e
decidere sulle modalità di eventuale prosecuzione della marcia (ad esempio
con riduzione di velocità).
L’insensibilità all’irraggiamento solare dei dispositivi captatori viene solitamente ottenuta selezionando la sensibilità alle sole lunghezza d’onda
rilevanti per il caso specifico e comunque diverse da quelle dei raggi solari.
Un impianto RTB (fig. 4.28) è costituito da:
–– Apparato RTB;
–– Interfacciamento RTB/IS (Rilevamento Temperatura Boccole/Impianto di
segnalamento).
L’Apparato RTB è l’insieme delle apparecchiature opportunamente interconnesse dedicate alla rilevazione della temperatura delle boccole dei
rotabili in un punto di linea ed in grado di rendere disponibili al DM/DCO
(Dirigente Movimento/Dirigente Centrale Operativo) o ad altro operatore le
informazioni relative a tali rilevazioni, corredate da eventuali segnalazioni
acustiche e visive di allarme nel caso in cui le temperature lette superino i
valori di soglia prefissali.
L’apparato RTB a sua volta è costituito da:
–– Posto di Rilevamento con funzione di rilievo della temperatura delle boccole e di elaborazione dati;
–– Posto di Controllo (Centrale: ubicato presso il DCO sulle linee telecomandate; Locale: ubicato presso l’Ufficio Movimento sulle altre linee), con
funzione di presentazione e registrazione dei dati e stampa dei moduli;
–– Sistema di Trasmissione con funzione di collegamento tra Posto di Rilevamento e Posto di Controllo;
144
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
L’Interfacciamento RTB/IS, invece, rappresenta l’insieme dei collegamenti circuitali e dispositivi che permettono di realizzare e gestire l’intervento
dell’allarme RTB nei PBA (Posto Blocco Automatico) o nelle località di servizio interessate.
Figura 4.28:
Dispositivi per il rilevamento della temperatura delle boccole.
L’impianto può fornire due tipi di allarme:
–– Assoluto: cioè segnalando il superamento di una temperatura prefissata
nella boccola interessala;
–– Relativo: cioè segnalando il superamento, da parte della boccola interessata, di uno scarto termico prefissato rispetto alle altre boccole del treno.
Sulle linee banalizzate, il dispositivo di rilevamento è realizzato in modo
da rilevare lo stato termico delle boccole dei treni circolanti anche sul binario di destra.
Nelle località di servizio sede di Posto di Controllo locale RTB o nelle
apposite località di servizio telecomandate a congrua distanza dal relativo
Posto di Rilevamento nel caso di Posto di Controllo Centrale RTB, viene
realizzato il collegamento della segnalazione di allarme con i segnali di partenza dei binari per i quali è consentito il libero transito dei treni, pertanto,
in caso di allarme, i suddetti segnali vengono mantenuti a via impedita, o
ridisposti in tale posizione, se precedentemente disposti a via libera.
Per le località di servizio non munite di segnalamento di partenza, tale
collegamento viene realizzalo con i relativi segnali di protezione.
4.4.2.
PROTEZIONE AUTOMATICA INTEGRATIVA PER PASSAGGI A LIVELLO (PAI-PL)
Determinati Passaggi a Livello con manovra elettrica protetti da segnali
di stazione e/o di linea possono essere attrezzati, con un apparato per la verifica della libertà dell’attraversamento denominato: Protezione Automatica
Integrativa per Passaggi a Livello (PAI-PL).
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
145
L’apparato PAI-PL ha lo scopo di rilevare la presenza d’ingombri sull’area
monitorata, preesistenti o determinatisi durante la chiusura delle barriere.
Per ingombro sull’area PL, a barriere chiuse, si deve intendere la presenza
accidentale di veicoli oppure la presenza di oggetti di dimensioni superiori
a quelle limite (riportate successivamente all’interno del presente paragrafo), caduti da veicoli in transito. L’apparato non rileva né il transito attraverso l’area monitorata di persone o animali di piccola taglia, né la presenza di
oggetti di dimensioni inferiori a quelle specificate.
Di norma, l’impiego degli apparati PAI-PL è previsto soltanto per i PL da
rendere impresenziati sul posto che, oltre ad essere lontani e non visibili dal
punto di manovra, presentino difficoltà di esercizio quali:
–– attraversamenti di più di due binari, con notevole traffico di veicoli pesanti o tracciato stradale difficile e tortuoso;
–– intralci, per incroci o altro, al regolare deflusso del traffico stradale.
L’apparato PAI-PL è costituito da due elementi principali:
–– la sezione di controllo;
–– la sezione di rilevamento.
La sezione di controllo abilita, a barriere chiuse, la sezione di rilevamento e ne acquisisce l’informazione per determinare la libertà o meno dell’area controllata. In caso di rilevamento di attraversamento libero fornisce la
relativa condizione all’impianto di segnalamento. La sezione di controllo
gestisce anche le funzioni di allarme e di diagnostica.
La sezione di rilevamento ha la funzione di acquisire, con soluzioni tecnologiche che possono essere differenziate (microonde, rilevamento d’immagine. ecc.), l’informazione di libertà dell’attraversamento, da trasferire al
sistema di controllo. La sezione di rilevamento deve consentire di rilevare
gli ingombri posizionati a un’altezza da terra pari a 50 cm e aventi le seguenti dimensioni minime:
–– cubo di lato 0.5 m all’interno dell’area delimitata da ogni singolo binario;
–– parallelepipedo 2,5 × 2,5 × 0,5 m all’interno dell’eventuale area di ricovero.
Il controllo della libertà dell’attraversamento si attiva a barriere chiuse e
cessa con il rilevamento della libertà dell’area oppure dopo un tempo massimo di 10 secondi. In caso di chiusura delle barriere relativa al passaggio
di più treni in successione, nello stesso senso di marcia o in sensi opposti, il
controllo della libertà dell’attraversamento PL è effettuato solo per il primo
treno.
4.4.3.
MONITORAGGIO DELLA TEMPERATURA ROTAIA (MTR )
Il sistema per il Monitoraggio della Temperatura Rotaia (MTR), rappresenta una tecnologia sviluppata per soddisfare la necessità di monitoraggio
della temperatura dell’armamento ferroviario ai fini dell’incremento della
sicurezza. Il sistema MTR è strutturato su tre livelli gerarchici:
–– Livello 1: Rappresentato dai Posti di Rilevamento della Temperatura
delle Rotaie (PRTR), installati lungo linea (Fig. 4.29), dove il rilevamento viene eseguito in modo automatico e i risultati ottenuti, relativi alla
temperatura delle rotaie, vengono inviati su linea analogica al Posto di
Controllo Periferico (PCP);
146
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
–– livello 2: Rappresentato dai Posti di Controllo Periferici (PCP), situati
nelle stazioni di inizio tratta in posti presenziati o non, dove vengono
concentrati i dati provenienti dai PRTR della tratta di linea diagnosticata
e segnalate eventuali situazioni di allarme. Ai PCP possono essere collegate una o più Postazioni di Manutenzione (PM), da installare presso
sedi del Capo Tecnico o del Capo Reparto, per consentire al Personale di
utilizzare agevolmente tutte le informazioni disponibili;
–– livello 3: Posto di Controllo Centrale (PCC), presso il quale vengono concentrati i dati dell’intera area, da prevedersi in un posto presenziato,
così da poter rilevare, in ogni momento, eventuali segnalazioni di supero
delle soglie di allarme, o segnalazioni di avaria del sistema.
Figura 4.29:
Sistema per il monitoraggio della temperatura della rotaia
(MTR).
4.5.
GLI SVILUPPI DELLE TECNOLOGIE SATELLITARI PER IL SETTORE
FERROVIARIO
Nel settore ferroviario, i sistemi GNSS (Global Navigation Satellite System) erano utilizzati solo per applicazioni critiche non legate alla sicurezza, infatti i sistemi satellitari esistenti (GPS statunitense e il GLONASS
russo) non consentivano di avere livelli di precisione e accessibilità tali
da garantire gli standard di sicurezza e affidabilità tipici della circolazione
ferroviaria.
L’avvento del sistema Galileo, composto da 30 satelliti in orbita, consente
oggi di avere informazioni di posizionamento con una precisione ed affidabilità senza precedenti. I satelliti saranno gestiti e monitorati da varie stazioni terrestri per assicurarne il corretto funzionamento. La configurazione
di Galileo fornirà una copertura continua di tutta la superficie terrestre e un
qualsiasi punto sarà coperto da sei fino ad otto satelliti in qualsiasi momento. Questo assicurerà dati di posizionamento completi ed altamente accurati
per l’intero pianeta, garantendo inoltre la compatibilità con il sistema GPS e
con il GLONASS (Fig. 4.30).
I progressi raggiunti dal sistema GALILEO nel fornire con precisione e
affidabilità il posizionamento possono permettere al trasporto ferroviario di
essere competitivo con le altre forme di trasporto. Il vantaggio dell’utilizzo
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
147
dei sistemi satellitari risulta essere rilevante, in particolare sulle linee a bassa densità di traffico, in quanto consente di avere una drastica riduzione dei
costi legati alla gestione dell’esercizio della linea ferroviaria.
La Comunità Europea a tal riguardo si è espressa positivamente nei confronti di una sinergia fra il sistema di segnalamento europeo ERTMS e il
sistema di gestione, controllo e protezione del traffico ferroviario realizzato
con tali tecnologie satellitari, al fine di realizzare l’interoperabilità tra le
ferrovie europee ma nel rispetto della sicurezza.
Figura 4.30:
Sistemi GNSS applicati nel settore ferroviario.
4.6.
L’EVOLUZIONE DELLA NORMATIVA COMUNITARIA:
DIRETTIVA 2004/49/CE E D.LGS. 162/2007 - ISTITUZIONE DELL’SGS
Gli interventi normativi e di indirizzo in ambito europeo, sono definiti da una serie di direttive e regolamenti specifici del settore che hanno
consentito l’introduzione di un complesso di regole comuni a tutti gli stati
membri dell’UE, fondamentalmente nell’ottica di:
–– Ampliare la liberalizzazione del mercato dei servizi ferroviari;
–– Garantire norme eque e non discriminatorie in tema di accesso, tariffazione e ripartizione della capacità di infrastruttura ferroviaria;
–– Presidiare e rafforzare il livello globale di sicurezza del settore.
Fino al recepimento di tali indirizzi, di fatto, gli standard tecnici, il materiale rotabile o i requisiti richiesti alle Amministrazioni ferroviarie europee
variavano da un territorio all’altro, senza realizzare uno spazio ferroviario
europeo integrato.
148
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
In Italia, la principale fonte normativa prima del recepimento degli atti
europei per la liberalizzazione e la sicurezza era costituita dal D.P.R. 11 luglio 1980, n. 753 “Nuove norme in materia di polizia, sicurezza e regolarità
dell’esercizio delle ferrovie e di altri servizi di trasporto”, il quale prevede
all’ Art. 8 che: “Nell’esercizio delle ferrovie si devono adottare le misure e
le cautele suggerite dalla tecnica e dall’esperienza, atte ad evitare sinistri”.
L’atto normativo che ha introdotto i principi e i criteri da rispettare per
istituire il Sistema di Gestione della Sicurezza (SGS) è stata la disposizione
13/2001 di RFI, che ha definito l’SGS come “Parte di un sistema aziendale
che, in materia di sicurezza, definisce un processo che consente di individuare e razionalizzare i rischi associati con le attività di un’organizzazione”.
La nuova impostazione dettata dall’ Europa con la direttiva 2004/49/CE
(c.d. Direttiva Sicurezza), invece, da seguito all’impegno assunto con la direttiva 91/440/CE per la creazione di un mercato unico del trasporto ferroviario, attraverso lo sviluppo di un quadro normativo comune per la sicurezza ferroviaria basato:
–– Sull’introduzione di norme fondate su standard comuni, sviluppati sulla
base delle specifiche tecniche di interoperabilità (STI).
–– Sulla valutazione del livello di sicurezza e delle prestazioni degli operatori a livello comunitario e degli stati membri, attraverso la progressiva
introduzione di indicatori comuni di sicurezza (CSI), obiettivi comuni di
sicurezza (CST) e metodi comuni di sicurezza (CSM).
Sono quindi in tale norma definiti ruoli e responsabilità degli operatori
del sistema ferroviario, gestori dell’infrastruttura (GI) e imprese ferroviarie
(IF), nei confronti delle autorità nazionali preposte alla sicurezza e di queste
nei confronti dell’agenzia ferroviaria europea, istituita con il regolamento
881/2004/CE.
La direttiva disciplina inoltre l’adozione da parte dei Gestori dell’Infrastruttura (GI) e delle Imprese Ferroviarie (IF) di un sistema di gestione della
sicurezza al fine di garantire che il sistema ferroviario sia conforme alle
norme nazionali ed ai requisiti di sicurezza contenuti nelle STI e che possa
attuare i CST.
La suddetta direttiva 2004/49/CE è stata recepita nell’ordinamento italiano con il decreto legislativo n. 162 del 10/08/2007, il quale:
–– ha istituito l’agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie (ANSF) con
compiti di garanzia della sicurezza del sistema ferroviario nazionale.
L’ANSF, che opera alle dipendenze del ministero dei trasporti, è preposta
alla sicurezza del sistema ferroviario nazionale;
–– ha sancito che GI e IF elaborano i propri sistemi di gestione della sicurezza al fine di garantire che il sistema ferroviario possa attuare almeno
i CST e che sia conforme alle norme di sicurezza nazionali, nonché ai requisiti di sicurezza contenuti nelle STI, con applicazione degli elementi
pertinenti dei CSM. Il SGS garantisce il controllo di tutti i rischi connessi
all’attività dei GI e delle IF.
Il D. Lgs. 162/2007 ha disposto che:
–– per avere accesso all’infrastruttura ferroviaria, l’IF deve essere titolare di
un certificato di sicurezza. Scopo del certificato di sicurezza è fornire la
prova che l’IF ha elaborato un proprio SGS ed è in grado di soddisfare i
Capitolo 4 - Segnalamento Ferroviario
149
requisiti delle STI e delle norme nazionali di sicurezza ai fini del controllo dei rischi e del funzionamento sicuro sulla rete;
–– ha disciplinato che per poter gestire e far funzionare un’infrastruttura
ferroviaria, il GI deve ottenere un’autorizzazione di sicurezza dall’Agenzia Nazionale della Sicurezza Ferroviaria;
–– ha istituito presso il ministero dei trasporti l’organismo investigativo
(Direzione Generale per le Investigazioni Ferroviarie) che, a seguito di
incidenti gravi, svolge indagini al fine di fornire raccomandazioni finalizzate al miglioramento della sicurezza ferroviaria e alla prevenzione di
incidenti.
Il certificato di sicurezza (CS), il cui scopo è fornire la prova che l’IF ha
elaborato un proprio SGS ed è in grado di soddisfare i requisiti minimi delle
STI, delle norme nazionali di sicurezza ai fini del controllo dei rischi e del
funzionamento sicuro sulla rete, si compone di due parti:
–– PARTE A: È la certificazione attestante l’accettazione del sistema di gestione della sicurezza dell’IF da parte dell’ANSF. È valida su tutto il territorio UE per attività di trasporto equivalenti.
–– PARTE B: È la certificazione attestante l’accettazione delle misure adottate dall’IF per soddisfare i requisiti specifici della rete in questione (norme di carattere nazionale). È valida solo sulla rete o sulla parte della rete
specificata nel certificato.
Con la successiva emanazione del Regolamento Comunitario n.402 del
2013, l’Europa si è dotata di un metodo comune per valutare i rischi ferroviari. In particolar modo il regolamento prevede:
–– L’istituzione di un metodo comune di sicurezza per la determinazione e
la valutazione dei rischi ai sensi della direttiva 2004/49/CE;
–– Il metodo comune è finalizzato a preservare e migliorare il livello di sicurezza delle ferrovie comunitarie quando e dove ciò sia necessario nonché
ragionevolmente fattibile.
L’articolo 2 del regolamento, riguardante il campo di applicazione, prevede che il metodo comune si applichi a qualsiasi modifica di natura tecnica,
operativa od organizzativa del sistema ferroviario di uno degli Stati membri.
Si dà notizia che con l’emanazione del D. Lgs. n. 112 del 15 luglio 2015
si è data attuazione alla direttiva 2012/34/UE del Parlamento europeo e del
Consiglio, del 21 novembre 2012, che istituisce uno spazio ferroviario europeo unico.
4.7.
RIFERIMENTI
[1]
L. Mayer , Impianti ferroviari - Tecnica ed Esercizio.
[2]
F. Senesi, E. Marzilli, Sistema ETCS Sviluppo e messa in esercizio in
Italia.
[3]
P. L. Guida, Storia e Tecnica ferroviaria: 100 anni di ferrovie dello stato.
[4]
P. De Palatis, Regolamenti e sicurezza della circolazione ferroviaria.
[5]
C. Zenato, Evoluzione storica e tecnica del segnalamento ferroviario
italiano.
5
MECCANICA
DEL MOTO
Diego Iannuzzi
Università di Napoli "Federico II"
5.1.
INTRODUZIONE
Il presente capitolo analizza alcune problematiche connesse con l’avanzamento dei veicoli semoventi su rotaia e cioè prevalentemente si occupa
del contatto ruota-rotaia. Tutti i veicoli semoventi (e cioè quelli non trainati
da funi, come per esempio le funicolari terrestri), che sviluppano il loro
moto, guidati da rotaie, dispongono di azionamenti, i quali producono momenti torcenti sulle ruote motrici. Ogni ruota motrice tende di conseguenza
a porsi in movimento compatibilmente con i suoi vincoli. Per costruzione e
per loro natura le ruote motrici sono ovviamente realizzate in maniera tale
da poter ruotare intorno al proprio asse. Se le condizioni di aderenza tra
ruota e rotaia sono tali da “vincolare” i due corpi secondo una generatrice
ideale di contatto, l’unica possibilità concessa dai vincoli sarà l’avanzamenD
to della ruota di uno spazio ds = dα per ogni rotazione di angolo infini2
tesimo dα intorno all’asse della ruota. Ovviamente qualora le condizioni di
aderenza non sono tali da realizzare il vincolo lungo la generatrice ideale,
la ruota risulta libera di ruotare intorno al proprio asse senza avanzare. Si
ha, allora, uno slittamento tra ruota e rotaia. Poiché scopo della trazione è
la generazione del moto traslatorio, è interesse specifico che vi sia “avanzamento” e non “slittamento” e dunque che durante il moto sia sempre rispettato il vincolo di aderenza. Questa condizione si verifica se la forza di attrito
limite al contatto ruota-rotaia è maggiore della forza tangenziale generata
dall’azionamento propulsore.
5.2.
FORZE DI ATTRITO STATICO
Dalla Fisica sperimentale è noto che due corpi a contatto tra loro si oppongono al loro moto relativo, esercitando un’azione repulsiva allo scorrimento. L’azione è tanto maggiore quanto maggiore è la forza esercitata da un
corpo sull’altro. La resistenza allo scorrimento di un corpo sull’altro è detta
attrito radente.
L’attrito volvente è, invece, rappresentativo dell’azione di opposizione
alla rotazione di una ruota su una superficie con essa a contatto. Complessa
è la natura di quest’azione e l’analisi approfondita dell’attrito eccede ovviamente i limiti imposti alla nostra trattazione. Ci si limiterà, pertanto, unicamente a ricordare che, per il fenomeno di attrito volvente, si può ritenere
Capitolo 5 - Meccanica del Moto
153
Equilibrio alla traslazione
dv
= Fv − R
dt
m
(5.3”)
se con m si indica la massa totale traslante e con R la resistenza totale all’avanzamento. Se all’eq. (5.3) si associa l’eq. (5.2), l’insieme delle tre equazioni
costituisce il modello matematico del sistema fisico ruota-rotaia nelle condizioni di aderenza. Le cause agenti sul sistema fisico sono l’azione motrice
e la forza resistente al moto, mentre l’effetto è lo spostamento della ruota.
Nel modello matematico, testé definito, a causa ed effetto corrispondono
rispettivamente le funzioni di forzamento (Mm e R) e la velocità angolare
o lineare (ωr o v). Il modello matematico, rappresentato dalle tre equazioni
precedentemente riportate, costituisce dunque un sistema di tre equazioni,
una algebrica e due differenziali, la cui risoluzione consente di determinare
non solo le due velocità incognite, ma anche la reazione vincolare Fv, la
quale risulta intrinsecamente definita in funzione delle prestazioni del sistema. Combinando le equazioni si trova facilmente:
=
Fv
2 DmM m
2
m D +4 θ
+
4θ R
m D2 + 4θ
(5.4)
la quale rappresenta il legame funzionale in regime dinamico tra il momento torcente applicato alla ruota e la reazione esercitata dal vincolo.
In maniera alternativa, eliminando Fv dalle eq. (5.3) e tenendo conto
dell’eq, (5.2) si ha:
dv
2 Dm
D2 R
=
−
2
dt 4 θ + D m 4 θ + D2 m
(5.5)
che esprime la velocità lineare di avanzamento.
Se partendo da una condizione di marcia che soddisfa la diseguaglianza:
Fv < FA
si aumenta progressivamente il momento motore Mm, si raggiunge la condizione di eguaglianza tra Fv e FA. Quando il momento motore è tale da comportare Fv > FA , non è più verificata la condizione necessaria e sufficiente
per la marcia in aderenza ed ha inizio il fenomeno di slittamento. La sua
natura è alquanto complessa e sarà affrontata nel paragrafo successivo.
5.3.
IL FENOMENO DELLO SLITTAMENTO
Quando Fm raggiunge e supera FA si modifica l’azione resistente di opposizione alla rotazione della ruota sulla superficie con la quale essa è idealmente a contatto lungo una sua generatrice. All’angolo di rotazione ϑ corrisponde uno spostamento lineare del centro della ruota, che soddisfa la
diseguaglianza:
ds <
D
dϑ
2
154
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
e la ruota avanza “non sincronamente” per cui si può definire la quantità
=
dσ
D
dϑ − ds
2
(5.6)
che è detto “spazio perduto”. La variazione di tutte le grandezze dell’eq.
(5.6) avviene nello stesso intervallo di tempo dt. Si ha, pertanto, anche:
=
Ω
dσ D
=
ωr − v r
dt
2
(5.7)
la quale definisce lo scorrimento, Ω.
L’eq. (5.7), associata con l’eq. (5.3), costituisce il modello matematico del
sistema fisico considerato, quando non è soddisfatta la condizione di aderenza. Anche in questo caso le funzioni di forzamento sono rappresentate
dal momento motore e dalla resistenza al moto; sono, però, incognite le due
velocità e lo scorrimento, perché la Fv non rappresenta più in questo caso
una reazione vincolare, bensì la forza di attrito che deve essere assegnata.
Combinando l’eq. (5.3) e tenendo conto dell’eq. (5.7), si ha in definitiva:
1
dΩ D M m R  D2
=
+ − 
+  Fv
2 Θ
dt
m  4 Θ m
(5.8)
L’analisi teorica del comportamento dinamico del sistema fisico considerato richiede, dunque, la conoscenza delle funzioni R e Fv. Dalla letteratura
tecnica è noto che la resistenza al moto può essere espressa da un polinomio
nelle potenze delle velocità di avanzamento, cioè
R (v ) =
q
∑ ah v h
(5.9)
h =0
È stato, inoltre, trovato che la forza di attrito è funzione di Ω ed ωr. Con
buona approssimazione essa può essere espressa analiticamente come:
(
Fv =
( a + bωr ) e−αΩ + ce− βΩ
)
(5.10)
La risoluzione dell’eq. (5.8) non è invero né immediata né facile per la
non-linearità e le trascendenze introdotte dalle espressioni di R e Fv fornite
dall’eq. (5.9) e (5.10). È, tuttavia possibile ricorrere ad un procedimento
grafico-intuitivo per determinare l’esistenza o meno di una condizione di
equilibrio stabile. Questa condizione è caratterizzata dall’annullarsi di tutte
le accelerazioni e cioè dalla condizione:
dωr dv d 2σ
= =
= 0
dt
dt
dt 2
In base all’eq. (5.3) questa condizione si verifica per quella terna di valori
Ω, ωr e v per i quali risultano simultaneamente soddisfatte le condizioni:
(
)
D
D
M m =( a + bωr ) e −αΩ + c e − βΩ =∑ α n v n
2
2
(5.11)
156
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
esplicano attraverso le superfici di contatto ruote-rotaie; queste, che sono
forze di aderenza, in ultima analisi, determinano il moto del veicolo sulla
rotaia. Tra le forze esterne si possono distinguere:
–– forze dipendenti dalla massa del veicolo: forza peso, forza d’inerzia, forza centrifuga;
–– forze motrici e forze frenanti, che possono essere generate o da meccanismi a bordo del veicolo (motori e impianti frenanti) o da altri veicoli,
aventi tali sistemi a bordo, che trainano o sospingono il veicolo in esame;
–– forze resistenti (o più semplicemente resistenze), che si oppongono al
moto del veicolo e che insorgono solo se il veicolo è in moto.
Per un generico veicolo o convoglio ferroviario si possono scrivere le
condizioni di equilibrio alla rotazione ed alla traslazione espresse dalle
eq.(5.2) e (5.3) dei precedenti paragrafi.
In questo caso più generalmente si ha:
dv
m = Fv − RT
dt
ΘM
dωr
D
= M m − M r − Fv
dt
2
=
Ω
(5.12)
D
ωr − v
2
dove si è indicato con m la massa del veicolo, con Fv la risultante di tutte le
forze attive di trazione, con R la risultante di tutte le resistenze. Nel caso in
cui il veicolo sia in fase di frenatura, agisce su di esso, oltre alla forza resistente RT, una forza frenante Ff. Per semplicità, si può ritenere ancora valida
la prima delle (5.12), considerando la forza Ff come forza attiva e negativa
e ponendo quindi, Ff al posto di Fv nell’equazione precedente. Nella seconda delle (5.11) si è indicato con Mm il momento motore, con D il diametro
della ruota motrice e con ΘM il momento d’inerzia polare della totalità delle
masse rotanti a bordo del veicolo che sono collegate cinematicamente con
le ruote ed il cui moto rotatorio deve, conseguentemente, accelerare con
l’accelerazione angolare della ruota.
Sulla base dei risultati fin qui conseguiti si può passare ad esaminare in
particolare il moto di una motrice per trazione. Una motrice ferroviaria si
può pensare composta, in una semplice schematizzazione, da una parte sospesa e da N assi motori di peso pi (i = 1, ...... N), fra loro indipendenti. Per
le motrici elettriche si possono avere carrelli motori e non assi, per cui in
tale schematizzazione i carrelli, costituiti generalmente da due assi azionati
da un unico motore elettrico, sono assimilati ad un unico asse motore.
Con riferimento alla Figura 5.3, le forze che agiscono sulla parte sospesa
I(*) della locomotiva sono le seguenti: la forza peso Ps della parte sospesa,
applicata al relativo baricentro G; la resistenza all’avanzamento R della parIn un veicolo ferroviario, sia esso di trazione che rimorchiato, si definiscono
masse sospese quelle masse le cui azioni si trasmettono alle rotaie con interposizioni di organi elastici, quali molle ad elica, tamponi di gomma, ecc., per distinguerle
dalle masse non sospese le cui azioni si trasmettono direttamente alle rotaie.
I (*)
Capitolo 5 - Meccanica del Moto
N
  i
159
momento di inerzia della motrice;
i 1
N

m ms   mai
massa dell’intero convoglio;
i 1
N

p Ps   Pi
peso aderente della motrice;
i 1
F
v
N
 i
reazione vincolare totale alle rotaie;
i 1
N
RT  Ra  R   Rri
resistenza totale all’avanzamento;
i 1
In virtù di ciò le (5.13) e (5.14) si possono scrivere nella forma semplificata (5.12).
6
PROPULSIONE
ELETTRICA
Damiano D’Aguanno♣, Fabrizio Marignetti♣, Paolo Masini♠, Enrico Pagano♦
♣Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, ♠Trenitalia S.p.A., ♦Università di Napoli “Federico II”
6.1.
FUNZIONAMENTO DINAMICO DEGLI AZIONAMENTI
A seconda del tipo di funzionamento e delle macchine elettriche utilizzate, gli azionamenti elettrici si dividono in diverse categorie. Se si fa
riferimento alle velocità ed alle posizioni istantanee degli alberi motori, la
prima grande distinzione riguarda i funzionamenti in regime stazionario ed
in dinamica.
Nel primo caso si fa riferimento a condizioni di funzionamento che si
possono considerare costanti o molto lentamente variabili nel tempo. Il funzionamento in dinamica comporta, invece, brusche variazioni e si riferisce
in particolare alle operazioni di inseguimento di traiettoria, quando, cioè,
l’utenza richieda veloci variazioni della velocità o della posizione degli alberi mossi secondo un programma di lavoro ben definito.
In pratica entrambe le condizioni vanno valutate in relazione alle costanti di tempo elettriche dei motori e degli azionamenti. Di fatto si considereranno condizioni di funzionamento in regime stazionario tutte quelle in
cui si può ritenere con buona approssimazione che velocità e posizioni non
varino in intervalli di tempo pari alla più grande costante elettrica dei motori impiegati nell’azionamento, perché le costanti di tempo dei circuiti elettronici sono in genere molto più piccole delle costanti di tempo dei motori.
Ne consegue che nella trazione elettrica ci si riferisce di abitudine a condizioni di funzionamento in regime stazionario.
6.1.1.
CONDIZIONI DI FUNZIONAMENTO DELLE MACCHINE
E DEGLI AZIONAMENTI ELETTRICI
Quando si fa riferimento alle direzioni dei flussi energetici, le condizioni
di funzionamento vengono classificate come operazioni da motore, generatore e freno.
Con riferimento al verso di rotazione degli alberi motori si definiscono
condizioni di funzionamento in uno, due o quattro quadranti.
Nel seguito vengono sviluppate in dettaglio considerazioni relative alle
differenti classificazioni, fin qui considerate.
162
6.1.1.1.
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Funzionamento in regime stazionario
Questa condizione di funzionamento si ha quando è verificata la condizione di stazionarietà delle velocità o della posizione degli alberi motori.
Essa comporta che siano alternativamente soddisfatte le condizioni:
spostamenti di posizioni:
dθ
≅ 0;
dt
dx
≅0
dt
(6.1)
movimenti per rotazione o spostamento di alberi motori:
dωr
≅ 0;
dt
dv
≅0
dt
(6.2)
Queste condizioni di comportamento meccanico si ripercuotono anche
sul comportamento delle grandezze elettriche, per cui in regime stazionario le grandezze di ingresso (tensioni e correnti di armatura dei motori e di
azionamenti) in corrente continua risultano praticamente costanti:
dVcc dI a
=
≅0
dt
dt
Ne caso di motori ed azionamenti in corrente alternata questo regime
comporta anche la costanza delle frequenze di correnti e tensioni di armatura. Ci si riferisce, allora, a condizioni di funzionamento in regime stazionario sinusoidale.
La determinazione delle caratteristiche di funzionamento viene sempre
eseguita facendo ricorso a modelli matematici costituiti da equazioni algebriche, i cui termini (grandezze elettriche e meccaniche) non sono funzioni del tempo, ma quantità reali per azionamenti in corrente continua o
complesse per azionamenti in corrente alternata. Le variabili indipendenti
sono la velocità e/o le posizioni degli alberi motori. Per maggiori dettagli sui
modelli matematici si consulti [1].
6.1.2.
FUNZIONAMENTO IN DINAMICA
Questa condizione di funzionamento è caratterizzata da rapidi cambiamenti richiesti alle velocità e/o alle posizioni degli alberi motori. Esempio
significativo è il caso in cui è assegnata una funzione obiettivo [ωr(t), v(t),
θ(t), x(t)] mediante una legge di variazione nel tempo di velocità o posizioni
dei carchi mossi e si vuole che l’azionamento elettrico governi l’alimentazione dei motori elettrici in modo che i loro assi sviluppino forze, velocità e
posizioni necessarie a soddisfare le funzioni obiettivo. Per soddisfare queste
condizioni è necessario che le leggi di variazione nel tempo di tensioni e
correnti di armatura siano imposte in maniera adeguata. Il miglior risultato
pratico si ottiene utilizzando azionamenti elettrici con controllo a controreazione o a catena chiusa.
La determinazione delle caratteristiche di funzionamento deve essere
fatta con ricorso a modelli matematici scritti in forma differenziale, aventi il
tempo come variabile indipendente. Le leggi delle tensioni di alimentazione
da imporre ai motori possono essere determinate con l’ausilio degli algoritmi di alimentazione.
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
6.1.2.1.
163
Operazioni da generatore, motore e freno
La definizione di queste operazioni viene fatta con riferimento ai flussi
energetici. Nel caso di macchine (motori) ed azionamenti elettrici sono in
gioco energia elettrica ed energia meccanica. La prima può essere assorbita
dalla rete elettrica o resa disponibile alla rete elettrica di alimentazione primaria. La seconda è resa all’asse dei motori o prelevata da essi.
Il funzionamento da motore è caratterizzato da assorbimento di energia
elettrica dalla rete primaria di alimentazione e restituzione di energia meccanica agli assi dei motori (Fig. 6.1a).
Il funzionamento da generatore si ha quando il sistema assorbe energia
meccanica dagli assi motori, la converte in energia elettrica e la rende alla
rete di alimentazione primaria (Fig. 6.1b).
In entrambi i casi l’azionamento elettrico o la macchina operano da convertitori di energia; nel primo caso da energia elettrica in meccanica, nel
secondo viceversa.
Funzionamento da freno si verifica quando il sistema assorbe energia
elettrica dalla rete primaria di alimentazione elettrica ed energia meccanica
dagli assi motori, convertendo entrambe in energia termica (Fig. 6.1c).
(a)
(b)
(c)
Figura 6.1:
Condizioni di funzionamento da motore (a), generatore (b) e freno (c).
Figura 6.2:
Condizioni di funzionamento rappresentate sul piano delle
potenze.
Le tre condizioni di funzionamento esaminate possono essere
descritte facilmente come luoghi di
funzionamento su un piano cartesiano, avente come ascisse ed ordinate la potenza elettrica e la potenza meccanica. Con riferimento alla
convenzione dei segni dell’utilizzatore si riconosce facilmente che
le condizioni di funzionamento da
motore sono definite da coppie di
valori Pe e Pm che individuano punti contenuti nel primo quadrante.
Condizione analoga si verifica nel
terzo quadrante per funzionamen-
164
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
to da generatore e nel secondo quadrante per funzionamento da freno (cfr.
Fig. 6.2). Ed il quarto quadrante di quale condizione di funzionamento è
caratteristico? Anche se noi non crediamo al moto perpetuo, restiamo in
fiduciosa, trepida attesa!
6.1.2.2.
Funzionamento nei quadranti
Il diagramma di Figura 6.2 ha definito le condizioni di funzionamento
di una macchina elettrica nei quattro quadranti del piano cartesiano, le cui
coordinate siano la potenza meccanica e la potenza elettrica. Un’analisi più
approfondita di questo diagramma porta alla conclusione che la zona di
fiduciosa attesa si estende ben oltre il quarto quadrante. Se infatti si ritiene
vero che il rendimento di un qualsiasi sistema fisico sia sempre minore
dell’unità (vanificando però così ogni speranza di estendere al quarto quadrante il funzionamento della macchina) si ha:
η=
Pm
< 1 ⇔ Pm < Pe
Pe
da cui appare evidente che gli unici punti di possibile funzionamento dal
punto di vista fisico appartengono al semipiano delimitato a destra dalla bisettrice del primo e terzo quadrante. Pertanto, condizioni di funzionamento
da motore si avranno nel primo semiquadrante superiore, mentre le condizioni da generatore nel terzo semiquadrante inferiore. Per quanto concerne
le condizioni di funzionamento da freno, c’è da considerare che sono ammissibili soltanto quelle condizioni in cui le perdite della macchina siano
non superiori a quelle che si verificano in servizio continuativo. Se con ηn
e con Pn si indicano rispettivamente il rendimento e la potenza nominali
della macchina nel funzionamento da motore, tali perdite sono uguali a:
Pp,n =
1 - ηn
ηn
Pn .
Ne consegue che sono ammissibili solo le condizioni di funzionamento
da freno tali che:
=
Pe Pp,n + Pm
che corrisponde ad una retta parallela alla bisettrice del primo e terzo quadrante. È utile osservare che, nel caso di macchine elettriche, ηn è in genere
molto elevato (~80-90 %) per cui risulta Pp, n ≅ 0.11-0.25 Pn. Ne consegue
che le condizioni di funzionamento da freno posso essere realizzabili in
pratica soltanto per un campo di potenze molto ristretto.
L’effettivo funzionamento nei quadranti di una macchina elettrica si modifica quindi da quello di Figura 6.2 a quello di Figura 6.3.
Le aree esterne a quelle ombreggiate non sono in realtà irrealizzabili, ma
possono essere raggiunte soltanto per un tempo ben definito dipendente
dalla capacità di sovraccarico della macchina.
I domini di funzionamento sinora illustrati possono essere effettivamente realizzati soltanto se l’alimentazione della macchina avviene attraverso
una rete flessibile, in grado cioè di fornire tensioni di alimentazioni variabi-
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
165
Figura 6.3:
Domini di funzionamento nei quadranti di
una macchina elettrica.
li in ampiezza ed in frequenza. Se l’alimentazione della macchina avviene
da rete rigida, invece, tali domini si riducono ad una curva di funzionamento. Si desidera adesso fornire alcuni esempi di curve di funzionamento per
i tipi di macchine più conosciuti.
6.1.2.3.
Macchina asincrona
Come esempio pratico si è riportato in Figura 6.4 la curva di funzionamento al variare dello scorrimento di un motore asincrono alimentato da
rete rigida a tensione e frequenza nominali.
Figura 6.4:
Curva di funzionamento di un motore asincrono nel piano delle
potenze.
166
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Come si evince dal diagramma, la curva è polidroma e, in regime permanente, non sono quasi mai ammissibili condizioni di funzionamento da
freno. Anche se poco visibile dal diagramma, l’unica regione ove tale funzionamento è possibile si trova in corrispondenza del passaggio dal funzionamento da motore a quello del generatore. Questo deve avvenire necessariamente per tutte le macchine elettriche, dal momento che le due zone di
funzionamento non hanno in comune nessun punto. Infatti il punto (0, 0),
che le frontiere dei due domini hanno in comune, non è fisicamente realizzabile perché ad esso corrisponderebbe un rendimento del sistema unitario.
Per una migliore comprensione del diagramma, sono state poi riportate
le curve a rendimento costante, rappresentate da semirette aventi pendenza
pari all’inverso del rendimento nel caso di funzionamento da motore e al
rendimento stesso nel caso di funzionamento da generatore. La figura mostra che il rendimento massimo della macchina non si ha in corrispondenza
della potenza nominale, ma per valori inferiori.
È possibile poi dimostrare che il luogo dei punti di funzionamento di un
motore asincrono, operante a tensione e frequenza di alimentazione fisse, è
sempre un’ellisse. Facendo riferimento al circuito equivalente semplificato
di macchina, riportato per comodità in Figura 6.5, le potenze elettrica e
meccanica sono date rispettivamente dalle equazioni:
r′
rs + r

s
3 ℜe Vs I s =
3 Vs2
Pe =
;
2
′
r

2
r 
 rs + s  + X d


1- s
rr′
1- s 2
2
s
3 Vs
=
Pm 3=
rr′
Is
.
2
s
rr′ 

2
 rs + s  + X d


{
Figura 6.5:
Circuito equivalente
semplificato della macchina asincrona.
}
(6.3)
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
167
dove il significato dei simboli è riportato alla fine del capitolo. Le potenze
sono determinate univocamente dal valore di scorrimento s a cui si porta a
lavorare la macchina in funzione del carico meccanico ad essa collegato. Per
individuare il luogo dei punti descritto nel piano delle potenze, si sostituisca la seconda delle (6.3) nella prima e si ricavi lo scorrimento:
s=
rr′ ( Pe - Pm )
rs Pm + rr′ Pe
Sostituendo poi nella seconda delle (6.3) si ottiene, dopo alcuni semplici
passaggi algebrici, il luogo dei punti cercato:
2
X d2 Pm2  2 X d2 Pm Pe   rs  rr   X d2  Pe2  3  rs  rr  Vs2 Pm  3  rs  rr  Vs2 Pe  0 (6.4)


L’eq. (6.4) è l’equazione di una conica. Per individuare il tipo di conica è
necessario esaminare il suo discriminante, che è dato da:
Δ=
4 X d4 - 4 X d2  ( rs + rr′ ) + X d2  =
-4 X d2 ( rs + rr′ ) < 0
2

2

.
Come si vede, il discriminante della conica è sempre negativo qualsiasi
siano i parametri di macchina. Ne consegue che la conica è sempre non
degenere ed è sempre un’ellisse.
6.1.2.4.
Macchina sincrona
Si desidera adesso mostrare lo stesso risultato per una macchina sincrona.
Facendo riferimento al circuito equivalente di macchina riportato in Fig. 6.6,
si ha che:

V
3 ℜe Vs Is =
3 2 s 2  rs Vs - E0 ( rs cosδ + X s sinδ )  ;
Pe =
rs + X s
{
}

V
3 ℜe E0 Is =
3 2 s 2
Pm =
rs + X s
{
}
(6.5)


E02
+ E0 ( rs cosδ - X s sinδ )  .
 - rs
Vs


Dalle eq. (6.5) si ricava:
2 E0 rs cosδ =rs
Vs2 + E02 rs2 + X s2
r 2 + X s2
+
Pm - s
Pe ;
3 Vs
3 Vs
Vs
(6.5’)
V 2 - E02 rs2 + X s2
r 2 + X s2
2 E0 X s sinδ =rs s
Pm - s
Pe .
3 Vs
3 Vs
Vs
Quadrando e sommando si ottiene, dopo alcuni semplici passaggi algebrici, il luogo dei punti cercato:
r
2
s

r
2



 P  6r V  X
 X   E  X  r   P  9r  V  E  
0

 X s2 Pm2  2 rs4  X s4 Pm Pe  rs2  X s2
6rs Vs2

2
s
2
s
2
0
2
s
2
s
e
2
s
2
2
s
2
e
s
2 2
0
2
s
2
s



 rs2  E02 rs2  X s2  Pm 

(6.6)
168
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 6.6:
Circuito equivalente della macchina sincrona.
Il discriminante della conica è dato da:
(
Δ=
4 rs4 - X s4
) - (r
2
2
s
+ X s2
)
4
=
-2 rs2 X s2 < 0
,
che è anch’esso sempre negativo. Questo dimostra che anche nel caso di
macchina sincrona il luogo dei punti di funzionamento è sempre un’ellisse.
Tale ellisse passa per l’origine degli assi se e solo se Vs = E0: in questo caso
particolare non si ha funzionamento da freno nel passaggio da motore a
generatore. Nel caso in cui si faccia l’approssimazione rs ≅ 0, valida nel caso
di macchine di grande potenza, l’eq. (6.6) diventa:
Pm2 - 2 Pm Pe + Pe2 =
( Pm - Pe )2 =
0
(6.6′ )
che rappresenta l’equazione di una conica degenere costituita dalla bisettrice del primo e terzo quadrante, presa due volte. Tali condizioni corrispondono infatti ad un funzionamento con rendimento unitario ed il passaggio
dalle condizioni di motore a quelle di generatore avviene attraverso il punto
di coordinate (0,0).
6.1.2.5.
Macchina a corrente continua
Si consideri adesso una macchina a corrente continua con eccitazione
indipendente. Facendo riferimento al circuito equivalente della macchina
riportato in Figura 6.7, si ha che:
Pe Va=
I a Va
=
Va - E
V -E
;=
Pm E=
Ia E a
.
ra
ra
(6.7)
Dalle eq. (6.7) si ricava:
ra Pe2 - Va2 Pm - Va2 Pe =
0
(6.8)
che si riconosce essere immediatamente il diagramma di una parabola con
asse parallelo all’asse delle potenze meccaniche. Tale parabola passa per il
punto (0,0) e presenta il vertice in corrispondenza del punto (Va2/4ra, Va2/2ra).
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
169
È facile riconoscere che questo punto rappresenta il punto di massima potenza che la macchina è in grado di erogare nel funzionamento da motore
con un rendimento pari al 50 %. È necessario ricordare, però, che tale punto
non è in generale raggiungibile perché corrispondente ad assorbimenti di
correnti molte volte superiori alla corrente nominale della macchina.
Figura 6.7:
Circuito equivalente della macchina a corrente
continua con eccitazione indipendente.
Si consideri infine il caso di una macchina a corrente continua con eccitazione serie. Facendo riferimento al circuito equivalente della macchina
riportato in Figura 6.8, si ha che:
=
E k=
Φ eccωr ; I a hΦ ecc .
(6.9)
Da cui si ottiene:
=
Pe Va=
Ia
Va2
; =
Pm E=
Ia
ra + recc + k h ωr
k h ωr Va2
( ra + recc + k h ωr )2
. (6.10)
Dalle eq. (6.10) si ricava:
0
( ra + recc ) Pe2 - Va2 Pm - Va2 Pe =
(6.11)
che è formalmente analoga all’eq. (6.8). Pertanto, anche per il motore a corrente continua con eccitazione in serie si può affermare che il luogo dei
punti di funzionamento è la stessa parabola del motore con eccitazione indipendente. L’uguaglianza del luogo dei punti nel piano delle potenze non
deve far confondere il lettore sulla differenza sostanziale di funzionamento
del motore a eccitazione indipendente e del motore serie. Se infatti si considerano le sole potenze meccaniche dei due motori, trascurando per semplicità la resistenza del circuito di eccitazione per la macchina serie (peraltro
generalmente molto più piccola della resistenza di armatura):
170
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
V − k Φ ωr
; Pm,s
=
Pm,i k=
Φ ωr a
ra
k h ωr Va2
( ra + k h ωr )2
,
(6.12)
si nota che entrambe presentano lo stesso massimo assoluto, ma per velocità differenti. Per le due macchine il massimo si ha rispettivamente per:
=
ωr ,i
Va
ra
=
; ωr ,s
.
2kΦ
kh
(6.13)
Quando la tensione Va è pari alla tensione nominale, Van, la velocità corrispondente al massimo del motore a eccitazione indipendente vale circa la
metà della velocità nominale, ωrn, siccome En ≅ Van:
=
ωr ,i
Van ωrn ωrn
≅
2 En
2
Per il motore eccitato in serie si può invece affermare che, se la corrente
di armatura nominale vale Ian, il flusso Φ è dato da:
Φ = h I an
per cui:
ra I an ra I an ωrn ra I an ωrn
=
≅
=
ωr ,s =
ra,puωrn
kΦ
En
Van
Siccome la resistenza di armatura è solitamente dell’ordine di 0.01-0.02pu,
ne consegue che la velocità in cui si raggiunge il massimo della potenza
meccanica è molto prossima allo zero. I due diagrammi di potenza sono
riportati a scopo esemplificativo nella Figura 6.8.
Dal diagramma è evidente che, quando le macchine funzionano nell’intorno della velocità nominale, i due motori presentano caratteristiche molto
differenti in termini di potenza meccanica erogata. Il motore a eccitazione indipendente presenta infatti una potenza sostanzialmente linearmente
decrescente con la velocità, mentre il motore serie presenta una potenza
sostanzialmente costante.
Figura 6.8:
Diagramma delle potenze meccaniche di
un motore a eccitazione indipendente e di
un motore serie.
Lista dei simboli usati

–– a coniugato del
numero complesso a;
–– |a| modulo del numero complesso a;
–– r′r resistenza di una
fase dell’avvolgimento di rotore riportata
allo statore;
–– rs resistenza di una
fase dell’avvolgimento di statore;
–– E0 fasore della tensione indotta a vuoto
dal rotore in una fase
di statore;
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
171
–– Is fasore della corrente circolante in una fase di statore;
–– Pe potenza elettrica assorbita dalla macchina;
–– Pm potenza meccanica erogata dalla macchina;
––
––
––
––
––
––
6.2.
ℜe {a} parte reale del numero complesso a;
Vs fasore della tensione impressa ad una fase di statore;
Xd reattanza di dispersione totale di fase di una macchina asincrona;
Xm reattanza di traferro di macchina e di fase di una macchina asincrona;
Xs reattanza sincrona;
δ angolo tra i fasori della tensione impressa e indotta;
AZIONAMENTI ELETTRICI PER L’ALTA VELOCITÀ IN EUROPA
Secondo le attuali specifiche tecniche di interoperabilità emanate dalla Commissione europea, che fissano il limite minimo per l’alta velocità a
250 km/h, il primo treno europeo ad alta velocità è stato la direttissima
Firenze-Roma, inaugurato a metà degli anni ’70, seguita dal francese TGV
(acronimo di Train à Grande Vitesse), sviluppato da GEC-Alsthom anch’esso
negli anni 70. Il primo prototipo TGV (001) fu originariamente concepito per
essere alimentato da turbine a gas. Tuttavia nel 1973 il prototipo si è evoluto
in treno a trazione elettrica.
Il sistema di propulsione dei primi TGV era basato su azionamenti in
corrente continua. Successivamente, negli anni ottanta, gli azionamenti in
corrente continua sono stati rimpiazzati da azionamenti con motore sincrono ad eccitazione amperiana del tipo a commutazione di carico (load
commutated).
Prima di introdurre gli azionamenti per la propulsione elettrica ferroviaria in Italia, risulta quindi opportuno illustrare come precursore, l’azionamento load commutated adoperato in origine sui TGV francesi.
6.2.1.
AZIONAMENTI LOAD-COMMUTATED
In passato, quando la frequenza di commutazione dei dispositivi a semiconduttore di elevata potenza era limitata e l’uso dei magneti permanenti
nelle macchine elettriche non era ancora molto diffuso, per azionamenti di
elevata potenza (> 1000 HP) si faceva spesso ricorso a Load-Commutated
Inverters (LCI) per alimentare macchine sincrone. Di fatto, il loro utilizzo
risultava notevolmente competitivo rispetto agli azionamenti con macchine
ad induzione.
I convertitori LCI, grazie alla loro robustezza e affidabilità operativa, rappresentavano e, in taluni casi, rappresentano ancora oggi, una soluzione
ideale per diverse applicazioni, come ad esempio:
–– Azionamenti ad elevata potenza per compressori. In alcuni casi si utilizzano LCI e motori elettrici per sostituire le unità di turbina a gas al fine
di ridurre emissioni, rumore e manutenzione e allo stesso tempo aumentare l’efficienza e il controllo. L’azionamento LCI risulta perfettamente
integrato con il resto del sistema.
–– Mulini per la macinazione. Vengono utilizzati per avviare più mulini o
come alimentazione dedicata per uno solo di essi al fine di ottenere un
controllo ottimale del processo.
174
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Infine, basandosi sulla conoscenza della Idc e sulla misura degli andamenti delle tensioni, viene determinato l’angolo di accensione per l’inverter
di carico in relazione al toff che è preso come riferimento.
In pratica, la If non viene mantenuta costante, e piuttosto viene controllata come una funzione della coppia e della velocità, per ottenere la costanza del flusso al traferro.
Per quanto riguarda, invece, il controllo per velocità superiori a quella nominale, la coppia che può essere fornita dalla macchina è minore di
quella nominale. Il controllo viene realizzato in modo da mantenere la potenza pari a quella nominale. In tali condizioni di esercizio va però ridotto
il flusso della macchina e questo è realizzato riducendo la If. Per i motivi
appena discussi la zona di funzionamento citata è anche nota come regione
ad indebolimento di campo.
Figura 6.11:
Andamento idealizzato
delle correnti nel LCI.
In conclusione si può affermare che l’utilizzo di azionamenti con LCI
comporta i seguenti benefici:
1. La possibilità di utilizzare macchine sincrone per un ampio range di
potenze consente di ottenere rendimenti di qualche punto percentuale
superiori a quelli che si otterrebbero con i corrispettivi azionamenti con
macchine ad induzione.
2. La struttura di un LCI è più semplice e ha meno perdite rispetto agli
azionamenti che utilizzano motori ad induzione perché il load inverter
commuta ogni 60°.
3. Il DC link del LCI è controllato in corrente, per cui esso è naturalmente
protetto dal corto circuito. Inoltre progettando in maniera opportuna i
poli o la gabbia di avviamento del motore sincrono, si ottiene sufficiente
coppia per far spuntare la macchina come fosse un motore ad induzione
semplicemente dalla connessione alla linea elettrica. Una volta raggiunta una velocità prossima a quella di sincronismo si può alimentare l’ec-
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
175
citazione e lavorare in modalità sincrona. Questa modalità di alimentazione aumenta l’affidabilità del sistema in caso di una eventuale rottura
del convertitore.
4. Gli LCI permettono di effettuare il recupero di energia in fase di frenatura.
Facendo lavorare la macchina sincrona come generatore, e raddrizzando
le tensioni ottenute per mezzo del convertitore di carico, si restituisce
potenza alla rete attraverso il convertitore di linea (che viene utilizzato
come inverter per il parallelo rete).
6.2.2.
Figura 6.12:
Il TGV (Train à Grande
Vitesse).
IL LOAD COMMUTATED INVERTER NEL TGV
Il TGV (Train à Grande Vitesse) è il treno ad alta velocità che collega
Parigi alle più importanti città francesi, e a diverse città straniere come: Ginevra, Zurigo, Berna, Bruxelles e Milano (via Torino).
Il TGV normalmente viaggia a 320 km/h con motori da 9.3 MW. Il primo
TGV fu inaugurato nel settembre del 1981 sulla tratta Parigi-Lione. Inizialmente il TGV adoperava motori in continua per la trazione, alimentati da
rettificatori reversibili. Alla fine degli anni ottanta i grandi sviluppi nell’ambito dell’elettronica di potenza hanno permesso di rimpiazzare i motori in
continua utilizzati, con macchine sincrone alimentate mediante convertitori a tiristori in una prima fase, e successivamente da IGBT.
L’utilizzo di macchine sincrone ha portato significativi vantaggi tra cui
la possibilità di utilizzare motori più semplici e leggeri (fissata la loro potenza). Si è passati dalla soluzione del “TGV PSE” con motori in DC in cui
venivano utilizzati 12 motori da 535 kW l’uno con un peso di 1560 kg, al
“TGV Atlantique” in cui sono utilizzate 8 macchine sincrone da 1100 kW di
potenza l’una, con un peso di 1450 kg. Quest’ultima soluzione ha permesso di avere una potenza all’avviamento maggiore e l’assenza di spazzole e
collettori ha ridotto significativamente la manutenzione ordinaria del TGV.
Altro punto a favore dell’utilizzo delle macchine sincrone risiede nell’utilizzo del convertitore controllato e grazie al suo utilizzo si è ottenuto un
notevole miglioramento in termini di fattore di potenza offerta dal convoglio.
Il fattore di potenza del “TGV PSE” non era mai superiore a 0.8 mentre con
il “TGV Atlantique” si riesce ad ottenere un valore anche superiore al 0.95.
Il “TGV Atlantique” sfrutta macchine sincrone per le quali vengono adoperati Load Commutated Inverter
per il controllo.
Un esempio di
schema circuitale
dell’azionamento
del TGV Atlantique è riportato in
Figura 6.13.
A partire dal
1983 il motore
sincrono è stato abbandonato,
nella tratta Parigi-
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
179
Figura 6.16:
Permeabilità magnetica del ferro.
In caso di funzionamento della macchina in condizioni di flusso inferiore a quello nominale, il rendimento della macchina si riduce a parità
di coppia per effetto dell’aumento della corrente di statore e le costanti di
tempo aumentano con relativo peggioramento delle prestazioni dinamiche
della macchina (Fig. 6.16).
Da queste considerazioni scaturisce la più semplice delle tecniche di
regolazione delle macchine in alternata, la regolazione a V/f = costante, che
attualmente è comunque utilizzata nelle ferrovie italiane.
Il controllo V/f è basato sulla seguente relazione tra il modulo del fasore
della tensione di alimentazione V e la frequenza f:
V
= V0 + K f f1
(6.16a)
La legge di controllo è detta scalare perché nella relazione compaiono
solo grandezze scalari.
Possiamo valutare le curve di coppia/velocità ottenute in questo caso
attraverso lo scorrimento di rovesciamento sk e il momento della coppia
elettromagnetica di rovesciamento Tek. Lo scorrimento di rovesciamento aumenta con la riduzione di f mentre la coppia di picco si riduce leggermente
con la diminuzione di f a frequenze superiori a 5 Hz. Al di sotto di questo
valore, la coppia di picco diminuisce drasticamente se la (16.16a) viene
applicata. Per compensare la caduta di tensione sull’impedenza primaria
all’avviamento, viene applicato un offset sulla tensione,
V0 = c0 r0 i0n
(16.16b)
L’incremento di tensione V0 ammonta a qualche percento della tensione
nominale Vn, più alta per i motori più piccoli.
Al di sopra della velocità nominale (velocità di base ωb), la tensione rimane costante e pertanto diminuisce la coppia di picco, mantenendo la
potenza costante fino ad una frequenza massima pari a fmax. Superata la
180
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
velocità di base, trascurando la caduta di tensione sulla resistenza e sulla
induttanza di dispersione, l’equazione di statore in regime sinusoidale e
stazionario è:
V0 ≈ jω1λ0b ; ω1 > ωb
(16.16c)
Quindi, a tensione costante Vs0, il flusso dello statore ls0 e, di conseguenza, il flusso principale ϕm diminuisce con l’aumento della velocità (e quindi
della frequenza). Questa zona - da ωb a ω1max - viene chiamata zona di indebolimento del flusso. In molte applicazioni è necessaria una potenza costante per ω1max pari a 2-4 ωb. L’intero dimensionamento del motore dipende
da questo requisito in termini di carico sia elettromagnetico che termico.
Figura 16.16a:
Curve corrente, coppia, potenza, legge di controllo per controllo V / f.
Le tecniche di controllo V/f costituiscono generalmente uno standard per
applicazioni a bassa dinamica e consentono di ottenere un campo di controllo di velocità moderato (ωb/ωmin = 10 - 15). Le costanti che compaiono
nella legge V/f vengono calcolate fuori linea, con l’obiettivo di ottenere massima efficienza o fattore di potenza, e la legge viene quindi implementata
nell’hardware dell’azionamento. Spesso, la legge di controllo viene ottimizzata, trasformandosi in una relazione V = V(f) non lineare, che si appoggia
alla caratteristica V/f presentata.
Ovviamente questa prima semplice tecnica presenta differenti inconvenienti. Per risolvere tali problematiche si considera il controllo più complesso denominato ωslip.
Una delle principali problematiche del controllo scalare è che le sue prestazioni dinamiche sono piuttosto scarse in quanto esso influisce soltanto sul comportamento in regime stazionario. Inoltre le macchine elettriche
sono alimentate mediante convertitori statici che forniscono in uscita grandezze non perfettamente sinusoidali, quindi le prestazioni del controllo
sono diverse da quelle stimate.
Il controllo vettoriale consente di ottenere prestazioni dinamiche superiori rispetto a quello scalare. Questa tecnica di controllo prende le mosse
dal modello ai valori istantanei della macchina elettrica.
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
6.3.3.
181
ALGORITMO DI CONTROLLO AD ORIENTAMENTO DI CAMPO
L’algoritmo di controllo ad orientamento di campo (nella letteratura anglosassone Field Oriented Control) è una tecnica per il controllo vettoriale
di macchine elettriche che fonda le sue basi matematiche sul disaccoppiamento dell’equazione vettoriale di bilancio elettrico delle tensioni del rotore in due componenti, agenti rispettivamente sulla dinamica del flusso di
rotore e della coppia.
Nel presente capitolo si farà riferimento al controllo di una macchina ad
induzione trifase, tenendo presente che la tecnica di controllo per macchine
sincrone sia a eccitazione amperiana che a magneti permanenti si ricava in
maniera del tutto analoga.
Nelle tecniche ad orientamento di campo si assume generalmente che il
convertitore sia in grado di alimentare gli avvolgimenti di statore a corrente
impressa. Con l’imposizione della corrente statorica si ottiene l’imposizione
del momento della coppia elettromagnetica. Per compensare la costante di
tempo elettrica del circuito è necessario chiudere un anello di retroazione
di corrente.
Per semplicità di trattazione, nel seguito verrà presentata la tecnica di
controllo a orientamento sul campo di rotore.
Partendo dall’equazione di rotore scritta nel referto rotorico e con le
grandezze riportate allo statore come nella (6.14):
0
R 'r i 'r(r )
d (s)
Lm
is e
dt
jpR
i 'r(r )
L'
r
di '(rr )
dt
può essere esplicitato il flusso totale rotorico:
=
λR(r ) Lm[( is(s)e - jpϑR + (1 + σ R )ir' (r ) ]
Con σ R =
IVI
(6.17)
L'σ r
.
Lm
Attraverso semplici manipolazioni si ricava l’espressione della coppia
elettromagnetica:
3
1
T = - p
Im {is(s) λˆR(r ) }
(6.18)
2 1 +σR
Figura 6.17:
Sistema di riferimento
e diagramma dei vettori di spazio.
IVI
Nel caso di macchina sincrona ( ) λ(R)R è il flusso di eccitazione λ(R)R = λE.
182
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Esplicitando i vari termini in forma polare si nota come la coppia elettromagnetica dipenda essenzialmente dal flusso di rotore e dalla componente
della corrente statorica in quadratura con il flusso di rotore.
Riscrivendo il flusso e la corrente in forma polare:
λ(Rr ) = λR e jρ
e
is(s) = is e jα
e sostituendo nell’espressione della coppia si ottiene:
λ
3
T = - p R Im{is e j (α - ρ ) }
2 1 +σR
dove:
is e j (α - ρ ) = iscos(α - ρ ) + jis sin(α - ρ ) = isd + jisq
La componente diretta della corrente di statore è in fase con il flusso
mentre la componente in quadratura con il flusso è l’unica che fornisce
contributo alla coppia.
λ
3
T = - p R isq
2 1 +σR
(6.19)
Generalmente le Eq. (6.18-6.19) vengono scritte facendo riferimento a un
sistema di riferimento il cui asse reale (asse diretto o asse d) è parallelo al
vettore di spazio del flusso di rotore. L’asse perpendicolare all’asse diretto
è detto asse quadratura (o asse q). Tale riferimento viene detto riferimento
di Park.
Indicando con T* la coppia di consegna, la (6.19) diventa:
isq =
2 (1 + σ R ) *
T
3 p λR
Rimaneggiando l’equazione di rotore in funzione del flusso (rotorico) e
modificandola in funzione della componente diretta e in quadratura della
corrente di statore, si ottiene la seconda equazione dell’algoritmo di controllo. Svolgendo passaggi simili a quelli effettuati per ricavare l’equazione
della coppia, si ha:
TR
d (s)
λR + λR(s) (1 - jpωr TR ) =
is(s)
dt
(6.20)
1 +σR
e d θ =ω .
r
dt
Esplicitando le varie grandezze in forma polare e suddividendo l’espressione in parte reale ed immaginaria:
dove si è posto: TR =
R' r
TR
d
λR + λR =
isd
dt
i
d
=
ρ pωr + sd
dt
TR λR
Re
(6.21)
Im
184
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
rilevate all’interno del motore stesso o ai suoi morsetti terminali. Al contrario la tecnica si definisce indiretta quando la posizione spaziale del vettore
del flusso rotorico viene determinato attraverso la sola misurazione della
velocità o della posizione spaziale del rotore.
6.3.5.
CONTROLLO AD ORIENTAMENTO DI CAMPO DIRETTO
La posizione spaziale del flusso rotorico è ricavata attraverso una misura
o attraverso un’elaborazione. Il flusso viene quindi o misurato o stimato o
osservato con operazioni matematiche.
Tra le prime realizzazioni di questa tecnica di controllo si pensò di utilizzare sensori ad effetto Hall (all’interno della macchina) per determinare il
parametro incognito ρ. Ovviamente un sistema di controllo di questo genere
comporta molte limitazioni in termini di costi, fragilità, manutenzione ecc.
La strada della misura diretta non viene quindi utilizzata e le tecniche di
maggior utilizzo sono quelle in cui ρ viene valutato attraverso uno stimatore
o un osservatore.
6.3.5.1.
Controllo diretto a orientamento di campo con stimatore del flusso
Utilizzando l’Eq. (6.20) ed esplicitando il tutto in funzione della derivata
temporale del flusso, attraverso semplici manipolazioni e una successiva
integrazione, può essere ricavato il flusso di rotore:
λR(s)
=∫
is(s) - λR(s) (1 - jpωr TR )
TR
Una problematica non trascurabile di tale stima è la necessità di conoscere la costante di tempo rotorica (TR). Il parametro in questione, per di
più, non è costante durante il funzionamento della macchina. Il controllo ricava con buona accuratezza ρ, ma è da considerare che i parametri utilizzati
in esso cambiano al variare del tempo e delle condizioni di funzionamento.
La costante di tempo rotorica (TR) è funzione della resistenza e dell’induttanza di dispersione rotorica (R′r, L′r) e dell’induttanza di magnetizzazione
(Lm). Sicuramente già nella stima iniziale delle varie induttanze si commette
un errore di valutazione che ovviamente si ripercuote nel controllo. Anche
trascurando la differenza iniziale sul valore delle induttanze, l’errore maggiore viene commesso sul termine R′r il quale cambia in maniera più significativa delle induttanze, in base al particolar carico che si sta alimentando.
Ogni qual volta si necessita una soluzione più precisa va considerata
una retroazione sui parametri di cui si è parlato in precedenza (si introduce
allora un Osservatore, vedi Par. 3.6.2).
Grazie alla sua facile implementazione, il controllo a orientamento di
campo con stimatore del flusso può essere realizzato con il solo ausilio di
dispositivi analogici o digitali.
Di seguito è riportato lo schema di controllo del “Field Oriented” con
stimatore del flusso di rotore, in cui, come appena discusso, viene effettuata
la stima della posizione angolare del flusso.
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
6.3.5.2.
185
Controllo diretto a orientamento di campo con osservatore del flusso
Al fine di aumentare la robustezza della tecnica di controllo, può essere
introdotto un osservatore di flusso.
Gli osservatori utilizzano il modello della macchina elettrica per ricostruire, in ampiezza e posizione istantanea, il vettore di spazio rappresentativo del flusso. Il modello della macchina asincrona sotto forma di sistema
di equazioni differenziali può essere rappresentato come sistema ingressostato-uscita nel seguente modo:
=
x A x + Bu
(6.22)
Esso rappresenta il sistema di equazioni differenziali Eq. (6.14): x rappresenta il vettore di stato del mio sistema, u è il forzamento, A è la matrice
del sistema e B è la matrice del forzamento. (Per una macchina elettrica si
utilizzano le equazioni differenziali che rappresentano in termini vettoriali
il bilancio elettrico delle tensioni di statore e di rotore).
Bisogna tener presente che il modello matematico utilizzato dall’osservatore non descrive precisamente il sistema reale. Difatti, i parametri contenuti nel modello non sono costanti, a causa dell’errore di misura (dovuto sia
alla determinazione iniziale sia ad una variazione naturale dei parametri in
funzione delle condizioni di lavoro). Per questi motivi, in realtà, il sistema
che si sta risolvendo è il seguente:

 
=
x A x + Bu
In cui il simbolo ~ indica il valore attuale vero della grandezza.
Al fine di rendere il sistema più robusto alle variazioni parametriche,
viene introdotto un termine correttivo nell’equazione del modello.
La grandezza fisica di una macchina elettrica che si riesce a misurare
con maggiore accuratezza è la corrente di statore. Viene allora introdotta
una correzione sull’osservazione, che dipenda dall’errore osservato tra la
grandezza sotto controllo e quella misurata. In questo modo il modello si
modifica in:

 

x = A x + Bu
+ K C( x - x )
(6.23)
dove C è la matrice di uscita e K è la matrice dei guadagni.
L’Eq.(6.23) descrive il principio di funzionamento dell’osservatore “completo” (cioè del secondo ordine nel caso di macchine ad induzione) di
Luenberger.
Poiché poi C x fornisce le variabili di stato misurabili del problema, il
modello ottenuto risulta corretto dagli errori commessi sulle variabili stesse.
L’errore commesso è:
e= x - x
186
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Sottraendo membro a membro l’Eq. (6.22) e l’Eq. (6.23):
=
e ( A - K C )e
La quale è una equazione differenziale omogenea in cui l’incognita è il
vettore di stato “errore”.
Al fine di assicurare la convergenza dell’osservatore al valore reale del
flusso, è necessario che l’errore si annulli all’aumentare del tempo:
lim |e(t )| = 0
t → ∞
Per ottenere questa condizione è sufficiente che gli autovalori della matrice A  KC siano tutti a parte reale negativa. Se la precedente condizione
è rispettata, allora l’errore tende a zero asintoticamente (per questo motivo
che l’osservatore è chiamato “Osservatore asintotico dello stato”).
Caliamo ora il problema generale nel caso particolare di una macchina
asincrona.
Ovviamente le equazioni differenziali vanno rimaneggiate in modo tale
che esse contengano le variabili che si intende osservare (come visto nei
paragrafi precedenti, esse sono il vettore di spazio della corrente di statore
is(s)e il vettore di spazio del flusso rotorico λR(s)).
Le equazioni di statore e rotore riscritte in funzione di is(s) e λR(s), risultano:
v (ss) =
Rs is(s) + Lσ s
TR
Lm d (s) (s)
d (s)
d
(λR - is )
is + Lm is(s) +
1 + σ R dt
dt
dt
d (s)
λR =is(s) - λR(s) (1 - jpωr TR )
dt
(6.24)
Riscrivendo le (6.24) rispettivamente in funzione di
d (s)
is = a11 is(s) + a12 λR(s) + b1 v (ss)
dt
d (s)
d (s)
is e
λR si ha:
dt
dt
d (s)
λR = a21 is(s) + a22 λR(s) + b2 v (ss)
dt
Sulla base delle (6.24), può essere riscritta l’Eq. (6.22) che rappresenta il
modello del motore, i termini sono:
 d (s) 
 is(s) 
 dt is 
 a11
x = 
 x =  (s)  A = 
λR 
 d λ (s) 
a21


 dt R 
a12 
b 
B =  1

a22 
 b2 
Secondo quanto detto, affinché l’errore si porti asintoticamente a zero,
è necessario verificare che gli autovalori della matrice A  KC siano tutti a
parte reale minore di zero.
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
187
Considerando i valori della matrice di uscita C e di quella dei guadagni K:
C x = is(s) → C =
si ottiene:
[1
0]
k 
K =  1
 k2 
 a11 - k1
A - KC =
a - k
2
 21
a12 
a22 
Da questa matrice vanno ricavati gli autovalori, per i quali vanno valutati
i valori dei guadagni tali per cui la parte reale dei primi risulti essere minore
di zero.
L’obiettivo della trattazione matematica è di sintetizzare l’osservatore
sulla base del modello e di una stima dei parametri di macchina. Deve essere ricavato il valore del guadagno della retroazione dal sistema reale, che
garantisca che gli autovalori abbiano parte reale minore di zero. La scelta
dei guadagni non può, però, solamente considerare la specifica sulla parte
reale, essi vanno impostati considerando i seguenti aspetti:
a. La parte reale degli autovalori deve essere scelta in modo che il suo modulo non sia eccessivamente elevato. Bisogna considerare infatti che la
stabilità del sistema può venir meno nella condizione presa in esame. Generalmente una buona scelta è quella di tarare i guadagni in modo che essi
diano luogo a degli autovalori al massimo di dieci volte superiori a quelli
naturali del sistema (cioè quelli della matrice A ). In questo modo l’osservatore, converge dieci volte più velocemente ad una nuova condizione di
equilibrio rispetto a quanto farebbe da solo, senza incorrere in instabilità.
b. La parte immaginaria degli autovalori è quella a cui sono legate le ondulazioni del sistema. Può essere posta uguale a zero e far così in modo che
l’evoluzione dell’errore sia asintotica e che non ci siano sovraelongazioni
rispetto al valore di regime.
Di seguito lo schema di controllo a orientamento di campo con osservatore di flusso:
Figura 6.19:
Schema di controllo del F.O. diretto con osservatore.
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
189
Il vantaggio di questa tipologia di controllo è l’estrema semplicità in
quanto non ci sono osservatori ne calcoli computazionali di grade rilievo.
Sicuramente però, questo sistema risente dell’errore dovuto alle variazioni
dei parametri del sistema (come ad esempio la costante di tempo rotorica).
Da notare come il controllo non si possa più considerare di tipo vettoriale, in quanto non viene effettuato un controllo istante per istante delle
grandezze in gioco.
Negli schemi fin qui analizzati si è sempre considerato un inverter VSI
(Voltage Source Inverter), controllato in corrente. Sostanzialmente, la commutazione dei dispositivi a semiconduttore viene comandata sulla base del
valore desiderato della corrente di statore is(s). Questo può essere realizzato
tramite un controllo ad isteresi della corrente, oppure mediante un controllo con un’ulteriore retroazione sulla corrente di statore e un controllo di tensione di tipo PWM (Pulse Width Modulation, che è illustrata nel
Par. 6.4.1.3.), oppure SVM (Space Vector Modulation).
6.3.7.
IMPLEMENTAZIONE IN AMBIENTE MATLAB-SIMULINK
Lo schema di controllo a orientamento di campo può essere simulato in
ambiente Matlab/Simulink®.
Figura 6.21:
Schema Simulink del F.O. diretto con stimatore.
Lo schema di Figura 6.21 è stato simulato per diverse condizioni di esercizio:
–– gradino di velocità costante pari alla velocità nominale;
–– ciclo di lavoro a gradini;
–– ciclo di lavoro a rampe;
–– inversione di velocità (velocità variabile in maniera sinusoidale);
–– velocità costante e pari a 200 rad/sec (deflussaggio in quanto la velocità
richiesta è superiore a quella di base del motore).
Per ognuna delle seguenti simulazioni è analizzato l’andamento delle
correnti statoriche e la coppia fornita dall’azionamento, che sono rappresentate nei diagrammi seguenti a p.u.
190
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Le differenti simulazioni enfatizzano come il metodo sotto esame rispetto ad un metodo scalare presenti il vantaggio di poter controllare con maggiore precisione la macchina anche durante la fase transitoria.
6.3.7.1.
CASE STUDY 1: Avviamento con riferimento di velocità costante alla velocità nominale
Nell’avviamento con riferimento costante di velocità, la macchina si porta a lavorare nelle condizioni nominali, successivamente al transitorio di
avviamento in cui la corrente di statore eccede il suo valore nominale, raggiungendo un valore limite, che viene impostato sulla base delle caratteristiche del motore e della durata del transitorio.
Figura 6.22:
CASE STUDY 1: Avviamento con riferimento di velocità costante alla velocità nominale.
Per contenere la corrente all’avviamento si può:
–– Limitare il modulo della Is (dato dalla somma vettoriale della componente diretta Isd e di quella quadratura Isq) e accettando di ridurre il flusso
nominale;
–– Limitare solo la componente in quadratura Isq garantendo alla macchina
il flusso nominale ma perdendo controllo sulla fase, il che porta a elevare
la corrente di statore.
6.3.7.2.
CASE STUDY 2: Variazione a gradini del riferimento di velocità
Dai grafici riportati è facile notare come, in corrispondenza del cambiamento del riferimento, si riscontrino variazioni repentine delle grandezze
sotto controllo:
–– A parità di coppia di carico (costante) pari a quella nominale, le correnti
dello statore si deformano per fornire una coppia motrice tale da soddisfare l’equazione di equilibrio dinamico del sistema.
dω
J = MM − ML
dt
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
191
dω
detta copcon MM e ML rispettivamente coppia motrice di carico e J
dt
pia inerziale (presente nel funzionamento transitorio).
–– la frequenza delle correnti statoriche varia in corrispondenza di riferimenti diversi di velocità.
–– Il flusso, a parte un transitorio iniziale non varia, dal momento che esso
viene mantenuto proporzionale alla componente diretta della corrente
di statore.
Figura 6.23:
CASE STUDY 2: Variazione a gradini del riferimento di velocità.
6.3.7.3.
CASE STUDY 3: Ciclo di lavoro a rampe
Figura 6.24:
CASE STUDY 3: Ciclo di lavoro a rampe.
192
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Avendo sostituito i profili a gradino, del riferimento di velocità con delle rampe, si è ottenuto l’effetto benefico di abbattimento degli spikes sulle
grandezze controllate nonché un profilo di velocità maggiormente fedele
alle richieste.
6.3.7.4.
CASE STUDY 4: Variazione del riferimento secondo un arco di sinusoide
Impostando un riferimento di velocità sinusoidale ad una frequenza di 0.5
Hz, è evidente come la strategia a orientamento di campo garantisca prestazioni soddisfacenti, contrariamente a quanto si verifica nel controllo scalare.
Figura 6.25:
CASE STUDY 4: Variazione del riferimento secondo un arco di sinusoide.
6.3.7.5.
CASE STUDY 5: Avviamento con riferimento di velocità costante costante e pari a
200 rad/s
Figura 6.26:
CASE STUDY 5: Avviamento con riferimento di velocità costante costante e pari a 200 rad/s.
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
193
La macchina si porta a lavorare ad una velocità superiore a quella nominale a patto di aver abbassato la coppia motrice (e quindi quella di carico
applicabile all’asse). Così facendo si sta lavorando nel dominio di regolazione a potenza costante anziché in quello a coppia costante.
6.4.
COMPONENTI CARATTERIZZANTI L’AZIONAMENTO POLICORRENTE
Al fine di contestualizzare le tecniche di controllo trattate nei precedenti paragrafi, nel seguito vengono dettagliati i componenti dell’azionamento policorrente. È difatti importante definire e spiegare i principi di
funzionamento dei dispositivi elettrici caratterizzanti i moderni sistemi di
propulsione ferroviaria policorrente: convertitore elettronico a 4 quadranti
e trasformatore. Verrà definito il ruolo che tali apparecchiature ricoprono
all’interno della catena di trazione del rotabile e saranno descritte le particolari condizioni operative alle quali si portano a funzionare nel sistema
treno.
6.4.1.
IL CONVERTITORE 4Q - PRINCIPIO DI FUNZIONAMENTO ED APPLICAZIONE
SU ETR500
Il convertitore 4Q è un componente fondamentale dell’architettura dei
moderni azionamenti di trazione a corrente alternata. Tale dispositivo trova
applicazione su vari mezzi di trazione della flotta Trenitalia, quali ad esempio E402B, E403, ETR470, ETR500, ETR600 e ETR 1000. In tale paragrafo
sarà descritto il principio di funzionamento di tale convertitore e sarà illustrato il dettaglio della sua applicazione sull’ETR500 evidenziando anche
risultati di simulazioni effettuate in ambiente Matlab e rilievi effettuati a
bordo treno.
Uno dei requisiti fondamentali per la progettazione dell’equipaggiamento elettrico di un treno dal punto di vista energetico è la riduzione, a parità
di potenza attiva, della potenza apparente assorbita dalla rete. Il rapporto
fra potenza attiva e potenza apparente, che caratterizza l’assorbimento di
energia del treno dalla rete, è definito come fattore di potenza e per ridurre
le perdite e le cadute di tensione prodotte dal treno sulla rete di alimentazione le norme internazionali richiedono che, in caso di potenze maggiore
di 2MW, il fattore di potenza fdp sia maggiore 0,95. Dal punto di vista analitico si ha:
fdp =
P attiva
P apparente
ed in regime stazionario, considerando tensione e corrente aventi forme
d’onda periodiche, si ha in generale:
V=
(t )
n
∑
2 ⋅Vi ⋅ sin(i ⋅ ω ⋅ t + ψ i )
(6.25′)
2 ⋅I i ⋅ sin(i ⋅ ω ⋅ t + ϑi )
(6.26)
i =1
I=
(t )
n
∑
i =1
194
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Pattiva 
1
T
T
V (t )  I (t )  dt 
0
1
T
T
n
n
 ( 2 Vi  sin(i    t  i ))  ( 2 I i  sin(i    t  i ))  dt
Pattiva =
0 i 1
1
T
i 1
T
⋅ ∫ V (t ) ⋅ I (t ) ⋅ dt =
0
(6.27)
n
∑ Vi ⋅ I i ⋅ cos(ψ i - ϑi )
(6.28)
i =1
P apparente
= Veff ⋅ I eff
(6.29)
Considerando inoltre che la potenza di cortocircuito delle sottostazioni
di trazione della rete monofase è molto maggiore rispetto alla potenza apparente assorbita dal treno è approssimazione lecita considerare la tensione
di catenaria sinusoidale e quindi priva di armoniche. Per le caratteristiche
del proprio equipaggiamento elettrico ed in particolare dei convertitori di
potenza installati a bordo, il treno rappresenta invece un carico non lineare
e la corrente assorbita è quindi caratterizzata da armoniche di corrente.
Ne deriva che essendo:
(6.30)
V (t ) = 2 ⋅ V ⋅ sin(ω ⋅ t )
T
n
1
Pattiva = ⋅ ∫ V ⋅ sin(ω ⋅ t ) ⋅ (∑ 2 ⋅I i ⋅ sin(i ⋅ ω ⋅ t + ϑi )) ⋅ dt =⋅V ⋅ I1 ⋅ cos(ϑ1 ) (6.31)
T 0
i =1
la potenza attiva assorbita dal treno è dovuta esclusivamente alla fondamentale della corrente. La potenza apparente può invece essere espressa
tramite la seguente equazione:
2
n
∑ I i = P12 + Q12 + D2
Papparente =V ⋅
(6.32)
i =1
dove P1 e Q1 sono rispettivamente la potenza attiva e reattiva dovute alla
fondamentale della corrente, mentre D rappresenta la potenza deformante
associata alle armoniche di corrente. Dalle equazioni precedenti è evidente
che le armoniche della corrente assorbita dalla linea non comportano un
aumento della potenza attiva, ma solo un incremento della potenza apparente e quindi rispetto al caso di corrente sinusoidale si ha una riduzione
del fattore di potenza che in definitiva può essere espresso come:
fdp 
P attiva
Papparente

V  I1  cos1
n
V  I1 
 Ii
i 1
2
cos(1 ) 
I12
n
 Ii
cos(1 )  FF
(6.33)
2
i 1
I12
ove ϑ1 è l’angolo di sfasamento fra la fondamentale della corrente e la tensione di lineaVI, mentre FF detto fattore di forma è un indice della riduzione
Il fattore di potenza, come noto, coincide con il coseno dell’angolo di sfasamento
fra tensione e corrente solo in caso di regime sinusoidale. In presenza di armoniche
non è definibile un angolo di sfasamento tra tensione e corrente.
VI
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
195
del fattore di potenza dovuto alla presenza di armoniche di corrente. Per
ottimizzare il fattore di potenza è quindi necessario:
–– ridurre lo sfasamento fra le fondamentali della corrente e della tensione;
–– massimizzare il fattore di forma.
Il primo obbiettivo è ottenibile tramite convertitori a commutazione forzata in cui è possibile comandare sia l’accensione che lo spegnimento dei
componenti a semiconduttore ed ottenere quindi, tramite un apposito controllo, una fondamentale della corrente teoricamente in fase con la tensione
di linea. Il secondo obbiettivo è invece ottenibile utilizzando componenti
a semiconduttore ad elevata frequenza di commutazione che consentono
l’utilizzo di tecniche di modulazione a larghezza di impulso.
In tal caso l’aumento della frequenza delle armoniche di corrente rende
agevole il filtraggio delle stesse tramite l’utilizzo di trasformatori con tensioni di cortocircuito Vcc elevate. L’utilizzo di tecniche di controllo attive
che realizzano l’interallacciamento dei controlli dei convertitori di ingresso a bordo treno consente inoltre di aumentare ulteriormente la frequenza
delle prime armoniche di corrente. I convertitori a commutazione naturale
consentono invece di controllare solo l’angolo di accensione dei semiconduttori e quindi non consentono di regolare la fase fra corrente e tensione
di linea. In tal caso inoltre la tensione di cortocircuito dei trasformatori di
potenza, non potendo attuarsi la compensazione di potenza reattiva tramite
il controllo della fase della corrente, deve essere limitata per non aumentare
la potenza reattiva associata alla fondamentale di corrente. Nel presente articolo ci focalizzeremo quindi sui convertitori a commutazione forzata (noti
come convertitori 4Q) utilizzati nello stadio di ingresso dei moderni mezzi
di trazione operanti con alimentazione in corrente alternata.
In particolare se ne descriveranno il principio di funzionamento e l’applicazione sull’ETR500.
6.4.1.1.
Principio di funzionamento
Uno schema semplificato di un modulo di trazione di rotabili moderni
funzionanti in corrente alternata è rappresentato in Figura 6.27 ed in Figura 6.28, ove è evidenziato il convertitore 4Q e la realizzazione dei rispettivi
interruttori statici.
Figura 6.27:
Schema semplificato di
un modulo di trazione.
196
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
L’ingresso del convertitore 4Q è collegato al secondario del trasformatore
di linea e fornisce in uscita la tensione continua per l’inverter.
Figura 6.28:
Realizzazione
switch del 4Q.
degli
Se visto con ingresso lato inverter di trazione, il convertitore 4Q può
essere considerato come un inverter monofase in ponte che a partire da
una tensione continua Vd sul dc-link genera una tensione sinusoidale V4. Il
convertitore può quindi essere pilotato dal controllo secondo i principi di
regolazione propri di un inverter monofase controllato in corrente al fine di
soddisfare i seguenti requisiti di progetto:
1. tensione sul circuito intermedio stabilizzata;
2. corrente assorbita dalla linea quasi sinusoidale;
3. cos(φ)IV prossimo ad 1.
Nel circuito equivalente semplificato di Figura 6.29 il convertitore 4Q
può essere rappresentato come un generatore sincrono che lavora in parallelo alla rete generando una opportuna tensione sinusoidale V4, mentre il
trasformatore di trazione può essere schematizzato con un circuito equivalente in cui compare l’impedenza serie riportata al secondario composta da
una parte induttiva ωLt ed una parte resistiva Rt. Questa schematizzazione
semplificata è giustificata dal fatto che, normalmente, un trasformatore costruito per impiego in un convertitore 4Q possiede una impedenza di corto
circuito molto elevata (tipicamente 20 - 25 %)V e quindi è possibile trascurarne l’impedenza di magnetizzazione.
Figura 6.29:
Convertitore 4Q come
generatore di tensione
sincrono con la tensione di linea.
IV
V
φ è lo sfasamento fra fondamentale della corrente e della tensione di linea
Nel caso dell’ETR500 la Vcc del trasformatore è del 25 %.
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
6.4.1.2.
197
Generazione dei riferimenti per la tensione V4
Figura 6.30:
Rappresentazione fasoriale delle grandezze
elettriche.



Trascurando la resistenza equivalente del trasformatore Rt, la relazione
fra la tensione di linea, la
tensione generata dall’inverter e la fondamentale
della corrente di linea
è fornita dalla seguente
equazione (vedi Fig. 6.29
per la relativa rappresentazione fasoriale):
V l = V4 + j ⋅ ω ⋅ L ⋅ I l
(6.34)
e quindi affinchè la corrente e la tensione di linea siano in fase è necessario
sfasare V4 rispetto a Vl di un angolo pari a:
 L ⋅ ω ⋅ Il 
δ = arctan 

 Vl 
(6.35)
e di realizzare una tensione V4 che abbia un modulo pari a:
V=
4
Vl 2 + (L ⋅ ω ⋅ I l )2
(6.36)
mentre la corrente Il è funzione del punto di funzionamento del treno e può
essere determinata dal valore medio della corrente assorbita dai convertitori
a valle del convertitore 4QVI:
I=
Vd ⋅
l
Id
Vl
(6.37)
Dallo schema di Figura 6.31 è evidente come sia necessario per il controllo del convertitore 4Q un sistema capace di riconoscere fase, frequenza
e modulo della tensione di linea.
Figura 6.31:
Schema di principio del
controllo di un convertitore 4Q.
Nel caso dell’ETR500 oltre all’inverter di trazione il 4Q alimenta anche un chopper per l’alimentazione dei servizi ausiliari di treno.
VI
198
6.4.1.3.
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Modulazione PWM
Come riportato in precedenza, al fine di ottenere una tensione V4 atta
a garantire il soddisfacimento dei requisiti di progetto, il convertitore 4Q
viene controllato come un inverter monofase in ponte ed il pilotaggio dei
semiconduttori è attuato mediante la tecnica di modulazione a larghezza di
impulso (PWM) in modo da spingere in alto la frequenza delle prime armoniche di corrente che possono quindi essere più facilmente essere filtrate,
contribuendo così ad aumentare il fdp. In base al principio di tale tecnica,
per ottenere una tensione di uscita V(t) che approssimi l’andamento della
tensione sinusoidale desiderata Umod(t), si divide il periodo T della tensione Umod in intervalli di uguale durata Tp e si regola l’apertura e la chiusura
degli interruttori statici in modo che in ogni intervallo il valore medio della
V(t) sia uguale al valore medio di Umod. In particolare la Umod(t) si approssima tanto meglio quanto più piccolo è Tp rispetto al periodo della sinusoide
che si vuole ottenere (la quale in tale Tp può essere considerata costante).
Gli istanti di accensione e spegnimento dei semiconduttori possono essere
determinati in base all’intersezione fra una forma d’onda sinusoidale detta
modulante ed una forma d’onda triangolare detta portante. La larghezza degli impulsi di accensione sarà proporzionale al valore medio della tensione
che si vuole approssimare nel periodo Tp. È evidente che per utilizzare tale
tecnica di modulazione, è necessario utilizzare semiconduttori che hanno
una frequenza di commutazione molto più alta della frequenza di uscita
V4VII.
I parametri caratteristici della modulazione PWM sono:
indice di modulazione in ampiezza r 
U mod
Up
indice di modulazione in frequenza p 
fp
fmod
(6.38)
(6.39)
ove Umod è il valore massimo della modulante sinusoidale, Up è il valore
massimo della portante triangolare e fmod e fp sono rispettivamente la
frequenza della modulante e della portante.
Al fine di ottenere la tensione V4 desiderata, di ampiezza V4max e sfasata di
δ rispetto alla tensione di linea, si può definire una modulante sinusoidale
avente lo stesso periodo della tensione di linea con
 V4 max ⋅ Vp 
valore massimo Umod = r ⋅ Vp =


Vd


(6.40)
sfasamento rispetto alla tensione di linea pari a δ
(6.41)
Per gli inverter ad onda quadra la frequenza di commutazione dei semiconduttori
è pari alla frequenza della tensione di uscita dell’inverter, per gli inverter modulati
PWM la frequenza di commutazione dei semiconduttori è maggiore della frequenza
della tensione di uscita dell’inverter.
VII
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
199
ed una portante avente valore massimo Vp e le cui caratteristiche saranno
specificate in seguito. Qualsiasi sia la tecnica di modulazione usata (nel
seguito ne saranno illustrate alcune) gli interruttori K1 e K1′ (K2 e K2′) di Figura 6.28 sono movimentati in modo complementare. Si otterrà quindi una
tensione V4 la cui fondamentale ha valore massimo pari a ( r ⋅ Vd ) che sarà
sempre minore di VD per cui il raddrizzatore così pilotato funzionerà da
elevatore di tensione e non da abbassatore di tensione. Utilizzando anche la
relazione precedente si avrà che:
2
 Vl ⋅ 2 
 ⋅ω ⋅ I l 
 ⋅ 1 +  L

 Vl 
 r 
=
VD 

(6.42)
Caratteristica propria della tecnica di modulazione PWM è che nello
spettro di frequenza, le armoniche di tensione possono essere classificate
in famiglie ed all’interno di ogni famiglia lo spettro armonico è simmetrico
rispetto alla frequenza centrale. In generale si avrà:
famiglia 1: frequenza centrale p. fmod;
(6.43)
famiglia 2: frequenza centrale 2 ⋅ p ⋅ fmod;
(6.44)
famiglia k: frequenza centrale k ⋅ p ⋅ fmod;
(6.45)
ove p è l’indice di modulazione.
Figura 6.32:
Circuito equivalente
semplificato per la
fondamentale.
Figura 6.33:
Circuito equivalente
semplificato per le
armoniche successive.
Le armoniche di corrente sui secondari del trasformatore sono facilmente ottenibili considerando il circuito equivalente alle varie frequenze (vedi
Figg. 6.32 e 6.33):
200
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
I si (h) =
V4Qi (h)
Z ts (h)
(6.46)
per cui le armoniche di corrente in ingresso al convertitore saranno dovute
alle corrispondenti armoniche della tensione generata dal 4Q. L’ampiezza
delle componenti armoniche della corrente di catenaria è indipendente, in
prima approssimazione, dall’ampiezza della fondamentale (soprattutto per
quanto concerne i primi ordini di armoniche) e quindi, in definitiva, dalla
potenza sviluppata dal treno.
6.4.1.4.
Modulazione bipolare
Nel caso di modulazione bipolare, gli switch dei 2 rami vengono
comandati in modo dipendente.
In particolare gli interruttori K1 - K2′ e gli interruttori K1′ - K2 vengono comandati a coppie (Fig. 6.28) e la tensione Vab può assumere i seguenti valori:
Vab = VD se K1 e K2′ sono in stato ON;
(6.47)
Vab = - VD se K2 e K1′ sono in stato di ON.
(6.48)
Tale tecnica di modulazione è detta di tipo bipolare in quanto la tensione
di uscita oscilla fra + VD e – VD. Gli istanti di accensione degli switch sono
determinati dall’intersezione della portante di tipo triangolare Up di
frequenza fp e della modulante sinusoidale Umod.
Figura 6.34:
Modulazione bipolare.
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
201
Se Up > Umod K1′-K2 vengono pilotati nello stato ON e si ha Vab = -VD; (6.49)
Se Up < Umod K1 e K2′ vengono pilotati nello stato ON e si ha Vab = VD. (6.50)
Lo sviluppo in serie di Fourier della tensione di uscita mostra che, in
caso di p intero e dispari, sono presenti solo componenti armoniche dispari
classificabili nelle seguenti famiglie:
famiglia 1: armoniche alla frequenza fp, f p ± 2 ⋅ K ⋅ fmod ;
(6.51)
famiglia 2: armoniche alla frequenza 2 ⋅ f p ± (2 ⋅ K + 1) ⋅ fmod ;
(6.52)
e così via.
6.4.1.5.
Modulazione unipolare
Nel caso di modulazione unipolare, considerando la Figura 6.35, gli
switch di ogni ramo del convertitore sono comandati in modo indipendente. Si hanno quindi i seguenti possibili stati di funzionamento:
Figura 6.35:
Modulazione unipolare.
202
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Vab = Vd se K1 e K2′ sono in stato di ON;
(6.53)
Vab = 0 se K1′ e K2′ sono in stato di ON;
(6.54)
Vab =- Vd se K1′ e K2 sono in stato di ON;
(6.55)
Vab = 0 se K1 e K2 sono in stato di ON.
(6.56)
La tensione di uscita può assumere quindi i valori Vd, 0 e –Vd. La modulazione viene detta unipolare in quanto la tensione di uscita varia fra Vd e 0
(nel periodo in cui la modulante è positiva) e fra -Vd e 0 (nel periodo in cui
la modulante è negativa).
Gli istanti di accensione e di spegnimento degli interruttori dei
2 rami sono determinati dalla intersezione della portante triangolare con
2 modulanti di tipo sinusoidale uguali in modulo, ma in opposizione di fase.
Se Up < Umod si ha Van = Vd e K1 è pilotato nello stato ON;
(6.57)
Se Up > Umod si ha Van = 0 e K1 è pilotato nello stato OFF;
(6.58)
Se Up <- Umod si ha Vbn = Vd e K2 è pilotato nello stato ON;
(6.59)
Se Up >- Umod si ha Vbn = 0 e K2 è pilotato nello stato OFF;
(6.60)
ed in sintesi lo stato del convertitore è tale che:
Vab = Vd se (Umod >- Umod) e (– Umod) < Up < (Umod);
(6.61)
Vab=- Vd se (Umod)<(- Umod) e (Umod)< Up <(- Umod);
(6.62)
Vab = 0 negli altri casi.
(6.63)
La frequenza di commutazione dei semiconduttori di ogni ramo è fp
come nel caso della modulazione bipolare, ma la tensione di uscita presenta, a pari valore di Up, Umod, fp, fmod un numero di impulsi doppio e quindi
un minor contenuto armonico (vedi Fig. 6.36). Lo sviluppo in serie di Fourier della tensione di uscita Vab mostra anche in questo caso la presenza di
famiglie di armoniche, ma utilizzando la modulazione unipolare la famiglia
1 si trova centrata intorno alla frequenza 2 ⋅ f p , la seconda famiglia intorno
alla 4 ⋅ f p e così via.
Anche in questo caso si ha solo la presenza di armoniche dispari. Nel
dettaglio, indicando con fmod la frequenza della modulante e con fp la
frequenza della portante,
famiglia 1: armoniche alla frequenza 2 ⋅ f p ± K ⋅ fmod ;
(6.64)
famiglia 2: armoniche alla frequenza 4 ⋅ f p ± K ⋅ fmod ;
(6.65)
Con la modulazione unipolare si realizza quindi una frequenza virtuale
di commutazione doppia rispetto a quella dei semiconduttori. Un ulteriore
vantaggio della modulazione unipolare è che la sequenza di commutazione
è tale che la transizione da uno stato all’altro è realizzato tramite commutazione di un solo semiconduttore, contribuendo così a ridurre le perdite di
commutazione.
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
203
Figura 6.36:
Contenuto armonico in base al tipo di modulazione.
6.4.1.6.
Considerazioni sullo sfasamento fra portante e modulante
Il caso ottimo considerato precedentemente comporta che la portante e la modulante non siano fra di loro sfasate. In tal caso se l’indice di
modulazione in frequenza p è dispari si ha, oltre ad una antisimmetria
rispetto a T ,anche una simmetria rispetto a T .
4
2
Nello spettro della tensione di uscita saranno presenti quindi solo armoniche dispari con componenti in seno ed in particolare lo sviluppo in serie
sarà della forma:
U′= ∑ i = 1U n ⋅ 2 ⋅ sin(n ⋅ w ⋅ t + fn ) con fn = 0, π
n
(6.66)
Nel caso in cui si abbia uno sfasamento δ fra l’onda portante e modulanavremo sempre l’antisimmetria della Vab rispetto a T , ma non avremo
2
te,
più la simmetria rispetto a T per cui lo sviluppo armonico sarà del tipo:
4
U′ = ∑ i = 1Un ⋅ 2 ⋅ sin(n ⋅ w ⋅ t + fn) con fn ≠ 0, π.
n
Per p sufficientemente elevato, la fondamentale della tensione Vab è in
fase con la modulante Umod, mentre le armoniche centrate sulla frequenza
m ⋅ p ⋅ fmod (con m pari) hanno fn =- m ⋅ p ⋅ δ .
204
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
6.4.1.7.
Modulazione simmetrica e asimmetrica
L’implementazione digitale della tecnica PWM descritta comporta la discretizzazione dell’onda modulante. La sinusoide di riferimento (modulante) sarà quindi rappresentata tramite dei valori discreti e si può scegliere se
rappresentarla all’interno del periodo della portante tramite 1 solo campione o tramite 2 campioni. Nel caso in cui il campionamento venga effettuato
con una frequenza pari alla frequenza della portante, la modulazione è detta
simmetrica e in tal caso la modulante viene campionata ogni Ts. Nel caso in
cui il campionamento venga effettuato con una frequenza doppia rispetto
alla frequenza della portante la modulazione è detta asimmetrica (vedi Fig.
6.37), in tal caso la modulante viene campionata ogni Ts
accensione non sono simmetrici rispetto a
Ts
2
.
2
VIII
e gli impulsi di
Figura 6.37:
Modulazione asimmetrica.
In caso di modulazione asimmetrica si dimostra che i tempi di accensione e spegnimento (vedi Fig. 6.38) per i semiconduttori sono i seguenti:
Interruttore K1
ON al tempo t1 =
Ts 
U
(a)  IX
⋅  1 - mod 

4 
Vp

(6.67)
Ts 
U
(b) 
⋅  1 + mod 
4 
Vp 
(6.68)
OFF al tempo t3 =
Evidentemente si riesce in tal caso ad approssimare meglio la sinusoide di riferimento.
VIII
IX
Si consideri che
U mod (a)
Vp
=
V4 (a)
VD
.
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
205
Fig. 6.38:
Impulsi di comando dei
rami del convertitore in
caso di modulazione
asimmetrica.
Interruttore K2:
ON al tempo t2 =
Ts 
U
(a) 
⋅  1 + mod 
4 
Vp 
(6.69)
OFF al tempo t4 =
Ts 
U
(b) 
⋅  1 - mod 
4 
Vp 
(6.70)
ove Ts è il periodo di commutazione, Umod(a) è il valore della modulante
campionato nel primo Ts , Umod(b) è il valore della modulante campionato
2
nel secondo Ts .
2
La tensione di uscita V4 nel periodo Ts è caratterizzata da 2 impulsi di
larghezza differente:


1° impulso di larghezza Ts ⋅  U mod (a)  , simmetrico rispetto a Ts

4
2  Vp 
(6.71)


2° impulso di larghezza Ts ⋅  U mod (b)  , simmetrico rispetto a  Ts + Ts  (6.72)
 4 2
2  Vp 


206
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Nel caso di modulazione simmetrica Umod(a) = Umod(b) = Umod, gli impulsi
di accensione dei semiconduttori sono simmetrici rispetto a Ts e di lar2
T U
T V
ghezza s ⋅ mod =s ⋅ 4 (Fig. 6.39 e 6.40).
2
Figura 6.39:
Modulazione
simmetrica.
Figura 6.40:
Impulso di comando dei
rami del convertitore in
caso di modulazione
simmetrica.
Vp
2 VD
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
6.4.1.8.
207
Considerazioni sull’inter-allacciamento dei convertitori
Come detto precedentemente è possibile spingere ulteriormente in alto
la frequenza della prima armonica della corrente di linea interallacciando
fra di loro i convertitori 4Q. Nel caso di 2 convertitori 4Q disposti come in
Figura 6.41, l’interallacciamento si ottiene sfasando la portante del secondo
convertitore di Ts
4 .
Figura 6.41:
Convertitori 4Q appartenenti ad uno stesso
convertitore di trazione.
Le armoniche della corrente secondaria dei 2 convertitori 4Q appartenenti alla prima famiglia (2fp ± Kfmod) sono in questo caso in opposizione di
fase e la loro somma vettoriale è quindi nulla al primario. In particolare la
fase per la prima famiglia di armoniche generata dal convertitore 4Q1 è pari
a 0, mentre la fase di quelle relative al convertitore 4Q2 è πX, le fondamentali delle correnti sono invece fra di loro in fase. Indicata con Isi(h1f) una generica armonica di corrente secondaria appartenente alla prima famiglia e
relativa al convertitore i e con Ip(h1f) la corrispondente armonica di corrente
al primario, si ha infatti:
I s1 (h1 f ) = -
I s2 (h1 f ) = -
V41 (h1 f )
Zts (h1 f )
V42 (h1 f )
Z ts (h1 f )
(6.73)
(6.74)
n2
n2  V41 (h1 f ) V42 (h1 f ) 
⋅
⋅ I s2 (h1 f ) + I s1 (h1 f ) =
+
I p (h1 f ) =
0 (6.75)
=
n1
n1  Zts (h1 f ) Zts ( h1 f ) 
(
)
X In base a quanto riportato al Paragrafo 4.1.5 la fase delle armoniche della prima fami-
π
glia generate dal convertitore 4Q2 è f n =- m ⋅ p ⋅ δ , da cui f n =-2 ⋅ p ⋅ 2 ⋅ =- p ⋅ π =π
4
se p è dispari.
208
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Da questa equazioni si evidenzia quindi come l’opposizione di fase delle
armoniche della prima famiglia generate dai 2 convertitori ne determini la
cancellazione al primario. Allo stesso modo la concordanza di faseXI delle
armoniche di corrente appartenenti alla seconda famiglia generate dai 2
convertitori fa si che al primario si veda la somma delle due. Essendo a
frequenza molto più elevata, queste armoniche sono più facilmente eliminabili con l’utilizzo di trasformatori con elevata tensione di cortocircuito
Vcc. Nel caso di 4 convertitore interallacciati, le armoniche presenti in linea
saranno quelle della 4° famiglia e dei suoi multipli, mentre tutte le altre
famiglie saranno cancellate perché a risultante nulla. In generale nel caso
di modulazione unipolare e N convertitori 4Q interallacciati, indicando con
fmod la frequenza della modulante e con fp la frequenza della portante, le
armoniche più significative presenti nello spettro della corrente al primario
del trasformatore sono quelle a frequenza 2 ⋅ N ⋅ f p ± K ⋅ fmod ed a frequenza
4 ⋅ N ⋅ f p ± K ⋅ fmod . Con la modulazione unipolare e la tecnica dell’interallacciamento si realizza quindi una frequenza virtuale di commutazione pari
a 2 ⋅ N volte quella di commutazione dei semiconduttori.
6.4.1.9.
Applicazione del convertitore 4Q su ETR500
Ci focalizzeremo di seguito sull’applicazione del convertitore sulle locomotive E404 dell’ETR500, in Figura 6.42 si riporta lo schema elettrico dei
Figura 6.42:
Schema elettrico dei circuiti di alta tensione della locomotiva dell’ETR500.
XI
In questo caso la fase delle armoniche della seconda famiglia generate dal conver-
titore 4Q è f n =- m ⋅ p ⋅ δ , da cui f n =-4 ⋅ p ⋅ 2 ⋅
π
4
=-2 ⋅ p ⋅ π =0 .
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
209
Figura 6.43:
Schema elettrico dell’azionamento di trazione.
circuiti di alta tensione, mentre in Figura 6.43 si riporta lo schema elettrico
dell’azionamento di trazione. Per maggiori dettagli circa il funzionamento
dell’equipaggiamento elettrico di locomotiva si rimanda al Capitolo 10.
Ogni locomotiva ha 2 convertitori di trazione indipendenti ed ogni
convertitore di trazione, nella configurazione a 25 kV 50 hz, ha il proprio
stadio di ingresso realizzato tramite 2 convertitori 4Q in parallelo che
raddrizzano la tensione disponibile ai secondari del trasformatore principale
fornendo in uscita, sul circuito intermedio, una tensione continua (2400 V)
per il funzionamento dell’inverter di trazione.
I due 4Q appartenenti allo stesso convertitore di trazione sono fra di loro
interallacciati ed in generale sono fra di loro interallacciati tutti i 4Q dei
convertitori disponibili delle 2 locomotive, in modo che le prime armoniche
di corrente significative in linea siano centrate intorno a 4000 hz (prima
famiglia) e 8000 hz (seconda famiglia).
6.4.1.9.1.
Architettura e implementazione del controllo del 4Q
Lo schema a blocchi relativo al controllo di due 4Q appartenenti ad uno
stesso convertitore di trazione è riportato in Figura 6.45. Si indentificano i
seguenti moduli fondamentali:
–– Un regolatore della tensione di circuito intermedio;
–– Un regolatore di corrente per ogni corrente assorbita dai 2 secondari del
trasformatore;
–– Due modulatori PWM, uno per ogni convertitore quattro quadranti, che
generano gli impulsi di commutazione dei GTO;
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
211
Il significato delle grandezze riportate in Figura 6.44 è specificato di seguito.
–– Id: corrente di dc link (ingresso all’inverter);
–– Is1: corrente al secondario 1 del trasformatore;
–– Is2: corrente al secondario 2 del trasformatore;
–– Vl: tensione di linea riportata al secondario del trasformatore;
–– Vd: tensione di dc link;
–– Vdref : riferimento per la tensione del dc link;
–– V4d, V4q: componenti della tensione V4 generata dal convertitore 4Q lato
alternata, rispettivamente in fase ed in quadratura con la tensione di
linea.
L’esecuzione dei task relativi al regolatore di corrente e modulatore PWM
del 4Q2 è sfasata di Ts = 1 msec rispetto a quella dei corrispondenti task
4
relativi al 4Q1 in modo da realizzare l’interallacciamento.
6.4.1.10.
Moduli fondamentali del sistema di controllo
6.4.1.10.1.
Regolatore della tensione di circuito intermedio
Scopo di questo regolatore è quello di mantenere costante la tensione del
DC link al variare del carico e, in seconda istanza, della tensione di linea.
Viene quindi controllato lo scostamento della tensione misurata sul filtro
intermedio (Vd) da quella imposta come riferimento (Vdref), la tensione Vd
viene tuttavia preliminarmente filtrata mediante un filtro passa-basso per
eliminare il ripple dovuto alle commutazioni del convertitore. Il regolatore di
tensione fornisce in uscita i valori di riferimento, nel riferimento rotante d-q,
per la corrente secondaria del trasformatore. La componente in quadratura
ISq della corrente che il convertitore deve complessivamente assorbire dal
secondario è posta a zero per garantire che la corrente sia in fase con la
tensione di linea ed ottimizzare il fdp. Il riferimento per la componente
diretta ISd è invece la somma di due contributi. Il primo contributo tiene
conto del valore che ISd assume quando a regime la Vd coincide con la Vdref
ed è pari a 2 ⋅ VD ⋅ I D .
Vl
Il secondo contributo deriva dall’azione di un regolatore standard di tipo
PI e corrisponde a quella quota di corrente che il secondario del trasformatore
deve assorbire per compensare lo scarto fra il riferimento della tensione del
filtro intermedio ed il suo valore misurato.
6.4.1.10.2.
Regolatore della corrente del secondario del trasformatore
Per ciascun secondario del trasformatore è presente un regolatore della
corrente assorbita che ha l’obbiettivo di garantire che il carico venga
equamente distribuito. Nel dominio di Laplace, rappresentando grandezze
elettriche in un riferimento rotante (assi d e q) con una velocità angolare
pari alla pulsazione della tensione di linea, le equazioni che governano il
circuito sono le seguenti:
 



(6.80)
Vl - V4= Rt I S + jX t I S + Lt s I S
212
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
dove si è posto X t = ω Lt . Il controllo deve regolare la componente diretta
ed in quadratura della corrente ai secondari in modo che Isq = 0 e Isd = Isdref,
ove Isdref è dipendente dal punto di funzionamento ed è calcolato dal loop di
regolazione più esterno relativo alla tensione del circuito intermedio.
Posto:
 

VL= VLd + j ⋅ VLq
(6.81)
 

=
V4 V4q + j V4q
(6.82)
 

=
I S I Sd + j I Sq
(6.83)
si hanno le seguenti equazioni:
VLd - V4d = Rt I Sd - X t I Sq + sLt I Sd
(6.84)
VLq - V4q = Rt I Sq + X t I Sd + sLt I Sq
(6.85)
Per regolareXIII le componenti della corrente secondaria (IS), essendo ovviamente la tensione di linea imposta dall’esterno, si deve agire sulla tensione V4 generata lato alternata dal convertitore 4Q. Tenendo in conto che
sia la ISd che la ISq dipendono da entrambe le componenti della tensione V4,
è necessario ricorrere ad una rete di disaccoppiamento per regolare queste
grandezze in maniera indipendente.
6.4.1.10.3.
Sintesi della rete di disaccoppiamento
Si riporta di seguito una possibile tecnica per la sintesi dei parametri
della rete di disaccoppiamento. La relazione fra la tensione V4 e la corrente
secondaria Is può essere rappresentata tramite le seguenti equazioni:
 V4d 
 I sd 

 = [ F (s)]  
 V4q 
 I sq 
(6.86)
 I sd 
 V4d 
  = [G(s)] 

 I sq 
 V4q 
(6.87)
ove G(s) ed F(s) sono matrici di trasferimento e:
=
[G(s)]
G=
G=
11
22
-1
F (s)]
[=
 G11 G12 


 G21 G22 
Rt + s ⋅ Lt
2
Rt + (s ⋅ Lt )2 + 2 ⋅ s ⋅ Rt ⋅ Lt + X t 2
(6.88)
(6.89)
Rappresentando le grandezze elettriche in un riferimento rotante sincrono con
la tensione di linea, in condizioni di regime sinusoidale con frequenza pari a quella
caratteristica della linea, correnti e tensioni sono grandezze costanti. In tal modo si
semplifica il controllo.
XIII
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
Xt
G12 =
-G21 =2
2
Rt + ( s ⋅ Lt ) + 2 ⋅ s ⋅ Rt ⋅ Lt + X t 2
213
(6.90)
Il controllore della corrente secondaria (vedi Fig. 6.45) può essere invece
rappresentato tramite la matrice di trasferimento  R p (s) che può essere
posta nella forma:
(s)] [ Δ(s)] ⋅ [ R(s)]
[ RP=
(6.91)
dove [ Δ(s)] è la matrice di trasferimento relativa alla rete di disaccoppiaFigura 6.45:
Schema a blocchi del
controllore della corrente
secondaria con rete di
disaccoppiamento.
mento ed [ R(s)] è una matrice diagonale tale che
0 
 R1 (s)

R2 (s) 
 0
[ R(s)] = 
(6.92)
Per rendere fra di loro indipendenti gli anelli di regolazione delle componenti diretta ed in quadratura di Is è necessario che Gd(s), prodotto delle
matrici G(s) e Δ(s) (in Fig. 6.46 la relativa rappresentazione tramite schema
a blocchi), sia una matrice diagonale.
Figura 6.46:
Schema a blocchi del
sistema da controllare con rete di disaccoppiamento.
214
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Quindi:
G
[Gd (s)] = [G(s)] ⋅ [ Δ(s)] =  G11

21
G12   Δ11
⋅
G22   Δ 21
Δ12   Gd11
0 
=


Δ 22   0 Gd 22 
(6.93)
e posto Δ11 = Δ22 = 1 la condizione di matrice diagonale è soddisfatta se
-X
Δ12 =
-Δ 21 = t
Rt + s ⋅ Lt .
Si ottiene quindi
 Gd11

 0
1


0   Rt + s ⋅ Lt
=
Gd 22  
0






1

Rt + s ⋅ Lt 
0
(6.94)
e se si tiene conto anche dal ritardo introdotto dalla modulazione PWM nella regolazione di correnteXIV, si ha
1

- s⋅Ts
 G'
  R + s⋅L ⋅e
0
t
 d11
= t

 0

'
G d 22  
0


4
0
1
e - s⋅Ts
Rt + s ⋅ Lt



4


(6.95)
Figura 6.47:
Schema a blocchi complessivo sistema di controllo e regolatore.
Lo schema a blocchi relativo a sistema di controllo e sistema da controllare di Figura 6.47 può quindi essere semplificato e rappresentato tramite 2
anelli di regolazione indipendenti, con le stesse caratteristiche, per la componente diretta e la componente in quadratura della corrente sul secondario
del trasformatore (vedi Fig. 6.48), in cui i regolatori R1 ed R2 sono 2 regolatori standard di tipo PI.
Il duty cycle può infatti essere variato, nel caso di modulazione asimmetrica,
con un ritardo medio di Ts , mentre nel caso di modulazione simmetrica il ritardo
4
medio è pari a Ts .
2
XIV
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
215
Figura 6.48:
Schema a blocchi complessivo con anelli di regolazione indipendenti.
Per la rappresentazione finale dello schema di controllo della corrente
secondaria del trasformatore (vedi Fig. 6.44) si consideri che il valore di
riferimento per la componenti diretta della tensione V4 è, come nel caso
della Isd, la somma di due contributi. Il primo contributo tiene conto del
valore che V4d assume quando a regime la Isd coincide con la Isdref ed è pari
a Vl D - Rt ⋅ I SD .
Il secondo contributo deriva invece dall’azione del regolatore standard di
tipo PI e si attiva per compensare lo scarto fra il riferimento ed il valore misurato della Isd. Analoghe considerazioni possono essere fatte per la V4q.XV
6.4.1.10.4.
Sintesi del regolatore PI
Di seguito si riporta una possibile tecnica per la sintesi dei parametri
dei regolatori PI degli anelli di corrente. Con riferimento all’anello relativo
alla IsdXVI, si consideri che la funzione di trasferimento relativa al sistema
1
⋅ e - s⋅Ts 4 può essere semplificata prendendo
da controllare pari a
Rt + s ⋅ Lt
in considerazione i primi termini dello sviluppo in serie di Taylor della
funzione e - s⋅Ts 4 .
Ne risulta quindi che la funzione di trasferimento può essere posta nella
forma
1
1
1
G'd11=
⋅ e - s⋅Ts 4=
⋅
(6.96)
T
Rt + s ⋅ Lt
Rt + s ⋅ Lt
1+ s⋅ s
4
XV In questo caso il primo contributo (che tiene conto del valore che V
4q assume
quando a regime la Isq è pari a 0) è pari a VlQ - X t ⋅ I SD .
XVI
Analoghe considerazione valgono per l’anello di regolazione relativo alla rete Isq.
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
Tabella 6.1:
Parametri caratteristici
del sistema regolato in
funzione di a.
219
a
Kp
Ti
fcr
Ti(MO)
Ti/Ti(MO)
Fs/fcr
ϕ mf
2
0.539
0.0040
79.5 hz
0.032
0.1250
3.14
40.5°
4
0.2695
0.0160
39.5 hz
0.5002
6.28
69.1°
6
0.1797
0.0360
26.1 hz
1.1254
9.42
81.9°
8
0.1347
0.0640
19.3 hz
2.0007
12.56
90.2°
16
0.0674
0.2560
9.9 hz
8.0030
25.12
114°
La sintesi dei parametri dei 2 regolatori PI può essere eseguita evidentemente utilizzando anche altre tecniche, ad esempio tecniche che si basano
su rilievi sperimentali delle caratteristiche dinamiche del sistema da regolare (Ziegler-Nichols, ecc.). Ad ogni modo i parametri Kp e Ti determinati a
progetto devono essere evidentemente considerati come un riferimento e
necessitano di essere affinati durante la fase di messa a punto per tenere
conto, oltre che di tutte le semplificazioni che vengono introdotte nella fase
di modellazione, anche degli ulteriori requsiti che risultano essere vincolanti per l’omologazione del rotabile (ad es.: il rispetto dei limiti delle correnti armoniche).
Le prestazioni del regolatore dovranno quindi essere verificate nei
differenti punti di funzionamento e nelle differenti configurazioni di
esercizio.
6.4.1.10.5.
Phase Locked Loop
Il PLL svolge un ruolo fondamentale per il funzionamento del controllo in quanto governa tutte le tempificazioni interne al sistema ed assicura
il sincronismo del controllo con la tensione di linea. L’ingresso a questo
blocco è costituito dalla componente in quadratura della tensione di linea
calcolata dal blocco DFT, componente mantenuta a zero da un regolatore
PI in modo che nel riferimento rotante d,q la componente diretta della tensione VLd rappresenti l’intero fasore della tensione VL. La frequenza di questa tempificazione base viene aumentata o diminuita al fine di compensare
l’errore di fase che è stato rilevato e mantenere quindi il sistema agganciato.
Il blocco in oggetto rileva inoltre la frequenza della tensione di linea e tramite le funzioni cos e sin definisce la posizione dell’asse d e q del riferimento rotante in cui sono rappresentate le grandezze utilizzate dal controllo.
6.4.1.10.6.
DFT
Il modulo DFT implementa tutte le procedure che consentono la trasformazione delle grandezze sinusoidali nella loro rappresentazione nel riferimento rotante d-q. Tale operazione è basata sulla trasformata di Fourier discreta. In ingresso al modulo DFT sono inviate la tensione di linea riportata
al secondario del trasformatore, la corrente nel primario del trasformatoreXXI
e la corrente nei secondari del trasformatore. Le grandezze in ingresso venLa DFT di questa grandezza viene effettuata per poter attivare la protezione del
primario del trasformatore e rilevare un cortocircuito anche durante le fasi di magnetizzazione.
XXI
220
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
gono campionate ed inviate al modulo DFT ogni Ts XXII e vengono passate
48
quindi direttamente all’algoritmo DFT senza nessun filtraggio, l’azione operata da un algoritmo DFT è di per sé infatti una azione filtrante che risulta
sufficientemente insensibile al rumore presente sulle grandezze acquisite.
Il riferimento temporale per il calcolo della DFT è quello generato dal blocco
PLL che mantiene tutto il sistema agganciato alla tensione di linea.
In uscita da tale modulo abbiamo:
–– componente diretta e in quadratura della tensione al secondario;
–– componente diretta e in quadratura della corrente al primario;
–– componente diretta e in quadratura della corrente al secondario 1;
–– componente diretta e in quadratura della corrente al secondario 2.
La DFT viene invece eseguita ogni Ts ed ha come periodo di calcolo
4
un intero periodo della fondamentale della tensione di linea. Gli algoritmi
di calcolo implementati nel modulo DFT, con riferimento ad esempio alla
tensione di linea, sono i seguenti:
12
Vc(k ) =⋅
∑ Vl(n) cos (ψ (n))
n=1
12
Vs(k ) =
∑ Vl(n) ⋅ sin (ψ (n))
n=1
XXIII
k=
120
k=
120
(6.103)
(6.104)
Vld =
2 20
∑ Vs(k )
N k =1
(6.105)
Vlq =
2 20
∑ Vc(k )
N k =1
(6.106)
dove N è il numero di campioni acquisiti all’interno di un periodo della
tensione di linea.
6.4.1.10.7.
Modulatore PWM
Il modulatore PWM provvede a generare gli impulsi di commutazione
dei GTO dei convertitori in base alla tensione V4 che il 4Q deve generare lato
alternata. In Figura 6.54 è mostrato un diagramma di modulazione di un
convertitore 4Q in cui sono evidenziati gli istanti di accensione dei GTO, pilotati secondo la tecnica della modulazione PWM unipolare e asimmetrica.
Il duty cycle che caratterizza la modulazione è pari a:
=
δ
V4
=
VD
( V4d ⋅ sin(ψ ) - V4q ⋅ cos(ψ ) )
VD
(6.107)
240 campioni acquisiti ogni periodo della tensione di linea ed una frequenza di
campionamento pari a 12 khz.
XXIII I valori corrispondenti a cos ψ (n) e sin ψ (n) sono estratti dalle tabelle del
( )
( )
seno e del coseno che il controllo elabora sulla base delle informazioni in uscita dal
modulo PLL.
XXII
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
221
Figura 6.53:
Diagramma di modulazione del convertitore 4Q.
dove V4 è il riferimento per il valore medio della tensione lato alternata del
4Q nel periodo Ts .
2
6.4.1.10.8.
Interallacciamento dei 4Q a bordo treno ed armoniche in linea
Come già anticipato, in base ai convertitori di trazione disponibili il controllo provvede a sfasare opportunamente gli istanti di commutazione dei
Figura 6.54:
Disposizione dei convertitori di trazione e dei 4Q sull’ETR500.
222
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
convertitori 4Q in modo da realizzarne l’interallacciamento e da realizzare
una frequenza di commutazione virtuale più elevata.
Con riferimento alla Figura 6.54, i dettagli relativi agli sfasamenti nel
caso in cui tutti i convertitori siano disponibili sono riportati in Tabella 6.2.
Tabella 6.2:
Inter-allacciamento dei
4Q dei convertitori di
trazione.
Convertitore
Convertitore 1
Locomotiva A
Convertitore 2
Locomotiva A
Convertitore 1
Locomotiva B
Convertitore 2
Locomotiva B
4Q
Numero
Convertitore
Sfasamento temporale
4Q 11 - A
t=0
1
4Q 12 - A
t=
Ts
4
4Q 21 - A
t=
Ts
2
2
=
t
4Q 22 - A
Ts Ts
+
2
4
t=
4Q 31 - B
3
Ts
8
4Q 32 - B
=
t
Ts Ts
+
4 8
4Q 41 - B
=
t
Ts Ts
+
2
8
4
4Q 42 - B
t=
Ts Ts Ts
+
+
2
4
8
Il numero che identifica il convertitore di trazione per la gestione degli
sfasamenti e dell’interallacciamento è assegnato al Controllo Azionamento dalla Logica di Veicolo al momento della configurazione del rotabile. Si
noti che lo sfasamento fra i controlli dei due 4Q appartenenti allo stesso
convertitore di trazione è sempre pari a Ts , mentre per i 2 convertitori di
4
trazione appartenenti alla stessa locomotiva lo sfasamento è pari a Ts e per
2
i convertitori corrispondenti appartenenti alle 2 locomotive lo sfasamento è
pari a Ts . Riferendoci ai due 4Q appartenenti ad uno stesso convertitore di
8
trazione, la Figura 6.56 mostra i comandi che vengono generati dal controllo
per i 4 rami che costituiscono i due convertitori quattro quadranti. Le forme
d’onda in basso più marcate sono le risultanti concatenate che vengono
applicate sui due secondari del trasformatore e che realizzano la sinusoide
V4 sovrappostaXXIV.
XXIV
La tensione V4 è rappresentata con una scala differente.
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
223
Figura 6.55:
Diagramma di modulazione dei due 4Q
di un convertitore di
trazione.
Le Figure 6.56, 6.57 e 6.58 riportano rispettivamenteXXV:
–– l’andamento della corrente assorbita da un secondario del trasformatore
che alimenta un convertitore 4Q;
–– l’andamento di tutte e 4 le correnti assorbite dai secondari di una locomotiva con i suoi 2 convertitori di trazione interallaciati;
–– l’andamento della corrente al primario del trasformatore delle 2 locomotive e la risultante corrente in linea nel caso in cui tutti i convertitori di
trazione di treno siano interallacciati.
Figura 6.56:
Forme d’onda tipiche
di un singolo convertitore 4Q.
Nel caso in cui tutti gli azionamenti delle 2 locomotive siano disponibili
si realizza una frequenza virtuale di commutazione fv pari a 4000 hz, 16
2 ⋅ N 4Q ⋅ fsw =
16 ⋅ 250 hz =
4000 hz ).
volte la frequenza di switching ( fv =
XXV
I grafici sono il risultato di simulazioni eseguite utilizzando Simulink.
224
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 6.57:
Forme d’onda delle
correnti di ingresso di
4 convertitori 4Q interallacciati.
Figura 6.58:
Corrente di linea e
corrente al primario
del trasformatore delle
2 locomotive.
La corrente in linea ed al primario dei 2 trasformatori può essere quindi
considerata con buona approssimazione sinusoidale. Le prime armoniche
di corrente significative in linea sono quelle centrate intorno a 4000 hz (prima famiglia) e 8000 hz (seconda famiglia). Le Figure 6.60 e 6.61 riportano i
risultati delle rilevazioni eseguite a bordo treno ed evidenziano, con scale
differenti per i due grafici, le armoniche presenti nello spettro della corrente
nel caso in cui:
–– siano interallacciati i soli convertitori 4Q della singola locomotiva;
–– siano interallacciati tutti i convertitori 4Q di treno.
Da queste rilevazioni è evidente come l’interallacciamento dei convertitori delle 2 locomotive spinga in alto la frequenza della prima e delle successive famiglie di armoniche.
Capitolo 6 - Propulsione Elettrica
Figura 6.59:
Spettro armonico della corrente di linea (convertitori 4Q di locomotiva interallacciati).
Figura 6.60:
Spettro armonico della corrente di linea (convertitori 4Q di treno interallacciati).
225
226
6.5.
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
RIFERIMENTI
[1]
[2]
[3]
[4]
[5]
A. Steimel, Electric Traction - Motive Power and Energy Supply: Basics
and Pratical Experience, Odenburg Indusrieverlact Spostare nelle references (non come prima).
I. Boldea, S. A. Nasar, Electric Drives, Third Edition, 2016 CRC Press.
N. Mohan, T. M. Undeland, W. P. Robbins, Power Electronics: Converters, Applications, and Design 3rd Edition, 2002 Wiley.
K. Hasse, Zum Dynamischen Verhalten der Asynchronmachine bei
Betrieb mit variable Standerfrequenz und Standerspannung, ETZ-A,
Bd.89, H.4, pp.77-81, 1968.
F. Blaschke, Das Prizip der Feldorientierung, Die Grundlage fur die
TRNSVEKTOR-Regelung von Asynchnmachinen, Siemens Zeitschrift,
45, p.757, 1971.
7
SISTEMI DI ACCUMULO
DELL’ENERGIA ELETTRICA
Massimo Ceraolo
Università di Pisa
7.1.
L’ACCUMULO DI ENERGIA ELETTRICA
Normalmente viene affermato che l’energia elettrica non può essere accumulata tal quale, ma per accumulare energia elettrica occorre prima convertirla in altra forma e poi ritrasformarla in elettrica quando serve come tale.
In effetti nel Sistema Elettrico per l’Energia elettrica che serve agli utenti
viene normalmente “generata” in forma elettrica nello stesso istante in cui
essa viene utilizzata dai carichi. Questo, com’è noto, crea la necessità di
allocare con cura le risorse di generazione sulla base di accurate previsioni
del carico. Sbilanciamenti fra la produzione di energia elettrica e i carichi
assorbiti dalla rete possono essere compensati immagazzinando temporaneamente parte dell’energia convertita in elettrica in sistemi di accumulo che
la convertono in altra forma, ad esempio attraverso il sollevamento di grandi quantità di acqua da un serbatoio sito ad una quota sul livello del mare
più bassa ad una più alta (nelle cosiddette centrali di pompaggio).
La considerazione che l’energia elettrica non si accumula in forma elettrica richiede però qualche chiarimento. Possiamo intendere come accumulo dell’energia in forma elettrica l’energia accumulata nei campi elettrico e
magnetico. Quindi, nel concreto, l’energia accumulata rispettivamente nei
condensatori e negli induttori, pari, come è noto, rispettivamente a:
=
EC
1
1 2
=
CU 2 E L
LI
2
2
(7.1)
con ovvio significato di simboli.
Possiamo affermare che l’energia elettrica si accumula in forma elettrica
in condensatori e induttori.
Occorre però rilevare che le quantità di energia che si riescono a mettere
in gioco in questo modo sono estremamente modeste rispetto alle necessità
di un sistema elettrico per l’energia in generale e di un sistema di trazione
in particolare, qualora si considerino condensatori e induttori ordinari.
Le quantità di energia accumulate in forma elettrica divengono interessanti soltanto nei cosiddetti induttori superconduttivi e supercondensatori. Per
le applicazioni delle dimensioni (in energia volumi e costi) di interesse per
la trazione elettrica, di questi due solo i supercondensatori hanno interesse.
In generale quindi in pratica (salvo, al più, il caso dei supercondensatori
di cui si è appena accennato), l’accumulo di energia elettrica avviene per conversione in altra forma, e riconversione in elettrica al momento del bisogno.
228
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Nelle varie applicazioni l’energia elettrica viene convertita in diverse forme di energia potenziale:
–– energia meccanica gravitazionale (accumulo idraulico), di cui si è parlato, tipicamente sollevando acqua a quote più elevate di quella di partenza quando si vuole accumulare energia, ed utilizzando energia elettrica
per azionare le pompe di sollevamento. Quando serve energia elettrica,
l’acqua viene lasciata ritornare alla quota più bassa recuperando energia attraverso una turbina idraulica ed un connesso generatore elettrico.
Questo tipo di accumulo evidentemente non si adatta ai sistemi di trazione per le sue naturali caratteristiche, e non verrà quindi considerato
nel seguito;
–– energia meccanica di tipo cinetico (volani). In questo caso l’energia elettrica è convertita nell’energia cinetica di un rotore, che funziona quindi
da volano, e riconvertita in elettrica quando necessario. Questo tipo di
accumulo è ampiamente studiato per applicazioni stazionarie e veicolari. Alcune realizzazioni commerciali per uso veicolare esistono, e di
questo tipo di accumulo si parlerà pertanto nel seguito;
–– energia meccanica di compressione (aria compressa). La compressione
dell’aria in bombole consente di convertire energia meccanica del compressore in energia di pressione, che può essere in seguito riutilizzata,
ad esempio mediante riconversione in energia elettrica. Questo tipo di
accumulo dell’energia è utilizzato nella trazione veicolare, esistono prototipi ed alcuni esemplari di veicoli che utilizzano questa tecnologia;
–– energia chimica di celle elettrochimiche. Questo tipo di accumulo è particolarmente importante per applicazioni veicolari, in quanto presenta
le necessarie caratteristiche di leggerezza, facilità di carica/scarica, efficienza energetica, costo. Questo tipo di sistema di accumulo è il più
interessante, assieme all’accumulo in supercondensatori, anche per applicazione di trazione elettrica a guida vincolata, e pertanto sarà quello
maggiormente trattato nel presente capitolo.
7.2.
MISSIONE DEL SISTEMA DI ACCUMULO
Nei sistemi di trazione la necessità di accumulare energia discende fondamentalmente da due necessità:
–– Energia cinetica. Ogni qual volta un veicolo o un convoglio è dotato di
velocità, esso possiede una certa energia cinetica. Ogni qual volta esso
si ferma tale energia cinetica si annulla. Nella frenatura dissipativa tale
energia è integralmente convertita in calore (ad esempio nei freni o nei
reostati di frenatura). È invece in generale possibile convertire questa
energia in altra forma, accumulandola per futuri utilizzi. Naturalmente
la possibilità di recuperare quantità significative di energie è tanto maggiore quanto più il profilo di missione del veicolo o del convoglio considerato prevede frequenti frenate. Ad esempio per i veicoli stradali su
gomma, questo accade per la marcia in ambito urbano (taxi, bus), per un
convoglio di sistema di trazione a guida vincolata in tutte le applicazioni
urbane (treni metropolitani, filovie, tramvie), nonché nel caso di traffico
ferroviario di tipo regionale.
–– Energia potenziale gravitazionale. Ogni qual volta un veicolo si trova in
posizione più elevata (ad una quota più alta) rispetto ad un punto suc-
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
229
cessivo del suo percorso, esso possiede energia potenziale gravitazionale
rispetto a tale punto successivo. Nella marcia in discesa oltre una certa pendenza è necessario trattenere il veicolo in qualche modo affinché
esso non acquisti eccessiva velocità. La frenatura di trattenuta implica
assorbimento di energia da parte del sistema che la attua. Essa può essere
effettuata con dissipazione della energia necessaria alla trattenuta, o con
conversione, a meno delle inevitabili perdite del processo, in energia da
accumularsi per poi essere successivamente riutilizzata. Naturalmente
la possibilità di recuperare quantità significative di energie è tanto maggiore quanto più il percorso considerato è dotato di discese significative
per pendenza o lunghezza (sistemi funicolari, tranvie con pendenze regolari, ferrovie in tratti di valico).
Occorre aggiungere una caratteristica unica dei sistemi di accumulo relativi alla trazione elettrica a guida vincolata: essi possono non essere installati a bordo ma, sfruttando la stessa linea di contatto, inviare l’energia generata per conversione di energia cinetica e/o gravitazionale ad un accumulo
stazionario situato in uno o più punti del sistema di alimentazione della
linea di contatto. Questa opzione, che non esiste per la trazione elettrica a
guida non vincolata (auto elettriche, ad esempio) presenta vantaggi e svantaggi, che verranno discussi nel seguente Paragrafo 11.
Viste queste due tipologie di utilizzo dei sistemi di accumulo, si possono
enucleare alcune caratteristiche di interesse per i sistemi di accumulo per
sistemi di trazione a guida vincolata:
Elevato rapporto potenza/energia. La carica/scarica di un sistema di accumulo per trazione elettrica a guida vincolata avviene tipicamente in tempi dell’ordine di poche decine di secondi o poco più. Questo, rispetto ad
altre applicazioni in cui la scarica e la carica avvengono in tempi più lenti,
implica un rapporto potenza/energia più elevato. Ulteriori considerazioni
su questo argomento saranno svolte nel Paragrafo 8.1.
Elevato numero di cicli di carica/scarica. A differenza dei veicoli elettrici
a batteria, per i quali si può ipotizzare un numero di cicli a scarica (profonda) approssimativamente pari ad uno al giorno, per un totale di poche migliaia di cicli nella vita del veicolo, ad un sistema di accumulo per veicolo a
guida vincolata che deve integrare l’energia proveniente dalla linea di contatto, è invece richiesto di effettuare molti cicli a basso contenuto energetico
al giorno, tipicamente uno per ogni frenata/ripartenza. Conseguentemente
nel corso della vita utile il numero di questi cicli poco profondi può raggiungere agevolmente parecchie centinaia di migliaia.
7.3.
ACCUMULO DI ENERGIA IN FORMA ELETTROCHIMICA
7.3.1.
CARATTERISTICHE FONDAMENTALI
Visto dai suoi morsetti esterni un accumulatore elettrochimico è un bipolo che scambia energia elettrica con un circuito esterno (Fig. 7.1) il quale
opera in corrente continua.
Il morsetto superiore, contrassegnato dalla riga più lunga e sottile nel
simbolo della batteria all’interno del riquadro rettangolare, è il morsetto
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
ioni positivi
ioni negativi
Soluzione
elettrolitica
-
-
+
a)
separat.
meccanico
pila con separatore
meccanico
b)
-
+
Cu 2

SO42
Zn 2

SO42 
elettrodo negativo
+
flusso degli
elettroni
elettrodo positivo
R (scarica)
o E-R (carica)
elettrodo negativo
i
elettrodo positivo
Figura 7.2:
Costruzione di principio di una cella elettrochimica.
positivo, l’altro è negativo. Pertanto, rispetto ai
riferimenti riportati in Figura 7.1 per l’accumu+
latore è sempre U > 0.
L’espressione accumulatori elettrochimici
U
può fare rifermento a dispositivi elementari,
detti celle elettro-chimiche reversibili, il cui
funzionamento verrà descritto con un certo grado di dettaglio nei successivi paragrafi per alcune tipologie particolarmente
utilizzate, o a sistemi più articolati, quali il modulo e il pacco-batteria di cui
si parlerà nel prossimo paragrafo.
Qualunque sia la tipologia di cella elettrochimica, essa è un sistema in
corrente continua con un polo positivo ed uno negativo, avente una tensione dell’ordine di 1-2V. Una cella elettrochimica reversibile è in grado sia di
erogare potenza elettrica (I > 0 secondo il riferimento riportato in Fig. 7.1),
e in tal caso si dice che esso si scarica, sia di assorbirla (I < 0) e in tal caso
esso si carica.
In questo si differenziano dalle pile, che sono sistemi realizzati carichi
che durante l’uso utile possono solo scaricarsi.
Dal punto di vista terminologico, la terminologia elettrochimica, risalente ad Ampère prevede che l’elettrodo che eroga corrente sia denominato catodo, l’altro anodo. Pertanto il polo positivo di un accumulatore è catodico
in scarica, anodico in carica.
Dal punto di vista pratico, però, la maggior parte degli operatori considera come “catodo” sempre il morsetto positivo e “anodo” quello negativo
a prescindere dal verso della corrente, utilizzando quindi la terminologia
che sarebbe corretta solo per le pile (reattori elettrochimici non reversibili).
Sebbene non sia fra gli scopi del presente capitolo fornire una trattazione
esauriente dei fenomeni che si sviluppano internamente nelle celle elettrochimiche, ne verrà fornita una descrizione nel Paragrafo 4.
Al fine di consentire una migliore comprensione degli schemi di principio, pur particolarmente semplificati, degli schemi riportati in tale sezione,
si riassume qui il concetto elementare che sta dietro la realizzazione di un
accumulatore elettrochimico elementare (cella).
Uno schema di principio di un accumulatore elettrochimico, quindi
molto semplificato, è riportato in Figura 7.2.
I
elettrodo negativo
Figura 7.1:
Rappresentazione di
un accumulatore elettrochimico visto dai
morsetti esterni.
elettrodo positivo
230
pila Daniell (con separatore di
soluzioni elettrolitiche)
c)
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
231
Si osservano i seguenti elementi:
–– un elettrodo positivo, che eroga corrente (flusso di cariche positive) durante la scarica; in realtà durante la scarica, essendo nei metalli il transito di cariche per elettroni, assorbe elettroni. Durante la carica la corrente
è invece da esso assorbita.
–– un elettrodo negativo che riceve la corrente positiva dal circuito elettrico
durante la scarica (in realtà eroga a tale circuito elettroni in flusso continuo).
–– un separatore che evita il contatto meccanico fra elettrodo positivo e
negativo ma consente il passaggio degli ioni portatori di carica. In taluni casi (ad es. per la pila Daniell), il separatore ha anche la funzione
di impedire il rapido mescolamento delle soluzioni presenti ai due lati,
pur consentendo il passaggio degli ioni, cioè la continuità del circuito
elettrico.
Il flusso di cariche nel circuito elettrico è reso possibile soltanto dalla
presenza di trasformazioni chimiche che avvengono nella zona di contatto
fra gli elettrodi e una soluzione elettrolitica presente all’interno della batteria. Le trasformazioni sono diverse a seconda del tipo di cella considerata,
ma in tutti i casi il flusso di cariche si chiude in circuito chiuso, essendo al
transito di cariche elettroniche nel circuito elettrico associato un transito di
ioni nella soluzione elettrolitica. Gli ioni possono essere positivi o negativi.
Le frecce associate in Figura 7.2 alla corrente e al flusso di elettroni nel
circuito, e ai flussi di ioni nella soluzione elettrolitica, sono relativi al processo di scarica. Durante la carica tutti i flussi si invertono.
Nota terminologica
La terminologia sulle celle elettrochimiche non è uniforme. Sono pertanto necessari alcuni chiarimenti.
–– Anodo e catodo. Secondo la terminologia dell’elettrochimica, pare risalente a Faraday stesso, l’anodo è l’elettrodo dove avviene l’ossidazione,
quindi quello attraverso il quale la corrente elettrica entra nella cella; il
catodo quello dove avviene la riduzione, ovvero da cui esce la corrente
elettrica il catodo. Secondo la terminologia dell’elettrochimica, quindi
non si può fare una corrispondenza fra la parola catodo o anodo e la
polarità del corrispondente elettrodo, variando la corrispondenza fra la
carica e la scarica.
Non si può però non rilevare che nella terminologia corrente molti operatori preferiscono chiamare catodo sempre il morsetto positivo, sia durante la carica che la scarica. Di conseguenza si raccomanda il lettore,
per evitare ogni conduzione di usare sempre l’espressione “terminale positivo/negativo” invece di “catodo/anodo”.
–– Elettrolita e soluzione elettrolitica. Secondo la terminologia della chimica
l’elettrolita (o elettrolito) è una specie chimica che in soluzione si scinde
totalmente o parzialmente in ioni; la soluzione contenente l’elettrolita è
detta soluzione elettrolitica.
Non si può però non rilevare che nella terminologia corrente molti operatori preferiscono usare il termine “elettrolita” in luogo del più lungo
“soluzione elettrolitica”.
232
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
7.3.2.
MODULO, CELLA, PACCO-BATTERIA
L’entità molto modesta delle tensioni producibili con la singola cella
elettrochimica fa sì che nelle applicazioni di potenza superiore a pochi
watt, risulta indispensabile realizzare dei sistemi elettrochimici (o batterie
elettrochimiche) in cui si connettono in serie più celle per realizzare sistemi
con tensioni dell’ordine delle decine o centinaia di volt.
Spesso accade che un numero limitato di celle viene posto all’interno di
un contenitore per realizzare un componente meccanicamente omogeneo
detto modulo; la batteria (o “pacco batteria”, come viene talvolta denominata) sarà poi in generale costituita da più moduli in serie, secondo lo schema
riportato in Figura 7.3.
Figura 7.3:
Elementi costitutivi di
una batteria di accumulatori elettrochimici.
Nota terminologica
Il termine batteria, secondo [27, sez. 1.1] consiste di uno o più celle, connesse elettricamente in serie/parallelo. Quindi fa riferimento sia alla cella
che all’assieme di più celle
È per questo che nell’uso corrente è invalsa la scelta di utilizzare l’espressione “pacco batteria” (traduzione dell’anglosassone battery pack) per
indicare batterie composte da più celle, o anche da più moduli.
Nello schema è riportata
fra parentesi anche la terminologia internazionale.
Sussiste la possibilità teorica di realizzare anche la
Cella
(cell)
connessione in parallelo di
più elementi in serie, anche
se essa è raramente utilizzata per la difficoltà di ripartire
uniformemente la corrente fra
Batteria
Modulo
(battery
i vari rami e non sarà conside(module)
pack)
rata oltre.
In molti casi una batteria
di accumulatori elettrochimiInvolucro
ci è corredata di un sistema
(contenitore
di supervisione che ne legge
meccanico)
tensioni parziali di cella o di
modulo, temperature di cella
o di modulo, ed effettua delle elaborazioni per valutare
lo stato di salute o di carica.
Questo sistema viene normalmente detto Battery Monitoring System (BMS). In caso di temperature eccessivamente alte o basse, o tensioni eccessivamente alte o basse spesso
questo tipo di sistema è in grado di interrompere l’esecuzione del processo
di carica o scarica in corso e/o di inviare segnalazione del funzionamento
ad altro apparato connesso.
In alcuni casi, segnatamente per le batterie al litio (come si vedrà), il BMS
ha anche la funzione di riequilibrare la carica fra le celle in serie che si fossero progressivamente sbilanciate. Questa funzione è detta dell’equalizza-
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
233
zione della carica; in tal caso il suo nome più propriamente sta per Battery
Management System.
In altri casi ancora la batteria è dotata anche di un sistema di condizionamento termico, per riscaldare la batteria se la temperatura ambiente è
troppo bassa o raffreddarla in caso contrario. Vedremo che questo tipo di
sistema è di vitale importanza per gli accumulatori cosiddetti caldi, fra cui
la Sodio-Nickel-Cloro.
Infine si introduce il concetto di Sistema di accumulo elettrochimico (detto in ambito internazionale Rechargeable Energy Storage System RESS): in generale è il sistema basato sugli accumulatori ma dotato di tutte
le parti accessorie che si ritiene opportuno: eventuale BMS, eventuale involucro contenente i moduli, eventuale sistema di condizionamento termico.
Si è visto come sia essenziale connettere più celle in serie per ottenere
potenze ed energie accettabili per applicazioni di trazione, senza dover utilizzare correnti eccessivamente elevate e, di conseguenza, antieconomiche.
È anche possibile realizzare dei RESS realizzando combinazioni serieparallelo di piccole celle. Con questa soluzione il RESS non solo avrà una
tensione più elevata delle celle costituenti, ma anche una capacità equivalente più elevata. Pertanto sarà possibile usare celle di piccola capacità, ad
esempio per sfruttare economie di quantità.
Un caso particolarmente significativo di questo approccio si ha nel RESS
del roadster Tesla, uno dei più famosi veicoli elettrici stradali al mondo. Secondo il costruttore, infatti [30] la batteria, dotata di una tensione nominale
di 375 V, è composta da 6800 celle al litio, con il che è evidente che si è fatto
ampio uso della connessione in parallelo delle celle.
Gli accumulatori sono spesso studiati con riferimento alla carica elettrica in ingresso o in uscita; se, ad esempio si prende il verso positivo della
corrente ai morsetti quello della corrente uscente (come alla Fig. 7.1), si può
parlare della carica estratta Qe in un certo intervallo di tempo T:
Qe = ∫ i(t )dt
T
Spesso viene introdotta anche la grandezza SOC (dall’inglese State-OfCharge, o stato di carica), che è un indicatore normalizzato del livello di
carica della batteria pari a 0 a batteria completamente scarica e a 1 a batteria
completamente carica.
SOC può essere espresso immediatamente in funzione della capacità
della batteria CQ e della carica estratta secondo la relazione:
SOC= 1 -
Qe
CQ
(7.2)
Analogamente è molto importante anche la considerazione dell’energia
scambiata con il circuito elettrico; con la solita convenzione dei segni, l’energia erogata in un certo intervallo di tempo T vale:
E c = ∫ u(t )i(t )dt
T
Sperimentalmente si osserva che la carica che si riesce ad estrarre da una
batteria (quanto meno per le due tipologie considerate nel presente capito-
234
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
lo) durante la scarica è solo una frazione di quella che era stata introdotta
nella precedente carica. Si può pertanto introdurre il rendimento di carica
come il rapporto fra le due quantità di carica; se la carica avviene nel tempo
T1 e la scarica nel successivo tempo T2 si haI:

Q
Qscar

Qcar

i(t ) dt

i(t ) dt
T1
T2
Analogamente si definisce il rendimento energetico come segue:
E scar

E 
E car
 u(t)i(t) dt
T1
 u(t)i(t) dt
T1
Nel caso di scariche a corrente costante l’energia erogabile durante la
scarica può essere ovviamente calcolata moltiplicando la carica erogata per
la tensione media durante l’erogazione:
=
E scar
essendo: U m =
1
T2
(t )i(t )dt I=
∫T u=
∫T i(t )dt
2
2
(7.3)
QU m
∫T u(t )dt .
2
A sua volta la tensione media di scarica è dipendente dalla corrente di
scarica, seppur non molto fortemente; per esempio per batterie al Piombo
- acido ad alta potenza (bassa resistenza interna) si può assumere in prima
approssimazione una tensione media di scarica che va da 1,95 V per cella
per scariche della durata di un’ora a 2,0 V/cella per scariche di 10 ore.
Siccome la tensione durante la carica si mantiene mediamente superiore
a quella che si ha durante la scarica, come mostrato qualitativamente nelle
Figura 7.4 nel caso di carica e scarica a corrente costante, si ha invariabilmente: η E < ηQ .
Figura 7.4:
Andamento qualitativo delle tensioni di
batteria durante carica
e scarica a corrente
costante.
U
Carica
I
Pausa
Scarica
U
I
I
t
A numeratore si è introdotto il modulo della corrente in quanto, con il segno preso
a riferimento, durante la scarica il valore della corrente è negativo.
I
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
237
dell’immagazzinamento per lunghi periodi esse vengano caricate a fondo;
dall’altro che il tempo in cui esse rimangono disconnesse da qualsivoglia
alimentazione non sia tale da portare, in conseguenza dell’autoscarica, le
batterie a scaricarsi completamente. In pratica è opportuno che la carica
scenda al di sotto del 50 % della capacità totale.
Questo implica che prima di prolungati periodi di inutilizzo di sistemi
di accumulo essi vengano ben caricati; inoltre è opportuno che i costruttori
dei veicoli specifichino la massima inattività del veicolo compatibile con lo
stato di salute delle batterie stesse.
Questa considerazione è particolarmente significativa per applicazioni
veicolari delle batterie, in quanto è condizione non infrequente che veicoli
vengano mantenuti inattivi per lunghi periodi di tempo. In questi casi può
risultare necessario mantenerli connessi ad una presa di energia per evitare
una loro scarica a fondo, con conseguente danneggiamento irreversibile.
7.3.4.
VITA UTILE
Man mano che si prosegue nel tempo e nell’utilizzo di una batteria si assiste ad un cambiamento delle sue caratteristiche; dopo un iniziale possibile incremento della capacità, tipicamente di un 10 % (fenomeno cosiddetto
di allenamento), si ha una sua progressiva riduzione.
È prassi corrente assumere raggiunta la fine vita di un accumulatore elettrochimico quando la capacità erogabile in condizioni standard (corrente di
scarica e temperatura pari ai valori nominali) si è ridotta all’80 % del valore
nominale.
Gli accumulatori elettrochimici tendono ad invecchiare sia in funzione
del tempo trascorso dalla loro produzione (detta normalmente shelf life o
calendar life) che del numero di cicli di carica/scarica a cui vengono sottoposte (cycle life).
L’invecchiamento in funzione del tempo trascorso dalla produzione degli
accumulatori è conseguenza dell’inevitabile progressione di fenomeni chimici indipendenti dalla reazione di carica e scarica. È ad esempio noto che
per effetto di una non perfetta impermeabilità degli involucri delle batterie
alle molecole dell’acqua l’elettrolita di batterie per le quali non è possibile
reintrodurre ulteriore acqua (ad esempio le batterie al piombo ad elettrolita immobilizzato) perde progressivamente acqua, con deterioramento della
capacità globale.
L’invecchiamento in funzione del numero di cicli di carica/scarica è invece dovuto al fatto che alla fine di ognuno dei cicli la materia attiva presente ai due elettrodi non si deposita in maniera perfettamente uniforme;
la disuniformità della deposizione della materia attiva comporta una progressiva perdita di capacità; inoltre i cicli di carica/scarica possono attivare
(tipicamente in condizioni estreme di batteria molto carica o molto scarica)
reazioni parassite indesiderate e irreversibili che tendono a ridurre la capacità della batteria di portare a termine la reazione principale di carica/
scarica, per la quale è progettata.
In particolare si può dire che più profonde sono le scariche più si attivano reazioni parassite irreversibili, quindi la cycle-life varia molto in funzione della cosiddetta profondità di scarica, cioè quale percentuale della
238
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
capacità nominale viene erogata per ognuno dei cicli. Spesso la cycle-life è
espressa in cicli di carica completa/scarica all’80 % della capacità nominale.
Molte batterie hanno una shelf-life dell’ordine dei 10 anni; per quanto
riguarda la cycle-life, si hanno i valori indicativi riportati nella seguente
Tabella 7.1
Tabella 7.1:
Esempio di vita utile in
cicli per accumulatori
elettrochimici.
Batteria
tipico cycle life (80 %)
Piombo
300-500**
Litio*
500-2000
3000
Litio***
* informazione tratta dall’articolo [29], pubblicato nel 2011.
** Ad es.: il costruttore [18] dichiara per la batteria “Professional deep Cycle
AGM” 800 cicli al 50 % di profondità di scarica.
*** da [16].
Occorre rilevare il numero di cicli che una batteria può sopportare prima del raggiungimento della condizione di fine vita utile (riduzione della
capacità del 20 % rispetto al valore nominale), dipende fortemente dalla
profondità di scarica.
Ad esempio il costruttore [16] dichiara un numero di cicli con scarica
fino all’80 % della capacità nominale pari a 3000, mentre i cicli divengono
5000 per scariche fino al 70 %.
7.3.5.
VALORI NOMINALI
Le batterie sono componenti che devono essere inseriti adeguatamente
nel contesto di un sistema elettrico complesso. Come per gli altri componenti, quindi, è importante interpretare i dati nominali della batteria stessa,
che in qualche modo ne costituiscono i “dati di targa”.
I dati nominali prendono a riferimento una scarica della batteria in condizioni controllate, quindi con valori costanti della corrente e della temperatura dell’ambiente in cui è posizionata la batteria.
Figura 7.7:
Prova di scarica a corrente costante e tensione di fine scarica.
I
+
U
-
U(t)
Se
I(t)=In e = n
allora
IxT=C n
Ufs
I(t)
T
t
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
239
Quando la batteria, inizialmente completamente carica e posta in ambiente alla temperatura nominale (θn), è scaricata con una corrente perfettamente costante pari alla corrente nominale (In), essa erogherà una carica
pari alla sua capacità nominale (Cn; cfr. Fig. 7.7).
Altri parametri nominali sono la tensione di fine scarica nominale (Ufs in
Fig. 7.7) e il tempo di scarica nominale Tn = Cn/In. Il valore più diffuso per
il tempo di scarica nominale è 10 ore (Cn = C10).
Essendo capacità nominale, corrente nominale e tempo di scarica nominale legate dalla relazione Tn = Cn/In, è sufficiente specificare due di queste
grandezze per ottenere la terza. La prassi corrente è di specificare Cn e Tn.
Per quanto riguarda la tensione nominale di una batteria di accumulatori, essa viene assunta pari alla tensione nominale di cella, prefissata per
ogni tipologia di batteria, per il numero di celle poste in serie.
La tensione nominale di cella per gli accumulatori al Piombo-acido e
Nickel-Idruri metallici è, ad esempio rispettivamente, di 2,0 e 1,2 V.
In taluni casi può essere anche fornita l’energia nominale dell’accumulatore, non desumibile dalla capacità nominale, se non si è in possesso del
profilo di tensione durante la scarica. Come già osservato in precedenza (Eq.
7.3), l’energia erogabile per scariche a corrente costante è pari alla carica
erogata per la tensione media di scarica, e quindi:
E n = QnU m
7.3.6.
(7.4)
PARAMETRI SPECIFICI
Oltre alle grandezze nominali ricordate nel paragrafo precedente, sono
spesso di interesse parametri specifici, ad esempio:
–– energia massica (designata come specific energy in ambito internazionale), ad esempio in Wh/kg;
–– energia volumica (designata come energy density in ambito internazionale), ad esempio in Wh/L;
–– potenza massica (designata come specific power in ambito internazionale), ad esempio in W/kg;
–– potenza volumica (designata come power density in ambito internazionale), ad esempio in W/L.
Questi parametri sono di particolare interesse per applicazioni veicolari,
nelle quali l’occupazione di volume, e la massa trasportata hanno un grandissimo impatto sulle prestazioni del veicolo: il volume riduce il volume
disponibile, la massa riduce la capacità di carico e incrementa i consumi
energetici per il moto.
7.3.7.
TECNICHE DI CARICA
Le tecniche di ricarica suggerite dai vari costruttori di accumulatori elettrochimici sono molto varie.
Prima di descrivere le caratteristiche peculiari delle più importanti, si
premette una definizione.
Tensione di tampone: è il valore di tensione che può essere permanentemente applicato alla batteria, senza danneggiamento della stessa; nel seguito
esso verrà indicato con il simbolo Ufloat.
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
241
Di conseguenza le caratteristiche esterne della batteria, secondo questo modello, hanno l’aspetto riportato nella Figura 7.9 b.
È da notare che il modello qui proposto è molto semplificato e non può
essere utilizzato per simulazioni del comportamento della batteria che richiedano precisioni sui risultati relativamente elevate (pochi percento di
scarto fra valori predetti e stimati).
Figura 7.9:
Modello semplificato di
una batteria di accumulatori elettrochimici.
R(SOC)
E(SOC)
I
U
E(SOC)
+
U
SOC
R(SOC)
-
a)
0
SOC
1
b)
I
Per analisi quantitative è indispensabile ricorrere a più complessi modelli dinamici. L’argomento è discusso nel seguente Paragrafo 5.
Se si connette la batteria ad un alimentatore che abbia la caratteristica
statica mostrata nella parte sinistra della Figura 7.9, il quale può essere immaginato come alimentatore a tensione costante limitato in corrente ovvero
a corrente costante limitato in tensione, il sistema alimentatore - batteria andrà ad operare su dei punti di lavoro che possono essere individuati dall’intersezione della caratteristica esterna dei due dispositivi.
Le due caratteristiche esterne andranno ovviamente valutate con gli stessi riferimenti di tensione e corrente. Se ad esempio si assumono come riferimenti quelli indicati in Figura 7.10 (corrente entrante dl morsetto positivo
di batteria) le caratteristiche di batteria andranno riscritte rispetto ad essi,
diversi da quelli già utilizzati in Figura 7.9, disegnata pensando ad una batteria operante in scarica.
Figura 7.10:
Accoppiamento alimentatore e batteria di
accumulatori.
I
U
U*
U
I
I*
I
Alimentatore
+
U
Batteria
Prendendo ad esempio il grafico rappresentato nella Figura 7.11, si ha
che il punto di lavoro si sposta inizialmente sul tratto a corrente costante
della caratteristica (punto 1), raggiunge il confine con il tratto a tensione
costante (punto 2), e poi si sposta verso le correnti decrescenti. Se si riporta
questo comportamento in funzione del tempo, si ritrova proprio un andamento del tipo di quello desiderato per una carica di tipo I-U, già presentato
nella Figura 7.11. L’istante t* in quest’ultima figura corrisponde al punto 2
242
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 7.11:
Spostamento del punto
di lavoro durante la
carica I-U.
in Figura 7.11. È da notare che nel comportamento osservato l’aumento della forza elettromotrice durante la carica ha prevalenza sulla riduzione della
resistenza interna.
Per quanto riguarda la scelta dei valori
I* e U*, valgono le seguenti considerazioU
ni:
3
2
1
–– I* non deve superare il massimo valore accettabile per la batteria in carica. I costruttori solitamente esprimono tale massimo come una frazione delle capacità
I
nominale della batteria; ad es. un valore
tipico è I*max = 0,25 C10, intendendosi la
corrente espressa in A e la capacità in Ah.
–– U* deve essere tale da evitare eccessivi assorbimenti di corrente a fine
carica, i quali potrebbero causare come già osservato reazioni parassite
con conseguente potenziale danneggiamento.
Due scelte di U* sono particolarmente usate e significative:
–– usare U* = Ufloat. In tal modo la batteria alla fine della carica potrà rimanere sotto tensione indefinitamente nel tempo, prevenendo quindi
anche fenomeni di autoscarica (v. oltre “carica in tampone”).
–– usare un valore U* > Ufloat. Ad esempio per le batterie al piombo a ricombinazione tale valore potrebbe essere portato a 2,4 V/cella. Evidentemente in tal caso al raggiungimento della fine carica (individuata dal
fatto che la corrente di carica è scesa al di sotto di una soglia prefissata)
occorrerà disconnettere l’alimentatore, oppure commutare la tensione di
alimentazione al valore Ufloat.
7.3.8.
CARICA IN TAMPONE
La cosiddetta carica tampone si ottiene mantenendo la batteria costantemente connessa alla tensione di tampone Ufloat. In tal modo se la batteria è
già carica, essa manterrà la carica indefinitamente nel tempo. Infatti l’autoscarica tende ad abbassare la forza elettromotrice della batteria, ma questo
causa un contestuale incremento della corrente assorbita dalla batteria stessa, che la ricarica.
La carica in tampone è molto utilizzata per tutte quelle applicazioni in
cui la batteria deve rimanere carica e pronta per l’uso per lungo tempo, ad
es.: negli UPS.
7.3.9.
DOCUMENTAZIONE FORNITA DAI COSTRUTTORI
Da quanto sopra riportato risulta evidente che una batteria è caratterizzato da un grande numero di parametri: la sola indicazione della capacità
nominale è insufficiente per la progettazione di un sistema di accumulo che
non sia enormemente sovradimensionato.
I costruttori di celle elettrochimiche, direttamente sui siti internet o a
richiesta, forniscono normalmente, oltre ai parametri nominali (capacità
nominali, dimensioni, pesi) le seguenti informazioni:
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
243
–– informazioni sulla carica erogabile a corrente costante in funzione della
corrente di scarica e della temperatura ambiente. Spesso sono forniti i
profili della tensione ai morsetti durante la scarica a corrente costante
per varie correnti e temperature.
–– (in alcuni casi) informazioni sulla carica erogabile per scarica a potenza
costante.
–– vita utile per cicli di carica/scarica a corrente costante in funzione delle
profondità di scarica (ad es. per scariche al 100 %, 80 %, 70 %).
–– massima vita utile di calendario (shelf life o calendar life).
–– informazioni sull’autoscarica. Ad esempio in unità percentuali al mese.
Curve di scarica in funzione di corrente di temperatura, ed autoscarica,
sono ad esempio disponibile per un costruttore di celle litio LFP al sito [0].
7.4.
PRINCIPALI TIPOLOGIE DI ACCUMULATORI ELETTROCHIMICI
Moltissime sono le tipologie di accumulatori elettrochimici che sono
state studiate nel corso degli anni, e molte sono anche quelle che hanno
dato vita a prodotti commercializzati. Ad esempio una lista non esaustiva di
tipologie di accumulatori che hanno avuto una buona diffusione commerciale è la seguente:
–– accumulatori al piombo. Hanno avuto e hanno larghissima diffusione.
Sono presenti in quasi tutti gli autoveicoli per avviamento ed alimentazione degli ausiliari elettrici;
–– accumulatori al Nickel Cadmio (Ni-Cd). Sono stati a lungo utilizzati come
sostituti per le batterie al piombo in tutti i casi in cui servivano una maggiore energia e potenza massiche (cfr. Par. 3.6). Sono stati ormai quasi
completamente abbandonati prevalentemente per la tossicità del cadmio
contenuto, e perché essi sono molto simili agli accumulatori NiMH, che
non hanno questo particolare problema ambientale e li hanno quindi
sostituiti;
–– accumulatori nickel-idruri metallici (NiMH). Questo tipo di accumulatori
può essere immaginato come una variante degli accumulatori al nickelcadmio, rispetto ai quali hanno valori simili di energia massica e volumica. hanno però vantaggio di non contenere all’interno materiali tossiconocivi;
–– accumulatori al litio. Rispetto a tutte le altre tipologie qui descritte sono
caratterizzate dalla più alta energia massica, ma anche dal più alto costo.
Pertanto essi sono molto utilizzati dove si dà un grande valore a bassi
pesi e il corrispondente alto costo per unità di energia ha importanza
modesta. Vedremo nel seguito che in realtà sul litio sono basati molti
accumulatori anche molto diversi fra loro, e quindi quando si parla di
accumulatori al litio occorre specificarne la famiglia;
–– accumulatori Sodio-nickel cloro. Sono accumulatori caratterizzati dalla
necessità di essere portati internamente ad una temperatura particolarmente elevata (intorno ai 300 °C) per funzionare correttamente. Hanno
avuto in passato applicazioni sia veicolari che stazionarie, e sono tutt’ora
in commercio.
244
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Nei seguenti paragrafi vengono riportate informazione di un qualche
dettaglio di tutti gli accumulatori qui sinteticamente rammentati, ad eccezione di quelli al Nickel-cadmio che, come si è detto sono stati quasi completamente abbandonati nelle nuove installazioni.
7.4.1.
ACCUMULATORI AL PIOMBO (ACIDO)
Le batterie di accumulatori al piombo costituiscono la categoria di accumulatori ampiamente più diffusa per applicazioni che richiedono grosse
quantità di energia, e sono utilizzate ad esempio nei gruppi di continuità,
nelle centrali telefoniche che devono garantire la piena funzionalità del sistema telefonico anche in assenza di alimentazione da parte della rete in
corrente alternata, nei sistemi di alimentazione di sicurezza delle centrali
elettriche, come fonte di alimentazione ausiliaria in tutti i veicoli stradali.
Essendo la soluzione elettrolitica acida, ed essendo gli accumulatori al
piombo gli unici utilizzati industrialmente a soluzione acida, essi vengono
spesso denominati anche accumulatori al piombo-acido.
Esse sono disponibili a partire da capacità molto piccole (pochi Ah) fino
a capacità di alcune migliaia di Ah, nel qual caso i moduli sono costituiti da
celle singole.
In particolare esse trovano ampia applicazione a bordo dei sommergibili
nei quali, evidentemente, sono richieste grandissime quantità di energia e
quindi moduli da moltissimi Ah.
7.4.1.1.
Principio di funzionamento
Questo accumulatore si caratterizza per la seguente struttura, valida in
condizione di accumulatore completamente carico:
–– elettrodo positivo costituito da diossido di piombo (PbO2);
–– elettrodo negativo costituito da piombo spugnoso (Pb);
–– soluzione elettrolitica costituita da soluzione acquosa di acido solforico
(H2SO4).
In un accumulatore la soluzione elettrolitica ha lo scopo di consentire il
transito di cariche elettriche dall’anodo al catodo o viceversa, le quali cariche sono sostituite da ioni.
Con il termine elettrolita in chimica si identifica il soluto di una tale
soluzione. Nel linguaggio corrente dei libri applicativi sulle pile e sugli accumulatori, e nelle normative tecniche ad essi relative, il termine elettrolita
(o elettrolito) viene utilizzato per designare l’intera soluzione elettrolitica.
Esistono alcuni tipi di accumulatori elettrochimici in cui in luogo della
soluzione elettrolitica è presente una membrana polimerica che possiede
una elevata permeabilità ionica e consente quindi il transito di ioni. In questo caso si usa comunemente ancora, in analogia con gli accumulatori più
diffusi, il termine elettrolita (più precisamente elettrolita polimerico) per
designare tale membrana.
Anche nel presente capitolo, qualora non sussista possibilità di confusione, si utilizzerà talvolta il termine elettrolita per indicare l’intera soluzione elettrolitica.
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
245
Nella soluzione elettrolitica l’acido solforico, che è una molecola elettricamente neutra, si dissocia in ione solforico SO4- - e due ioni idrogeno H +.
I processi di carica e scarica sono sintetizzati dalla seguente equazione.
Batteria carica
Batteria scarica
PbO2 + Pb + 2H2SO4 ↔ PbSO4 + PbSO4 + 2H2O
Elettr.
positivo
Elettr.
negativo
Acido
Solforico
Elettr.
positivo
Elettr.
negativo
Elettrolita
diluito
Sulla base di essa il funzionamento può essere spiegato con riferimento alla Fig. 7.12, che è realizzata con riferimento al processo di scarica (le
frecce verdi in basso ovviamente non stanno ad indicare emissione di materia, ma in cosa le varie parti dell’accumulatore si trasformano durante la
scarica).
Figura 7.12:
Funzionamento di principio della batteria al
Piombo (processo di
scarica).
Si pensi di partire da batteria completamente carica. Se si chiude il circuito esterno, fluisce corrente dentro e fuori l’accumulatore. Internamente,
in particolare, alcuni SO4- - si muoveranno verso l’elettrodo negativo, altri
verso l’elettrodo positivo.
Di conseguenza:
–– all’elettrodo negativo al sopraggiungere degli ioni il Pb metallico cede
due elettroni, e diventa lo ione Pb++ che si combina con lo ione solfato
(SO4- -) formando solfato di piombo, ovvero PbSO4 . I due elettroni percorrono il circuito esterno alla cella nel verso opposto al verso convenzionale della corrente.
–– all’elettrodo positivo il piombo cede O2, rimanendo con un eccesso di
quattro cariche positive (Pb4+ (IV)), riceve due elettroni dal circuito eletIV
Il piombo possiede i due stati di ossidazione Pb2+ e Pb4+.
246
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
trico e diviene Pb++. Quest’ultimo si combina a sua volta con lo ione
solfato, ritornando neutro. L’ossigeno rilasciato si combina con gli ioni
idrogeno liberi nell’acqua (derivanti dalla dissociazione dell’acido solforico) e forma acqua.
È interessante notare come nella batteria al piombo, a differenza di altre
tipologie, la soluzione elettrolitica non ha solo il compito di consentire il
transito di ioni, ma partecipa attivamente alla reazione, e infatti compare
nella formula chimica sopra riportata. In particolare si osserva che a batteria
completamente carica la soluzione elettrolitica è ricca di acido solforico,
il quale scompare durante la scarica, rendendo la soluzione più diluita e
quindi più densa. Questo consente di misurare con una discreta precisione
lo stato di carica delle batterie al piombo del tipo a soluzione elettrolitica
liquida semplicemente misurandone la densità.
A seconda del costruttore e dell’utilizzo della batteria, la sua densità
quando è completamente carica, alla temperatura di 27 °C varia da 1,20 a
1,33. Le densità più basse di norma consentono prestazioni inferiori, ma
una maggiore durata, soprattutto nei climi tropicali.
La densità della soluzione elettrolitica di una batteria pienamente carica
diminuisce leggermente al crescere della temperatura; tale variazione non
può essere trascurata se si usa una lettura della densità per stimare lo stato
di carica della batteria. Ad esempio una batteria di un costruttore nazionale
con densità relativa di 1,25 a 20 °C varia da 1,264 alla temperatura di 0 °C a
1,243 alla temperatura di 30 °C.
La batteria di un sommergibile classe Sauro ha soluzione elettrolitica
con densità relativa di 1,28 alla temperatura di 20 °C; in condizioni di batteria scarica essa arriva intorno a 1,16 (dati ricavati da batterie analoghe, non
da documentazione ufficiale del sommergibile).
È quasi superfluo rilevare che nel processo di carica (almeno dal punto
di vista di principio) le reazioni che si sviluppano sono le opposte di quelle del processo di scarica, con ioni SO4 che abbandonano gli elettrodi per
ricombinarsi alla soluzione che nuovamente si raddensa arricchendosi progressivamente di molecole di H2SO4.
7.4.1.2.
Tipologie e caratteristiche
Le batterie al piombo vengono attualmente costruite secondo due tipologie costruttive:
–– a soluzione elettrolitica liquidaV.
–– a ricombinazione.
Le batterie primo tipo hanno caratteristiche di grande robustezza ed affidabilità, ma richiedono una manutenzione particolarmente onerosa.
Infatti nel normale funzionamento di questo tipo di batterie risulta inevitabile un certo prosciugamento della soluzione elettrolitica, prevalentemente per la dissociazione elettrolitica dell’acqua in esso contenuta in
prossimità della fine del processo di carica, e quindi risulta necessario periodicamente introdurre nuova acqua distillata per ripristinarne la composizione ottimale. Questa operazione è detta di rabboccamento. Anche in
V
O, più compattamente, ad elettrolita liquido.
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
247
taluni casi sono stati realizzati sistemi di rabboccamento automatico, molto
spesso questa operazione viene effettuata manualmente.
Sono normalmente utilizzate a bordo di sommergibili.
Le batterie a ricombinazione, dette anche VRLA (Valve-Regulated Lead
Acid) sono costituite da moduli realizzati in contenitore stagno, cioè non
dotato di aperture per l’aggiunta dell’acqua alla soluzione elettrolitica.
In queste batterie l’elettrolita (cioè la soluzione elettrolitica) non è in
forma liquida ma è gelificato o adsorbito su microfibre di vetro.
Questo ed altri accorgimenti consentono che durante la carica venga attivata una particolare reazione chimica, detta di ricombinazione, che consente all’idrogeno e ossigeno che si sviluppano per dissociazione elettrochimica di ricombinarsi a ricostituire acqua. In tal modo non si ha disseccamento
della soluzione elettrolitica e non è mai necessario procedere al rabboccamento (che peraltro non è consentito per via della costruzione stagna).
È comunque presente una valvola di sicurezza che si apre per fare fuoriuscire il gas che si dovesse produrre a seguito di una ricombinazione insufficiente, per evitare eccessive pressioni all’interno del modulo, e il conseguente rischio di esplosione.
Il meccanismo della ricombinazione ha però anche effetti sfavorevoli.
Infatti capita di norma che durante la carica di una lunga serie di celle
alcune di esse vengano a caricarsi prima di altre.
Essendo necessario riempire in maniera sufficiente tutte le celle, il processo di carica quindi continua anche in condizioni in cui alcune celle sono
già completamente cariche.
Può allora capitare che la corrente di ricarica superi la capacità di ricombinazione delle celle che si sono caricate per prime, e di conseguenza che
idrogeno e ossigeno si accumulino all’interno dei moduli contenenti queste
celle; di conseguenza può accadere che si superi la pressione di taratura
della valvola di sicurezza, che si apre.
L’apertura della valvola di sfiato causa l’emissione di ossigeno ed idrogeno, che quindi vengono sottratti alla soluzione elettrolitica che in tal modo
vede ridursi la quantità di acqua rispetto a quella ottimale inizialmente presente, e quindi causa una riduzione delle prestazioni del modulo interessato.
In definitiva si può dire che le batterie a ricombinazione se da una parte
hanno il vantaggio di non richiedere il rabbocco, dall’altro hanno il difetto
che, in caso di apertura della valvola di sfiato, interviene una disidratazione
parziale e irreversibile della soluzione elettrolitica.
Per le conseguenze sfavorevoli di disomogeneità nel processo di carica in
caso di apertura della valvola di sicurezza le batterie a ricombinazione sono
considerate meno affidabili di quelle ad elettrolita liquido, e quindi meno
adatte a missioni critiche.
Le batterie al piombo acido sono state usate a bordo di veicoli soprattutto
negli anni ’80 e ’90, in quanto in quel periodo costituivano una soluzione
particolarmente economica ed affidabile.
In realtà la loro applicazione veicolare presentava grosse problematicità
connesse con la bassa energia e potenza specifica di questo tipo di batterie,
che rendeva i veicoli elettrici realizzati in quegli anni pesanti e dotati di
scarsa autonomia.
248
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Oggi, gli accumulatori al piombo sono usati a bordo di veicoli essenzialmente per l’alimentazione del sistema ausiliario di bordo. La quasi totalità
di autoveicoli a propulsione basata con motore a combustione interna adotta come sistema di accumulo a supporto del proprio sistema elettrico una
batteria al piombo acido, dotata di notevole economicità, e maturità tecnologica. Peraltro soluzioni che fanno uso di batterie al litio incominciano ad
essere proposte anche per questo tipo di applicazioni [29].
L’utilizzo delle batterie al piombo per alimentare l’azionamento di propulsione dei veicoli a propulsione elettrica, frequente in passato, è ormai
quasi del tutto abbandonato in favore di sistemi di accumulo dotati di maggiore energia massica, prevalentemente del tipo al litio.
7.4.2.
ACCUMULATORI AL NICKEL - IDRURI METALLICI
7.4.2.1.
Generalità
Una famiglia particolarmente importante di accumulatori è costituita dai
cosiddetti accumulatori alcalini, nei quali, per l’appunto, l’elettrolita è una
soluzione alcalina.
Molto importante per ragioni storiche fra gli accumulatori alcalini sono
gli accumulatori al Nickel Cadmio (Ni-Cd), i quali sono stati molto utilizzati
nel recente passato sia nell’elettronica di consumo che a bordo di veicoli a
propulsione elettrica, per le loro caratteristiche di elevata energia e potenza
specifica, robustezza, vita.
Esse tendono però oggi ad essere progressivamente abbandonate, in conseguenza dei timori connessi con la possibile dispersione nell’ambiente del
Cadmio, materiale tossico e del fatto che esse possono essere adeguatamente sostituite dalle batterie Nickel-idruri metallici (Ni-MH), ad esse simili per
costruzione e caratteristiche di utilizzo, ma prive del Cadmio. Esso sono
però un poco più costose in conseguenza della maggiore quantità di Nickel
che contengono.
In conseguenza nel resto del presente paragrafo si tratterà della sola batteria Ni-MH.
7.4.2.2.
Principio di funzionamento
Gli accumulatori Nichel - idruro metallico hanno il medesimo elettrodo
positivo delle batterie Nichel - Cadmio, ma diverso elettrodo negativo.
Esse sono quindi composte da:
–– elettrodo positivo costituito da ossi-idrossido di nichel (NiOOH o
NiO(OH)).
–– elettrodo negativo costituito un metallo nel quale viene incorporato
dell’idrogeno a formare una lega MHx, dove con M si indica un generico
metallo.
–– elettrolita costituito da soluzione alcalina, normalmente soluzione acquosa di idrossido di Potassio (KOH).
Anche per queste batterie è possibile descrivere il principio di funzionamento aiutandosi con uno schema di principio (Fig. 7.13).
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
Figura 7.13:
Funzionamento di principio della batteria agli
idruri metallici.
i
Due idrossidi di Nickel:
R (scarica)
o E-R (carica)
+
NiOOH
OH-
O2-
-
Ni2-
Ni3-
e
e
249
OH-
OHMHx
O2
H
H
NiOOH
Ni(OH)2
Ossidrossido di
Nickel
Idrossido
di Nickel
MHx-1
Ni(OH)2
La reazione che si realizza all’elettrodo positivo, la stessa delle batterie
nichel-cadmio è la seguente (NiOOH o NiO(OH) è detto ossi-idrossido di
nickel):
Batteria carica
Elettrodo positivo:
NiOOH + H2O +
Batteria scarica
e-
↔ Ni(OH)2 + OH-
All’elettrodo negativo la reazione è la seguente:
Batteria carica
Elettrodo negaitivo:
MHx +
OH-
Batteria scarica
↔ MHx-1 + H2O + e-
Pertanto durante la scarica l’elettrodo positivo consuma una molecola di
acqua (prelevandola dall’elettrolita) ed un elettrone (prelevandolo dal circuito esterno), i quali vengono ceduti dall’elettrodo negativo.
Questo accade attraverso il trasferimento dello ione ossidrile OH- dall’elettrodo positivo all’elettrodo negativo dove reagisce, prelevando un atomo
di idrogeno dalla materia attiva del polo formando una molecola di acqua.
Come per la batteria al nichel - Cadmio, e diversamente dalla batteria al
piombo acido, l’elettrolita non entra nella reazione della batteria, e dunque
non cambia la sua composizione durante i processi di carica/scarica.
Le reazioni di carica e scarica possono essere ovviamente rappresentate
anche simultaneamente, ottenendo la:
Batteria carica
Batteria scarica
MHx + NiOOH ↔ MHx-1 + Ni(OH)2
La batteria NiMH ha una tensione a vuoto, a piena carica, di circa 1,4V.
Vari tipi di metallo sono utilizzati in sostituzione del generico M riportato nelle precedenti formule. Spesso si hanno formule complesse, talvolta
anche brevettate.
La maggior parte dei metalli usati ha la forma: AB5 nella quale A è solitamente una terra rara (ad es.: il Lantanio), e B è costituito da Nichel o una
lega di Nichel.
Pertanto, a differenza della batteria Ni-Cd, la batteria Ni-MH contiene
Nickel, materiale particolarmente costoso, anche all’elettrodo negativo, e
questo è la principale causa del loro maggior costo.
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
251
inizio di progressiva decadenza della tecnologia NiMH, in favore delle tecnologie di accumulo elettrochimico al litio.
7.4.3.
ACCUMULATORI AL LITIO
7.4.3.1.
Generalità
La possibilità di utilizzare il Litio in celle elettrochimiche (inizialmente
non reversibili) risale agli anni ’70.
La ragione principale per l’interesse verso questo elemento risiede nel
fatto che, per via della sua estrema leggerezza (massa atomica pari a 6,94)
comporta una carica teorica massima che può essere messa in gioco dalla
sua ionizzazione (Li - > Li+) di 3,86 Ah/g, ampiamente superiore a quella
di molti altri componenti.
Inoltre questo materiale presenta caratteristiche fisiche (punto di fusione, proprietà meccaniche, ecc.) che ne rendono abbastanza agevole l’utilizzo in celle elettrochimiche.
A partire dagli anni ’90, batterie al litio hanno cominciato ad apparire sul
mercato inizialmente come piccole batterie ricaricabili con elevate energie
specifiche, da utilizzarsi in piccoli dispositivi elettrici di consumo quali
telefoni cellulari laptop computer, ecc.
Negli ultimi anni, peraltro, sono apparse sul mercato batterie di questa
tipologia con energie e potenze per unità di cella tali da renderle utilizzabili
anche per i veicoli elettrici, e oggi esiste, come verrà ampiamente discusso
in seguito, un’ampia scelta di costruttori e modelli in grado di rispondere
alle richieste di mercato di questo settore, sebbene esso sia in rapida evoluzione, con modelli che si succedono rapidamente, e con una dinamica dei
prezzi sensibilmente in calo.
I valori di energia e potenza massica e volumica sono oggi superiori a
quelle di tutte le altre tipologie di accumulatori presenti sul mercato, e questo ne fa la soluzione di eccellenza per tutte le applicazioni nelle quali peso
e volume hanno grande rilevanza, quindi anche nei sistemi per la trazione
elettrica a guida vincolata.
Occorre inoltre osservare che il costo di queste batterie per kWh accumulato, a seconda delle tipologie considerate, da 2 a 4 volte quello del
piombo, è compensato in quasi tutte le applicazioni, anche stazionarie, dal
maggior numero di cicli che queste batterie possono sopportare prima della
fine della loro vita utile (cfr. Tab. 7.1 pag. 240).
7.4.3.2.
Principio di funzionamento
Il principio di funzionamento della batteria al Litio a temperatura ambiente può essere illustrato con riferimento alla Figura 7.15. La struttura del
polo positivo è tipicamente costituita da un ossido litiato di un particolare
metallo.
Composizioni molto diffuse del polo positivo fanno rifermento come metallo al Co, Ni, Mn, e quelle sono riportate nella Figura 7.15. Esso si basa
sulla caratteristica riscontrata di alcune sostanze di contenere atomi di Litio all’interno della struttura cristallina (Litio interstiziale). Utilizzando so-
252
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
stanze differenti per anodo e catodo si possono realizzare campi elettrici
risultanti che hanno l’andamento, dentro la cella, dal polo negativo a quello
positivo.
L’elettrodo negativo è normalmente costituito da carbone o grafite che è
in grado di ospitare litio interstiziale, in ragione, al massimo di un atomo di
litio ogni 6 di carbone o grafite.
Quando il circuito è chiuso all’esterno ad esempio su una resistenza,
atomi di Litio, che si ionizzano in Li+, attraversano l’elettrolita per andare
verso il polo negativo; contemporaneamente l’elettrone che si libera attraversa il circuito esterno. Al polo positivo elettrone e ione si ricombinano
formando nuovamente una molecola di litio interstiziale.
Se nel circuito esterno però si mette una forza controelettromotrice di valore superiore alla tensione di cella, il campo elettrico all’interno della cella
ha verso opposto di quello naturalmente presente e il processo si inverte. Si
realizza in tal modo il processo di carica.
Per questa caratteristica del Litio di muoversi dall’anodo al catodo e viceversa questa batteria viene talvolta indicata come “batteria a sedia a dondolo” (rocking-chair battery con terminologia anglosassone)VIII.
L’elettrolita è utilizzato solo come mezzo per il transito degli ioni, e non
partecipa direttamente alle reazioni. Pertanto la sua densità non varia durante i processi di carica e scarica.
Figura 7.15:
Principio di funzionamento delle batterie
agli ioni di litio.
i
R (scarica)
o E-R (carica)
+
Liy MO2
e
(M: Co, Ni, Mn)
Liy Mn2O4
Liy FePO4
ecc.
-
e
Li+
Li +
Li +
Liy+1MO2
ecc.
Li x C 6
0  x 1
Lix-1C6
Le reazioni anodica, catodica e generale della batteria al Litio pertanto,
posto:
M = matrice realizzativa del polo positivo.
N = matrice realizzativa del polo negativo.
sono, molto semplicemente:
scarica →

Polo positivo: Li+ + M+ e- ←
 MLi
carica
Come si è già osservato nel relativo paragrafo, la stessa espressione è usata anche
per le batterie NiMH, nelle quali è l’idrogeno a muoversi.
VIII
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
253
scarica →

Polo negativo: NLi ←
 Li+ + N + ecarica
E, complessivamente:
scarica →

NLi ←
 MLicarica
cioè il litio passa dall’essere incapsulato nella matrice M alla matrice N e
viceversa.
A titolo di esempio concreto, per la batteria con catodo a base di cobalto
si ha:
scarica →

 LiCoO2
Polo positivo: Li++CoO2+ e- ←
carica
scarica → ++

Polo negativo: LiC6 ←
6C + e Li
carica
Le batterie al litio, presentando alte densità volumiche e massiche di
energia, presentano importanti problemi potenziali di sicurezza.
In particolare esse non sopportano cariche di durata eccessiva (oltre il
raggiungimento della condizione di piena carica), pena la possibilità di
emissione di gas roventi, o addirittura esplosione.
La temperatura deve essere tenuta sotto controllo in quanto il processo
di carica diviene sempre più problematico al crescere della temperatura, e
anzi va evitata oltre i 60 °C.
Pertanto le batterie al litio devono essere dotate di dispositivi di supervisione e controllo che compiano le seguenti funzioni:
–– mantengano la tensione delle varie celle in serie durante la carica, soprattutto a fine carica (cell balancing).
–– tengano sotto controllo la temperatura attraverso misura della temperatura dell’involucro (overtemperature protection).
–– evitino carica e scarica troppo profonde (overcharge and overdischarge
protection).
7.4.3.3.
Tipologie di batterie al Litio
Le batterie al litio sono molto interessanti, studiate, e ne esistono molti
tipi studiati nei laboratori e presenti sul mercato.
Oggi quelle sul mercato appartengono sostanzialmente alle seguenti cinque famiglie:
1. Batterie “NCA” (Nickel-Cobalto-Alluminio). Hanno il catodo formato di
Li(Ni0.85Co0.1Al0.05)O2. Queste hanno consentito una riduzione dei
costi per via della riduzione delle quantità di Cobalto.
2. Batterie “NMC” (Nickel- Manganese-Cobalto). Hanno il catodo formato
di Li(Ni1/3Co1/3Mn1/3)O2. Anche questa composizione consente migliori prestazioni e costi ridotti rispetto ad un a matrice M monolitica di
soli Ni Co o Mn.
3. Batterie “LMO” (Lithium-Manganese Oxide). Hanno catodo formato da
ossido litiato di manganese LiMn2O4, e anodo di grafite con litio inter-
254
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
stiziale. Sono caratterizzate da buona potenza ed energia specifica, ma
costo elevato per via dei metalli preziosi che ne costituiscono il catodo.
4. Batterie “LFP” (Litio-Ferro-Fosforo). Sono caratterizzate da un catodo a
base di LiFePO4. Rispetto alle precedenti tipologie presentano una maggiore robustezza di utilizzo in quanto più stabili alle altre temperature.
Sono caratterizzate da una tensione tipicamente più bassa delle batterie
dei precedenti tipi (finestra di tensione 1,5-2,8 V contro 2,7-4,2 V), e corrispondentemente da energia e potenza massica ridotta di circa il 25 %;
ciononostante il più basso costo e la più elevata sicurezza le rende attualmente tra le più attraenti per l’impiego veicolare. Un particolare sottoinsieme delle LFP è costituito dalle cosiddette batterie LFP nanostrutturate. Si tratta di una tipologia commercializzata dal costruttore A123,
caratterizzata da altissima potenza specifica sia in erogazione che in assorbimento: si arriva a valori dell’ordine di 2 kW/kg, che le rende quasi
uniche, e in diretta competizione con un altro tipo di sistema di accumulo dell’energia elettrica caratterizzato da modesta energia massica e alta
potenza massica: i cosiddetti supercondensatori (o ultracondensatori).
5. Batterie al titanato di litio (LTO). Per tutti i tipi sopra riportati (da 1 a 4)
l’anodo, o, per meglio dire il polo negativo, è sempre costituito da una
matrice di carbonio in forma di grafite. Le batterie LTO, invece, contengono all’anodo il titanato di litio (Li4Ti5O12) che, oltre ad eccellenti doti di
sicurezza, hanno la capacità di accettare correnti di carica e scarica molto
superiori a quelle di altre tipologie (correnti di breve durata anche 30
volte il valore relativo alla scarica in un’ora nominale contro 2-8 volte).
Queste batterie sono in diretta competizione con le batterie LFP nanostrutturate sopra rammentate, e quindi anche con i supercondensatori.
L’elettrolita delle batterie al litio può essere liquido oppure polimerico.
Si può infatti mostrare come sia possibile una certa conduzione ionica
attraverso sottili lamine di sostanze solide. In particolare, utilizzando lamine dello spessore di 10-100 µm, di materiali aventi conducibilità specifica dell’ordine di 0,01-0,1 S/m (il che è tecnicamente possibile con molti
materiali), si realizzano con l’applicazione di tensioni di 10 mV transiti di
correnti dell’ordine di 1 mA/cm2.
Pertanto, nell’ipotesi di considerare tollerabile una caduta di tensione di
10 mV sull’elettrolita, validi elettroliti possono essere ottenuti con materiali
aventi le citate conducibilità e i citati spessori.
7.4.3.4.
Confronti
Un confronto sistematico fra le varie tipologie di celle al litio deve tenere in
conto parecchi parametri, alcuni dei quali sono stati discussi nel Paragrafo 3.
Un confronto per fini progettuali va necessariamente effettuato sulla
base delle informazioni fornite dai costruttori su specifici modelli, eventualmente integrate da specifiche prove sperimentali.
Può apparire discutibile aver fornito il suggerimento di effettuare prove
sperimentali per poter effettuare un corretto dimensionamento di applicazioni specifiche. In realtà questa indicazione è stata fornita scientemente.
Le prestazioni delle celle elettrochimiche sono necessariamente fornite dai
costruttori in condizioni standard di prova. In particolare normalmente essi
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
255
fanno riferimento a scariche a corrente costante, con diversi valori di profondità di scarica. In taluni casi essi forniscano anche le prestazioni per
scariche a potenza costante (quindi a corrente crescente durante la scarica).
In talune applicazioni di trazione, fra qui quella che verrà poi discussa
nel Paragrafo 11, peraltro l’accumulo può essere soggetto a microcicli, durante il quali la carica fluttua di poche unità percentuali. Il ciclaggio non
avviene quindi a partire da batteria carica per una certa profondità di scarica, ma invece avviene intorno ad uno stato di carica intermedio, ma per
numeri di cicli di gran lunga superiori a quelli forniti dal costruttore per
scariche profonde a partire da batteria piena. Quanti microcicli è in grado
di sopportare una cella? Questo è un tema di grandissima importanza in
molti casi, e una risposta a questa domanda non è ottenibile quasi mai da
documentazione fornita dal costruttore. In casi come questo, quindi, una
sperimentazione di laboratorio, per quanto lunga e costosa può risultare la
soluzione migliore.
Ciononostante poter disporre informazioni di larga massima di confronto fra le cinque famiglie di batterie al litio sopra considerate, può servire da
primo orientamento.
Diagrammi di tipo “radar” di confronto fra le varie tipologie di batterie
sono disponibili in molti riferimenti bibliografici, ad esempio in [31]. Non
si ritiene opportuno riportare qui il relativo diagrammaIX, in quanto i valori
riportati non corrispondono all’esperienza di prima mano dell’autore di queste note, e riassunta nelle considerazioni riportate nella pagina precedente.
A complemento di quanto detto si possono rammentare taluni valori numerici di primo orientamento:
–– energia massica. Essa raggiunge per singole celle al litio particolarmente
performanti valori intorno ai 180-200 Wh/kg (da confrontarsi con il dato
tipico delle batterie al piombo di 30-35 Wh/kg. Questo tipo di valori sono
facilmente ricavabili dai siti dei costruttori [15 - 17]. Occorre rammentare come occorra fare differenza fra energia specifica di cella e di pacco
batteria. Il peso di involucro, connessioni, sistemi di gestione dello stato
di carica e della temperatura fa sì che l’energia specifica di un pacco sia
sensibilmente inferiore a quella della singola cella, ad esempio del 20 %.
–– potenza massica. Valori di 1000-1500 W/kg sono ottenibili con batterie
al litio “power oriented” (ad esempio NMC power oriented come documentato nell’articolo 26).
–– energia volumica. Essa raggiunge valori per singole celle al litio particolarmente performanti valori intorno ai 400 Wh/L. Ovviamente anche per
questo parametro valgono le considerazioni svolte per l’energia massica
di confronto fra valori di singola cella e di pacco.
–– potenza volumica. Valori di 2000-3000 W/kg sono ottenibili con batterie
al litio power oriented.
–– costo. I costi per cella e per pacco sono molto differenti. Ad esempio il riferimento [31] cita, rispettivamente per celle e pacchi in tecnologia NCA,
100 e 1000 $/kWh rispettivamente. Le celle LFP sono le più economiche
celle al litio, pur mantenendo prestazioni accettabili, e molto superiori a
IX
Denominato nel riferimento “Exhibit 2”.
256
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
quelle delle celle non al litio. Costi di celle intorno ai 300 €/kWh per celle
LFP sono stati osservati dallo scrivente in normali transazioni commerciali avvenute in Italia nel corso del 2013.
7.4.3.5.
Sicurezza
Gli accumulatori al Litio presentano significativi problemi di sicurezza in quanto in speciali situazione possono sviluppare fuoco o addirittura
esplodere.
Pertanto il loro esercizio richiede la presenza di un sistema di gestione
e supervisione (Battery Management System - BMS) che effettui le seguenti
funzioni:
–– controlli la temperatura in modo da evitare che essa superi valori di sicurezza, intorno ai 60°, oltre i quali la corrente (che sia di carica o scarica)
va immediatamente interrotta.
–– faccia in modo che lo stato di carica sia uniforme fra i vari elementi in
serie. Questo è ottenuto con metodi detti di equalizzazione della carica
che possono essere realizzati in vario modo, ma tutti hanno la caratteristica di caricare selettivamente gli elementi che risultano più scarichi.
–– eviti che la tensione e corrente di scarica non oltrepassino i valori massimo e minimo ammissibile rispettivamente.
La presenza del sistema di gestione e supervisione ha un impatto non
trascurabile sulla complessità e costo delle batterie al Litio, e va quindi tenuta adeguatamente in conto nei calcoli economici.
Se il BMS è di solo monitoraggio (Battery Monitoring System), esso, per
mezzo della misura di tutte le tensioni di cella, eviterà che ognuna di esse
superi i valori limite previsti dal costruttore.
Accade infatti che nel tempo la carica presente in ognuna delle celle
in serie che costituiscono normalmente una batteria diverga da un valore
comune. E questo accade nonostante la corrente che le attraversa, e quindi
anche la carica immessa ed estratta, sia la medesima.
Esiste però il fenomeno dell’autoscarica delle celle elettrochimiche: nel
tempo celle anche mantenute disconnesse da qualunque carico perdono
parte della carica per fenomeni chimici interni. L’autoscarica delle batterie
al litio è dell’ordine di poche unità percentuali al mese, ma con forti differenze individuali fra le varie celle. In conseguenza della diversità dei valori
di autoscarica la carica accumulata nel tempo si differenzia da cella a cella.
Se le celle messe in serie sono particolarmente selezionate, la disomogeinizzazione può raggiungere valori elevati (quindi da correggere) anche dopo
mesi di esercizio; in altri casi, invece, essa va corretta entro pochi giorni,
pena riduzione eccessiva della capacità utilizzabile della batteria.
Infatti, quando una batteria contiene celle in serie molto disomogenee
in termini di carica accumulata, non si riuscirà a caricare completamente
la batteria poiché la carica non può proseguire oltre al punto in cui la tensione sulla cella più carica raggiunge il massimo valore consentito (ad es.:
4,2 V, per le Li-NMC). Analogamente la scarica della batteria deve essere
interrotta quando la più scarica fra le celle in serie raggiunge la tensione
minima (ad es.: 2,8 V per talune celle Li-NMC). Il BMS si prende cura di
monitorare le tensioni di tutte le celle e far sì che i valori limiti di tensione
non siano superati.
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
257
È evidente come sia fondamentale ripristinare, alla fine, un livello di
carica omogeneo fra le celle, per riottenere la piena capacità della batteria.
Questo processo è detto di equalizzazione.
In taluni casi l’equalizzazione è eseguita durante la manutenzione periodica del veicolo, connettendo la batteria ad un sistema in grado di scaricare
(o caricare) selettivamente le varie celle, in maniera da compensare ogni
diversità.
Oggi però si tende a dotare ogni batteria al litio di un sistema on-line che
sia in grado di effettuarne l’equalizzazione senza necessità di connessione
ad apparecchiature esterne. I BMS dotati oltre che di capacità di monitoraggio (Monitoring, sempre necessario) anche di equalizzazione (quindi gestione, Management) sono detti Battery Monitoring & Management Systems, o,
talvolta BM2S.
L’equalizzazione può essere di due tipi:
–– passiva
–– attiva
L’equalizzazione passiva si ottiene predisponendo in parallelo ad ogni
cella dei resistori di piccola potenza attivabili da interruttori allo stato solido (solid-state switch). Essi sono attivati per scaricare (con correnti di piccola entità) le celle più cariche, in maniera da raggiungere il bilanciamento
della carica con le celle meno cariche.
L’equalizzazione attiva si fa cercando di evitare di dissipare energia in
eccesso, per migliorare l’efficienza globale del sistema-batteria. Essa può
essere realizzata travasando direttamente dell’energia da celle più cariche a
celle più scariche, o spostandola temporaneamente in un supercondensatore (che in tal caso fa da buffer energetico), prima di riversarla in altre celle.
Sia l’equalizzazione attiva che passiva possono essere effettuate verso
fine carica o verso fine scarica. Se ad esempio si effettua equalizzazione
passiva a fine carica, quando il BMS si rende conto che una cella sta per
raggiungere la sua massima tensione, incomincia a scaricarla, in maniera da
poter mantenere più a lungo attiva nell’intera batteria la corrente di carica, e
caricare ancora un po’ le celle che in effetti erano meno cariche.
Se si esegue l’equalizzazione a fine scarica, invece, quando una delle
celle in serie ha raggiunto la tensione minima, si attiva la resistenza di equalizzazione sulle celle ancora non completamente scariche, per scaricarle
ulteriormente.
Occorre notare che le correnti di equalizzazione sono sempre molto modeste rispetto alla corrente principale di carica/scarica della batteria. Questo
consente di mantenere bassi i costi dell’hardware di equalizzazione, sebbene restino sempre delle aggiunte di costo significative per tutte le batterie al
litio dotate di equalizzazione.
Per quanto riguarda la scelta fra attiva e passiva si può osservare che il
sistema di equalizzazione attivo è più costoso, ma consente risparmi energetici lungo la vita della batteria. Pertanto esso verrà scelto in caso di batterie che necessitano di equalizzazione molto frequente; batterie invece costituite con celle che per loro natura richiedono piccoli flussi energetici di
equalizzazione saranno invece vantaggiosamente realizzate con sistemi di
equalizzazione passiva.
258
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
In definitiva il costruttore può scegliere se realizzare le batterie con celle
economiche (quindi poco selezionate dal punto di vista dell’autoscarica) e
investire una parte del risparmio nell’adozione di un sistema di equalizzazione attiva, oppure celle di qualità e ben selezionate, da dotare di equalizzazione passiva. Avrà così modo, in funzione dei costi dell’elettronica e delle celle, di minimizzare il costo totale (primo acquisto ed esercizio durante
la vita utile) dell’intero sistema.
7.4.4.
ACCUMULATORI SODIO-NICKEL CLORO
La reazione elementare di questo tipo di batteria converte cloruro di sodio (normale sale da cucina) e nickel in cloruro di nickel e sodio durante la
fase di carica:
scarica →

(7.3)
NiCl2 + 2Na ←
 2NaCl + Ni
carica
L’elettrodo negativo è connesso a sodio liquido che si consuma durante
la scarica e si ripristina durante la carica; l’elettrodo positivo è connesso ad
una miscela di NaCl, NiCl2 e Ni, la cui composizione relativa cambia durante i processi di carica e scarica in accordo con la (7.3).
La reazione (7.3) è attiva a temperature intorno a 300 °C, e genera una
tensione di circuito aperto di 2,58 V.
Non si riportano dettagli realizzativi di questo tipo di batteria in quanto
sono particolarmente complessi.
7.5.
MODELLI MATEMATICI DI ACCUMULATORI ELETTROCHIMICI
E STIMA DEL SOC
Modelli matematici di accumulatori elettrochimici possono essere realizzati descrivendo le equazioni elettrochimiche.
Questo però ne rende scomodo l’utilizzo, soprattutto da parte degli ingegneri elettrici che devono combinare i modelli prodotti con i sistemi elettrici con cui essi si interfacciano, solitamente descritti attraverso circuiti
equivalenti.
Di conseguenza la letteratura scientifica si è orientata nella modellazione
attraverso circuiti elettrici equivalenti.
Semplici circuiti equivalenti di accumulatori elettrochimici sono stati
già introdotti nel par.0, e rappresentati ad esempio nella Figura 7.9.
Valutiamo ora la rispondenza di un modello di quel tipo ai risultati sperimentali. Riprendiamo le curve riportate qualitativamente in Figura 7.7 e
estendiamole alla considerazione di quello che accade prima di t = 0 e dopo
t = T, Figura 7.15.
Si osserva che all’istante t = 0, in corrispondenza del fronte di crescita
della corrente si ha un salto algebrico, correttamente modellabile con una
resistenza in un circuito equivalente. Anche il salto algebrico finale è correttamente modellato come una resistenza elettrica. Essendo i due salti differenti, si può attribuire alla resistenza una dipendenza dallo stato di carica,
come nella Figura 7.9. Un modello algebrico del tipo di quello raffigurato in
Figura 7.9, però, non è in grado di riprodurre il transitorio “di rilascio” della
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
iniziale caduta
algebrica
transitorio di
rilascio
U(t)
iniziale forza
elettromotrice
E(SOCi)
259
forza
elettromotrice
finale E(SOCf)
salto
algebrico
Ufs
I(t)
T
t
Figura 7.16:
Analisi qualitativa di alcuni elementi della forma della tensione di cella durante un transitorio di scarica, includendo anche le parti antecedenti e
successive al transitorio.
Figura 7.17:
Circuito base per la modellazione dell’accumulatore elettrochimico.
tensione: la tensione misurabile adi morsetti di un modello del tipo riportato in Figura 7.9 a raggiunge immediatamente il valore finale pari a E (SOC).
Naturalmente i valori dello stato di carica ad inizio e fine carica sono differenti. Se si tratta di una scarica completa a partire da batteria inizialmente
completamente carica, sarà SOCi = 1, SOCf = SOC(T) = 0.
Perseguendo il fine di migliorare
C1
la
modellazione dell’accumulatore,
im
R0
i1 + uC possiamo valutare cosa accade se si
R1
aggiunge nel circuito un blocco R-C
+
im
come rappresentato in Fig. 7.16.
Analizziamo in questo circuito
+
u
cosa accade per t = T, allorquando
E
quindi la corrente, essendo inizialmente I, si annulla istantaneamente.
Essendosi per t > T im = 0, è:
1 t
1 t
uC (t ) =
uC 0 + ∫ i1 (t)dτ =
uC 0 uC (t)dt
0
C
RC ∫0
da cui:
duC
1
= uC
dt
RC
(7.4)
La (7.4) è, evidentemente risolta da:
- t /τ
=
uC u=
con τ RC
C 0e
e, di conseguenza:
u =E uC (t ) =E uC 0e - t /τ
L’andamento di u(t), quindi, includendo anche il tratto immediatamente
prima la fine della scarica, ha l’aspetto riportato in Figura 7.18.
260
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 7.18:
Andamento del transitorio di pausa del
circuito di Figura 7.17.
Figura 7.19:
Circuito evoluto per
la modellazione di
accumulatore elettrochimico.
Figura 7.20:
Circuito elettrico equivalente di una cella
elettrochimica.
Tale andamento riproduce in maniera interessante il
transitorio di pausa riportato in Figura 7.16. Si osserva
E-uC0
E-uC0 -R0im
però che sperimentale della
tensione di rilascio non è
im
riprodotto in maniera molt
to accurata da una forma di
tipo esponenziale negativo,
anche scegliendo i valori di R e C che consentono
l’approssimazione migliore
C2
C1
possibileX.
R0
im
Si osserva infatti che se
R2
R1
i1
in
im
si sceglie un’esponenziale
+
(cioè un valore del prodot+
to RC) con andamenti che
u
E
approssimano la parte terminale del transitorio, la
parte iniziale sarà approssimata male, e viceversa.
Una migliore approssimaCn
C1
zione si ottiene sommando
R0
i0
R1
Rn
in
i1
due esponenziali negative,
im
+
di cui una con costante di
tempo veloce, l’altra con co+
Rp
u
stante di tempo lenta.
E(SOC)
Un miglioramento della
riproducibilità degli andamenti sperimentali si ottiene quindi arricchendo il circuito di Figura 7.18 con un
secondo blocco R-C, ottenendo così il circuito rappresentato in Figura 7.19.
Naturalmente, come già osservato più volte, gli elementi circuitali vanno
intesi tutti dipendenti dallo stato di carica dell’accumulatore, nonché dalla
sua temperatura interna.
Fra tutti gli elementi riportati nel circuito di Figura 7.19 di gran lunga il
più importante dal punto di vista della dipendenza dallo stato di carica è
la forza elettromotrice E. In tutte le batterie la E cresce monotonamente al
crescere della carica immagazzinata, e questo fatto, di fondamentale importanza, è usato anche dagli stimatori dello stato di carica più semplici:
misurare la tensione a riposo della batteria, e correlarla, secondo una legge
empirica precalcolata, allo stato di carica. Quest’argomento verrà sviluppato nel Paragrafo 5.4.
Introduciamo ora un modello generale della batteria, valido prevalentemente in scarica ma utilizzabile anche in carica, che riassume quanto detto
finora e lo completa.
E

secondo le tecniche illustrate nel seguito sotto il titolo “Valutazione dei parametri
dei modelli”.
X
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
261
Una rappresentazione generale di questo modello è riportata nello schema di Figura 7.20.
Si fanno le seguenti osservazioni:
–– il numero di blocchi in generale è n, che può essere zero se il circuito è
ridotto alla sola f.e.m. E avente in serie il resistore R0, uno nel caso di presenza di un unico blocco R-C, due o anche più di due. Naturalmente al
crescere dell’ordine n cresce sia la precisione che la difficoltà di trovare
i valori numerici per tutti i parametri che si introducono.
–– È presente il blocco algebrico Rp, che può essere immaginato come un
resistore di valore variabile in funzione della tensione ad esso applicata.
Questo elemento consente di modellizzare il fatto che l’efficienza coulombica è inferiore all’unità: infatti, nel circuito in cui è presente Rp, solo
l’aliquota im, che entra nella forza elettromotrice E, determina fenomeni
di accumulo di carica, mentre una parte i0-im viene bypassata da Rp e
produce una dissipazione energetica.
–– La forza elettromotrice E è posta funzione dello stato di carica della batteria SOC, essendo SOC, come già detto ricavabile da:
SOC =
1-
Qe
1
=
1CQ
CQ
t
∫0 im (t )dt
–– Sebbene, per semplicità, in Figura 7.20 sia riportata esplicitamente la dipendenza dal SOC della sola E, tale dipendenza va in generale ipotizzata
per tutti gli elementi circuitali, come già osservato.
La resistenza Rp indica gli effetti delle reazioni parassite della batteria,
cioè reazioni che si aggiungono a quella fondamentale del processo di scarica/scarica. In sostanza la corrente i0 si spezza in due rami. La componente
im (m sta per “main” cioè principale) che entra in e modellizza gli effetti
della reazione principale, e contribuisce quindi alla carica e scarica della
batteria, e la corrente ip, invece è una corrente parassita che genera fenomeni indesiderati.
Due esempi di reazioni parassite sono i seguenti:
–– la reazione di elettrolisi dell’acqua, che si innesca alla fine della carica
della batteria al piombo che determina scissione di una parte dell’acqua
della soluzione elettrolitica in ossigeno e idrogeno.
–– le reazioni che portano ad autoscarica della batteria. In effetti una batteria lasciata a riposo tende a scaricarsi più o meno lentamente, e se nel
modello non fosse presente il ramo Rp, questo fenomeno non verrebbe
modellizzato in alcun modo.
Se Rp è utilizzato per modellizzare la sola autoscarica, il ramo che la contiene può essere riportato in alternativa in parallelo a e(t), senza differenze
significative nella modellazione.
Moltissimi articoli scientifici mostrano modelli matematici delle celle
elettrochimiche riconducibili allo schema di Figura 7.20. Due fra i primi
che hanno mostrato i vantaggi di questo tipo di approccio sono stati realizzati dallo scrivente e con la collaborazione dello scrivente, e sono citati in
bibliografia [4,6].
Taluni autori, che utilizzano Rp solo per modellizzare l’autoscarica, la
denominano Rsd (i pedici da self-discharge) e tracciano il circuito. La dif-
262
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 7.21:
Rappresentazione alternativa del modello
equivalente di cella
elettrochimica.
soc
Rsd
CQ
C1
R0
It
Cn
R1
Rn
- uRC1 +
- u RCn +
u OC= f(soc)
It
ferenza consiste nel fatto che il circuito della Figura 7.21 esplicita tramite
il condensatore CQ la creazione del SOC. In sostanza integra, alle spese di
una maggiore complessità strutturale, il circuito di Figura 7.20 e l’eq. (7.0).
In questa figura, come d’uso, s’intendono positive le correnti di carica
(quindi entranti dal morsetto positivo).
È appena il caso di rammentare che la scelta dei riferimenti è arbitraria,
ma ad una certa scelta riportata del circuito corrisponde un ben preciso set
di segni nelle equazioni descrittive del circuito stesso.
In effetti si può verificare facilmente, ancora una volta trascurando per
un attimo gli effetti della resistenza Rsd, che il circuito di sinistra determina
la relazione:
1 t
soc
=
(t ) soc(0) +
it (t )dt
(7.5)
CQ ∫0
che è equivalente alla (7.0). Infatti se si parte da batteria completamente
carica essa diviene:
Q
1 t
1+
1- e
soc(t ) =
it (t )dt =
∫
0
CQ
CQ
La tensione del nodo superiore della rete di sinistra del circuito, è quindi
numericamente pari al SOC.
Qualunque rappresentazione si utilizza, occorre scegliere il numero di
blocchi Ci-Ri da inserire. tale scelta è legata al compromesso complessitàaccuratezza che si vuole realizzare. Nella maggior parte dei casi i ricercatori
si limitano a n = 1 o n = 2. In casi estremi taluni utilizzano addirittura n = 0,
con il che la dinamica del sistema è solo quella rappresentata dall’evoluzione dello stato di carica, cioè dalla parte sinistra della Figura 7.21.
7.5.1.
LIMITI DEI MODELLI FINORA DISCUSSI
Nella presente sezione sono stadi discussi modelli di accumulatori elettrochimici molto frequentemente illustrati in letteratura. La struttura di
questi modelli è stata introdotta dallo scrivente, quando ancora non molti si
interessavano della questione, nel lontano 2000 [4].
Questi modelli sono sufficientemente accurati per frequenze delle grandezze di batteria fino ad alcune centinaia di Hz. Oltre queste frequenze l’im-
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
Figura 7.22:
Modello di cella elettrochimica utilizzabile per
ampi campi di frequenza (dai mHz ai kHz).
7.5.2.
263
pedenza interna dell’accumulatore mostra un comportamento induttivo, e
da circa 1000 Hz in poi l’induttanza normalmente domina rispetto alla parte
resistiva dell’impedenza interna (cfr. dati sperimentali in [13] e [35]). Per
questa ragione qualora abbia interesse valutare il comportamento dell’accumulatore anche a frequenze sa alcune centinaia di Hz in poi, occorrerà
aggiungere al modello anche un induttore in serie.
Un ragionevole compromesso può essere quello di limitare il numero
di blocchi R-C a uno, ma aggiungere l’induttore in serie. Il modello che ne
deriva, adatto per ampi spettri di frequenze, è riportato, con la simbologia
usata nella Figura 7.20. Esempi di modelli con impedenza contenente anche
parte induttiva sono riportati nei riferimenti [13] e [35].
È utile osservare che essendo Rp responsabile sostanzialmente della corrente di autoscarica, molto inferiore alle correnti di normale funzionamento dell’accumulatore, essa può essere derivata in maniera pressoché equivalente in diversi punti del circuito. Pertanto taluni autori la derivano ai
morsetti della cella, altri più a monte, fino a trovarsi rappresentazioni in
cui l’autoscarica è derivata direttamente a valle dei morsetti della forza elettromotrice E. Un’ulteriore discussione dell’inclusione dell’induttore in serie
nel modello di cella è riportata nella sezione “Analisi spettroscopica” del
presente paragrafo.
Occorre infine notaC1
re che la modellazione
L
R
i
+
0
m
i1
accurata di accumuR1
latori
elettrochimici
im
+
è attività complessa e
oggetto tutt’ora di ricerRp
+
u
che da parte della coE
munità scientifica internazionale.
Le
reti
proposte sono in grado
di riprodurre i risultati accuratamente, soltanto considerando i vari elementi circuitali (forza elettromotrice, resistenze, capacità) come funzioni dello stato di carica e della temperatura interna della cella, che
a sua volta normalmente non è misurata ma stimata sempre sulla base
di modelli matematici. Modelli più completi dovranno quindi necessariamente tenere conto di queste dipendenze dei parametri elettrici.
Per molte applicazioni si usano modelli semplificati che rinunciano a
parte della precisione a favore della semplicità di utilizzo. In particolare il
resistore Rp ha una dipendenza complessa da temperatura, stato di carica,
nonché dalla tensione ai morsetti stessi della batteria.
VALUTAZIONE DEI PARAMETRI DEI MODELLI
Nelle pagine precedenti si sono introdotte delle architetture di modelli
per accumulatori elettrochimici sotto forma di circuiti equivalenti e se ne
sono mostrati gli andamenti che essi sono in grado di descrivere e come
sono in grado di riprodurre andamenti sperimentali.
Tutti i modelli, però, ed in particolare quelli qui discussi, sono caratterizzati dalla presenza di parametri numerici ossia da valori caratteristici di
264
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
ogni esemplare di accumulatore ma che possono variare da accumulatore
ad accumulatore. Essi sono quindi valori numerici che non variano nel tempo durante le simulazioni.
Se si usano i circuiti equivalenti sopra discussi considerando i relativi
elementi circuitali (resistori, condensatori) come costanti per un dato accumulatore, i parametri sono proprio questi elementi circuitali.
Se si usano invece delle funzioni di altre grandezze, ad esempio della
temperatura della batteria o del suo stato di carica, essi divengono funzioni,
descritte da relazioni a loro volta contenenti dei parametri.
Ad esempio buoni risultati si ottengono introducendo una dipendenza
del valore della resistenza dell’elemento circuitale denominato R0 dallo stato di carica dell’accumulatore, in modo la resistenza di R0 aumento man
mano che la batteria si scarica.
Si potrebbe allor in tal caso assumere:
R0(SOC) = R00 - R01 ⋅ SOC
In questo caso R00 e R01 sono dei parametri del modello. In particolare si
può attribuire ad R00 il significato di valore che R0 assume a batteria completamente scarica e R00 - R01 il valore da esso assunto a batteria completamente carica.
Al fine di analizzare la problematica dell’iParametri
dentificazione dei parametri di un accumulatore elettrochimico in maniera sufficieni(t)
temente rigorosa, generalizziamo i modelli
Modello
introdotti, mediante una rappresentazione
u(t)
di
a(t) Batteria
ingresso-uscita del tipo di quella riportata
nello schema qui accanto.
Secondo questo approccio la corrente e la
temperatura ambiente del modello sono considerati i suoi ingressi, mentre la carica estratta Qe(t) e la tensione sono le
uscite. Se il modello non contiene un modello termico dell’accumulatore
elettrochimico, si può semplicemente assumere θ = θa assumendo quindi
che all’interno l’accumulatore abbia la medesima temperatura dell’ambiente in cui esso è inserito; altrimenti il modello può contenere una parte in
grado di stimare la temperatura interna a partire da θa(t) e i(t), e i valori degli
elementi circuitali interni essere calcolati con riferimento alla temperatura
interna θ invece che a quella dell’ambiente.
Con un dato set di parametri, noto l’andamento i(t) e θa(t), il modello è in
grado di determinare u(t), Qe(t), θ(t). I quali presenteranno una certa diversità dai valori sperimentali.
Per comprendere come si può operare per trovare un set di parametri
del modello che consentano una buona interpolazione di un certo set di
dati sperimentali, indichiamo con p un vettore i cui elementi sono tutti i
parametri del modello.
Se um(t) indica la tensione misurata e u(t,p) la tensione ottenibile, in risposta del medesimo input del sistema reale (quindi degli stessi valori di i(t)
e θa(t)) occorre trovare un indicatore dell’errore, che sia in grado di misurare
la distanza fra il valore sperimentale e quello ottenuto dalla simulazione.
Ad esempio potrà essere:
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
1
T
err=
( x (t ), y (t ))
err (=
x (t ), y (t ))
265
t1 +T
2
∫ ( x(t ) - y (t )) dt
differenza quadratica media (7.6)
t1
1
T
t 1 +T
∫
| x (t ) - y (t )|dt differenza assoluta media
(7.7)
t1
A quel punto si potrà valutare
erru ( um (t ),u(t, p))
(7.8)
La (7.8) è una funzione nelle variabili p1, p2, … che può essere minimizzata con un algoritmo di minimo vincolato di funzioni a più variabili.
L’ottimo dev’essere ovviamente vincolato in quanto sussistono molti vincoli
sui valori dei parametri. Nell’esempio precedente in cui i parametri erano
R00 e R01 ovvi vincoli sono:
R00 >0
R01 > 0 R00 - R01 >0
La ricerca di questo minimo è normalmente iterativa e prevede l’esecuzione ripetuta di simulazioni, secondo lo schema riportato nella Figura 7.23.
Ad ogni iterazione sulla base del valore calcolato dell’errore l’algoritmo di
calcolo del minimo definisce un nuovo set di parametri che viene dato in
pasto al modello per l’iterazione successiva. Il processo si arresta quando
l’algoritmo ritiene di aver trovato il minimo dell’errore.
Figura 7.23:
Schema per la determinazione dei parametri
del modello dell’accumulatore.
parametri
Simulatore
del
modello
i(t)
um(t)
u(t)
err()
Algoritmo di
calcolo
di
minimo vincolato
a(t)
dati sperimentali
È comunque evidente che il finale, cioè il vettore p che risolve la:
erru ( um (t ),u(t, p)) = min
Dipende dalla struttura scelta per caratterizzare la funzione errore.
7.5.3.
ANALISI SPETTROSCOPICA
Una maniera efficace per caratterizzare il comportamento degli accumulatori elettrochimici è l’analisi dell’impedenza interna non nel dominio del
tempo, come è stato fatto nelle precedenti sezioni del Paragrafo 5, ma nel
dominio della frequenza, attraverso spettroscopia.
I risultati che si ottengono oltre che essere congruenti con quanto finora
esposto, si interpretano in maniera molto efficace in termini dei circuiti
266
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
equivalenti sopra introdotti, se le analisi spettroscopiche sono interpretate
nel piano di Nyquist (cioè piano di Gauss dell’impedenza interna).
Come punto di partenza nell’analisi di quanto ci si può attendere dal
riportare sul piano di Nyquist l’impedenza interna di un accumulatore elettrochimico, così come descritta dal modello di Figura 7.20 o 7.21, consideriamo l’andamento in frequenza dell’impedenza Z del parallelo fra un
resistore di resistenza R e di un condensatore di capacità C:
=
Z
R( - j / ( ωC )
- jR
=
R - j / (ωC ) ω RC - j
Consideriamo ora la seguente impedenza ausiliaria:
Z' =Z -
Figura 7.24:
Diagramma di Nyquist
di un’impedenza costituita da un parallelo
R-C.
Figura 7.25:
Diagramma di Nyquist
di un’impedenza costituita da due blocchi R-C
e che R1C1 << R2C2.
R R j + ω RC
=
2 2 j - ω RC
L’impedenza Z′ ha modulo costante al variare di ω e quindi il suo diagramma di Nyquist è costituito da una circonferenza di centro l’origine.
Da queste semplici considerazioni discende il diagramma riportato in Figura 7.24, per un’impedenza costituita da un semplice parallelo R-C.
Dalle
considerazioni appena svolte si
Im(Z)
Z
può anche desumere

C
l’andamento dell’imR/2
pedenza interna di
R
una rete caratterizzata da due blocchi
Z()
R-C, con la condizione che R1C1 << R2C2.


Occorrerà infatti
sommare
sul piano di
R Re(Z)
Gauss i vettori Z1 e Z2,
considerando che la
condizione ora introdotta crea un certo disaccoppiamento fra le due semicirconferenze. Infatti per frequenze molto alte rispetto a 1/(R2C2) Z2 si comporta
approssimativamente come un’impedenza nulla, mentre Z coincide approssimativamente con Z1; per frequenze molto più basse di questo valore, invece Z1 si comporta come un resistore (di valore R1) e Z è circa pari a Z2 + R1.
La situazione diviene quindi quella rappresentata in Figura 7.25.
Im(Z)
R1/2
Z2
R2/2
Z1
Z2
R2

R2
C2
R1
Z1
C1
R1
Re(Z)
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
267
Infine, se si aggiunge R0, l’impedenza avrà un andamento simile a quello
di Figura 7.25, ma traslato verso destra di R0.
Queste considerazioni consentono di interpretare agevolmente i risultati sperimentali ad esempio quello riportato in Figura 7.26, ricavato, con
qualche semplificazione dall’articolo [13]. Il diagramma si riferisce ad una
batteria al litio di costruzione europea, 3.6 V, 5 Ah.
Figura 7.26:
Z2
Im(Z)
(m)
Diagramma di Nyquist
sperimentale con interpretazione in termini
circuitali (il diagramma è ottenuto semplificando analoga figura
del riferimento [13].
Z1
C2
C1
R2
R0
R1
L
163 mHz
-50
163 mHz
-25
22 mHz
22 Hz
0
R0
2.1 mHz
50
100
2.1 mHz
SOC=1.0
SOC=0.3
150
Re(Z)/m
200
Questo andamento può essere attribuito ad un’impedenza interna avente
la rappresentazione circuitale del tipo di quella riportata nella medesima
figura, e coincidente con quella presentata nelle Figura 7.20 e 7.21, con la
sola aggiunta dell’induttore L. Infatti:
–– alle frequenze più basse (sotto i 20 mHz) l’induttore non ha alcun effetto, e
il blocco R1C1 si comporta sostanzialmente come un resistore puro pari a R1;
–– alle frequenze intermedie il blocco R2C2 si comporta come un corto circuito (essendo per effetto di C2 la tensione ai suoi capi trascurabile rispetto a quella degli altri elementi in serie con essa) ma è ancora trascurabile l’effetto di L. L’impedenza si comporta quindi come la somma di R0
più l’impedenza complessa dovuta al blocco R1C1;
–– alle frequenze di qualche decina di Hz l’impedenza di R2C2 è piccola
in modulo ed essenzialmente immaginaria, e domina sull’impedenza il
valore di R0;
–– alle frequenze più alte L cresce progressivamente divenendo dominante
oltre i 300 Hz e rendendo la caratteristica complessiva dell’impedenza ti
tipo induttivo. A tali frequenze occorre ipotizzare inoltre un condensatore in parallelo anche su R0, in quanto si osserva che al di sotto di 22 Hz
la parte resistiva dell’impedenza continua a diminuireXI.
Si osserva come il diagramma sia fortemente modificato dal variare dello stato di carica dell’accumulatore. Questa differenza costituisce la base
per ottenere stimatori di stato di carica dell’accumulo basati su misure di
Questa forte riduzione della parte resistiva dell’impedenza al di sotto della semicirconferenza di sinistra non sempre è osservata (ad es.: il diagramma di Figura
6 del riferimento [35]). L’andamento di Figura 25 è ancora ben sipiegabile con i
circuit presentati in questo paragrafo, se si ipotizza la presenza di tre blocchi R-C.
in aggiunta alla R0.
XI
268
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
frequenza, in alternativa alle tecniche basate sul dominio del tempo, e descritte nel Paragrafo 5.4.
Si può quindi concludere questo sottoparagrafo affermando che anche
la analisi spettroscopiche confermano la validità dei modelli. In più, esse
consentono di avere un’indicazione chiara dell’andamento dell’impedenza
complessa alle varie frequenze, e questo può essere utile nella valutazione
nel dominio della frequenza dell’interazione accumulatore-invertitore.
7.5.4.
STIMA DELLO STATO DI CARICA
Uno dei problemi più sentiti per le applicazioni veicolari, consiste nella
stima dello stato di carica della batteria presente a bordo. La stima del SOC
non è essenziale per le batterie di alimentazione del sistema ausiliario di
bordo, poiché esse sono gestite, come si dice in tampone, con il che la batteria se è scarica viene caricata, se è carica resta carica.
La stima dello stato di carica è molto importante per una corretta gestione dei veicoli ibridi, poiché è opportuno che la batteria abbia sempre energia sufficiente per fornire assistenza nelle accelerazioni, e non sia completamente piena per esser in grado di accettare carica durante le decelerazioni
a recupero di energia, ed infine non va mai sovrascaricata per evitarne un
invecchiamento precoce.
La stima dello stato di carica diventa addirittura critica per i veicoli a
propulsione elettrica, per i quali un’errata valutazione porterebbe l’utente
a dover abbandonare il veicolo, né è possibile utilizzare troppi margini di
sicurezza poiché la limitata autonomia di questo tipo di veicoli richiede di
sfruttarne una parte considerevole nell’uso quotidiano.
La maniera più semplice per stimare lo stato di carica della batteria di
bordo consiste nell’utilizzare la definizione del SOC; e quindi, partendo
dall’eq. (7.0), fare:
SOC
=
(t ) SOC(0) -
1
CQ
t
∫0 im (t)dt
(7.9)
in cui im è la corrente così denominata in Figura 7.20.
Quando si fanno integrali però, con l’integrazione si accumulano anche
gli errori. Un errore anche piccolo nella misura di im, integrato per giorni e
giorni può portare a valori completamente errati della stima di SOC.
È quindi indispensabile provvedere ad un meccanismo di correzione di
tale errore.
Una tecnica particolarmente semplice consiste nel resettare periodicamente l’errore sulla base della correlazione fra la tensione e(t) e SOC.
Quando la batteria sta a riposo per un tempo sufficientemente lungo,
infatti, la tensione ai morsetti coincide con la e, (che possiamo indicare con
il simbolo maiuscolo E, essendo ormai costante). Dalla conoscenza di E, e
della relazione funzionale di legame fra E e il SOC si può aggiornare il valore del SOC calcolato durante il funzionamento attraverso la e(t).
In molti casi l’aggiornamento può essere eseguito alla fine della giornata,
quando il veicolo è inattivo.
In effetti, molte batterie presentano fenomeni dinamici che si esauriscono molto lentamente, e pertanto per valutare la E occorre aspettare un tempo piuttosto lungo (ad es.: 30 min.). Pertanto la pausa serale appare idonea.
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
269
Figura 7.27:
Esempi di correlazione OCV-SOC: a) di batteria al piombo, b) di batteria al LFP; c) di batteria al Litio di tipo NMC.
In Figura 7.27XII sono riportate alcune curve di correlazione OCV-SOC.
Si osserva che le curve (a) e la (c) sono idonee alla determinazione del SOC,
mentre la curva (b) avendo un tratto pressoché costante molto ampio, non
consente tale determinazione.
Per tale tipo di batterie la correzione dell’errore di valutazione del SOC
con la sola correlazione con l’OCV non è utilizzabile, e occorre ricorrere ad
altre tecniche su cui qui si sorvola.
7.6.
I SUPERCONDENSATORI
Il nome di questi dispositivi ricorda quello dei condensatori ordinari,
ed in effetti il loro funzionamento li ricorda da vicino. La differenza più
evidente consiste nel fatto che i supercondensatori hanno capacità enormemente superiore a quelle dei condensatori ordinari, ad esempio quelli elettrolitici, potendo raggiungere anche le centinaia o anche le migliaia di farad.
Talvolta è usato, come sinonimo di supercondensatori, il termine ultracondensatori. In ambito internazionale, in effetti, sono parimenti comuni i
termini Supercapacitor e Ultracapacitor.
I supercondensatori vengono normalmente classificati in tre famiglie: i
condensatori a doppio strato elettrico, i condensatori elettrochimici e quelli
ibridi.
I corrispondenti termini della letteratura internazionale sono electric
double-layer capacitors (EDLC), Electrochemical capacitors, e hybrid capacitors.
XII
Per le sigle LFP e NMC (vedi Par. 4.3.3).
270
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
I supercondensatori sono polarizzati, e devono quindi essere utilizzati
mantenendo ai morsetti la corretta polarità.
I supercondensatori EDLC non si danneggiano se utilizzati a polarità rovesciata, sebbene il loro comportamento in tal caso non sia ottimale. Il rovesciamento della polarità deve essere eseguito con opportune cautele, su
cui qui si sorvola.
L’energia massima che un supercondensatore può accumulare, come
ogni condensatore, è:
1
2
2
E max = CU max
Quando un supercondensatore è utilizzato come accumulo di energia,
peraltro, non tutta questa energia è in pratica utilizzabile: questo perché
l’energia va assorbita ed erogata con un certo livello di potenza e quindi
non è pratico utilizzare tensioni molto basse, che comportano quindi basse
potenze massime di trasferimento:
Pmax (U ) = I max U
Essendosi indicata con Imax la massima corrente utilizzabile per via di
limitazioni del supercondensatore stesso o del convertitore al quale esso è
connesso.
Una scelta molto frequente è quella di utilizzare il condensatore nella
finestra di tensione (Umax/2-Umax), considerandolo quindi scarico quando la
sua tensione raggiunge Umax/2. In tal caso l’energia utilizzabile dell’accumulo è quella erogata durante la transizione da Umax a Umax/2:
1
2
1
2
1
2
2
2
E u =CU max
C(U max / 2)2 =
0,75E max =
0,75 × CU max
7.6.1.
(7.10)
CONDENSATORI A DOPPIO STRATO ELETTRICO (EDLC )
Una rappresentazione del modus operandi dei supercondensatori a doppio strato può essere dedotto prendendo a riferimento lo schema semplificato riportato nella Figura 7.28, ispirata ad analoga figura di [5].
Gli elettrodi sono costituiti da lamine di alluminio sopra i quali viene
depositato un materiale poroso in modo che costituisce il cosiddetto substrato. La superficie costituita sommando le piccole superfici dei micropori
del substrato diviene la superficie attiva equivalente del condensatore, ed è
molto più elevata della superficie degli elettrodi metallici. Si raggiungono
facilmente valori superiori a 1000 m2/g (oggi un valore comune è 2000 m2/g
[24]). I due elettrodi sono immersi in una soluzione elettrolitica, ad es.: KOH
o materiale organico, fra cui è usato l’acetonitrile [24, 33]. Se agli elettrodi è
applicato un potenziale, gli ioni carichi positivamente sono attratti dall’elettrodo negativo e viceversa, posizionandosi nei pori del substrato.
Il separatore ha una funzione meccanica come quello già citato nella
Figura b relativo alle celle elettrochimiche, quindi di evitare il contatto elettrico diretto degli elettrodi.
272
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
in Tabella 7.2 (dati ancora da [5]). È riportata anche la densità del substrato
in quanto, a parità di geometrie, ha un effetto determinante sulla capacità
massica.
massa
volumica
substrato
(g/cm3)
soluzione
elettrolitica
capacità
massica
(F/g)
capacità
volumica
(F/cm3)
Carbone 1 (carbon cloth)
0.35
KOH
200
70
Carbone 2 (carbon black)
1.0
KOH
95
95
Particelle di SiC
0.7
KOH
175
126
organico
100
72
RuO2 anidro
2.7
H2SO4
150
405
RuO2 idrato
2.0
H2SO4
650
1300
substrato
Tabella 7.2:
Alcuni dati caratteristici ottenibili dai supercondensatori in funzione della composizione interna.
La tensione massima Umax correntemente in uso per i condensatori EDLC
aventi acetonitrile come elettrolita è di circa 2,7 V. Valori più alti, fino a 5 V,
sono considerati possibili [24], con i relativi vantaggi in termini di energia
accumulabile (si ricordi la (7.10)).
Sono usati anche supercondensatori EDLC con elettrolita acquoso, per i
quali Umax è molto più modesta: circa 1.0 V.
7.6.2.
PSEUDOCONDENSATORI
Nei condensatori a doppio strato elettrico l’energia è immagazzinata sotto forma di campo elettrico, e il meccanismo di accumulo è simile a quello
dei condensatori ordinari, sebbene le capacità ottenibili siano molto più
elevate per effetto, come si è osservato della ridotta distanza equivalente
interelettrodica e della aumentata superficie equivalente.
In essi, quindi non avvengono fenomeni chimici di trasformazione nella
materia. Di conseguenza la variazione della tensione durante il processo di
carica è pressoché lineare con la carica accumulata dal condensatore, ed il
comportamento è quindi assimilabile, dal punto di vista dei modelli elettrici equivalenti a quello dei condensatori con resistenza interna.
Negli pseudocondensatori (talvolta denominati condensatori elettrochimici basati sulla pseudocapacità), invece, l’accumulo di energia avviane attraverso trasformazioni chimiche della materia negli elettrodi, secondo procedimenti tipici degli accumulatori elettrochimici (cfr. ad es.: gli articoli [3]
e [38] pubblicati a grande distanza di tempo, sempre su questo argomento).
Pertanto il rapporto fra tensione e corrente:
C pseu =
Q
U
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
273
non è una vera e propria capacità di condensatore e viene pertanto spesso
chiamata “pseudocapacità”.
Tre processi elettrochimici sono stati utilizzati per realizzare l’accumulo
di energia negli elettrodi di condensatori elettrochimici:
–– adsorbimento di ioni provenienti dalla soluzione elettrolitica.
–– reazioni redox che coinvolgono ioni presenti nella soluzione elettrolitica.
–– drogaggio reversibile di materiale polimerico conduttivo entro gli elettrodi.
I primi due processi sono essenzialmente superficiali e quindi il loro
effetto dipende dall’area superficiale del materiale dell’elettrodo, mentre il
terzo è di massa, e quindi meno dipendente dalla superficie elettrodica.
La distinzione fra gli pseudocondensatori e gli accumulatori elettrochimici veri e propri è alquanto sottile, in conseguenza del fatto che in entrambi l’accumulo avviene attraverso processi elettrochimici e non il campo
elettrico. Per questa ragione taluni autori (ad es.: [24]) non riconoscono gli
pseudocondensatori come tipologia di supercondensatori a sé stanti, ma
classificano i supercondensatori nelle sole due famigli di EDLC e condensatori ibridi.
7.6.3.
CONDENSATORI IBRIDI
I supercondensatori possono essere realizzati con uno degli elettrodi che
sfrutta la capacità del doppio strato elettrico, l’altro che sfrutta la pseudocapacità.
I condensatori ibridi hanno energie specifiche superiori a quelle dei condensatori EDLC, ma un comportamento della tensione molto più discosto
alla linearità tipica dei condensatori ordinari e, con sufficiente approssimazione dei condensatori EDLC.
Questo può essere osservato dai diagrammi di Figure 7.29 e 7.30, ricavate dal riferimento [5].
L’andamento qualitativo della tensione riportata in Figura 7.29 è applicabile anche ai molto più frequenti condensatori EDLC in elettrolita organico
anche se in questo caso la tensione massima è di 2.5-2.7 V (a seconda di
modello e costruttore).
Figura 7.29:
Tipico andamento di
tensione e corrente durante carica e scarica di
un supercondensatore
EDLC (da [5]). Il valore
della tensione è tipico
di elettroliti acquosi,
mentre la forma è la
medesima anche per
supercondensatori con
elettrolita organico.
274
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 7.30:
Tipico andamento di
tensione e corrente durante carica e scarica di
un supercondensatore
ibrido. (da [5]).
Appartengono alla famiglia dei condensatori ibridi i cosiddetti condensatori al litio (lithium-ion capacitors) che usano un elettrodo basato sulla
tecnologia EDLC sull’elettrodo positivo e un elettrodo negativo costituito
da carbone drogato con litio. In tal modo si ottengono energie massiche
molto superiori a quelle dei normali supercondensatori EDLC, sebbene ampiamente inferiori a quelle dei normali accumulatori al litio.
7.6.4.
MODELLI MATEMATICI DEI SUPERCONDENSATORI EDLC
Al fine di prevedere il comportamento elettrico di sistemi contenenti supercondensatori occorre conoscere una descrizione del loro funzionamento, ad esempio in forma di equazioni.
Peraltro, trattandosi di componente elettrico, risulta molto più comodo
per le applicazioni rappresentare i modelli matematici che si propongono
per i supercondensatori attraverso circuiti elettrici equivalenti.
In letteratura esistono molte pubblicazioni riguardanti la modellazione
attraverso circuiti elettrici soprattutto per condensatori operanti sulla base
del doppio strato elettrico e su di essi si concentrerà l’attenzione di questo
paragrafo.
Il livello di accuratezza e di complessità di un modello adeguato alle
varie circostanze dipende dagli obiettivi che con il modello si intendono
perseguire. Molti modelli, ad esempio ricercano una corretta riproduzione
della risposta in frequenza in campi di frequenza molto elevati, dall’Hz fino
alle decine di kHz [Figura 7.2 di 22].
In questo paragrafo, invece si propone una semplice analisi di modelli
matematici di supercondensatori EDLC basati sull’obiettivo di riprodurre
nel dominio del tempo con sufficiente accuratezza l’andamento tensione/
corrente durante un semplice ciclo di carica/scarica.
L’andamento sperimentale della tensione di un condensatore avente
Umax = 15 V, come misurato nei laboratori dell’Università di Pisa e riportato
nell’articolo [25] è riportato, assieme alla corrente (misurata positivamente
quando entrante dal terminale positivo) in Figura 7.31.
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
277
Modelli più complessi possono riprodurre ancora più accuratamente gli
andamenti sperimentali, ma per molte applicazioni questo livello di dettaglio è sufficiente. Una disamina sufficientemente completa dei modelli
proposti dai vari autori è riportata in [22].
In tutte le simulazioni proposte nel presente paragrafo la determinazione dei parametri di ogni modello considerato è stata effettuata secondo la
tecnica illustrata nel sottoparagrafo “Valutazione dei parametri dei modelli”
del Paragrafo 7.5.
7.7.
ACCUMULO DELL’ENERGIA IN VOLANI
Nel Paragrafo 7.1. è stata proposta una breve rassegna delle possibilità di
accumulo di energia elettrica.
In particolare si è osservato come l’accumulo possa venire realizzato mediante conversione dell’energia in forma non elettrica. Uno dei sistemi di
questo tipo è costituito dagli accumulatori elettrochimici.
Un’altra possibilità, già rammentata nel Paragrafo 7.1. riguarda l’accumulo di energia in forma di energia cinetica in volani.
Questo tipo di accumulo dell’energia è stato studiato già da molti anni
per applicazioni veicolari, e ben si può adattare a veicoli di grandi dimensioni come i veicoli per la trazione elettrica a guida vincolata.
L’energia accumulabile in un volano è, ovviamente:
1
2
2
E max = C Ω max
In cui con Ω si è indicata la velocità angolare del volano.
Il volano vero è proprio è collegato ad una macchina elettrica la quale a
sua volta è connessa con un convertitore elettronico (inverter) a frequenza
variabile.
Quando un volano è utilizzato come accumulo di energia, peraltro, non
tutta quest’energia è in pratica utilizzabile. Infatti essa va assorbita ed erogata
con un certo livello di potenza e quindi non è pratico utilizzare velocità molto
basse, che comportano quindi basse potenze massime di trasferimento:
Pmax (Ω ) = C max Ω
Essendosi indicata con Cmax la massima coppia utilizzabile per via di limitazioni del volano stesso o della macchina elettrica alla quale esso è connesso.
Una scelta ragionevole è quella di utilizzare il volano nella finestra di
velocità (Ωmax/2-Ωmax), considerandolo quindi scarico quando la sua velocità raggiunge Ωmax/2. In tal caso l’energia utilizzabile dell’accumulo è quella
erogata durante la transizione da Ωmax a Ωmax/2:
1
2
1
2
1
2
2
2
E u =C Ω max
C(Ω max / 2)2 ==
0,75E max 0,75 × C Ω max
(7.11)
Si può facilmente osservare l’analogia con la relazione (7.10).
L’accumulo di energia in volani da installare a bordo di veicoli è argomento studiato da molti anni. Vedasi ad esempio la pubblicazione [2] del
1996 o, addirittura le applicazioni sperimentali di accumulo in volano proprio nel settore dei veicoli a guida vincolata di utilizzo urbano, risalenti fino
al 1860 e al 1948, come riportato in [36].
282
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
È questo ad esempio il caso dei veicoli elettrici ibridi stradali, per i quali
normalmente si ha la marcia in modalità ibrida, ma in taluni casi si può
richiedere la modalità di marcia puramente elettrica, ad esempio per l’attraversamento di centri storici cittadini, o per brevi percorsi in cosa in città o
in autostrade molto congestionate.
Nel caso dei veicoli a guida vincolata il sistema di accumulo può essere
utilizzato in maniera analoga a quella dei veicoli ibridi stradali: normalmente è usato con microscariche per assistere alle accelerazioni e microcariche durante la frenatura rigenerativa, mentre scariche più profonde possono essere utile per fornire energia dli alimentazione di emergenza quando
la fonte principale di energia venisse a mancare.
In questo tipo di funzionamento del sistema di accumulo, che chiameremo “funzionamento ibrido” occorrerà dimensionare il sistema di accumulo
in modo che:
–– abbia sufficiente capacità di erogare potenza per le accelerazioni di breve
durata (ad es.: per durate di 10 s).
–– abbia sufficiente capacità di assorbire potenza per le frenate rigenerative,
di breve durata (ad es.: per durate di 10 s).
–– abbia sufficiente energia per affrontare le necessità di marcia solo con
alimentazione da parte dell’accumulo previste da progetto (marcia in
puro elettrico dei veicoli ibridi stradali, marcia di emergenza nel caso di
veicoli a guida vincolata).
Al crescere dello stato di carica aumenta la capacità di erogare potenza
ma diminuisce quella di assorbirla, e viceversa. Pertanto, nota la potenza
(ad es.: da erogare o assorbire per 10 s continuativi), la capacità di far fronte
ad erogazione ed assorbimento con quella potenza individua un intervallo
utile dello stato di carica dell’accumulo: ad esempio 30-70 %. All’interno di
quello stato di carica occorrerà verificare poi che l’energia sia sufficiente al
soddisfacimento delle specifiche di marcia veicolo con alimentazione proveniente dal solo sistema di accumulo.
La valutazione del sistema di accumulo sulla base delle tre specifiche
sopra riportate conduce alla scrittura di diagrammi di Ragone modificati,
che consentono un’agevole analisi grafica della situazione. In questo documento questi diagrammi saranno denominati di Ragone-Stewart.
L’aspetto visivo di tali diagrammi è simile a quello dei diagrammi di Ragone ordinari; differente è però l’interpretazione delle grandezze sugli assi:
–– in ascissa di ha ancora la potenza massica, ma la potenza va intesa come
la massima potenza P̂ continuativamente erogabile per un tempo prefissato T̂ (ad es.: 10s).
–– in ordinata si ha ancora l’energia massica, ma l’energia va intesa come
l’energia continuativamente erogabile ad una corrente prefissata (ad es.
la corrente di scarica completa da carica completa in 1 h, la quale è
spesso coincidente con la corrente nominale dell’accumulatore), con la
condizione aggiuntiva che durante tale scarica deve essere possibile, in
qualunque momento, attivare un’ulteriore scarica o carica a P̂ per un
tempo T̂ .
Per quanto riguarda il secondo punto, è importante specificare che il
transito di P̂ va considerato sia in carica che in scarica. Il limite in carica
determinerà il massimo SOC utilizzabile, quello in scarica il minimo.
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
283
Per approfondimenti sul diagramma di Ragone Stewart si raccomanda il
riferimento [24] in cui tale tecnica è illustrata in dettaglio ed utilizzata per
valutazioni di confronto fra diversi sistemi di accumulo.
7.8.2.
SELEZIONE DI UN SISTEMA DI ACCUMULO SULLA BASE DELLE
SPECIFICHE TECNICHE
La selezione di un sistema di accumulo, come di un qualsiasi sistema
ingegneristico, deve partire dalle specifiche tecniche che il sistema deve
affrontare.
Come si è visto nel precedente paragrafo riguardante i diagrammi di Ragone, un buon punto di partenza consiste nelle richieste di potenza e di
energia che sono richieste al sistema di accumulo.
Funzioni che possono essere richieste al sistema di accumulo, nel campo
della trazione elettrica a guida vincolata sono, tipicamente le seguenti:
–– funzionamento di carica/scarica ad alta potenza/bassa energia (microcicli). Questo è il caso in cui al sistema di accumulo venga richiesta la
capacità di assorbire energia elettrica durante le frenate ed erogarla per
fornire un contributo aggiuntivo di potenza durante le accelerate. Il rapporto energia/potenza in questi casi varia da alcuni secondi ad alcune
decine di secondi;
–– funzionamento in marcia puramente elettrica. Nel caso di veicoli a guida
vincolata questo tipo di funzionamento può essere ipotizzato per attraversamento di tratti urbani privi di linea di contatto, o per veicoli aventi
scopi speciali, come ad esempio veicoli di manovra di stazione per uso
notturno. In questi casi il rapporto energia/potenza varia da alcuni minuti ad alcune decine di minuti;
–– funzionamento di alimentazione di riserva/emergenza. Questo tipo di
funzione può essere ipotizzata sia con installazione del sistema di accumulo a bordo del mezzo di trazione, sia a terra, con alimentazione
dei mezzi di trazione attraverso la linea di contatto. In questo caso il
rapporto potenza/energia, rispetto al precedente caso è molto più basso.
Anche in questi casi il rapporto energia/potenza varia da alcuni minuti
ad alcune decine di minuti;
–– una combinazione delle precedenti funzioni.
Partendo dalle specifiche occorre procedere alla seguente sequenza di
attività:
a. scegliere la tipologia di accumulo;
b. scegliere la famiglia all’interno della tipologia considerata;
c. determinare la capacità e il numero delle celle;
d. effettuare simulazioni numeriche del sistema comprendente l’accumulo;
e. determinare l’ingegnerizzazione del sistema di accumulo.
7.8.2.1.
Scegliere la tipologia di accumulo
Dal diagramma di Figura 7.38 proviene il suggerimento naturale di considerare per la Funzione 1) sopra elencata dei supercondensatori; per tutte
le altre funzioni sono adatte le batterie al litio o un sistema di accumulo
ibrido batteria (non necessariamente al litio) - supercondensatore. Occorre
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
285
in caso di indisponibilità dell’alimentazione ordinaria, evitando così fenomeni di panico e altri tipi di disservizi.
In questi casi può essere opportuno effettuare la valutazione del doppio
servizio di potenza/energia su diagrammi di Ragone-Stewart.
7.8.2.3.
Determinare la capacità ed il numero di celle
Una volta determinata potenza ed energia del sistema di accumulo il problema immediatamente successivo è scegliere il numero e la capacità delle
celle che lo comporranno.
Si rammenta qui che un sistema di accumulo è normalmente costituito
dalla composizione di un notevole numero di celle (potendo esse raggiungere le migliaia), secondo connessioni serie/parallelo per aumentare rispettivamente la tensione e la corrente ai morsetti.
Il caso di gran lunga più frequente è quello della semplice connessione
in serie in quanto le correnti erogabili dalle singole celle possono essere
agevolmente di centinaia di ampere, adeguate quindi alle necessità, mentre
le tensioni, dell’ordine di pochissimi volt (al massimo 3-4 per cella) sono
sempre inadeguate alla realizzazione di sistemi di accumulo di potenza ed
energia adeguate alla necessità dei veicoli.
Pertanto, per semplicità ci si riferirà qui al semplice caso di sistema di
accumulo costituito da n celle disposte in serie.
Si può con buona approssimazione affermare che:
E = nE1 P = nP1
(7.12)
in cui E, P, E1, P1 sono potenza ed energia dell’intero sistema e della singola
cella rispettivamente.
Infatti la riduzione di potenza dovuta alla presenza della resistenza delle
connessioni può essere normalmente trascurata e a maggior ragione può
esserlo l’energia in essa dissipata.
Stanti le (7.12), il problema della determinazione della capacità e del
numero di celle per dati E e P appare indeterminato: si possono scegliere
sistemi di accumulo con molte celle di grande potenza ed energia specifica
o, viceversa, poche celle più piccole.
La scelta del numero di celle viene quindi normalmente effettuata sulla
base del livello di tensione che si vuole raggiungere del sistema di accumulo. Tre soglie di tensione massima sono particolarmente significative:
–– 60 V. Questa soglia è particolarmente importante dal punto di vista della
sicurezza in quanto caratterizza il valore massimo considerato accettabile, per applicazioni stazionarie, a realizzare sistemi a “sicurezza intrinseca” XIII, che consentono di ridurre fortemente le precauzioni contro i
contatti diretti e indiretti. Anche a bordo dei veicoli questa soglia tende
oggi ad essere assunta come riferimento di sicurezza intrinseca del sistema DC.
–– 400-450 V. Questa soglia rende possibile realizzare i convertitori con i
quali la batteria è interfacciata con tecnologia di componenti elettronici
progettati per una tensione massima di 600 V.
XIII
Ci si riferisce qui alla soglia che definisce il sistema SELV nella norma CEI 64-8.
286
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
–– 800-900 V. Questa soglia rende possibile realizzare i convertitori con i
quali la batteria è interfacciata con tecnologia di componenti elettronici
progettati per una tensione massima di 1200 V.
Pertanto per applicazioni di non grande potenza, e per le quali la semplicità della gestione della sicurezza è importante, si sceglieranno tensioni
massime di sistema non superiori a 60 V.
Per applicazioni di potenza media si utilizzeranno tensioni massime non
superiori a 400 V, mentre per applicazioni di più alta potenza (ad es.: centinaia di kW) potrà risultare opportuno utilizzare sistemi di accumulo aventi
tensione massima di 800 V. In tutti e tre questi casi la tensione massima verrà tenuta non di molto inferiore ai valori limite sopra riportati, per ridurre le
correnti circolanti, e quindi le perdite e/o peso ingombro e costo dovuti alle
connessioni conduttive fra celle e fra sistema di accumulo e convertitore.
Una volta scelto il livello di tensione, il numero di celle n è agevolmente
determinato. Se ad esempio si assume Umax = 400 V, e si considerano celle
al litio NMC le quali a fine carica non superano mai tensioni di 4.2 V/cella,
il numero di celle n sarà 94-96.
Noto n, le (7.12) consentono di determinare E1 e P1.
Per passare da energia e potenza della singola cella alla relativa capacità
nominale, si può far uso della relazione (7.12) che mette in relazione la tensione media di scarica alla capacità erogata. I cataloghi dei costruttori forniscono andamenti della tensione di scarica a corrente costante a vari valori di
corrente, sulla base dei quali di può agevolmente determinare Um (sia par scariche lente, che determinano E, che per scariche veloci, che determinano P)
e quindi, infine:
Q1E = E1 / U mE Q1P = P1Tsca / U mP
Le celle da considerare per il passaggio successivo del processo di dimensionamento avranno quindi capacità tale da garantire l’erogazione di
Q1E in un tempo di scarica paragonabile al tempo per il quale è stata valutata E1 e Q1P per un tempo di carica per il quale è stata valutata P1.
Questo comporta normalmente capacità nominali Cn superiori sia a Q1E
che a Q1P.
Può ad esempio capitare che il requisito relativo all’energia è relativo
ad una scarica della batteria in 20 m (caratteristico di un’alimentazione di
emergenza o dell’attraversamento idi un tratto urbano privo di linea di contatto) mentre il requisito della potenza è relativo ad esempio ad un’accelerata, con un tempo di scarica quindi di 10-30s.
La capacità nominale di un accumulatore elettrochimico è riferita, come
si è già discusso nel Paragrafo 7.3.5, ad un tempo di scarica Tn. Per accumulatori moderni, spesso pensati ad applicazioni veicolari è spesso scelto dal
costruttore Tn = 1h XIV. Ne consegue che, nel caso molto frequente in cui
T1 < Tn e T2 < Tn La capacità nominale dell’accumulatore sarà superiore a
Q1E > Q1P.
In passato invece venivano considerati Tn di 5 o 10h, i quali, ovviamente implicano valori di Cn più elevati rispetto a quelli con Tn = 1h.
XIV
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
287
Necessità combinate potenza/energia
La scelta di una cella che sia in grado di erogare Q1E in un tempo TE e Q1P
in un tempo TP comporta un sottodimensionamento dell’accumulo in casi,
come si è detto molto frequenti in applicazioni veicolari, in cui a valle di
un’erogazione di P1 per il tempo T1 deve ancora essere possibile erogare E1
prima di una ricarica, e viceversa. Questo è il caso del punto 4 della lista di
funzioni nel precedente Paragrafo 7.8.2.
In questi casi, prima di procedere alle simulazioni numeriche, può essere comodo tracciare il diagramma di Ragone-Stewart, delle celle candidate
per la realizzazione del sistema di accumulo.
7.8.2.4.
Effettuare simulazioni numeriche
Prima di procedere alla fase di ingegnerizzazione del sistema di accumulo che viene progettato, è opportuno procedere a simulazioni numeriche del
comportamento del sistema di accumulo inserito nel sistema di trasporto
considerato, per verificarne necessità di potenza ed energia in casi realistici,
e per valutare anche se la fluttuazione di stato di carica sia compatibile con
la vita in cicli del sistema prospettato.
7.8.2.5.
Determinare l’ingegnerizzazione del sistema di accumulo
Il sistema di accumulo completo, o Rechargeable Energy Storage System
(RESS) come è denominato nella normativa internazionale, come si è osservato nel Paragrafo 3.2, è molto di più che un set di celle. Esso consiste nelle seguenti voci, che devono essere tutte elettricamente e meccanicamente
integrate:
–– celle;
–– collegamenti elettrici;
–– involucro di contenimento delle celle costituenti i moduli ed eventuale struttura meccanica di supporto dei moduli per realizzare il paccobatteria;
–– sistema di monitoraggio e gestione BMS;
–– sistema di gestione termica.
Per le applicazioni a bordo veicolo, particolare attenzione andrà dedicata alla robustezza meccanica dei componenti e degli assiemi e alla loro
resistenza alle sollecitazioni tipiche dei componenti installati a bordo veicolo (sollecitazioni meccaniche impulsive, vibrazioni sostenute, ecc.). Tipicamente le celle e i moduli sono montati su supporti elastici smorzanti le
oscillazioni.
La gestione termica può richiedere il raffreddamento, per evitare che in
estate e dopo un uso intenso si raggiungano temperature pericolose (per
il litio tipicamente 60 °C entro le celle) che richiederebbero l’immediata
interruzione dell’utilizzo del sistema sia il riscaldamento, che può essere
indispensabile per le partenze a freddo di veicoli puramente elettrici in inverno e climi rigidi.
288
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
L’ACCOPPIAMENTO ACCUMULATORE-CONVERTITORE
7.9.
Gli accumulatori elettrochimici sono utilizzati in trazione con lo scopo
di assorbire ed erogare energia.
Le capacità di controllare i flussi di potenza e di energia dipendono in
maniera determinante dalla modalità con cui il sistema di accumulo si interfaccia con il sistema con cui deve scambiare energia.
Gli schemi possibili sono una grande quantità, ma possono essere classificati in tre grandi famiglie:
–– interfacciamento diretto (senza convertitore);
–– interfacciamento con sistema DC mediato da convertitore DC/DC reversibile;
–– interfacciamento con sistema AC mediato da convertitore DC/AC a commutazione forzata (inverter reversibile).
L’interfacciamento diretto può essere interessante in alcune applicazioni
stazionarie: vedasi ad esempio il caso studio discusso nel Paragrafo 7.11.
Per il resto si rimanda alla discussione degli azionamenti elettrici svolta nel
Capitolo 2 del presente volume.
Un caso particolare dotato di interesse specifico, e non discusso nel Capitolo 2 è quello relativo a power train per veicoli ibridi. Essi sono stati
studiati e realizzati prevalentemente per veicoli stradali (su gomma), ma applicazioni sono state studiate anche per sistemi a guida vincolata [9, 12, 23].
Si rammenta che un veicolo a propulsione ibrida è così definitoXV:
Veicolo a propulsione ibrida: È un veicolo in cui l’energia di propulsione
può essere prelevata da due o più fonti di energia, di cui almeno una reversibile ed almeno una non reversibile.
Nella stragrande maggioranza dei casi le fonti di energia sono due, di cui
una reversibile (ad es.: un serbatoio di combustibile fossile) ed una reversibile (ad es.: un sistema di accumulo elettrochimico).
All’interno dei veicoli a propulsione ibrida, ci concentriamo qui sui veicoli ibridi-elettrici di tipo serie:
Veicolo a propulsione ibrida-elettrica serie: È un veicolo a propulsione
ibrida nel quale tutta l’energia di propulsione è convertita in forma elettrica
prima di essere trasformata in meccanica. Lo schema più usuale di veicoli
ibrido-elettrico serie è riportato in Figura 7.40.
combust.
MCI
G
+
U DC
-
convertitore primario
M
azionamento propulsivo
sistema di
accumulo
completo
Figura 7.40:
Di power train di veicolo ibrido elettrico serie con macchina elettrica a due flange.
XV
da CEN EN 13447.
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
289
La fonte di energia non reversibile è convertita in elettrica attraverso il
cosiddetto convertitore primario (convertitore di energia primaria) che la
trasforma in elettrica. Nella realizzazione proposta in Figura 7.41 il convertitore primario è costituito da un motore a combustione interna, un generatore elettrico, un convertitore elettronico. In altri casi può essere basato
su altre tecnologie di conversione, come ad esempio una turbina a gas o un
sistema di generazione elettrica a celle a combustibile.
Il sistema di accumulo completo è costituito dal RESS (cfr. Par. 3.2) e da
un eventuale convertitore DC-DC di accoppiamento.
Nei veicoli ibridi elettrici serie si genera un nodo elettrico su cui convergono il convertitore primario, l’azionamento propulsivo, il sistema di accumulo. Nel caso più generale tutte e tre le connessioni con il nodo elettrico
sono realizzate con convertitore di interfaccia: questa soluzione dà la massima flessibilità in quanto la stessa tensione della sbarra in corrente continua
UDC può essere dinamicamente modificata per seguire le esigenze di trazione e un criterio di ottimo economico. Ad esempio alle più alte velocità del
veicolo essa può essere elevata.
La soluzione a tre convertitori è però caratterizzata da una notevole
complessità del controllo e da un costo relativamente elevato per via della
presenza dei tre convertitori. Per questo in molte applicazioni si preferisce
omettere il convertitore sul sistema di accumulo (che per questa ragione in
figura è rappresentato tratteggiato) e mantenere il valore di UDC agganciato
a quello del pacco batteria.
Per completezza si cita anche un esempio di veicolo ibrido elettrico parallelo, premettendone la definizione:
Veicolo a propulsione ibrida-elettrica parallelo: È un veicolo a propulsione ibrida nel quale esiste un canale di potenza interamente meccanica fra la
fonte di energia non reversibile e le ruote.
Un esempio di schema di veicolo ibrido parallelo è quello basato sulla
macchina elettrica a due flange, secondo lo schema riportato in Figura 7.41.
In questo caso la batteria è interfacciata con un convertitore a commutazione forzata, ovviamente reversibile.
Aggiungiamo ora qualche considerazione sull’interfacciamento convertitore accumulatore.
Macchina elettrica
a due flange
combust.
MCI
cambio
Figura 7.41:
Esempio di power train di veicolo ibrido elettrico parallelo con macchina elettrica a due flange.
290
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
È opportuno limitare molto il transito in batteria di ripple di corrente a
frequenza elevata, che genera perdite per effetto Joule, e quindi peggiora
l’efficienza del sistema ed innalza la temperatura della cella, con conseguente accelerazione dell’invecchiamento.
Se la batteria è connessa a un inverter a tensione impressa, quest’ultimo
è già dotato di un proprio condensatore lato DC dimensionato in modo che
con la fluttuazione (ripple) di corrente dell’inverter la tensione residua su
di esso sia molto modesta (ad es.: 1-2 V di picco per una batteria da 100 V).
Questo è spesso sufficiente a far sì che la batteria stessa sia attraversata da
ripple di corrente moderato perché la resistenza di batteria è grande rispetto
all’impedenza interna del condensatore e delle connessioni, e perché l’induttanza propria delle connessioni fra condensatore lato DC dell’inverter e
batteria asseconda l’azione di filtraggio. Può essere comunque opportuno
aggiungere un piccolo induttore fra la batteria e il condensatore d’ingresso
dell’inverter, per potenziare l’effetto filtrante del condensatore.
È importante per gli scopi del presente volume anche il caso di batteria
connessa a convertitore DC/DC elevatore, ad esempio per elevare la tensione prima della connessione con l’inverter dell’azionamento di un veicolo
elettrico o perché si è adottato uno schema che lo prevede, come nel caso
del convertitore DC/DC tratteggiato in Figura 7.40. Anche in questo caso,
pur essendo la batteria interfacciata con un ingresso induttivo del convertitore DC/DC, è opportuno prevedere un condensatore di opportuna capacità
all’ingresso del DC/DC, eventualmente integrato di un piccolo induttore fra
condensatore e batteria, per ridurre il transito di ripple di corrente in batteria. Opportune tecniche di controllo possono ridurre di molto il ripple generato, e quindi anche il dimensionamento del condensatore da connettere
all’ingresso del convertitore DC/DC.
Merita infine ricordare che i moderni pacchi batterie al litio, essendo
dotati di BMS, sono particolarmente suscettibili alle interferenze elettromagnetiche. È pertanto importante ridurre al massimo le correnti di modo
comune circolanti in batteria, ad esempio facendo passare entrambi i conduttori di batteria, eventualmente realizzando alcune spire, attraverso un
toroide di materiale ferromagnetico. Esistono dispositivi specializzati per
questo scopo in commercio (vedere ad esempio “Cores for Common Mode
Chokes” su [19]. Analogo toroide può essere previsto (in alternativa o in
aggiunta a quello lato DC) anche lato AC, facendolo ovviamente attraversare
da tutti e tre i conduttori di fase.
Il riferimento [35] peraltro concentra l’attenzione sulla capacità filtrante
dei condensatori ed induttori di cui qui si è parlato rispetto alle armoniche
a frequenza doppia a quella della fondamentale, per sistemi batteria/convertitore contenenti un inverter monofase interfacciato con la rete industriale.
7.10.
GLI ACCUMULI IBRIDI
È stato osservato nel precedente paragrafo come la scelta del sistema di
accumulo per applicazioni veicolari spesso verte sulla corretta valutazione
del rapporto potenza/energia.
È stato visto anche come i supercondensatori siano in linea di massima
più orientati alla potenza piuttosto che all’energia rispetto agli accumulatori
elettrochimici, sebbene accumulatori al litio oggi sono disponibili di po-
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
291
tenze specifiche dell’ordine di 1-2 kW/kg, assolutamente paragonabili alle
potenze ottenibili con i moderni sistemi a supercondensatori.
Gli accumulatori elettrochimici di alta potenza non sono però oggi sovrapponibili nelle applicazioni ai supercondensatori in quanto il numero
di cicli di carica/scarica che essi possono effettuare è tipicamente di alcune
migliaia, mentre i supercondensatori possono agevolmente superare il milione di cicli.
Di conseguenza si può ancora affermare che i supercondensatori sono
in qualche modo complementari rispetto alle batterie: essi consentono moltissimi cicli di carica/scarica ad alta potenza ma hanno modesta energia
specifica.
Per converso gli accumulatori elettrochimici hanno un’energia specifica
molto superiore, e potenze specifiche più modeste, o comunque, a parità di
potenze specifiche una ciclabilità più limitata.
Di conseguenza può essere vantaggioso combinare supercondensatori e batterie al fine di ottenere migliori prestazioni globali. Accumuli che
contengono due differenti tipologie di accumulatori sono detti sistemi di
accumulo ibridi. Il caso di gran lunga più frequente degli accumuli ibridi,
quanto meno per applicazioni veicolari, è costituito dall’abbinamento di
supercondensatori ad accumulatori elettrochimici.
Accumuli ibridi supercondensatori-batterie sono stati studiati a lungo in
anni recenti, e sono ancora oggetto di ricerca attiva. Si vedano per esempio
gli articoli [7,10] rispettivamente del 2003 e del 2005 (quest’ultimo relativo
ad applicazione in trazione elettrica a guida vincolata) e [34] del 2012.
L’accoppiamento fra batteria e supercondensatore può essere realizzato
secondo diversi schemi. Una rassegna abbastanza completa dei possibili
schemi è riportata in [34], alcuni di essi, particolarmente significativi, sono
riportati in Figura 7.42 e qui rapidamente discussi.
+
+
a)
-
b)
-
Sistema di accumulo ibrido
+
+
c)
-
Figura 7.42:
Alcuni schemi di connessione supercondensatore-batteria per realizzare sistemi ibridi di accumulo.
d)
-
292
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Nella figura, i simboli di condensatori e di cella elettrochimica sono rinchiusi in box rettangolare per rappresentare sistemi basati rispettivamente
su condensatori e celle elettrochimiche (con connessioni interne di vario
genere, serie, parallelo, ecc.). Si tratta insomma del “pacco batteria” (secondo la terminologia introdotta nel Par. 7.3.2.) e di qualcosa che potremmo qui
chiamare “pacco-supercondensatori” (ultracap-pack).
Il polo positivo e negativo di uscita del sistema di accumulo saranno nella maggior parte dei casi connessi ad un inverter di trazione, ma sussistono
anche altre possibilità. Ad esempio nel Paragrafo 7.11.3 è discussa la possibilità di connessione diretta di un sistema di accumulo alla linea di trazione
di un sistema a guida vincolata.
Lo schema di Figura 7.42a è quello costruttivamente più semplice in
quanto non necessita di convertitore elettronico. La ripartizione della potenza fra il supercondensatore e la batteria avviene in maniera naturale in
conseguenza del differente comportamento elettrico dei due dispositivi.
Il principio di funzionamento di questo schema può essere valutato utilizzando un semplice modello R-C per entrambi, conformemente con quanto discusso sulla modellazione di questi dispositivi nei Paragrafi 7.5 e 7.6.4.
Occorre considerare che il supercondensatore ha sia resistenza interna che
capacità è molto inferiori a quelle della batteria.
Una semplice simulazione che mostra la ripartizione di corrente e potenza dei due dispositivi è riportata in Figura 7.43, nella quale CSC = 500 F,
Cbat = 50000 F, RSC = 50 µΩ, Rbat = 3 mΩ. La tensione iniziale ai capi dei
condensatori ideali del circuito è posta pari a 2.0 V.
Figura 7.43:
Semplice simulazione
di accumulo ibrido in
connessione diretta
condensatore-accumulatore.
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
293
Nella parte in alto a sinistra della figura è riportato il circuito simulato.
Sia il supercondensatore reale che la batteria reale sono simulati attraverso
coppie R-C. Sono presenti oltre a questi componenti blocchi di misura della
potenza erogata (“pSC” e “pBat”) e il carico, simulato mediante un generatore
di corrente imposta (“iSca”).
Nella figura a) è mostrata la sollecitazione di corrente applicata, nella
figura b) le corrispondenti potenze assorbite dal condensatore (rSC.i) e dalla
batteria (rBat.i).
Nella figura c) sono mostrate le rispettive potenze, che illustrano come il
supercondensatore eroghi una potenza di picco di 200 W, mentre la batteria
resta sempre ampiamente sotto gli 80 W; peraltro l’erogazione di potenza da
parte della batteria dura molto di più nel tempo. Infine, nella figura d) sono
riportate alcune tensioni. La curva verde (quella che si discosta poco dalla
tensione iniziale pari a 2 V) rappresenta la tensione ai capi del condensatore
“cBat” costituente la capacità del modello R-C della batteria; le altre due,
praticamente sovrapposte, indicano la tensione ai capi del condensatore
“cSC” (costituente la capacità del modello R-C del supercondensatore), e ai
morsetti del parallelo dei due componenti.
Lo schema di Figura 7.42a è adottato quando è ricercato il minimo costo
di primo impianto e la massima semplicità gestionale. Esso però non è esente da difetti. Infatti:
–– il supercondensatore è utilizzato solo parzialmente in quanto la massima
scarica possibile si ha quando si ha la minima tensione di batteria, tipicamente inferiore solo del 20 % a quella massima; di conseguenza l’energia utilizzabile come accumulo è solo circa il 35 % di quella accumulata
alla tensione massima.
–– non è possibile stabilire con azioni di controllo esplicito la ripartizione
della potenza fra i due sistemi di accumulo.
Tutti e tre gli altri schemi ovviano ad entrambi questi difetti dello schema di Figura a).
Lo schema di Figura b) è quello più frequentemente studiato.
Lo schema di Figura c) presenta le seguenti differenze dimensionali
e funzionali rispetto a quello di Figura b). Il convertitore DC/DC infatti è
meno costoso in quanto va dimensionato per la potenza della batteria, per
costruzione del sistema ibrido molto inferiore a quella del supercondensatore. Per contro per consentire il pieno utilizzo dell’energia accumulata
nel supercondensatore la tensione DC del sistema di accumulo ibrido deve
variare in un’ampia finestra, ad esempio fra Umax/2 e Umax.
La convenienza dello schema b) o lo schema c) quindi, dipende da quello
che è connesso a valle del sistema di accumulo ibrido. In molti casi si tratta
di un azionamento elettrico trifase (inverter e macchina elettrica trifasi), e
un dimensionamento integrato di tale azionamento con l’accumulo ibrido
può portare alla valutazione di quale delle due soluzioni risulti essere la più
vantaggiosa.
Infine la soluzione di figura d), la più costosa fra le quattro considerate,
consente la massima flessibilità, in quanto la tensione del bus DC è disaccoppiata in maniera pressoché integrale dalle tensioni della batteria e del
supercondensatore.
294
7.11.
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
ACCUMULI A BORDO E A TERRA: VALUTAZIONI SU UN
CASO STUDIO
Nei precedenti paragrafi i diversi sistemi di accumulo sono stati valutati in generale, e con riferimento all’applicazione veicolare, la più vicina
a quella delle tematiche dell’accumulo nei sistemi di trazione elettrica a
guida vincolata, oggetto del presente volume.
In effetti negli ultimi 5-10 anni si è assistito ad un formidabile impulso
nello studio dei sistemi di accumulo per applicazioni veicolari da tutti i
punti di vista: evoluzione della chimica delle celle, dei modelli specifici
in funzione delle applicazioni a parità di chimica nella composizione delle
celle per ottenere i pacchi-batteria (e relative problematiche connesse con la
necessità di disporre di BMS), della possibilità di realizzare accumuli ibridi.
Tutto questo sviluppo è stato trainato dal nuovo impulso che gli autoveicoli
a propulsione elettrica ed ibrida stanno avendo.
Molti dei risultati ottenuti per applicazioni di autoveicoli sono applicabili ai casi di sistemi di trazione elettrica a guida vincolata.
Peraltro questo tipo di sistemi presentano notevoli peculiarità che vanno
analizzate.
Le peculiarità dei sistemi di trazione elettrica a guida vincolata verranno
nel seguito descritte in un caso studio particolarmente significativo, al cui
sviluppo lo scrivente ha partecipato attivamente, e che è in grado di fornire
una casistica sufficientemente ampia delle problematiche e delle opportunità offerte dai moderni sistemi di accumulo nei sistemi di trazione elettrica
a guida vincolata.
7.11.1.
L’ESEMPIO CONSIDERATO
Si consideri una linea di trazione tranviaria a doppio binario. La linea
considerata ha uno sviluppo complessivo di 12,5 km, è dotata di 10 SSE distribuite in maniera pressoché uniforme lungo la linea e 16 fermate, inclusi
i capolinea.
La linea ha limitazioni di velocità lungo l’intero percorso che nella maggior parte delle tratte sono comprese fra i 50 e i 70 km/h.
La linea ha una tensione nominale di 750 V, e tensioni minima e massima rispettivamente di 500 e 900 V.
7.11.2.
LA FRENATURA A RECUPERO SENZA SISTEMI DI ACCUMULO
Nel funzionamento attuale, il sistema di trazione è privo di sistemi di
accumulo.
Ciononostante i convogli ferroviari sono dotati di capacità di frenatura a
recupero, la quale può ovviamente essere espletata trasferendo parte dell’energia di frenatura proveniente dal convoglio in frenatura al/ai convogli in
trazione. Questo tipo di operazione trova un limite nel raggiungimento della
tensione massima di linea al pantografo. La frenatura avviene infatti con monitoraggio della tensione al pantografo, e la corrente che viene automaticamente limitata in modo che tale tensione non superi il massimo ammissibile.
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
295
Questa legge di controllo consente la frenatura a recupero anche solo
di una parte della corrente recuperabile, quando la recettività del sistema
(linea più altri convogli) non è sufficiente ad assorbire tutta l’energia di frenatura. Questo accade tipicamente quando convogli in trazione e convogli
frenanti sono significativamente distanti.
Un miglioramento sensibile della quantità di energia recuperata durante
le frenate è ottenibile con l’utilizzo di sistemi di accumulo. Possono essere
ipotizzate diverse soluzioni.
Le varie opzioni disponibili possono in particolare essere classificate
nelle seguenti due famiglie: sistemi di accumulo stazionari e sistemi di accumulo a bordo treno.
7.11.3.
L’INSTALLAZIONE DI SISTEMI DI ACCUMULO STAZIONARI
La presenza di uno o più sistemi di accumulo connessi alla linea di trazione (quindi stazionari), può aumentare anche notevolmente la quantità di
energia recuperata durante le frenate.
Si consideri ad esempio lo schema di principio di Figura 7.44.
Figura 7.44:
Schema di principio
della circolazione della
corrente di frenatura in
assenza di sistemi di
accumulo.
SSE1
SSE2
SSE3
I
tram A
tram B
Quando un tram è in frenata, ad esempio il tram A, esso tenta di convogliare nella linea di contatto una corrente. Nel caso in cui vi siano nelle vicinanze tram in trazione, ad esempio il tram B in figura, esso può assorbire
almeno in parte la corrente (e quindi l’energia) erogata dal tram A.
Questo processo è in pratica limitato dalle seguenti due motivazioni fondamentali:
–– la corrente necessaria al tram B può essere solo una frazione di quella
erogabile da A, durante la frenata. Questo è un caso che occorre frequentemente: se il tram B sta funzionando a velocità costante esso ha bisogno
di un’energia per la trazione molto piccola rispetto a quella in transito
durante le accelerazioni e, con verso opposto, durante le frenate;
–– la distanza fra i due tram può essere tale che la caduta di tensione nel
tratto di linea interposto causa la necessità di limitare la corrente I per
raggiungimento al pantografo del tram A della tensione massima di sistema.
Se invece si installa un sistema di accumulo in linea, la situazione può
essere grandemente migliorata.
L’installazione in prossimità di una SSE è di solito preferita, perché in
corrispondenza di essa sono disponibili normalmente adeguati spazi ed
opere civili in grado di accogliere il sistema di accumulo, incluso il “balance-of-plant”.
296
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 7.45:
Schema di principio
della circolazione della
corrente di frenatura in
presenza di sistema di
accumulo.
SSE2
SSE1
SSE3
I
tram A
+
-
tram B
Se ad esempio l’accumulo è installato in corrispondenza della SSE2, la
situazione diviene quella riportata in Figura 7.45.
In questo caso, si riescono ad affrontare efficacemente entrambi i problemi illustrati nel caso di assenza di recupero:
–– la corrente che il tram A è in grado di recuperare e che B non è in grado
di assorbire in quanto non ne ha necessità, può essere assorbita dal sistema di accumulo che viene sempre tenuto ad uno stato di carica tale da
consentire tale assorbimento.
–– il problema dello sfioramento della corrente da parte del tram A per superamento della tensione al pantografo è mitigato dal fatto che il sistema
di accumulo evita, quanto meno in corrispondenza del suo punto di installazione, una eccessiva soprelevazione della tensione.
Lo schema del sistema di accumulo riportato nella Figura 7.45 è privo
di informazioni di dettaglio. Osserviamo qui esplicitamente che esistono
quanto meno due opzioni possibili:
–– installazione della batteria senza interposizione di convertitore DC/DC
(connessione diretta);
–– installazione della batteria con interposizione di convertitore DC/DC
(connessione mediata).
La connessione diretta presenta l’ovvio vantaggio di consentire il risparmio del costo di acquisto del convertitore DC/DC, e delle relative perdite durante l’esercizio. Essa però non consente un controllo della corrente assorbita dalla batteria: tale corrente è determinata dalle sole condizioni elettriche
del circuito. Peraltro la piccola resistenza interna della batteria necessaria
in questo tipo di applicazione fa sì che essa assorba consistenti correnti in
frenatura, e le rilasci in momenti successivi, quando le condizioni elettriche
del tracciato lo consentono, cioè quando vi sono in prossimità del sistema
di accumulo treni in trazione, che stanno quindi assorbendo potenza dalla
linea di contatto.
Se il numero di celle da mettere in serie è scelto adeguatamente, il sistema è autoregolato: la tensione di linea sarà sempre intorno al valore nominale di 750 V, e si sarà fatto in modo che a tale condizione corrisponda uno
stato di carica della batteria intermedio, ad esempio pari al 50 % (mezza
carica). Quando vi sono treni in frenata la tensione ai morsetti della batteria tenderà ad innalzarsi e la batteria assorbirà corrente; l’opposto accadrà
durante la trazione, o nelle condizioni di tensione prossima al valore nominale: necessariamente la batteria che si fosse caricata in precedenza, si
riporterà allo stato di carica di riferimento, contribuendo a fornire energia
ai treni che circolano in linea.
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
297
Una caratteristica peculiare della connessione diretta è che la capacità della batteria non può essere scelta ad arbitrio: la batteria dovrà essere
dimensionata in corrente (e quindi in potenza) per tutta la corrente che le
condizioni elettriche del circuito la porteranno ad assorbire. Tale corrente
non dovrà portare la batteria in condizioni di stress termici eccessivi.
Inoltre una considerazione speciale richiede la valutazione della vita del
sistema di accumulo.
L’installazione prevista prevede l’effettuazione di un gran numero di cicli
di frenatura/ accelerazione. L’ordine di grandezza è di 105 di questi piccoli
cicli, che chiameremo microcicli, per ogni anno di esercizio del sistema.
Occorre quindi che il sistema di accumulo sia in grado di sopportare
nel corso della vita stimata, ad esempio 10 anni, un numero di microcicli
dell’ordine del milione. Questo può essere ottenuto essenzialmente in tre
modi:
–– utilizzando un sistema di accumulo di capacità tale che ogni microciclo
comporti carica/scarica di piccolissima entità (dell’ordine dell’1-2 % della capacità nominale). La vita del sistema di accumulo, anche del tipo
elettrochimico al litio, può essere anche tale da arrivare al milione di
microcicli (cfr. [32]);
–– utilizzando come sistema di accumulo invece di un accumulatore elettrochimico un sistema basato su supercondensatori, i quali, come è noto
hanno vita utile dell’ordine del milione di cicli. In tale caso, però, la connessione alla linea di trazione deve essere necessariamente mediata, in
ragione del fatto che il condensatore andrà necessariamente dimensionato per variare il proprio stato di carica di elevate quantità (ad esempio il
70 % della massima capacità) per ogni ciclo di frenata/riscarica, e questo
comporta variazioni di tensione incompatibili con la connessione diretta
al sistema di trazione;
–– utilizzando un sistema di accumulo ibrido, che contemperi le caratteristiche degli accumulatori elettrochimici e dei supercondensatori.
A titolo di esempio si riporta nella parte sinistra della Figura 7.46 l’andamento della corrente in batteria per il caso studio completo (quindi con la linea di 10 km e tutte le sottostazioni), prevedendo l’installazione di un unico
Figura 7.46:
Andamento di corrente in batteria (SX) e corrispondente SOC (DX) nel caso studio, orario feriale di morbida, una batteria posizionata nella SSE
intermedia. In ascisse il tempo in s.
298
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 7.47:
Andamento della posizione dei tram nel
tempo (in ordinata
l’ascissa chilometrica
della linea, in ascissa il
tempo).
sistema di accumulo, costituito da una batteria in connessione diretta da 100
Ah e tensione nominale di 750 V durante una finestra temporale di 4000 s.
Nella parte destra della figura è riportato il corrispondente andamento
di SOC.
Infine, nella Figura 7.47 sono riportati gli andamenti delle ascisse chilometriche dei cinque treni in esercizio nella fascia oraria considerata, durante la medesima simulazione e nel medesimo intervallo temporale della
Figura 7.46.
Si osserva che le correnti in batteria hanno dei picchi sempre inferiori
ai 700 A, ben compatibili con una batteria al litio di alta potenza da 100 Ah
nominali, come ipotizzato.
Inoltre le fluttuazioni dello stato di carica nel singolo microciclo sono
dell’ordine di poche unità percentuali. In linea di massima tali fluttuazioni
potrebbero essere compatibili con la necessità, per una convenienza economica, di avere un numero di microcicli in batteria, prima di una sua
sostituzione, di alcune centinaia di migliaia. È comunque estremamente
raccomandabile in questi casi un’interazione con il costruttore della batteria per valutare la durata di vita della batteria con un profilo di corrente di
questo tipo. Si rammentano a riguardo le considerazioni già svolte nel Paragrafo 7.4.3., sezione “Confronti”.
Dettagli di questo tipo di applicazione sono riportati in [37] e [39], dove
se ne mostra anche la forte convenienza economica.
Quando si è discussa la tematica della frenatura a recupero in assenza
del sistema di accumulo si è già osservato come al crescere della distanza
fra il tram che frena e quello che riceve l’energia di frenatura l’efficacia
dell’azione si riduce progressivamente. In particolare oltre una certa distanza occorre sfiorare l’energia di frenata per evitare che la tensione al pantografo del tram che frena superi il valore massimo ammissibile. Questa
considerazione si ripete anche nel caso di presenza di sistema di accumulo;
pertanto nei casi in cui il sistema è lontano dal tram che frena la quantità di
energia recuperabile è modesta.
Per massimizzare l’energia recuperata occorrerà quindi installare più
stazioni di accumulo lungo la linea. Il numero di stazioni è in generale da
ottimizzare attraverso simulazioni numeriche. Per calcoli di prima approssimazione si può però utilizzare la regola orientativa proposta in [39]:
–– si definisce il campo d’azione di una stazione con accumulo come 1,5
volte la distanza che causa lungo la linea di contatto, quando transita la
massima corrente di frenatura di un singolo treno, una caduta di tensio-
Capitolo 7 - Sistemi di accumulo dell’energia elettrica
299
ne pari a Umax-Unom differenza fra la massima tensione ammissibile sulla
linea di contatto ed il relativo valore nominale;
–– la distanza fra due sottostazioni con accumulo che ne garantisca un buono sfruttamento deve essere pari al doppio del suo campo d’azione o più.
La logica dietro questa regola pratica, verificata nell’articolo citato mediante simulazioni in un caso studio è evidente: oltre il campo d’azione
(raddoppiato per considerare che treni in frenatura possono trovarsi sia a
monte che valle del punto di installazione della stazione con accumulo)
la necessità di limitare la tensione al pantografo del sistema in frenatura
riduce fortemente l’energia recuperabile. Se vogliamo sfruttare al massimo
l’energia cinetica disponibile nei convogli in linea occorrerà quindi installare ulteriori stazioni di accumulo.
7.11.4.
L’INSTALLAZIONE DI ACCUMULO A BORDO TRENO
L’installazione dei sistemi di accumulo stazionari presenta, come si è
visto l’inconveniente che l’energia di frenatura deve attraversare tratti della
linea di contatto, con corrispondenti cadute di tensione e perdite in linea.
Questi inconvenienti possono essere progressivamente attenuati installando un numero crescente di stazioni lungo la linea.
Un sistema alternativo a questa soluzione consiste nell’installare sistemi di accumulo direttamente a bordo treno. In questo caso il problema del
transito della corrente in linea è completamente eliminato, e quindi anche
la necessità di sfiorare la potenza di frenatura per raggiungimento della tensione limite lungo alla linea di contatto. Per converso però questo tipo di
soluzione richiede maggiori costi di investimento in quanto ogni singolo
treno che deve effettuare frenatura a recupero con accumulo deve essere
equipaggiato di un sistema di accumulo a bordo treno, con il conseguente
onere di costo, peso, ingombro.
Inoltre l’aggravio di peso dovuto al sistema di accumulo installato a bordo, comporta un aggravio anche di energia necessaria per il moto, che va
a detrarsi dai benefici ottenibili con la funzione del recupero di energia in
frenata.
Il confronto fra installazione a bordo o a terra va fatto caso per caso.
Si può però affermare in generale che l’installazione a terra consente un
approccio più flessibile o graduale in quanto si può scegliere di installare
anche un solo sistema di accumulo, il quale contribuisce al recupero di
energia di tutti i treni che frenano in prossimità della stazione, cosa invece
svantaggiosa nel caso di installazione a bordo.
7.12.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Si è visto come i sistemi di accumulo dell’energia elettrica prevedono
normalmente la conversione di energia in altra forma durante l’accumulo, e
la conversione inversa durante l’erogazione.
Per applicazioni in sistemi di trasporto, ed in particolare in sistemi di
trazione elettrica a guida vincolata, nella pratica le applicazioni industrialmente mature prevedono l’accumulo in forma elettrochimica (batterie) o
elettrostatica (supercondensatori).
300
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Si è visto che a seconda dei casi si può precedere un accumulo costituito da una sola batteria di celle elettrochimiche, o di supercondensatori, o
un sistema che ne integra le caratteristiche, i cosiddetti accumuli ibridi (o
misti).
Si sono passate in rassegna le principali tipologie di supercondensatori e
soprattutto di accumulatori elettrochimici a disposizione oggi sul mercato.
Particolare attenzione si è dedicata alle celle al litio, che sono attualmente
dominanti, e che a loro volta si sono ramificate in varie sottofamiglie, delle quali se ne sono individuate cinque, fra le più usate nelle applicazioni
odierne.
In funzione del tipo di applicazione considerata si sono tracciate le linee
verso le quali si deve indirizzare la progettazione di un sistema di accumulo, illustrando anche i modelli matematici più usati per le simulazioni
numeriche.
Infine, quale esempio particolarmente significativo, si sono prospettati i
principali risultati di un caso studio sviluppato con il contributo dell’autore
in una situazione realistica che presumibilmente porterà a breve ad un’applicazione sperimentale.
7.13.
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April 2014.
8
SISTEMI DI TRASPORTO
URBANO
Alessandro Ruvio
Sapienza - Università di Roma
8.1.
Figura 8.1:
Tram a trazione ippica.
CENNI STORICI SUI SISTEMI DI TRASPORTO URBANO
Le prime reti di trasporto collettivo si svilupparono negli Stati Uniti
e nell’Europa Centrale come servizio di trasporto facente uso di carrozze
aperte di tipo ferroviario, trainate da cavalli. Nel XIX secolo nacquero le
cosidette ippovie (Fig. 8.1). Il sistema, grazie alla presenza della rotaia che
assicurava una certa stabilità durante la marcia, risultò subito conveniente.
La prima tranvia a
cavalli, lunga 10 km,
venne aperta in Inghilterra l’11 Settembre 1795 a Crich, nel
Derbyshire, per agevolare il commercio industriale. In America,
invece, l’inaugurazione della prima tranvia
a cavalli, avvenne il 26
Novembre 1832 nella
città di New York. Per
quanto riguarda l’Italia, si può affermare che negli anni successivi alla proclamazione del Regno
d’Italia (1861), la maggior parte delle più importanti città, si dotò di servizio
tranviario urbano a trazione animale. La prima città a realizzare la prima
rete tranviaria fu Torino, attivandone il servizio nel 1872, seguita da Napoli (1875) e Trieste (1876). Tra le tranvie a cavalli extraurbane, si ricorda la
Napoli-Portici-Torre del Greco (1875) e la Milano-Monza inaugurata nel 1876.
I primi rotabili tranviari veri e propri vennero introdotti, però, solo con
la nascita dell’alimentazione a vapore. La Germania fu la prima nazione
in Europa a realizzare una linea tranviaria a vapore nel 1877 nella città di
Kassel. Tuttavia l’elevata onerosità richiesta dalla gestione del sistema a vapore, fece ben presto abbandonare il suddetto sistema, aprendo le porte alla
sperimentazione di nuove soluzioni di trazione, fino a portare alla costruzione delle tranvie con alimentazione elettrica. Risale al 16 Maggio 1881 e
precisamente nella città di Lichterfelde (Berlino), l’entrata in servizio della
prima tranvia elettrica a livello mondiale. Seguirono ben presto nuove realizzazioni in Austria (1883) e Svizzera (1888); in Italia, nel 1890 si elettrificò
304
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
la linea Firenze-Fiesole, in servizio a trazione ippica dal 1884 e a trazione a
vapore dal 1886.
All’inizio del XX secolo nacquero, in rapida successione, molte aziende
tranviarie. Basti pensare che la Germania contava oltre 150 città provviste
di tranvia mentre esistevano oltre 3000 aziende tranviarie sparse in tutto
il mondo. Fu proprio intorno all’anno 1920 che si registrò in Europa, Nord
America, Sud America e Australia il massimo dello sviluppo tranviario. Il
tram divenne immediatamente un mezzo di trasporto di massa in grado di
collegare i centri urbani con le periferie e il circondario (reti extraurbane),
influenzando in modo determinante lo sviluppo e la crescita delle città e
favorendo l’insediamento industriale nelle periferie. Tuttavia, verso la fine
degli anni ’20, a causa dell’assenza di veri e propri piani urbanistici a cui
si aggiungeva un rapido incremento della motorizzazione stradale priva di
norme ben precise, la conflittualità con il traffico stradale divenne insostenibile. Il sopravvento del trasporto individuale, favorito da scelte politiche
a vantaggio dell’impiego della gomma e il mancato aggiornamento tecnico
in materia di trasporto su rotaia e materiale rotabile in genere, condusse
alla chiusura di molte reti tranviarie. In Europa gran parte delle tranvie
vennero così smantellate, fatta eccezione in alcune grandi città. Tra queste
figuravano, per quanto concerne l’Italia: Milano, Torino, Roma e Napoli; per
la Francia: Lille, Marsiglia, St. Etienne; Blackpool per l’Inghilterra; Lisbona
per l’intera Penisola Iberica. La guerra contribuì, inoltre, al danneggiamento
di molte tranvie ancora in funzione, parte delle quali non furono più ricostruite o rimesse in servizio. Fu così che, grazie all’impiego di motori endotermici in grado di ridurre i costi di esercizio, autobus e filobus sostituirono
gran parte dei tram in circolazione. Il primo periodo di storia delle filovie
italiane si aprì nel 1902 con la realizzazione, a cura della Società Anonima
Elettricità Alta Italia, di un impianto sperimentale per l’Esposizione delle
Arti Decorative di Torino.
Nei due successivi decenni furono realizzate numerose linee filoviarie,
urbane ed extraurbane, accomunate dalla breve durata dell’esercizio. Fra i
motivi di questa scelta, è sicuramente da annoverare una certa immaturità
tecnologica mentre, nel caso degli impianti per il trasporto merci nell’Italia
nord-orientale, la stessa finalità militare che ne aveva motivato la realizzazione ne decretò il successivo abbandono a ostilità concluse.
Dopo un decennio di stasi, l’apertura della rete di Vicenza nel 1928 e della linea extraurbana Torino - Cavoretto nel 1931 segnò l’inizio del secondo
periodo della storia delle filovie italiane, nel corso del quale entrarono in
esercizio reti urbane nelle maggiori città: Milano e Venezia (1933), Livorno
(1934), Brescia e Trieste (1935), Roma, Firenze, Padova e Verona (1937),
Genova (1938), Bari e Palermo (1939). A queste si aggiunsero anche alcune
linee extraurbane.
Parzialmente danneggiate durante la seconda guerra mondiale, queste
reti filoviarie furono riattivate al termine delle vicende belliche; inoltre, dal
1947, nuove filovie sostituirono vecchi impianti tranviari in città di piccole
e medie dimensioni e furono così attivate le reti di Avellino, Bergamo, Ancona, Modena, Chieti, Catania, La Spezia, Alessandria, Pavia, Pisa, Trapani, Cagliari, Parma, Bologna, Carrara, Fermo, Civitanova Marche. L’apertura
della filovia extraurbana Napoli-Aversa nel 1964 segnò la fine della fase di
espansione di questo sistema di trasporto nel nostro Paese.
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
305
Il terzo periodo si aprì con le prime soppressioni, a iniziare dal 1966,
quando lo sviluppo delle linee filoviarie raggiunse i 1121 km. La maggior
parte delle reti fu smantellata poiché l’autobus, libero dal vincolo rappresentato dalla linea aerea di alimentazione elettrica, fu ritenuto più adatto
alle mutate condizioni del traffico; in alcune città, peraltro, la volontà di
mantenere le filovie in esercizio si scontrò con la difficoltà di sostituire le
esauste vetture del primo dopoguerra, giacché i costruttori nazionali non
produssero più, per dieci anni (1966-1975), filobus nuovi.
La rinascita delle reti tranviarie si ebbe a seguito della crisi energetica del
1973, con l’improvvisa ed inaspettata interruzione dell’approvvigionamento di petrolio da parte delle Nazioni appartenenti all’OPEC (Organizzazione
Paesi Esportatori di Petrolio) che durò fino al Gennaio 1975. Le conseguenze della crisi energetica non tardarono a far sentire i loro effetti sull’intero
sistema industriale, e in particolar modo su quello dei Paesi dell’Europa
Occidentale, i più colpiti e, dunque, i più penalizzati dai rincari petroliferi.
Il Governo Italiano, per fronteggiare la crisi, varò un piano nazionale di “Austerity Economica” avente a oggetto proprio il risparmio energetico e adottando provvedimenti mirati di immediata esecutività. Ci fu, inoltre, un forte
interesse verso la ricerca di nuove fonte di energia alternative al petrolio.
Parole come ecologia e risparmio energetico divennero ben presto i simboli
del cambiamento della mentalità della società Europea. Il sistema di trasporto pubblico, in una prima fase, puntò alla costruzione di linee metropolitane che andavano così ad aggiungersi ai mezzi di superficie, rappresentati in grandissima parte solo dagli autobus. La diffusione e lo sviluppo delle
metropolitane, in Italia, ebbe origine durante il regime fascista. A Napoli,
nel 1925, entrò in funzione il primo passante ferroviario di penetrazione urbana sotterraneo, all’epoca noto come Metropolitana FS, parte della attuale
Direttissima Roma-Napoli sulla quale venne istituito il primo esempio di
servizio metropolitano italiano. Tuttavia in Italia per la costruzione di una
vera metropolitana bisognerà attendere il 1955, anno in cui entrò in funzione la linea Termini-E42 cioè l’attuale linea B della metropolitana di Roma. In
seguito, nel 1964 e successivamente nel 1969, anche Milano vide nascere le
sue prime due linee. Undici anni dopo, nel 1980, anche Roma si dotò della
seconda linea metropolitana con l’apertura al pubblico dell’attuale linea A.
Negli anni ‘80 grazie allo sviluppo delle prime tecnologie per l’automazione, furono costruite le prime metropolitane automatiche su gomma (TGA,
VAL), le prime progettate dalla società Giapponese Kawasaki nel 1981 con
gli impianti di Kobe e di Rokko e le altre dalla società francese Matra nel
1983, per la realizzazione della metropolitana di Lilla. La tecnologia tradizionale della metropolitana su gomma, principalmente utilizzata per le metropolitane leggere, fu applicata per la prima volta a Parigi, dalla Michelin,
che fornì i sistemi di guida in collaborazione con la Renault, fornitrice dei
veicoli. La sperimentazione iniziò nel 1951, quando un veicolo sperimentale fu provato sul tracciato da Porte des Lilas e Pré Saint Gervais, una sezione
della linea non aperta al pubblico. La Linea 11 Châtelet-Mairie des Lilas
fu la prima a essere convertita dal sistema tradizionale su ferro al sistema
su gomma nel 1956; seguì la Linea 1 Château de Vincennes-La Défense nel
1964, e la Linea 4 Porte d’Orléans-Porte de Clignancourt nel 1967. Infine,
la Linea 6 Etoile- Nation fu convertita nel 1974 per diminuire il rumore del
306
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
suo tracciato sopraelevato. A causa degli alti costi di conversione delle linee
esistenti, queste operazioni non vennero più svolte né a Parigi né altrove:
oggi il sistema della metropolitana su gomma è realizzato solo su linee di
nuova costruzione. L’aumento vertiginoso e non più sostenibile del traffico
automobilistico, soprattutto nelle grandi città, sviluppatosi sul finire degli
anni ‘70, avviò un processo di immediato cambiamento della politica dei
trasporti. La Germania fu uno dei primi Paesi ad investire i propri capitali
nuovamente nella costruzione di reti tranviarie, rendendole però più indipendenti dal traffico individuale su gomma attraverso la progettazione
di sedi dedicate solo ed esclusivamente al trasporto su rotaia. Tutto ciò fu
reso possibile mediante la costruzione di opere civili come sopraelevate e
gallerie, che resero le tranvie più simili alle metropolitane evitando, in tal
modo, intralci alla circolazione urbana automobilistica. Anche la Francia
si collocò tra i Paesi che reintrodussero il tram come mezzo di trasporto di
massa: fino al 1985 vi erano solo 3 piccole reti, ma nel giro di pochi anni si
aggiunsero altre 13 città francesi medio-grandi.
Negli anni ‘90 si svilupparono in Italia nuovi reti metropolitane; nel 1990
furono inaugurate: la linea gialla di Milano e la prima linea della metropolitana di Genova. Nel 1993 venne inaugurata la linea 1 di Napoli, mentre nel
1999 entrò in funzione la metropolitana di Catania.
Per quanto riguarda le tranvie, la prima città italiana a reintrodurre i
tram fu Messina nel 2003 seguita negli anni successivi da Bergamo, Cagliari, Firenze, Padova e Sassari. Non sono mai state chiuse, ma solo ridotte in
estensione, le reti tranviarie delle grandi città come Milano, Roma, Napoli
e Torino.
Lo sviluppo delle metropolitane leggere automatiche su gomma ebbe
diffusione solo recentemente; nel 2006 venne inaugurata la metropolitana
automatica su gomma di Torino e l’anno successivo entrò in funzione un
primo tratto della metropolitana leggera di Napoli. Nel 2013 a Milano venne
inaugurata la linea M5 e a Brescia la metropolitana leggera su ferro completamente automatica.
Figura 8.2:
Tram ATM a trazione
elettrica.
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
307
Oggi, a distanza di anni dalla chiusura delle vecchie linee filoviarie, si
sta assistendo a una progressiva reintroduzione delle stesse, attraverso il
potenziamento delle reti sopravvissute o al progetto d’impianti del tutto
nuovi (Reggio Emilia, Pescara, Lecce, Avellino) e in altre (Roma, Genova,
e Bologna). In Figura 8.2 è rappresentato un tram storico ATM a trazione
elettrica, in Figura 8.3 un filobus in servizio nel 1957.
Figura 8.3:
Filobus in servizio nel
1957.
8.2.
IL TRAM: SU FERRO E SU GOMMA
Il tram è un veicolo di trasporto pubblico a guida vincolata su rotaia o
su gommaI, dotato di sistema di propulsione elettrico che trasferisce l’energia necessaria al moto del rotabile e al funzionamento di tutti i dispositivi
ausiliari di bordo. La produzione dei veicoli tranviari è incentrata, allo stato attuale, sulla realizzazione di tram con caratteristiche di modularità e
componibilità in relazione alle dimensioni e alle prestazioni tecnologiche; è
possibile infatti raggiungere lunghezze complessive che vanno dai 15 a 50 m
con larghezze dell’ordine di 2.4 m.
Con la norma UNI 8379 “Sistemi di trasporto a guida vincolata (ferrovia,
metropolitana, metropolitana leggera, tranvia veloce e tranvia). Termini e definizioni”, il “sistema tram” è stato trattato con le differenti denominazioni
di “tranvia” e “tranvia veloce” (metrotranvia) definite nei seguenti termini:
–– tranvia: sistema di trasporto per persone negli agglomerati urbani costituito da veicoli automotori o rimorchiati dai medesimi, a guida vincolata, in genere su strade ordinarie e quindi soggetto al Codice della Strada,
con circolazione a vista;
I
Sistema con rotaia centrale con funzione di guida.
308
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
–– tranvia veloce (metrotranvia): sistema di trasporto che mantiene le caratteristiche della tranvia, con possibili realizzazioni anche in tratte suburbane, ma che consente velocità commerciali e portate superiori grazie ad
adeguati provvedimenti (per es.: delimitazioni laterali della sede, riduzione del numero di attraversamenti, semaforizzazione degli attraversamenti con priorità per il sistema, ecc.), atti a ridurre le interferenze del
sistema con il restante traffico veicolare e pedonale.
Per quanto riguarda il veicolo, la distinzione tecnica più significativa
tra i modelli di tram presenti sul mercato, riguarda l’altezza del pianale
rispetto al piano del ferro e in particolare si possono distinguere le seguenti
categorie:
–– pianale parzialmente ribassato (partial low floor car), con carrelli in rotazione rispetto alla cassa. Nei tram tradizionali il pianale sui carrelli
motore può arrivare ad altezze fino a 900 mm, mentre in quelli di recente
costruzione si è riusciti a limitare tale altezza intorno ai 600 mm.
–– pianale completamente ribassato (full low floor car), in cui il pavimento
interno ha mediamente altezza di 350 mm; grazie all’adozione di carrelli
non convenzionali che non ruotano rispetto alla cassa e al frazionamento
del tram in numerose casse, alcune delle quali poggiano su un carrello,
mentre altre sono prive dello stesso.
La prima categoria consente di massimizzare le prestazioni cinematiche
e l’affidabilità, mentre la seconda privilegia l’accessibilità e la fruibilità degli spazi. In generale tutti i modelli commercializzati possono essere sia
bidirezionali che monodirezionali.
Occorre sottolineare che se da un lato quelli bidirezionali offrono una
maggiore flessibilità di esercizio, dall’altro ciò comporta la riduzione dei posti interni a sedere rispetto a quelli monodirezionali, a causa della presenza
delle porte su entrambi i lati del veicolo.
Nella Tabella 2.1 viene riportata, a titolo esemplificativo, la minima capacità di trasporto dei passeggeri per senso di marcia per una tranvia veloce
e una tranviaII.
Portata
potenziale
minima per
senso di
marcia
(posti/h)1)
Distanziamento
(min.) 1)
Capacità
convoglio
(passeggeri)
Tranvia
veloce3)
2,700
4
180
350-500
15
60
Tranvia
1,080
10
180
200-350
10
30
2)
Distanza
Velocità
media tra commerciale
le stazioni
(km/h) 1)
(m)
Lunghezza
max
convoglio
(m)
Tabella 2.1:
Prestazioni Tranvia veloce e Tranvia.
“Il sistema tram: stato dell’arte e prospettive” Ministero delle Infrastrutture e dei
Trasporti, 2004.
II
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
309
1. prestazioni potenziali minime in condizioni di massima domanda di trasporto (ora di punta);
2. posti in piedi calcolati sulla base di 6 pass/m2;
3. è opportuno limitare il numero di attraversamenti di vario tipo mediamente a non più di 3 al km.
Le prestazioni tecnologiche di un veicolo tranviario dipendono da diversi fattori quali: sistema di propulsione, peso e aerodinamica.
Il sistema di propulsione maggiormente utilizzato è quello elettrico sia
con motori in corrente continua sia con motori asincroni in corrente alternata, integrati tipicamente nei mezzi di ultima generazione, con dispositivi
in grado di immagazzinare l’energia che, prodotta durante le fasi di frenatura, viene riutilizzata nelle fasi di accelerazione. Il sistema di accumulo,
tipicamente adottato per questo tipo di applicazioni è di tipo a supercondensatori, sistemi caratterizzati da una elevata densità di potenza e una
grande durata. La potenza richiesta al sistema di propulsione varia notevolmente con il peso e con il carico del veicolo. La potenza installata su
ciascuna unità di trazione varia dai 200 ÷ 400 kW. Un parametro attraverso il quale è possibile valutare l’efficienza energetica del veicolo tranviario
è il rapporto peso/carico. In Tabella 2.2 vengono riportati i pesi tipici per
un tram semplice e per quello articolato con relativi valori del rapporto
peso/carico passeggeri.
Tabella 2.2:
Pesi veicolari.
Peso a vuoto (t)
Peso per Passeggero
Trasportato (kg)
Tram semplice
16 ÷ 24
145 ÷ 260
Tram articolato
20 ÷ 50
115 ÷ 267
Veicolo
Valori prestazionali accettabili dei veicoli tranviari presentano accelerazioni massime stimate intorno a 1.3 m/s2 e decelerazioni intorno a 1.1 m/s2,
mentre, per il jerk (accelerazione di primo distacco) si fa riferimento ad un
valore di 0.9 m/s3.
Per quanto riguarda le caratteristiche strutturali, la normeIII assumono
riferimenti europei e in particolare:
–– la EN 12663, che impone requisiti per il dimensionamento strutturale
delle casse del rotabile;
–– la EN 13749, che impone requisiti per il dimensionamento strutturale
dei telai dei carrelli, o strutture equivalenti.
Per quanta riguarda gli apparati elettrici ed elettronici, questi devono
essere conformi alla norma EN 50155 (apparecchiature elettroniche per il
materiale rotabile) e alla norma EN 50207 (convertitori statici per l’installazione in materiale rotabile).
A titolo esemplificativo in Figura 8.4 viene riportata una tipica configurazione dell’equipaggiamento di trazione elettrica relativa ad ogni singolo
carrello motore (e servizi ausiliari), collocato all’interno di alloggiamenti
posti nella zona tetto.
III
L’elenco completo delle normative è riportato nell’allegato 2.
310
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 8.4:
Apparati elettrici nel veicolo tranviario.
Figura 8.5:
Trambus “Translhor”.
In particolare, all’interno di tale alloggiamento sono presenti:
–– un convertitore IGBT che alimenta i motori di trazione asincroni trifase e
il freno de-accoppiatore associato ad esso;
–– un convertitore che alimenta i servizi ausiliari: caricabatteria e inverter
per servizi ausiliari;
–– un gruppo batteria.
I convertitori di trazione e degli ausiliari sono equipaggiati con unità di
controllo, filtri, componenti elettromeccanici per il filtro pre-carica, componenti elettromeccanici di protezione BT/MT.
Una valida alternativa alla tranvia classica su ferro può essere rappresentata dal sistema tranviario su gomma, il “Trambus”, che con la capacità di persone trasportate presenta i pregi di una tranvia e contestualmente presenta costi e impatto ambientale,
nel contesto cittadino, minori. In Figura 8.5
si riporta l’immagine di un trambus modello
Translhor.
L’infrastruttura è caratterizzata da una piattaforma in cemento armato, larga circa 2.2 m
(stessa larghezza del veicolo) sulla quale viene posta in opera un’unica rotaia centrale che
ha la funzione di guida, e della linea aerea per
l’alimentazione elettrica del veicolo (il ritorno
della corrente è via rotaia).
In generale il veicolo è dotato di pneumatici e di una serie di ruote metalliche disposte a
V con angolo di 45° in alcuni modelli (Transl-
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
311
hor STE) e con angolo di 90° in altri (GLT), che insistono sulla rotaia consentendo al veicolo la guida vincolata. Le Figure 8.6a-b, riportano i particolari
relativi ai modelli Translhor (Fig. 8.6a) e Bombardier (Fig. 8.6b).
Figura 8.6a:
Schema sistema di
guida del modello
Translohr (STE). Nella
figura sono riportate
le ruote di guida metalliche e la rotaia in
grigio scuro e gli pneumatici in nero.
a.
Figura 8.6b:
Schema sistema di guida del modello Bombardier (GLT). Nella
figura è riportata la
ruota di guida metallica e la rotaia in grigio
scuro.
b.
Il contatto diretto ruota-rotaia viene evitato grazie a speciali materiali
elastomeri con cui sono ricoperte le ruote metalliche. Ne derivano benefici
in termini di silenziosità, di vibrazioni e di usura della stessa rotaia. Inoltre,
il sistema di frenatura è provvisto di ABS (Antilock Braking System), ovvero
del sistema di sicurezza che evita il bloccaggio delle ruote garantendone la
guidabilità in fase di frenata. Attraverso la guida vincolata il veicolo non è
in grado di circolare al di fuori della rotaia, pertanto non è necessario l’uso
dello sterzo, presente, invece, nei sistemi a guida libera o a guida parzialmente vincolata.
Le caratteristiche e le prestazioni del tram su gomma possono essere così
riassunte:
–– alte prestazioni su percorsi accidentati: grazie alla motorizzazione di cui
è provvisto e all’aderenza degli pneumatici, è in grado di superare salite
con pendenze fino al 13 % in condizioni di pieno carico;
–– ingombri ridotti sulla sede stradale: il ridotto raggio di curvatura (10.5 m),
indipendentemente dalla lunghezza del veicolo, permette un inserimento agevole anche nelle vie più strette che richiedono angoli molto piccoli.
Ciò comporta anche la possibilità di costruzione di depositi di più piccole dimensioni rispetto a quelli tranviari. Grazie alla sagoma contenuta
312
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
––
––
––
––
––
––
––
Figura 8.7:
Dispositivi di sicurezza
dello STE.
(larghezza 2.20 m, altezza 3.12 m), il Translohr permette l’ottimizzazione dello spazio disponibile per il transito degli altri mezzi di trasporto
(marciapiedi, piste ciclabili, viabilità stradale). Inoltre l’ingombro di due
Translohr affiancati è all’incirca di 5.41 m, quindi minore di quello di
due tram affiancati (6.50 m);
costi infrastrutturali ridotti: le opere di armamento ridotte, richiedono
scavi meno profondi per la piattaforma che viene realizzata su uno spessore compreso tra i 24 ÷ 30 cm a fronte dei 70 ÷ 100 cm necessari per
una tranvia classica. Essendo poi la piattaforma di calcestruzzo armato
realizzata in continuo, il sottosuolo rimane accessibile in caso di lavori
di manutenzione o di riparazione;
accessibilità: il pavimento piano e ribassato a 25 cm dal suolo per tutta
la lunghezza del veicolo, consente un accesso semplice e senza dislivelli
con il piano della banchina;
modularità: i modelli denominati Translohr di concezione modulare attualmente prodotti sul mercato sono denominati STE. Le sue possibili
combinazioni sono: STE2 (2 moduli, 18 m), STE3 (3 moduli, 25 m), STE4
(4 moduli, 32 m), STE5 (5 moduli, 39 m), STE6 (6 moduli, 48 m);
silenziosità: l’assenza del contatto diretto ruota-rotaia garantisce l’assenza di stridore soprattutto in curva, mentre il dispositivo di guida non
trasmette vibrazioni alla rotaia. La norma di riferimento è la ISO 3095;
autonomia: il veicolo è equipaggiato con batterie che permettono allo
stesso di non avvalersi della linea elettrica per determinati tratti lungo
l’intero percorso;
elevata capacità di trasporto: i moduli sono comunicanti tra loro senza
alcuna parete ed il largo corridoio facilita la circolazione dei passeggeri
da un’estremità all’altra del veicolo. In funzione della lunghezza, lo STE
è in grado di trasportare da 127 a 358 persone per convoglio;
sicurezza: il veicolo è provvisto del dispositivo di espulsione degli oggetti (DDO). Quest’ultimo è complementare al “cacciacorpi” che troviamo
installato alle estremità dei tram ed al “cacciapietre” presente invece su
ogni coppia di ruotini. Il DDO monta direttamente i pattini di ritorno della corrente, scende nelle gole della rotaia da entrambi i lati e permette di
espellere eventuali oggetti che potrebbero esserci finiti dentro. In Figura
8.7 viene descritto il dispositivo di espulsione oggetti DDO.
Alcuni svantaggi di questo sistema
sono venuti alla luce
nel corso dell’esercizio di alcune linee.
Si è infatti riscontrato che la rotaia
centrale
risultava
essere pericolosa per
i veicoli a due ruote
che vi transitano di
passaggio. Un altro
difetto
riscontrato
è stata l’usura del
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
313
manto stradale al continuo passaggio del veicolo, causato dagli pneumatici
che a lungo andare, creavano dei solchi sulla sede stradale. È stato pertanto
necessario provvedere a rinforzare la stessa mediante uno strato in calcestruzzo.
Una versione ottimizzata del modello Translohr è il Translohr Prime. Lo
si annovera tra i sistemi di trasporto leggero unidirezionale guidato. Nella
Figura 8.8 sono raffigurati i due modelli posti a confronto.
Figura 8.8:
I modelli STE e Prime a
confronto.
Il Translohr Prime ha configurazione modulare con lunghezze che vanno
dai 25 m ai 39 m. Con l’aggiunta di un modulo passeggero o di un modulo
intermedio il veicolo subisce un allungamento e dunque un aumento della
capacità di trasporto. Tutto questo avviene con un ingombro inferiore rispetto al Translohr STE.
Alcune caratteristiche del Translohr Prime sono:
–– la semplificazione del rotabile con una sola cabina di guida, una sola
catena di trazione, porte del veicolo da un solo lato e un sistema di guida
unicamente nel senso di marcia;
–– risparmio di tempo al capolinea mediante l’inversione a loop con assenza dei tempi di preparazione/de-preparazione.
314
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 8.9:
Scambio a due rotaie.
Figura 8.10:
Incrocio rigido.
Il sistema, è dotato di scambi e incroci realizzati o con una coppia di
spezzoni rigidi di rotaia (uno per il corretto tracciato e l’altro per la deviata)
o con un unico spezzone flessibile. Si riporta in Figura 8.9 un esempio di
scambio a due rotaie. Gli incroci presentano un breve tratto di rotaia girevole che può allinearsi lungo l’uno o l’altro percorso a seconda delle esigenze.
Un esempio di incrocio rigido è riportato in Figura 8.10.
Rientrano nei sistemi tranviari su gomma anche i trambus con guida
magnetica (sistema APTS - Advanced Public Transport Systems BV) e i tram
a guida ottica (con la presenza di doppio tratteggio centrale dipinto lungo il
percorso che viene letto da una telecamera a bordo del veicolo).
8.3.
IL FILOBUS: DAL TRADIZIONALE AL BIMODALE
Il filobus è, come il tram, un veicolo a trazione elettrica. Le dimensioni
standard del veicolo sono pari a 2.5 m per la larghezza, mentre per lunghezze si possono realizzare vetture da 12 m per i veicoli a 2 assi (con l’unica
eccezione di un piccolo gruppo di 4 vetture da 10.5 m) e di 18 m per i filosnodati a 3 assi. La tipologia a 3 assi e cassa unica è scomparsa. Per quanto
riguarda i motori elettrici di propulsione, prima del 1996 si sono adottati
azionamenti in corrente continua con controllo reostatico o a chopper, dopo
il 1996 si è assistito a un progressivo cambiamento verso la soluzione con
azionamento in corrente alternata con controllo a inverter.
Il sistema di trazione è tipicamente monomotorico, della potenza di 150300 kW; fra gli impianti ausiliari è importante ricordare il motocompressore
per la produzione dell’aria compressa necessaria per il circuito pneumatico
di comando delle porte, dei freni, ecc. In Figura 8.11 viene schematizzato
un tipico schema a blocchi del circuito di potenza presente a bordo di un
filobus tradizionale.
Negli anni ‘90 la possibilità di circolare, sia pure con prestazioni e autonomia limitate, indipendentemente dalla linea elettrica di alimentazione, è
sempre stata considerata una prerogativa auspicabile per un filobus. Inizialmente, intorno agli anni ‘30, ci si accontentò di rendere possibile qualche
breve movimento autonomo a bassissima velocità, ad esempio all’interno
delle rimesse, facoltà che venne ottenuta con l’utilizzo di una batteria di
accumulatori a bordo dei veicoli. Contemporaneamente si sperimentarono
316
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
particolare, per l’ingresso e l’uscita dalle rimesse. Il ricorso alla marcia autonoma per tali movimenti consente di semplificare gli impianti di linea,
riducendo il numero degli scambi aerei che sono causa di rallentamenti e
possibili scarrucolamenti delle aste, e di evitare la posa della linea di contatto all’interno delle rimesse. Infine, per le linee lunghe o che, in periferia,
si diramano verso più direzioni, l’impiego di filobus bimodali consente di
limitare la posa dei conduttori aerei di contatto alle sole sezioni ricadenti
nel centro urbano, dove il traffico è più intenso, e di esercitare con marcia
autonoma le sezioni estreme, dove il minor traffico non giustifica la spesa
per la costruzione degli impianti di elettrificazione.
In Figura 8.12 a-b si riporta un confronto di architetture tra un filobus bimodale a batteria e un filobus bimodale con motore endotermico e la schematizzazione del propulsore elettrico.
Figura 8.12a:
Equipaggiamento
elettrico per un filobus
bimodale.
Figura 8.12b:
Schematizzazione del
propulsore elettrico.
Nell’ultimo decennio, ci sono stati considerevoli miglioramenti nella
progettazione dei veicoli filoviari. Ne è un esempio l’abbassamento automatico delle aste del trolley in caso di distacco dalla rete oppure sotto comando
del conducente, senza che questo debba lasciare la plancia di guida. È stata
realizzata anche la possibilità di un riposizionamento automatico delle aste,
previa installazione di un’apposita attrezzatura. I progressi nella scienza dei
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
317
materiali e i miglioramenti della dinamica del movimento hanno permesso
cospicui miglioramenti nel progetto della rete area nonché delle aste di captazione. Gli attuali sistemi di sospensione permettono al veicolo di viaggiare
oltre gli 80 km/h senza creare alcun problema alla stabilità della linea di
alimentazione. A questo fattore si aggiunge la struttura di sostentamento
della catenaria tradizionale, ridotta al minimo, con conseguente miglioramento dell’impatto sull’ambiente urbano. Le sospensioni migliorate e nuovi
innesti appositamente progettati consentono ai veicoli di procedere speditamente anche nell’attraversamento delle zone di intersezione con altre
linee. L’utilizzo del motore di trazione a corrente alternata ha introdotto
molti vantaggi rispetto ai tradizionali sistemi a corrente continua: grande
affidabilità, minore manutenzione, grande efficienza, un controllo accurato
delle accelerazioni e degli spunti. Il vantaggio principale è sostanzialmente
quello di consumare un terzo dell’energia di un motore a corrente continua. Contrariamente a un autobus tradizionale con motore diesel e albero
di trasmissione, un filobus ha generalmente un singolo motore elettrico di
dimensioni paragonabili alla tradizionale scatola del cambio che è collegato
direttamente agli assi di guida. Non c’è alcun cambio né frizione, mentre gli
ingranaggi sono installati direttamente sull’asse che ha un rapporto di riduzione maggiore per fronteggiare il maggior numero di giri che caratterizza il
motore elettrico di un filobus. Sul mercato, sono stati immessi recentemente veicoli con assi di guida in cui ogni ruota è motorizzata (motoruota). La
Figura 8.13 illustra uno schema di principio di tale sistema. Ciascuna ruota
è dotata di un motore di trazione propria, collegato o inserito direttamente
nel cerchione del pneumatico. Questo permette l’eliminazione dei differenziali e degli alberi di trasmissione, consentendo ulteriori semplificazioni
della tecnologia di funzionamento del veicolo e una grande flessibilità nella
progettazione degli spazi interni (adozione del pianale ribassato su tutta la
lunghezza del veicolo).
Come per i sistemi tranviari, anche nei filobus l’energia generata dalla
frenatura elettrica può essere dissipata da resistori appositi, reimmessa in
linea o accumulata a bordo con i supercondensatori.
Figura 8.13:
Sistema motoruota.
318
8.4.
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
LA METROPOLITANA: PESANTE E LEGGERA
La metropolitana è un sistema di trasporto ad elevata capacita e regolarità i cui costi elevati di costruzione e gestione sono giustificati solo nei casi
di domanda di trasporto molto elevata.
Esistono due tipologie di metropolitane, che hanno ambiti di applicazione e costi diversi:
–– Metropolitana leggera (Light Rall Transit - LRT)
–– Metropolitana pesante (Rapid Rail Transit - RRT)
Le Metropolitane leggere (LRT) sono considerate come un sistema intermedio tra quello tranviario e quello metropolitano classico. Prevedono la
realizzazione delle opere civili prevalentemente in sede propria (sono consentite per brevi tratti commistioni con il traffico privato - intersezioni) e
viaggiano in galleria nei centri storici urbani. Si distinguono principalmente
dalle metropolitane pesanti esclusivamente per la capacità di trasporto che
risulta più contenuta. I veicoli sono costituiti da 2 a 4 casse e hanno lunghezze fino a 35 m e capacità fino a 100 passeggeri per ogni cassa; la velocità
commerciale arriva a 40 km/h con capacità fino a 10,000 - 15,000 pass./h.
Le Metropolitane pesanti (RRT) sono esclusivamente in sede protetta e,
nei centri urbani, prevalentemente in galleria. Richiedono elevati costi di
investimento per cui si giustifica solo in corridoi metropolitani con domanda di trasporto molto elevata.
La capacità di una linea metropolitana arriva fino a 35,000 pass./h.
I convogli sono costituiti da più veicoli (vagoni) di lunghezza pari a 17 m
e una capacità di carico fino a 250 posti; ogni convoglio ha almeno due
vagoni.
La velocità commerciale di questi sistemi arriva a 50 km/h con un intertempo tra due passaggi successivi che può arrivare fino a 90 s (frequenza di
40 convogli/h).
Sia le metropolitane pesanti che quelle leggere generalmente utilizzano
convogli ferroviari costituiti dall’insieme di più vetture rimorchiate e automotrici, tutte comandate dalla cabina di testa, collegata da accoppiatori
automatici. Per aumentare la velocità media (fra 30 e 40 km/h) si tende ad
aumentare le accelerazioni di avviamento (fino a 1.3 m/s2) e la decelerazione di frenatura (fino a 1.8 m/s2). Per ottenere queste prestazioni si aumenta
la potenza e si diminuisce il peso, utilizzando strutture in lega leggera.
I convogli possono avere un azionamento in c.c. o in c.a. a recupero di
energia, con reostato di frenatura a bordo parzializzato attraverso chopper,
abbinati a sottostazioni elettriche di alimentazione “reversibili” o con capacità di accumulo.
Per azionamenti in c.c. gli elementi principali sono:
–– chopper principale (conversione cc/cc);
–– chopper di frenatura.
Per azionamenti in c.a. gli elementi principali sono:
–– inverter (versione a tensione impressa con GTO);
–– chopper di frenatura (azionato dalla massima tensione in linea: utilizzato anche per proteggere dalle sovratensioni i motori).
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
319
Un convoglio tradizionale può essere composto da 2 unità di trazione
costituite da 2 elettromotrici permanentemente accoppiate, ciascuna dotata
di cabina di guida e da una rimorchiata. Il Sistema di trazione è di tipo tradizionale in c.c. munito di reostati per l’avviamento e dissipazione dell’energia di frenatura.
Un convoglio moderno può essere composto da due unità motrici, ciascuna costituita con una configurazione con 4 motori asincroni a 4 poli con
rotore a gabbia di scoiattolo realizzato in lega di alluminio, con tensione
concatenata in uscita di 945 V, con potenza di 145 kW, funzionanti in parallelo a 2 a 2 con motori montati sullo stesso asse.
Si riporta uno schema elettrico in Figura 8.14 di un treno composto da
3 unità di trazione costituite da due elettromotrici permanentemente acFigura 8.14:
Schema di potenza di
una unità di trazione
di un convoglio della
linea B di Roma.
320
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
coppiate di potenza pari a 540 kW ciascuna, con azionamento di tipo “fullchopper” (con possibilità recupero in linea energia prodotta in fase di frenatura).
Alcuni degli equipaggiamenti elettrici rappresentati nello schema sono:
–– i chopper di frenatura CHFA e CHFB, posti in parallelo;
–– le resistenze RFA e RFB, necessarie per la dissipazione dell’energia di
frenatura in assenza di ricettività della linea;
–– il microprocessore che regola l’energia da dissipare su reostati, a partire
dall’ energia disponibile ai morsetti del motore e dalla tensione al pantografo;
–– i chopper CHA e CHB, insieme con i diodi di blocco DR, costituiscono il
chopper innalzatore bifase;
–– le tre resistenze tampone (RTF 1, RTF 2 e RTF 3) necessarie per la limitazione della corrente rotorica;
–– il condensatore filtro CF;
–– i contattori di frenatura F1-F2;
–– gli invertitori per i motori INV1-2, INV3-4;
–– l’interruttore extrarapido JR;
–– l’induttanza filtro LF;
–– le induttanze di spianamento LMA-LMB;
–– i motori di trazione M1, M2, M3, M4;
–– il pantografo PAN;
–– i contattori di trazione T1 e T2 e il contattore di maglia TF.
Appartengono alla categoria delle metropolitane leggere i sistemi su gomma completamente automatici AGT (Automated guideway transit), quali:
–– AGS (Automated Guideway System) prodotto dalla Westinghouse Electric Corporation (USA).
–– TGA (Transport Guideway Automated) prodotto dalla società Kawasaki
(Giappone).
–– VAL (Véhicule Automatique Léger) prodotto dalla società Matra (Francia)
assorbita dalla Siemens (Germania).
Nelle metropolitane automatiche su gomma la guida è interamente controllata da elaboratori che sostituiscono in tutto il guidatore. Pur viaggiando
in sede completamente riservata hanno, in generale, ruote gommate e la
rotaia è costituita da travi in acciaio (come nella città di Sapporo, Parigi e
Città del Messico), cemento armato (come nella metropolitana di Montreal,
di Lille, di Tolosa e di Santiago); alcune ruote sono portanti e altre svolgono
la funzione di guida.
La dimensione e la capacità di questi veicoli sono molto più modeste
rispetto ai sistemi ordinari metropolitani; e sono usati soprattutto come navette negli aeroporti.
Nella Tabella 4.1 è riportata una sintesi delle principali caratteristiche
dei sistemi AGT.
Il sistema TGA:
I sistemi peoplemovers giapponesi sono così caratterizzati:
–– gli impianti utilizzano ruote in gomma e guida laterale;
–– i veicoli si muovono su piste in resina epossidica con sagoma a T;
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
Vettura
Convoglio
Largh.
Lungh.
Altezza
Tara
Val.
206
2.06
12.90
3.25
15.5
22
55
77
Val 256
2.56
13.80
3.25
-
12
80
92
Sistema
AGT
TGA
AGS100
2.39
2.85
8.40
12.00
3.21
3.40
321
10.5
14.7
Lunghezza, altezza, larghezza in metri
Tara e carico in tonnellate
Posti
In
Sed. piedi
12
16
45
70
Tot.
57
86
N°
vett.
Lungh.
Posti
tot.
Tara
+
carico
2
25.80
154
42.5
4
51.60
308
85.0
2
28.00
184
-
4
56.00
368
-
2
16.80
114
29.5
4
33.60
228
59.1
6
50.40
342
88.5
8
67.20
456
118.0
1
12
86
21.1
2
24
172
42.2
3
36
258
63.3
Carico = n posti * 75 kg.
Standard posti in piedi = 4 pass/m2.
Tabella 4.1:
Dimensioni e capacità dei veicoli AGT.
–– l’alimentazione è a 600 V trifase e l’azionamento è con motori in corrente
continua;
–– la potenzialità degli impianti in esercizio varia da 6,000 a 10,000 pass./h.
Il sistema più utilizzato e commercializzato è quello denominato “Kawasaki AGT System”. Questo sistema, completamente automatico, utilizza
veicoli su gomma che rotolano su una pista apposita; la guida avviene tramite ruote ausiliarie gommate. L’unità tipo, inscindibile, è composta da due
veicoli e i convogli possono essere composti da 2 o 3 unità. Con un distanziamento di 60 sec. è possibile ottenere potenzialità di oltre 26,000 pass./h
per direzione. I veicoli hanno strutture in lega leggera e sono montati su
carrelli monoasse con dispositivi di sterzatura delle ruote. Le ruote su pneumatici sono del tipo normalmente impiegato sui veicoli industriali e nel
loro interno è sistemato un cerchio in acciaio che consente di raggiungere
la più vicina zona di ricovero anche in caso di sgonfiamento accidentale. La
guida del veicolo avviene tramite coppie di ruote montate su asse verticale
e su ciascun lato.
Ogni semiunità è dotata di un impianto pneumatico che produce aria
compressa per i servizi di bordo e per la frenatura meccanica.
La frenatura è normalmente effettuata elettricamente con recupero di
energia in linea; mediante l’aria compressa si può agire, in caso di guasto
all’impianto elettrico, sui freni a disco. È previsto inoltre anche un freno di
stazionamento.
L’equipaggiamento elettrico di trazione e frenatura è costituito, per ciascuna unità, da due motori in corrente continua regolati da un azionamento
322
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
a chopper; l’alimentazione proviene da una terna trifase a 600 V, 50 Hz.
I motori in corrente continua hanno una potenza continuativa per ciascuna unità pari a 2 × 110 kW. Con queste prestazioni, considerando soste
ogni 600 m dell’ordine dei 15 s, si raggiunge una velocità commerciale di
32 km/h. I consumi, riferiti ad un carico intermedio, risultano di 2.7 kWh/
vett.km. II sistema di alimentazione elettrica è di tipo classico e non ha
elementi di innovazione. Si ricorda solamente che essa avviene mediante sottostazioni di conversione rete primaria/rete trifase di alimentazione,
nelle quali sono installate anche le cabine di alimentazione dei servizi di
stazione. Le sottostazioni alimentano le vetture tramite le linee di contatto a
terza rotaia. La captazione della corrente avviene mediante degli striscianti.
Il sistema AGS
La maggior parte delle realizzazioni si hanno per servizio di distribuzione negli aeroporti. Dal 1971, data di inizio del primo impianto, vi è stato un
continuo incremento della utilizzazione del sistema.
Tutti gli impianti sono completamente automatici e utilizzano veicoli su
gomma (ruote gemellate) che si muovono su una pista; la guida è centrale
ed utilizza ruote di gomma ad asse verticale.
La scocca dei veicoli è in alluminio ad alta resistenza e acciaio a bassa
lega (telaio). Il veicolo può funzionare singolarmente ed è accoppiato per
formare convogli di 4 vetture. La captazione della corrente (trifase a 600 V)
avviene mediante striscianti. I freni, del tipo a tamburo e ferodi, sono comandati ad aria compressa ed elettricamente per eseguire la frenatura di
servizio comandata dalla postazione informatica centrale di controllo. Il
sistema di frenatura di emergenza è separato dall’impianto di frenatura di
servizio e consiste in freni azionati a molla comandata da valvole elettromagnetiche. È previsto anche il freno di stazionamento. Ogni veicolo è dotato di impianto per la produzione dell’aria compressa. La sospensione del
veicolo è ottenuta mediante balestre semiellittiche (che costituiscono la sospensione primaria) e molle pneumatiche (sospensione secondaria).
Fiura 8.15:
Sezione sistema di guida AGS.
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
323
L’equipaggiamento elettrico di trazione e frenatura è costituito, per ciascun veicolo, da due motori in corrente continua comandati e regolati tramite un chopper (non sembra esistere negli impianti in esercizio la frenatura
a recupero, peraltro facilmente realizzabile), i motori in corrente continua
hanno una potenza continuativa totale di 2 × 75 kW.
Con queste prestazioni la velocità commerciale, su linea con un distanziamento medio delle stazioni di 600 m ed una sosta di 20 s risulta di
28 km/h. I consumi, per il veicolo, risultano pari a 1.7 kWh/veicolo km.
L’impianto di alimentazione elettrica è di tipo classico; sono prescritte sottostazioni di conversione trifase (tensione primaria 600 V) che alimentano le vetture mediante linee di contatto formate da terza rotaia. In
Figura 8.15 è rappresentato il sistema di guida per i sistemi AGS.
Il sistema VAL
La caratteristica dei sistemi VAL è quella di utilizzare veicoli su gomma
su piste di rotolamento, con guida laterale e scambi con imbocco centrale.
Il distanziamento minimo ottenibile con questo sistema è di 60 secondi. La
portata oraria può arrivare a 15,000 pass/h. Il veicolo VAL 206 è costituito da
due vetture motrici indivisibili, interamente realizzate in alluminio, la cui
cassa viene trattata con un sistema di finitura poliuretanica che protegge dalla corrosione. Il veicolo è provvisto di una batteria, caricata tramite un convertitore statico, che è dimensionata in modo da assicurare la continuità di
alcune funzioni prioritarie in caso di mancanza di alimentazione primaria.
La guida del veicolo avviene lateralmente mediante ruote di gomma ad
asse verticale; gli scambi sono imboccati da una ruota posta al centro del
veicolo.
Tutti gli assi dei veicoli sono motorizzati grazie a due ruote portanti,
dotate di freni a disco autoventilati. Le ruote portanti sono formate da uno
pneumatico gonfiato con azoto e da un cerchione che alloggia una ruota
ausiliaria montata all’interno del pneumatico. Essa agisce, in emergenza, in
caso di sgonfiamento del pneumatico. Le vetture sono munite di frenatura
di servizio elettropneumatica, la frenatura meccanica è del tipo a frizione.
La captazione della corrente avviene mediante quattro contatti striscianti.
L’equipaggiamento elettrico è costituito da quattro motori in corrente continua distribuito sui due veicoli che costituiscono l’unità; i due motori che
azionano gli assi di una stessa cassa sono accoppiati elettricamente in serie
in modo permanente. L’azionamento è a chopper e le caratteristiche di ciascun motore sono le seguenti:
–– potenza continuativa a 1860 giri/min. 151 kW;
–– corrente massima ammessa in trazione 600 A;
–– corrente massima ammessa in frenatura 550 A.
In Figura 8.16 viene riportata l’architettura di un veicolo e un dettaglio
del carrello.
Le prestazioni del veicolo risultano: velocità massima di 80 km/h, accelerazione 1.3 m/s², raggio minimo in linea 40 m e pendenza massima superabile del 10 %. La velocità commerciale che si può ottenere, su un percorso
con soste mediamente poste ogni 750 m, della durata di 15 s, è di 34 km/h.
I consumi, con veicolo a pieno carico sono valutabili in 4 kWh/unità.km.
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
325
Il sistema VAL non richiede la presenza di conducenti o assistenti a bordo o nelle stazioni. È sufficiente un numero esiguo di operatori nel posto
di controllo centralizzato per sorvegliare l’intero sistema e i movimenti dei
treni e dei passeggeri. Questi operatori comandano l’accensione e lo spegnimento del sistema e intervengono in caso di imprevisti, quali guasti o altre
situazioni di emergenza. In Figura 8.17 sono riportati gli automatismi e le
logiche di controllo del sistema Val.
Figura 8.17:
Sistema di automazione.
Gli automatismi sono stati progettati per consentire la marcia automatica
senza conducente, garantire la sicurezza degli utenti e fornire al gestore un
controllo globale con i mezzi d’interventi necessari. In particolare è possibile:
–– trasferire dati da treni/stazioni al Posto di controllo e comando;
–– proteggere automaticamente i treni;
–– guidare automaticamente i treni;
–– supervisionare l’esercizio;
–– utilizzare porte di banchina automatiche;
–– installare sistemi di videosorveglianza in stazione e a bordo treno;
–– supervisionare l’impianto antincendio e di rilevamento fumi;
–– supervisionare il sottosistema per il rilevamento della posizione del treno per mezzo di barriere infrarossi (DN) e deflettori elettromagnetici (DP)
per evitare collisioni.
Ogni operatore dispone di una console che gli consente di comunicare
con i passeggeri sui treni e nelle stazioni e di utilizzare i comandi a distanza
326
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
per intervenire sul funzionamento dei treni, sulla gestione dello stato delle
stazioni e dell’alimentazione elettrica, nonché sulla gestione dei guasti.
Oltre al normale modo operativo di conduzione dell’esercizio, il sistema
consente l’utilizzo di modalità alternative che assicurano, qualora necessario, un servizio ridotto.
A seconda delle esigenze, può operare con diverse modalità: percorso ad
anello, bidirezionalità, modalità a navetta o a binario unico. Il sistema VAL
possiede funzioni di ripristino automatico che non richiedono l’intervento
del centro di controllo o degli operatori.
Il VAL è in grado di adattarsi in tempo reale alle fluttuazioni del traffico
mediante l’inserimento, ritiro dei treni in linea, secondo un determinato
programma di esercizio o su semplice richiesta di un operatore del centro
di controllo.
Se un treno dovesse bloccarsi sulla pista, senza alcun intervento umano,
può essere spinto automaticamente dal treno successivo fino alla stazione
successiva.
Su ogni porta dei vagoni è presente una leva per l’evacuazione di emergenza che ha la funzione di trasmettere immediatamente un segnale d’allarme al centro di controllo.
8.5.
GLI ORGANI DI CAPTAZIONE
Gli organi di captazione della corrente hanno la funzione di trasmettere
l’alimentazione elettrica al veicolo. Le differenze strutturali sono dovute
principalmente alle correnti da captare, alla disposizione della linea di contatto, e al conduttore utilizzato per il ritorno della corrente.
Ogni sistema di trasporto, in relazione ai fattori sopracitati, prevede una
particolare architettura dell’organo di captazione; i più diffusi sono: la presa
ad asta, il pantografo asimmetrico e simmetrico, il pattino strisciante.
8.5.1.
LA PRESA AD ASTA
Le prese ad asta vengono impiegate soltanto per veicoli a bassa velocità e
di potenza modesta come tram e filobus. Le aste sono montate sul tetto del
veicolo e vengono tenute sollevate mediante un sistema di molle che, oltre
a neutralizzare l’azione del peso, esercitano una forza sul filo di contatto
Figura 8.18:
Sezione della rotella
posta
all’estremità
dell’asta.
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
327
Figura 8.19:
a) Presa ad asta,
b) pattino a gola.
Figura 8.20:
Movimento delle aste.
8.5.2
diretta verso l’alto, del valore di alcune decine di Newton. L’abbassamento
viene ottenuto mediante una corda che si avvolge su un tamburo e rende
possibile il bloccaggio dell’asta contro opportuni riscontri.
L’organo a contatto con il conduttore è una rotella concava, rappresentata
in Figura 8.18, o un pattino (cfr. Fig. 8.19b) montato sull’estremità superiore
dell’asta.
Nei veicoli filoviari, essendo alimentati da
una linea bifilare, si usano due aste identiche
isolate, rappresentate in Figura 8.20, una per il
polo positivo e l’altra per il polo negativo.
Nel caso di scarrucolamenti della presa ad
asta, al fine di evitare che le aste vadano a urtare violentemente contro i conduttori aerei, il
tamburo di ancoraggio della corda è provvisto
di un dispositivo di richiamo che provoca l’abbassamento rapido dell’asta.
Il sistema di captazione della corrente deve
rispecchiare la normativa CEI 9-4 “Impianti
elettrici nei filoveicoli: Requisiti di sicurezza e
guida per la presentazione delle offerte”.
I due captatori di corrente permettono al filobus di operare fino a una distanza di 3.5 m
per parte, dall’asse della linea aerea di alimentazione (Fig. 8.20).
IL PANTOGRAFO
I veicoli tranviari sono alimentati in c.c. da due conduttori, collegati ai
poli positivo e negativo della sottostazione elettrica; in particolare il conduttore positivo è costituito da una linea di contatto aerea, mentre il conduttore negativo è costituito dalle rotaie di corsa.
Il tipo di presa di corrente, comunemente impiegato per i sistemi tranviari, è di tipo a pantografo asimmetrico formato da un quadro articolato deformabile rispetto al piano verticale. In Figura 8.21 si riporta l’architettura del
pantografo asimmetrico.
Il quadro, costituito dal quadro inferiore e braccio superiore (1,2) e montato mediante isolatori sul tetto del rotabile, sostiene l’archetto (3) che,
provvisto di striscianti, va a diretto contatto con il conduttore aereo.
328
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 8.21:
Il pantografo asimmetrico.
I supporti dell’archetto sono molleggiati per consentire i piccoli spostamenti verticali; le estremità laterali (denominate corni) sono opportunamente
sagomate, per facilitare l’accoppiamento con il filo di contatto.
Il pantografo può assumere le seguenti posizioni:
–– a riposo, quando è completamente
abbassato e quindi distaccato dalla
linea;
–– a lavoro, quando è sollevato, a contatto con il filo.
Le altezze di lavoro, possono variare
dal valore minimo hmin al valore massimo hmax, a seconda dell’altezza della
linea di contatto; per questa è fissata
infatti una quota normale, per un determinato sistema di trasporto, ma si
possono avere differenze di quota, in più o in meno, in corrispondenza di
punti singolari (sottopassi, gallerie, passaggi a livello, ecc.) È necessario di
conseguenza che il pantografo garantisca una soddisfacente captazione di
corrente nella zona di lavoro (5.1):
=
∆ h hmax − hmin
(5.2)
che risulta in genere molto ampia per i veicoli tranviari (≈ 1 m) e più restrittiva per i veicoli metropolitani; come ad esempio per la linea metro A di
Roma (≈ 0.20 m) e la linea B-B1 (≈ 0.60 m).
Gli striscianti sono costituiti da barre di materiale conduttore (rame, acciaio, alluminio, carbone, grafite).
L’archetto e il quadro sono isolati rispetto alla cassa del veicolo, la corrente passa attraverso il telaio, fino agli elementi di base, ai quali fa capo
il circuito di trazione; le articolazioni sono cortocircuitate da connessioni
flessibili in rame, per evitare che i relativi cuscinetti vengano danneggiati
dal passaggio della corrente.
Per una soddisfacente captazione della corrente e una buona conservazione del filo e degli striscianti, è necessario che questi due elementi rimangano costantemente a contatto anche alla massima velocità, nonostante le
variazioni di livello, le oscillazioni della linea aerea e gli spostamenti del
pantografo dovuti ai moti del veicolo.
Nello studio della dinamica del pantografo si considerano, dal punto di
vista inerziale, le masse equivalenti riferite alla presa nel suo insieme oppure all’archetto: per una corretta captazione è essenziale minimizzare dette
masse equivalenti.
La presa di corrente è sottoposta in genere a due sistemi di molle:
–– molle di lavoro, che contrastando l’azione del peso, determinano l’innalzamento del pantografo ed esercitano una forza o spinta verticale contro
il filo (spinta statica Fs); essa si aggira intorno a 10÷100 N, a velocità
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
329
nulla, e deve rimanere costante al variare dell’altezza del pantografo entro la zona di lavoro;
–– molle principali o di discesa, aventi azione contraria e prevalente rispetto alle precedenti, in modo da tenere abbassato il pantografo.
L’azionamento del pantografo è di solito elettropneumatico (Fig. 8.22);
l’aria viene immessa mediante una elettrovalvola in un cilindro di comando, nel quale si trovano le molle principali. In condizioni di riposo l’elettrovalvola, diseccitata, pone il cilindro in comunicazione con l’atmosfera;
le molle principali sono libere e tengono abbassato il pantografo. Eccitando l’elettrovalvola, l’aria compressa entra nel cilindro e comprime le molle
principali; le molle di lavoro vengono liberate e determinano il sollevamento del pantografo.
Con questo sistema di comando, si ha il vantaggio che, in caso di mancanza accidentale di aria, la presa si abbassa automaticamente.
Figura 8.22:
Schema elettropneumatico di comando di
un pantografo.
a.
b.
c.
d.
e.
f.
g.
h.
i.
Posizione dell’asta D di comando corrispondente a pantografo abbassato;
Idem, a pantografo sollevato;
Cilindro pneumatico a semplice effetto, contenente le molle principali;
Asta di comando del cinematismo;
Elettrovalvola;
Valvola di strozzamento con scarico comandato;
Interruttore di comando;
Sorgente di aria compressa;
Scarico.
Completano il comando dispositivi accessori che rendono possibile:
–– lo scarico repentino del cilindro, quando si comanda l’abbassamento, in
modo da avere un rapido distacco del pantografo dalla linea; verso la fine
della corsa di discesa il movimento viene opportunamente rallentato;
330
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
–– la salita lenta del pantografo, per evitare che l’archetto vada a urtare troppo violentemente contro il filo;
–– il sollevamento iniziale del pantografo dopo un lungo stazionamento,
quando i serbatoi dell’aria compressa sono ancora vuoti (motocompressore ausiliario alimentato dalla batteria, oppure pompa a mano).
8.5.3.
Figura 8.23:
Alimentazione a terza
rotaia.
Figura 8.24:
Pattino installato nel
carrello.
Figura 8.25:
Alimentazione da terza
rotaia posta al centro
della carreggiata.
I SISTEMI A TERZA ROTAIA
I sistemi si definiscono a terza rotaia quando l’alimentazione dei veicoli
non è più svolta mediante linea aerea, bensì da terra, mediante l’utilizzo di
un’altra rotaia che non ha funzione di guida.
L’alimentazione elettrica mediante l’utilizzo di una terza rotaia classica è
adottata principalmente in sistemi a corsia riservata o completamente protetta come ad esempio una metropolitana leggera.
Il sistema classico a terza rotaia, rappresentato in Figura 8.23, presenta
una terza rotaia situata lateralmente rispetto al binario; la superficie
di contatto, orizzontale, si trova a
una decina di centimetri rispetto al
piano del ferro.
Nella versione più comune la
rotaia è appoggiata su isolatori,
per cui la superficie di contatto è
rivolta verso l’alto. In questo caso
l’organo di captazione presente sul
veicolo, raffigurato in Figura 8.24, è
costituito da un braccio articolato,
montato mediante isolatori su un
fianco del carrello, e da un pattino,
generalmente di ghisa, che si appoggia sulla terza rotaia.
Poiché la presa è fissata al carrello, gli spostamenti relativi tra
pattino e terza rotaia sono molto limitati; il braccio consente tuttavia
i piccoli movimenti necessari. La
pressione di lavoro è data, oltre che
dal peso del pattino, dall’adozione
di molle. In alcuni impianti la terza rotaia è sostenuta da isolatori e
presenta la superficie di contatto rivolta verso il basso; è così più facile
prevedere una protezione contro i
contatti accidentali. La presa è di
tipo analogo al precedente, con il
pattino spinto verso l’alto da molle.
Tra gli svantaggi di questo sistema, uno importante è l’interruzione della linea di alimentazione per
la presenza di passaggi a livello,
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
331
scambi, e per la pericolosità nei depositi locomotive e officine data la presenza della tensione elevata ad altezza d’uomo.
Un altro sistema di alimentazione adottato principalmente per linee
tranviarie, prevede la linea di contatto installata internamente a una terza
rotaia posta al centro del binario, raffigurata in Figura 8.25, la quale non ha
funzione di guida del veicolo, ma solo quella di fornire alimentazione al
passaggio del veicolo, attraverso l’ausilio di un captatore.
Esistono due metodologie per attivare la captazione dal suolo per via
conduttiva: la prima si basa sul principio dell’attrazione magnetica, la seconda utilizza un sistema codificato radio.
Per quanto riguarda il primo sistema, la linea di contatto è installata
all’interno della terza rotaia ed è composta da vari moduli consecutivi, che
a loro volta sono costituiti da vari segmenti conduttori, isolati tra loro, lunghi 50 cm ciascuno. I segmenti rilasciano energia solo quando è presente il
carrello del veicolo sopra di essi e perciò non costituisce un pericolo per le
persone. In Figura 8.26 è possibile osservare l’attivazione di un segmento di
linea di contatto; è evidente come la terza rotaia vada in tensione solo quando il captatore installato sotto il carrello del veicolo, per attrazione magnetica, porta la “striscia flessibile” da una posizione di riposo a una posizione
di contatto con il “feeder positivo” e conseguentemente permette di attivare
il segmento della linea di contatto.
Nel secondo sistema la terza rotaia si compone di segmenti conduttori
lunghi 8 metri separati da raccordi isolanti lunghi 3 metri.
Figura 8.26:
Principio magnetico di attivazione del segmento.
332
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 8.27:
Principio di attivazione del segmento di alimentazione.
L’alimentazione trasmessa attraverso questa terza rotaia viene catturata
da pattini striscianti installati nel sottocassa del veicolo tranviario. I segmenti conduttori ricevono alimentazione grazie a un dialogo radio codificato tra tram e terra solo quando il segmento conduttore viene coperto dal
tram garantendo la completa sicurezza dei pedoni.
In Figura 8.27 è illustrato il principio di funzionamento di questo sistema:
Alle due estremità della sezione della linea si trovano le due sottostazioni di alimentazione da ciascuna delle quali, in configurazione di alimentazione bilaterale, parte il tradizionale cavo di alimentazione alla tensione di
+750 V (linea continua di colore nero). A tale cavo si collegano gli organi
di congiunzione e sezionamento indicati con il simbolo CA (Contattori di
potenza).
Ogni CA è provvisto del contattore di alimentazione che pone in tensione un segmento della terza rotaia (circuito in linea a due tratteggi) in condizioni di presenza del radiosegnale attestante la “presenza rotabile”. Ogni
CA è inoltre provvisto di un sezionatore disposto in chiusura verso il cavo
di “terra” (indicato con la linea tratto e punto) in condizioni di assenza del
radiosegnale di “presenza rotabile”.
Una linea di controllo unica, rappresentata con la linea tratteggiata in
grigio) collega le sottostazioni e i singoli CA, convogliando i segnali di permanente verifica della coerenza delle condizioni di funzionamento con
quelle di sicurezza e funzionalità prescritte per il sistema; in caso di segnalazione di anomalia, e quindi di discostamento dalle condizioni di sicurezza e funzionalità, la linea di controllo segnala alla sottostazione di provvedere all’immediato distacco dell’energia e all’isolamento del CA all’origine
della anomalia.
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
8.5.4.
333
IL RITORNO DELLA CORRENTE E LA QUARTA ROTAIA
Il circuito di ritorno, al pari della linea di contatto, garantisce il regolare
esercizio ferroviario.
È costituito solitamente da una o entrambe le rotaie del binario. Il problema principale del ritorno della corrente mediante la rotaia è che parte
della corrente si disperde nel terreno se non è previsto l’isolamento totale
dei binari rispetto terra. La corrente dispersa potrebbe aggredire strutture
metalliche presenti nelle vicinanze della sede ferroviaria causando fenomeni corrosivi che nel tempo porterebbero a cedimenti strutturali (cfr. Cap. 3).
In ogni caso deve essere sempre verificata la continuità elettrica del circuito, assicurando un collegamento permanente tra i vari spezzoni di rotaia.
Il conduttore negativo del circuito di trazione è quindi collegato alla cassa
dei veicoli e, attraverso i carrelli e le sale, alle rotaie. Per evitare il passaggio
della corrente attraverso i cuscinetti delle boccole, che ne verrebbero danneggiati, si collega elettricamente il telaio del carrello alla sala mediante un
sistema di spazzole fisse, di solito a contatto con la superficie frontale del
fusello. Qualora vi sia una quarta rotaia isolata di ritorno, come nelle metropolitane di Londra e Milano, s’impiegano prese negative, di caratteristiche
analoghe a quelle positive per terza rotaia. La quarta rotaia, in questo caso,
è isolata da terra e dal resto degli impianti.
8.5.5.
TENSIONE DI ALIMENTAZIONE
Nelle filovie, nelle tranvie e nelle metropolitane in generale, l’alimentazione della linea di contatto è ottenuta mediante sottostazioni di conversione la cui evoluzione ha seguito quella degli analoghi impianti per i sistemi
di trasporto elettrificato su rotaia. Per la tensione della linea di contatto si
adottò quasi in tutte le reti di superficie il valore nominale di 600 V soprattutto per filovie e tranvie, mentre solo alcune filovie e tranvie extraurbane,
oggi scomparse, furono elettrificate anche a 1200 V. Tuttavia, per effetto
dell’entrata in vigore di una recente direttiva Ue valida per le linee filoviarie
e tranviarie, si trovano realizzazioni a 750 V in alcune città italiane (Genova
e Cagliari). Modena ha subito recentemente la conversione a 750 V e Napoli
è attualmente in fase di conversione a 750 V. La normativa vigente sulle
tensioni di alimentazione, da rispettare per contenere le massime cadute
di tensione per garantire una marcia regolare e secondo orario, è la CEI EN
50163 che impone le tensioni minime e massime da rispettare. Per una linea
con tensione nominale a 750 V, si prevede:
–– Tensione Massima: 900 V;
–– Tensione Minima: 500 V.
Per quanto riguarda le linee metropolitane, se la tensione nominale è di
1500 V, i valori da rispettare secondo la normativa sono i seguenti:
–– Tensione Massima: 1800 V;
–– Tensione Minima: 1000 V.
334
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
8.6.
LE INFRASTRUTTURE DEI SISTEMI DI TRASPORTO URBANO
8.6.1.
LA SEDE
La sede destinata al transito di veicoli adibiti al trasporto collettivo urbano è una strada pavimentata se i mezzi sono dotati di ruote in gomma o
prevede la presenza di binari se i mezzi sono dotati di ruote in acciaio.
A. Le strade per il servizio su gomma
Le larghezze standard e minime necessarie per le sedi dei servizi automobilistici sono rispettivamente di 3.60 m e 3.00 m, anche se si registrano
fluttuazioni più o meno ampie da Stato a Stato.
I veicoli gommati in servizio ordinario di trasporto collettivo circolano
sulle stesse strade dei veicoli privati; in ambiente urbano possono essere
previsti per essi delle corsie riservate o trattamenti privilegiati nelle regole
di priorità di circolazione.
Una corsia riservata deve avere una larghezza di almeno 3.75 m e non
meno di 5.50 m ove si preveda la possibilità di sorpasso.
Una via a due corsie riservata alle autolinee è larga circa 7.50 m ove le
velocità siano moderate; per servizi a velocità più elevata sono necessarie
larghezze maggiori e dispositivi di separazione fisica tra le singole corsie.
B. Le infrastrutture ferroviarie
Le caratteristiche fisiche di un’infrastruttura ferroviaria sono strettamente legate alla sua posizione verticale; in tal senso si distinguono infrastrutture:
–– sopraelevate, attraverso rilevati, viadotti ponti;
–– a piano campagna, con trattamento privilegiato (sede completamente o
parzialmente protetta) o meno;
–– in galleria, ovvero completamente sotterranee; esse possono essere più o
meno profonde.
L’armamento di tipo tradizionale è costituito da rotaie a scartamento ordinario, traverse (in legno, in conglomerato cementizio armato semplice o
precompresso) e ballast (massicciata di pietrame come per alcune vecchie
linee tipo la metro B di Roma); si va diffondendo, per le ferrovie metropolitane in galleria e in viadotto, il collegamento diretto delle rotaie alla struttura di appoggio, con l’interposizione di materiali gommosi antivibranti. La
riduzione dello strato di appoggio conseguita con la rimozione del ballast,
e in qualche caso anche delle traverse, consente d’altra parte una riduzione
della sagoma di eventuali gallerie.
Le rotaie in acciaio sono caratterizzate in base al loro peso per unità di
lunghezza; esse sono saldate in opera e fissate su traverse in cemento armato precompresso mediante caviglie, piastre e bulloni; lo scartamento interno
ordinario tra le due rotaie è di 1435 mm in rettilineo. Le traverse sono poste
a interasse di 60-70 cm.
Le scelte in materia di opere civili da realizzare, relative al sistema “sovrastruttura tranviaria” (binario e pavimentazione o altro rivestimento)
sono determinanti, giacché da tale sistema dipendono in maniera decisiva:
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
335
–– la marcia regolare e silenziosa dei rotabili;
–– la qualità estetica dell’infrastruttura.
Per soddisfare le varie esigenze (contenimento delle emissioni sonore
e di vibrazioni, gradevolezza estetica, stabilità geometrica, manutenibilità,
contenimento dei costi, ecc.) e adattarsi alle diverse situazioni che possono
presentarsi, è necessaria la scelta di una tipologia di armamento idonea.
Negli attraversamenti cittadini, l’armamento dovrebbe essere realizzato
nella versione antivibrante, con interposizione di uno strato resiliente fra
la fondazione e la piastra in cemento armato, dando luogo a un sistema
“massa-molla”.
Per quanto riguarda il rivestimento del binario, sono disponibili varie
soluzioni, che consentono di ottimizzare la coerenza dell’infrastruttura con
l’ambiente circostante. È possibile realizzare perciò:
–– un rivestimento con manto erboso;
–– una pavimentazione in conglomerato bituminoso (in particolare nelle
zone di intersezione veicolare);
–– una pavimentazione solida (pietra, autobloccanti, lastre cementizie, ecc);
–– una struttura classica di tipo ferroviario in ambito extraurbano.
Binario inerbito
Con questa soluzione i binari si presentano inseriti in un manto erboso.
Le sedi protette a verde sono di due tipi: con rotaie a gola e con rotaie Vignole. Nel tipo di binario inerbito con rotaie a gola, le rotaie risultano completamente immerse nel manto erboso. Questo tipo di binario offre la massima
resa estetica, ma pone qualche problema di possibile degrado dell’aderenza,
di onerosità di manutenzione, di isolamento elettrico del binario. In considerazione di tutto ciò, se ne prevede l’adozione in tratti relativamente brevi
e di particolare valenza urbanistica. Nel tipo di binario inerbito con rotaie
Vignole, le rotaie risultano emergenti rispetto al manto erboso. Questa soluzione leggermente penalizzante dal punto di vista estetico, non presenta i
problemi succitati. Di conseguenza se ne prevede l’adozione quando si tratta
di grandi estensioni di binario, in zone a relativa incidenza architettonica.
Il binario inerbito presenta una sovrastruttura che, per i suoi evidenti
pregi dal punto di vista urbanistico ed estetico, ha già trovato applicazione
su molte reti tranviarie europee.
In Figura 8.28 a-b è rappresentato il binario inerbito a gola di Milano e il
binario con rotaie Vignole di Bilbao.
Figura 8.28:
a) Tram di Milano;
b) Tram di Bilbao.
a.
b.
336
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 8.29:
Binario su calcestruzzo
con rotaie a gola.
Figura 8.30:
Tram di Strasburgo con
pavimentazione a finitura architettonica.
Questa soluzione di sovrastruttura offre innegabili vantaggi, quali:
–– gradevolezza estetica, a beneficio dell’aspetto urbanistico/ambientale in
quanto il binario risulta pressoché invisibile;
–– efficace assorbimento del rumore;
–– solido posizionamento del binario;
–– soluzione più economica rispetto a coperture massicce in conglomerato
bituminoso o masselli;
–– sostituzione delle rotaie non onerosa.
Per contro, occorre ricordare che l’adozione del tappeto erboso richiede
particolari cure (concimazione, innaffiatura, falciatura), con la necessità di
rimuovere l’erba tagliata subito dopo averla falciata (onde evitare che l’erba
stessa venga risucchiata dai tram), a meno che non si faccia ricorso a particolari tipi di erba a crescita molto lenta. La sede tranviaria a doppio binario
inerbito occupa nel complesso 720 cm di larghezza.
Binario su calcestruzzo con rotaie a gola con pavimentazione bituminosa
(per attraversamenti carrabili in area urbana).
L’armamento su piattaforma in calcestruzzo con rotaie
a gola su supporto elastico,
riportato in Figura 8.29, rappresenta attualmente l’armamento più innovativo e
viene in particolare adottato
nel caso di binari posti nelle
immediate vicinanze di fabbricati. I binari sono alti 23
cm e sono inseriti nella pavimentazione stradale. Gli impianti di alimentazione sono
posti a una altezza compresa
tra i 420 e i 580 cm. L’ingombro di una sezione in singolo
binario è di 300 cm, per un
binario doppio di 580 cm.
Binario su calcestruzzo
con rotaie a gola di tipo antivibrante con pavimentazione
a finitura architettonica (per
evidenziare particolare punti
di area urbana).
Sostanzialmente uguale al
binario con pavimentazione in conglomerato bituminoso sia per formazione
del sottofondo che per la posa del rilevato, si differenzia per l’adozione di
una copertura in materiale lapideo/cementizio che fornisce un inserimento
architettonico/urbano gradevole in alternativa al binario inerbito. Questa
tipologia, raffigurata in Figura 8.30, viene utilizzata nei tratti urbani dove,
essendo in sede protetta, non c’è bisogno di realizzare una pavimentazione bituminosa, ma non sussistono le condizioni per ricoprire la sede con
un inerbimento. La tipologia si adatta particolarmente bene nelle zone a
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
Figura 8.31:
Metropolitana di tipo
profondo.
Figura 8.32:
Metropolitana di tipo
superficiale.
337
maggior rilevanza architettonica. La sede per singolo binario occupa nella
sezione trasversale 400 cm, comprensivi di protezioni e cordoli, quella per
doppio binario occupa 720 cm complessivi.
Le varie possibilità di pavimentazione sono importanti soprattutto per
trovare soluzioni appropriate per l’arredo urbano dei centri attraversati.
Fra le rotaie a gola e la pavimentazione si prevede di interporre profili estrusi in materiale sintetico che forniscono un ulteriore contributo al
contenimento delle emissioni sonore e delle vibrazioni. Inoltre, nel caso
della pavimentazione in conglomerato bituminoso, questi profili assolvono
anche un’importante funzione di separazione tra rotaie e pavimentazione,
prevenendo l’ammaloramento di quest’ultima per effetto di cedimenti differenziali. Nel caso, invece, di pavimentazioni in masselli autobloccanti o
lapidei, tale separazione previene la possibilità di urto dei cerchioni delle
ruote con gli elementi della pavimentazione, con pericolo di danneggiamento degli uni e degli altri.
Per quanto riguarda le metropolitane, in ambito infrastrutturale, è necessario fare distinzione fra due tipologie: una prima tipologia di metropolitana si definisce profonda
quando per la sua esecuzione si richiedono le tecnologie classiche delle gallerie
con avanzamento a foro cieco (Fig. 8.31); una seconda
categoria si definisce superficiale quando la sua esecuzione può essere realizzata
operando dalla superficie,
cioè a cielo aperto (Fig. 8.32).
I motivi che inducono ad
adottare strutture profonde
sono molteplici. In genere la
scelta è subordinata alle seguenti esigenze:
–– relazione con l’andamento altimetrico della superficie;
–– vincoli del suolo: sottopassi di importanti manufatti come fabbricati,
ponti, ferrovie, ecc.;
–– natura del sottosuolo (caratteristiche dei terreni
da attraversare, presenza
di acqua, ecc.);
–– sottosuolo con reperti archeologici (come ad esempio nel caso di Roma).
Le linee delle ferrovie
metropolitane di tipo tradizionale devono far riferimento alle Norme UNIFER UNI 7836, che fissano alcune delle caratteristiche principali per:
338
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
–– Andamento planimetrico:
• i raggi di curvatura devono essere, in linea generale, i maggiori possibili e comunque, a meno che non sussistano gravi difficoltà locali,
devono permettere la circolazione alla velocità caratteristica fissata
dal materiale rotabile e dal segnalamento;
• sui tratti percorsi dai treni con i viaggiatori, il raggio di curvatura non
deve essere minore di 150 m; nei depositi e nei raccordi il raggio non
deve essere minore del limite minimo ammesso dal materiale rotabile, solitamente 75 m;
• nel passaggio da rettilineo a curva circolare, oppure tra due curve di
senso opposto, oppure ancora da una curva circolare ad un’altra nello
stesso senso, ma di raggio diverso, devono essere inseriti raccordi clotoidici oppure, quando la lunghezza del raccordo è minore di un terzo
del raggio, a parabola cubica;
• nel caso di due curve che si susseguono, di senso opposto, ove possibile, si deve ottenere un raccordo continuo o, quando necessario, va
inserito un tratto rettilineo che deve essere lungo almeno 50 m.
–– Accelerazioni trasversali e sopraelevazioni:
• l’accelerazione trasversale non compensata non deve mai superare
0.9 m/s2, con la velocità massima ammessa in curva; la sopraelevazione non deve mai essere maggiore di 160 mm, con binario a scartamento ordinario;
• se si prevede che, in un determinato tratto della linea, tutti i treni circolino per tutta la lunghezza del tratto all’incirca alla stessa velocità,
la sopraelevazione deve essere scelta in modo che, a tale velocità, l’accelerazione trasversale non compensata sia nulla o almeno la minima
possibile;
• in generale, il raccordo di sopraelevazione va effettuato lungo i raccordi planimetrici e deve avere variazione altimetrica lineare; nei tratti in cui esistono problemi d’altezza, il raccordo può essere realizzato
mantenendo l’asse del binario lungo il tracciato teorico, abbassando
una rotaia e alzando l’altra in ugual misura rispetto all’asse;
• variazione di sopraelevazione, e quindi il conseguente sghembo, non
devono in alcun caso superare i 3 mm/m; in generale tale valore deve
essere il più limitato possibile;
• la variazione lungo il raccordo dell’accelerazione trasversale non compensata non deve in alcun caso superare il limite di 0.4 m/s2 per un
treno che percorre il raccordo stesso alla massima velocità consentita.
–– Andamento altimetrico:
• la pendenza massima ammissibile fuori dalle stazioni deve essere fissata tenendo conto sia della velocità commerciale prevista e del tipo
di materiale rotabile che si intende adottare, sia della situazione orografica del territorio attraversato;
• di regola, tale pendenza massima non deve essere maggiore del 4 % e,
solo quando le condizioni locali lo rendano necessario o lo consiglino, possono essere adottate pendenze maggiori;
• il tracciato geometrico della linea, nelle tratte in pendenza, deve tener
conto delle resistenze dovute alla presenza di eventuali curve, resi-
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
339
stenze che devono essere opportunamente compensate riducendo la
pendenza rispetto a quella prevista in rettilineo, nonché delle eventuali condizioni particolari del coefficiente di aderenza, se la linea è
soggetta a fattori che possono influenzare negativamente, come formazione di ghiaccio, caduta di foglie, ecc.;
• per le linee in salita, con pendenza maggiore del 4 %, in uscita dalle
stazioni deve essere prevista una tratta di lunghezza adeguata con
pendenza non maggiore di quella della stazione;
• tra due livellette successive dovrà essere disposto un raccordo altimetrico circolare di raggio non minore di 3,000 m. È ammesso un raggio
minore, fino a un minimo di 1,800 m, per raccordi percorsi a velocità
inferiori a 60 km/h e, in particolare, all’entrata e all’uscita delle stazioni.
8.6.2.
IMPIANTI TECNOLOGICI PER I SERVIZI AL PUBBLICO
Lo sviluppo di dispositivi e strumenti informatici avvenuto negli ultimi anni, accompagnato alla rapida diffusione dei sistemi di navigazione
satellitare basati sul GPS (Global Positioning System), ha consentito che
le informazioni relative alla mobilità possano essere inviate all’utenza in
modo diffuso (es. con pannelli a messaggio variabile presso le fermate del
trasporto pubblico locale), o che possa essere l’utente stesso ad accedervi in
base alle proprie necessità o alla propria situazione specifica (es.: da casa
attraverso il web, o in mobilità attraverso un dispositivo mobile, ecc.).
La realizzazione di un sistema di trasporto pubblico locale intelligente
per i servizi di trasporto di persone sfrutta una rete di dispositivi AVM (Automatic Vehicle Monitoring) installati a bordo dei mezzi e di dispositivi a
terra presso alcune fermate (display a led comunemente chiamati anche
paline elettroniche), tutti coordinati da una centrale operativa.
Le paline elettroniche, forniscono indicazioni nelle fermate più frequentate sui tempi di attesa e di arrivo del veicolo per gli utenti, permettono di
visualizzare inoltre anche messaggi personalizzati inviati dal centro operativo (in caso di sciopero, manifestazione, ecc.).
Il tempo di attesa di ogni veicolo viene calcolato sulla base della sua posizione, dalla distanza percorsa, dalla distanza ancora da percorrere e dalla
velocità media oraria. Quando la vettura è abbastanza vicina, il veicolo comunica direttamente con la palina tramite l’antenna CCR posta all’esterno;
è possibile cancellare la previsione di arrivo solo quando il veicolo è effettivamente transitato. Considerato che non è possibile installare una palina
intelligente su ciascuna fermata della rete urbana, è stato predisposto un
sistema di “paline virtuali”. Collegandosi a internet o inviando un SMS con
il codice della fermata, è possibile ottenere le previsioni di arrivo in tempo
reale in qualunque punto della città.
Le peculiarità di questo sistema sono:
–– il monitoraggio dei veicoli attraverso i sistemi AVM installati a bordo dei
mezzi, che consente di migliorare l’affidabilità del servizio (qualità del
servizio erogato) e la sua programmazione;
–– l’interfacciamento dei diversi enti preposti alla mobilità che forniscono
uno strumento per poter valutare, adottare e misurare l’effetto di diversificate politiche di controllo e limitazione del traffico;
340
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
–– il miglioramento della fruibilità e l’efficacia del trasporto pubblico locale
attraverso l’implementazione e lo sviluppo di un Travel planner in real
time che superi la classica funzione “statica”, basata sugli orari programmati, per orientarsi a una funzione “dinamica” con generazione in tempo
reale degli itinerari Origine/Destinazione in funzione del reale posizionamento dei mezzi e dei livelli di puntualità del servizio.
I servizi al pubblico resi disponibili sono:
–– la diffusione in tempo reale delle informazioni relative al servizio tramite canali telematici e attraverso paline elettroniche installate in corrispondenza delle fermate nelle aree urbane;
–– la predisposizione all’implementazione del sistema per la bigliettazione
elettronica, compatibilmente con gli attuali standard nazionali/internazionali per i micro pagamenti elettronici, in grado di gestire una prima
carta interoperabile per utilizzare tutti i servizi di mobilità.
Il sistema prevede una dotazione standard per i mezzi di trasporto, così
composto:
1. unità logica di controllo; costituita dal computer di bordo che coordina
il funzionamento di tutti gli altri apparati;
2. sistema GSM/GPRS che permette la trasmissione di voce/dati al centro
di controllo
3. antenna GPS (Global Positioning System) che permette di determinare la
posizione geografica mediante triangolazione con i satelliti;
4. antenna CCR (comunicatore corto raggio) che dialoga a breve distanza
con le paline installate nelle fermate per annunciare l’arrivo del bus;
5. odometro che effettua il contametri che aiuta a definire la posizione lungo il percorso.
Il sistema prevede un “ciclo di polling” che si traduce nell’invio al centro
di controllo ogni 30 secondi, da parte dei veicoli in servizio di informazioni
relative a:
–– linea e direzione su cui svolgono servizio;
–– posizione lungo la Linea;
–– stato di anticipo/ritardo rispetto all’orario programmato;
–– diagnostica degli apparati.
8.7.
APPENDICE 1
8.7.1.
LE RICARICHE PER CONDUZIONE E PER INDUZIONE
Recentemente lo sviluppo della tecnologia a batteria per la trazione elettrica ha portato alla nascita di sistemi su gomma e su ferro che mediante
operazioni di ricarica di accumulatori installati a bordo del veicolo riesce ad
espletare i servizi di trasporto pubblico in assenza di alimentazione esterna.
Le ricariche delle batterie presenti a bordo del veicolo possono avvenire
sia per via induttiva che per via conduttiva.
Il sistema di ricarica a induzione sfrutta il principio di induzione che,
noto dal 1831, è attualmente alla base del funzionamento dei comuni motori
elettrici, alternatori, generatori e trasformatori elettrici. Sulla base del prin-
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
341
cipio del trasferimento di potenza induttiva, è possibile trasferire energia
tra equipaggiamenti interrati posti nell’infrastruttura stradale (funzionano
come il primario di un trasformatore) e un dispositivo ricevente installato
sotto il veicolo (funziona come il secondario di un trasformatore).
Quando il veicolo si trova al di sopra di questi segmenti di ricarica posizionati sotto il livello stradale, mediante l’utilizzo di prefabbricati metallici
o in calcestruzzo completamente stagni, avviene il trasferimento di energia
in totale sicurezza.
Esistono due tipi di ricarica, una statica e una dinamica.
Nel primo tipo, il veicolo elettrico aziona semplicemente un punto di ricarica; una volta che il veicolo si posiziona sul segmento di ricarica, il trasferimento di energia può iniziare. Il sistema consente il trasferimento di energia
a livelli elevati, riducendo al minimo sia il tempo e la frequenza di ricarica.
Quando la carica è di tipo dinamica (in movimento), il veicolo ferroviario
o stradale si ricarica scorrendo sopra i segmenti induttivi. Questi vengono
abilitati automaticamente quando il veicolo viene riconosciuto dal sistema
di rilevazione strada.
I punti di ricarica generalmente vengono installati in prossimità delle
fermate, dove è possibile perciò sfruttare le soste per la salita/discesa dei
passeggeri, al fine di effettuare delle microricariche.
Figura A.8.1:
Architettura del sistema ad induzione.
A livello stradale queste strutture dove è possibile effettuare le ricariche,
rappresentate in Figura A.8.1, hanno dimensioni di 1.3*50*0.25 m; l’armadio elettrico interrato contenente l’inverter ha dimensioni 1.0*1.1*2.5 m.
L’architettura del veicolo presenta al suo interno una piastra che, funzionando da avvolgimento secondario, permette di ricaricare la batteria. Il sistema
del “segmento di controllo” permette al veicolo di controllare l’allineamento
delle due piastre per assicurare una corretta ricarica, efficiente e sicura.
Il sistema di captazione a conduzione, permette di ricaricare le batterie
mediante l’innalzamento di un piccolo pantografo posizionato sull’imperiale del veicolo, rappresentato in Figura A.8.2. Con questo sistema è possibile
ricaricare comunque le batterie del veicolo ai capolinea o alle fermate.
342
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura A.8.2:
Pantografo per il sistema a conduzione.
8.8.
APPENDICE 2
8.8.1.
NORMATIVE DI RIFERIMENTO
L’attività Normativa è in continua evoluzione, così da poter regolamentare al meglio tutti gli aspetti che di volta in volta si prospettano con l’avanzare della tecnologia, in modo da soddisfare le esigenze di tutti coloro che
fanno parte del mondo dei trasporti (produttori, gestori, personale e utenti).
Tra i tanti aspetti che, dunque, portano alla necessità di un’adeguata regolamentazione Normativa si citano:
–– esigenze in termini di accessibilità, dimensioni, capacità di trasporto,
comfort, prestazioni e impatto ambientale;
–– nuove applicazioni urbane e suburbane;
–– nuove generazioni di prodotti industriali;
–– sviluppo di sistemi di propulsione innovativi.
Gli Organismi di Normazione Europei ai quali si fa riferimento sono principalmente il CEI (Comitato Elettrotecnico Italiano), ed il CENELEC (Comitato Europeo di Normazione Elettrotecnica) i quali si occupano del settore
del trasporto su ferro, inteso sia come trasporto ferroviario a lunga percorrenza che come trasporto urbano e suburbano, avvalendosi di due Comitati
Tecnici: il CEN/TC 256 per il settore meccanico e civile e il CENELEC/TC
9X per il settore elettrico ed elettronico. A livello Nazionale, invece, interagiscono con i suddetti Comitati Tecnici altri due organismi di normazione:
l’UNI ed il CEI. Il loro compito è quello di coordinare lo sviluppo dell’attività normativa in sede europea cercando di definire posizioni “nazionali” che
possano essere condivise da parte di tutti i soggetti interessati nell’ambito
tranviario. Comunque, l’attività volta alla determinazione di normative di
valenza nazionale, prosegue su tutti i temi non trattati a livello comunitario
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
343
e sulle regolamentazioni di settore che non influenzano la libera circolazione dei prodotti. L’UNIFER (Ente di Unificazione nel settore Ferrotranviario)
è un federato dell’UNI atto a rappresentare l’Italia nel TC 256 e quindi a
evidenziare gli interessi specifici dell’Industria italiana e degli Esercenti del
settore ferrotranviario nella preparazione dei progetti di Norma Europea.
Di seguito si riportano le principali Norme di riferimento per la realizzazione sia delle opere civili che delle singole componenti tecnologiche per
applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane
(Pubblicazione di titoli e riferimenti di norme armonizzate ai sensi della
direttiva).
Rif. della
norma
sostituita
Data di cessazione della
presunzione di conformità
della norma sostituita2
Cenelec
EN 50119:2001
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane - Impianti fissi - Linee aeree di contatto per trazione elettrica
Nessuno
—
Cenelec
EN 50121-1:2000
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane - Compatibilità elettromagnetica - Parte 1: generalità
Nessuno
—
Cenelec
EN 50121-2:2000
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane - Compatibilità
elettromagnetica - Parte 2: emissione dell’intero sistema ferroviario verso l’ambiente
esterno
Nessuno
—
Cenelec
EN 50121-3-1:2000
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane - Compatibilità
elettromagnetica - Parte 3-1: materiale rotabile - Treno e veicolo completo
Nessuno
—
Cenelec
EN 50121-3-2:2000
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie metropolitane - Compatibilità elettromagnetica - Parte 3-2: materiale rotabile
- apparecchiature
Nessuno
—
Cenelec
EN 50121-4:2000
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane Compatibilità
elettromagnetica - Parte 4: emissione ed
immunità delle apparecchiature di segnalamento e telecomunicazioni
Nessuno
—
Cenelec
EN 50121-5:2000
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane Compatibilità
elettromagnetica - Parte 5: emissioni ed
immunità di apparecchi e impianti fissi di
alimentazione
Nessuno
—
OEN 1
Riferimento e titolo
della norma
Doc. di
rif.
344
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Rif. della
norma
sostituita
Data di cessazione della
presunzione di conformità
della norma sostituita2
Cenelec
EN 50122-1:1997
Applicazioni ferroviarie - Installazioni fisse - Parte 1: provvedimenti di protezione
concernenti la sicurezza elettrica e la messa a terra
Nessuno
—
Cenelec
EN 50124-1:2001
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie, metropolitane - Coordinamento degli
isolamenti - Parte 1: Requisiti base - Distanze in aria e distanze superficiali per tutta
l’apparecchiatura elettrica ed elettronica.
Modifica A1:2003 alla EN 50124-1:2001
Nessuno3
—
1.10.2006
Cenelec
EN 50124-2:2001
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filotranviarie, metropolitane - Coordinamento
degli isolamenti - Parte 2: sovratensioni e
relative protezioni
Nessuno
—
Cenelec
EN 50125-1:1999
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane - Condizioni ambientali per gli equipaggiamenti - Parte 1:
equipaggiamenti nel materiale rotabile
Nessuno
—
Cenelec
EN 50125-3:2003
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane - Condizioni ambientali per gli equipaggiamenti - Parte 3:
apparecchiature per il segnalamento e le
telecomunicazioni
Nessuno
—
OEN 1
Riferimento e titolo
della norma
Doc. di
rif.
Cenelec
EN 50126:1999
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filotranviarie, metropolitane - La specificazione e la dimostrazione di affidabilità, disponibilità, manutenibilità e sicurezza (RAMS)
Nessuno
—
Cenelec
EN 50128:2001
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane
Nessuno
—
Cenelec
EN 50129:2003
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie metropolitane - Sistemi di telecomunicazione, segnalamento ed elaborazione - Sistemi elettronici in sicurezza per
il segnalamento
Nessuno
—
Cenelec
EN 50149:2001
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane - Impianti fissi - Fili
sagomati di contatto in rame e lega di rame
Nessuno
—
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
Rif. della
norma
sostituita
Data di cessazione della
presunzione di conformità
della norma sostituita2
Nessuno3
—
1.9.2005
Cenelec
EN 50159-1:2001
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane - Sistemi di telecomunicazione, segnalamento ed elaborazione - Parte 1: comunicazioni di sicurezza
in sistemi di trasmissione di tipo chiuso
Nessuno
—
Cenelec
EN 50159-2:2001
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane - Parte 2: prescrizioni per comunicazioni di sicurezza in
sistemi di trasmissione aperti
Nessuno
—
Cenelec
EN 50206-1:1998
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie, metropolitane
Materiale rotabile - Parte 1: Pantografi: Caratteristiche e prove
Nessuno
—
Cenelec
EN 50238:2003
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane - Compatibilità tra
il materiale rotabile ed i sistemi di rilevamento dei treni
Nessuno
—
Cenelec
EN 50317:2002
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane - Sistemi di captazione della corrente - Requisiti e convalida delle misure dell’interazione dinamica
tra pantografo e linea aerea di contatto
Nessuno
—
OEN 1
Cenelec
1
Riferimento e titolo
della norma
EN 50155:2001
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane - Equipaggiamenti
elettronici utilizzati sul materiale rotabile
Doc. di
rif.
345
OEN (Organismi europei di normalizzazione):
- CEN: rue de Stassart/De Stassartstraat 36, B-1050 Bruxelles, tel. (32-2) 550 08 11, fax (32-2) 550 08 19
(http://www.cenorm.be).
- Cenelec: rue de Stassart/De Stassartstraat 35, B-1050 Bruxelles, tel. (32-2) 519 68 71, fax (32-2) 519 69 19
(http://www.cenelec.org).
- ETSI: 650, route des Lucioles, F-06921 Sophia Antipolis Cedex, tel. (33-4) 92 94 42 00, fax (33-4) 93 65 47
16 (http://www.etsi.org).
In genere, la data di cessazione della presunzione di conformità coincide con la data di ritiro («dow»)
fissata dalla organizzazione europea di normalizzazione, ma è bene richiamare l’attenzione di coloro che
utilizzano queste norme sul fatto che in alcuni casi eccezionali può avvenire diversamente.
2
In caso di modifiche, la Norma cui si fa riferimento è la EN CCCCC:YYYY, comprensiva delle sue precedenti eventuali modifiche, e la nuova modifica citata. La norma sostituita (colonna 4) perciò consiste
nella EN CCCCC:YYYY e nelle sue precedenti eventuali modifiche, ma senza la nuova modifica citata. Alla
data stabilita, la norma sostituita cessa di fornire la presunzione di conformità ai requisiti essenziali della
direttiva.
3
346
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Esempio: Per la EN 50155:2001, si applica quanto segue:
OEN 1
Cenelec
8.9.
Riferimento e titolo
della norma
EN 50155:2001
Applicazioni ferroviarie, tranviarie, filoviarie e metropolitane - Equipaggiamenti elettronici utilizzati sul materiale rotabile (La
norma di riferimento è EN 50155:2001).
Modifica A1:2002 alla EN 50155:2001
(La norma di riferimento è EN 50155:2001
+A1:2002 alla EN 50155:2001)
Doc. di
rif.
Rif. della
norma
sostituita
None
(Non c’è
norma sostituita)3
(La norma
sostituita è
EN
50155:2001)
Data di cessazione
della presunzione di
conformità della norma sostituita2
—
1.9.2005
RIFERIMENTI
[1]
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[3]
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G. Rosetti, A. Pendenza, F. Lopes, G. Campisano, D. Bonuglia Torna il
filobus a Roma, Ingegneria Ferroviaria n.1, 2004.
A. Spinosa, Il trasporto filoviario: la situazione in Italia, tecnologia,
sviluppi futuri, Cityrailways, 2008.
S. Vazquez, S. M. Lukic, E. Galvan, L. G. Franquelo, J. M. Carrasco,
Energy storage systems for transport and grid applications, IEEE transactions on industrial electronics (Volume 57, Issue 12 ).
Prof. R. Turri Appunti di sistemi di trasporto urbano, Università degli
studi di Padova, 2005.
Prof. D. Gattuso Classificazione e prestazione dei sistemi avanzati di
trasporto collettivo, Università degli studi Mediterranea di Reggio Calabria, 2007.
Ing. E. Molinaro 1° convegno nazionale Il sistema tram: stato dell’arte e
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Ing. R. Emili 2° Convegno Nazionale sul Sistema tram, Luci ed Ombre
dell’Innovazione Tecnologica e dei Processi Realizzativi, Sistemi innovativi di alimentazione Ministero dei Trasporti 2006.
Ing. P. Donia, Dott. G. Serra Capitolato tecnico speciale Allegato n°1 La
rete delle metropolitane di Roma, 2007.
Ing P. Coppola Classificazione e prestazioni dei sistemi di trasporto collettivo Corso di Trasporti Urbani e Metropolitani II Università degli
studi di Roma Tor Vergata, 2009.
Prof. S. Leonardi Infrastrutture viarie nelle aree urbane e metropolitane, Università degli studi di Catania, 2013.
A. Spinosa Metropolitane: Ferro o Gomma? Analisi dei sistemi di Metropolitana su gomma, distribuito da www.metropolitane.it, 2008.
S. Scichilone Trasporto pubblico locale intelligente Un trasporto di
qualità proiettato al futuro, 2013.
Capitolo 8 - Sistemi di trasporto urbano
347
[14] Ing. M. Giunta, F. Arfuso, R. Marando, A. Morello, V. Polimeni, D. Vadalà, La tranvia Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria; 2013.
[15] R. Genova Veicoli e sistemi per il TPl Centro Interuniversitario di Ricerca Trasporti Università degli Studi di Genova,2012.
[16] Ing. B. Lo Casto Ing. G. Riotto Trasporti urbani e metropolitani Corso di
Tecnica dei Trasporti, DIAT, 2005.
[17] M. Losa, M. Lupi, I. Balderi, 17° convegno nazionale SIIV – Enna, Analisi di un sistema di trasporto pubblico a guida vincolata a servizio di
un’area vasta 2008.
[18] R. Turri Sistemi di trasporto urbano, Università degli studi di Padova,
2006.
[19] Ing. R. Vitali TramWave Catenaryless power supply system Mass Transit Product Manager Ansaldo STS, 2013.
[20] G. Inturri Sistemi di trasporto collettivo, Università di Catania, 2013.
[21] F. Baronti, R. Roncella, R. Saletti, G. Pede, F. Vellucci, Smart LiFePO4
battery modules in a fast charge application for local public transportation Conf. AEIT, 2014.
[22] S. Scarfone, D. Marinis, Primove: Una Soluzione innovative per la mobilità elettrica urbana Primove Italia,2014.
[23] F. Perticaroli Sistemi elettrici per i trasporti trazione elettrica Masson,
1995.
9
SISTEMI DI TRASPORTO
EXTRAURBANO
Regina Lamedica♠, Paolo Masini♣, Enrico Mingozzi♦
♠Sapienza - Università di Roma, ♣Trenitalia S.p.A., ♦Ferrovie dello Stato
9.1.
L’EVOLUZIONE TECNOLOGICA
Molto interessante e variato è stato il progredire nel tempo dello sviluppo
della trazione elettrica per il susseguirsi di diverse soluzioni e conseguenti cambiamenti derivanti dalla evoluzione delle tecniche delle macchine e
degli impianti.
Le nuove scoperte dell’elettromagnetismo rendevano disponibili nella seconda metà dell’800 le nuove macchine elettriche che potevano essere utili
per i mezzi di trasporto. L’attenzione si indirizzò verso i sistemi a via guidata,
ove alla infrastruttura esistente si poteva affiancare un sistema di alimentazione distribuito lungo tutto il percorso (pile e accumulatori disponibili non
consentivano infatti una sufficiente potenza e durata per alimentare i veicoli).
Indubbiamente l’impiego dell’energia elettrica per la trazione si presentava particolarmente interessante per superare difficoltà esistenti nei sistemi di trasporti che si erano notevolmente sviluppati verso la metà dell’ottocento. La trazione a vapore che aveva contribuito fattivamente al successo
della ferrovia aveva il grave problema dei fumi che la rendevano difficoltosa
nei percorsi montani con lunghe gallerie ed era praticamente poco utilizzabile nei trasporti urbani ove per le tranvie ormai ampiamente diffuse restava possibile solo la trazione animale.
La prima dimostrazione concreta fu operato da Siemens che presentò
alla Fiera di Berlino del 1879 una piccola locomotiva, alimentata da un conduttore a barra posizionato poco distante dal piano del ferro (“terza rotaia”),
che trainava su un circuito di 300 metri tre piccole vetture per passeggeri:
ebbe un successo entusiastico e la provarono circa 90000 persone nel corso
della fiera. Al successo della dimostrazione fece seguito nel 1881 la prima
applicazione a una tranvia pubblica sempre a Berlino Lichterfeld, alimentata tramite le due rotaie e nel 1882 a Spandau con alimentazione aerea con
due fili conduttori paralleli sui quali scorreva un carrello di presa corrente
(trolley) collegato con un cavo al veicolo. Analogo sistema di alimentazione
bifilare fu usato a Berlino Halensee in aprile 1882 per far muovere Electromote, una carrozza su strada azionata da motore elettrico : il primo trolleybus. Parallelamente analoghi sviluppi avvenivano negli stati Uniti da parte
di Edison e Sprague.
350
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Il motore impiegato era quello a corrente continua a collettore con eccitazione serie che si prestava particolarmente per elevata coppia di avviamento, velocità variabile con il carico, possibilità di regolazione agendo su
resistenza (reostato di avviamento), tensione (combinando più motori in
serie o parallelo) e sulla eccitazione (indebolimento di campo). Per contro,
per garantire una buona commutazione, era necessaria una bassa tensione
di alimentazione (500-600 V) e quindi potenza limitata, con alte correnti e
quindi linee di contatto, aeree o terza rotaia, di sezione elevata. La loro alimentazione era fornita da dinamo. In brevissimo tempo il sistema si diffuse
in tutto il mondo per tranvie urbane e ferrovie metropolitane ed è tuttora
quello più impiegato per questa applicazione. In Italia la prima tranvia elettrificata nel1890 fu la Firenze Fiesole che era stata inizialmente esercita a
cavalli ma questi non resistevano alla fatica della salita. Fu quindi convertita a vapore, ma le proteste dei cittadini convinsero ad applicare il nuovo
sistema realizzando una apposita centrale di alimentazione con dinamo
azionate da macchine a vapore.
Il problema di sostituire, anche nelle ferrovie, la trazione a vapore con
quella elettrica fu affrontato in Italia già nel 1897 quando il Governo incaricò le due società private concessionarie: la Rete Adriatica e la Rete Mediterranea di eseguire gli studi ed esperimenti per la scelta del sistema più adatto
per la trazione elettrica ferroviaria.
Entrambe iniziarono con un esperimento con automotrici ad accumulatori, rispettivamente sulla Bologna - S. Felice (1899 - 1903) e sulla Milano
- Monza (1900 - 1904), però l’esperimento ebbe vita molto breve, per la già
citata inadeguatezza degli accumulatori.
Nel 1901 la Rete Mediterranea attivò l’esperimento col sistema a corrente
continua 650 V. terza rotaia sulle linee Varesine: Milano-Gallarate-VaresePorto Ceresio con elettromotrici di potenza 60 CV e velocità massima 60
km/h. Il sistema ebbe buoni risultati e le necessità del traffico sulle linee
Varesine portarono nel 1923 anche alla costruzione di locomotori per rimorchio treni: le locomotive del gruppo E.321 della potenza di 1630 CV e
velocità massima 95 km/h. L’unica locomotiva a terza rotaia superstite, la
E.321.012, è ospitata nel Museo della scienza e della tecnica “Leonardo da
Vinci” di Milano. Il sistema a terza rotaia non aveva particolari controindicazioni, se non quelle legate alla necessità di proteggere la terza rotaia dai
contatti accidentali e ben si adattava al servizio “metropolitano” come quello delle linee varesine, ma non a servizi più impegnativi sulle linee difficili
di montagna. Non ebbe quindi diffusione, salvo venir applicato nel 1925
al nuovo tratto Villa Literno-Napoli Gianturco, primo tronco attivato della
Direttissima Roma Napoli, utilizzato per servizio metropolitano; rimase fino
al 1950, quando fu sostituito da nuovo sistema.
Il sistema di trazione elettrica a corrente continua fu comunque applicato anche in altre ferrovie e in particolare negli Stati Uniti, ove furono
realizzate anche locomotive di potenza paragonabile a quelle a vapore, nonostante le difficoltà di alimentazione, puntando su ricerche per adeguare
le macchine ad un aumento della tensione di esercizio.
Nel frattempo si affermava per uso industriale il motore asincrono trifase, molto robusto e il suo uso fu sperimentato anche per trazione. La prima
applicazione fu da parte di Brown Boveri nel 1896 con il tram di Lugano ali-
Capitolo 9 - Sistemi di trasporto extraurbano
351
mentato a 400V 40 Hz da una linea di contatto bifilare: avviamento e regolazione di velocità a mezzo di reostato variabile inserito nel circuito di rotore.
Analoga realizzazione fu attivata dalla ungherese Ganz a Evian nel 1898.
Il sistema, che prevedeva una tensione compresa fra 500 e 700 V, fu felicemente applicato da Brown Boveri nelle ferrovie di montagna a cremagliera, dove permetteva anche il recupero automatico in discesa. Fra l’altro fu
impiegato nel 1898 nelle spettacolari ferrovie del Gornergrat e della Jungfrau in Svizzera e nel 1910 in quella del Corcovado a Rio de Janeiro. Queste
tre ferrovie sono ancora in servizio e sono le uniche mantenute ancora con
il sistema trifase.
Anche in Germania furono compiuti esperimenti di trazione trifase raggiungendo nel 1903 con una motrice su linea sperimentale MarienfeldeZossen la velocità di 210 km/h, ma non ebbero seguito pratico.
In Italia la Rete Adriatica si orientò verso questo sistema e sottoscrisse
nel 1899 un contratto con la Ganz di Budapest per un esperimento a corrente trifase a tensione più elevata, 3000 V - 15 Hz sulle linee Valtellinesi, con
l’intendimento di trovare un sistema in grado di sostituire in tutti i servizi,
la trazione a vapore con quella elettrica. Nel corso del tempo la frequenza
sarà poi portata a un terzo della nuova frequenza industriale (16 2/3 Hz) e la
tensione a 3600 V, valori che si è soliti indicare per il sistema trifase italiano
classico.
L’esercizio pratico iniziò nel 1902, impiegando elettromotrici con potenza 620 CV e velocità di regime di 30-60 km/h e locomotive a 4 assi motori. Visti i primi ottimi risultati, furono ordinate dalla Rete Adriatica nuove
locomotive, a tre assi motori accoppiati, che costituirono i gruppi E.36 ed
E.38, con potenza 1250 CV e con tre velocità di regime 25-42-60 km/h, ottenute utilizzando due motori con differente numero di poli, collegati insieme in cascata o singolarmente uno per volta. È noto che per questo sistema,
le velocità di regime ottenibili erano legate alle velocità di sincronismo dei
motori. L’avviamento e il passaggio fra le varie velocità si otteneva inserendo nel circuito di rotore il reostato che era ad acqua sodata e produceva il
caratteristico pennacchio di vapore.
Nel 1905 vennero istituite le Ferrovie dello Stato, che continuarono il
piano di sviluppo del trifase. Anche le Ferrovie Federali Svizzere elettrificarono con questo sistema la nuova galleria del Sempione, aperta nel 1906,
e per l’inizio di questo servizio furono utilizzate le locomotive E.36 della
Valtellina. L’ottimo risultato avuto sulle linee Valtellinesi indusse le FS ad
estendere con la massima sollecitudine la trazione elettrica trifase alle linee
di valico a grande traffico, quali la linea dei Giovi, quella del difficilissimo
valico del Frejus e, successivamente, anche alle linee di pianura in tutto il
Piemonte e la Liguria. Per il servizio merci fu sviluppata la locomotiva a
cinque assi accoppiati della potenza di 2040 CV e due velocità di regime
25-50 km/h, con i due motori uguali e collegati rispettivamente in cascata
o in parallelo, in grado di produrre l’elevato sforzo di trazione necessario.
Per le esigenze dei treni viaggiatori, vennero costruite varie serie di locomotori a quattro velocità di regime 37,5-50-75-100 km/h fino alle locomotive E.432 da 3000 CV, con motori con complessi avvolgimenti in grado di
realizzare tre diversi valori di coppie polari su statore e rotore. Le elettrificazioni col sistema trifase si estesero su altre linee di valico, come la linea del
352
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Brennero di nuova acquisizione e sui valichi appenninici della Porrettana
(Bologna-Firenze) e sulla Pontremolese fino a Livorno, rimanendo in servizio fino alla definitiva conversione delle linee al nuovo sistema a corrente
continua, che si concluderà solo nel 1976.
Infatti, il sistema trifase, che all’inizio del secolo aveva consentito grazie alla elevata potenza e robustezza dei motori e alla elevata tensione di
alimentazione, un grande progresso della ferrovia, presentava però diversi
inconvenienti. Le velocità obbligate, che pure consentivano la frenatura a
recupero in discesa, erano un vincolo agli orari; la frequenza di rete speciale, richiesta dalla riduzione dei disturbi elettromagnetici alle linee telefoniche e dall’accoppiamento diretto dei motori alle ruote, richiedeva una
serie di centrali e linee di trasmissione unicamente dedicate alla ferrovia, e
soprattutto la linea di contatto era estremamente complicata.
Si cercò nello stesso periodo anche di studiare la possibilità di alimentare le linee in corrente alternata monofase sfruttando ugualmente tensioni
elevate, riducibili a bordo tramite un trasformatore e utilizzando dei motori
alimentati direttamente in monofase. Il motore a collettore con eccitazione
serie, alimentato in corrente alternata, produceva una coppia unidirezionale pulsante, ma con tali problemi di commutazione da renderlo praticamente inutilizzabile per le potenze elevate richieste dagli impieghi di trazione. In Germania e in Svizzera si svilupparono gli studi per migliorarne
il funzionamento e solo nel 1904, grazie agli studi di Behn Eschenburg,
che mise a punto e brevettò un sistema di compensazione della tensione
trasformatorica, fu possibile rendere accettabile il funzionamento di questi
motori alimentandoli a frequenza ridotta e bassa tensione, sia pure con uno
scintillio residuo.
Parallelamente furono fatti anche tentativi di utilizzare linee monofasi per azionare motori asincroni alimentandoli tramite convertitori rotanti
monotrifasi installati a bordo, gestendo i motori analogamente a come avveniva nel caso della linea trifase. Questi tentativi non ebbero all’epoca seguito sembrando più complessi del sistema con motori a collettori.
Nel 1906 la sperimentazione del sistema con motore monofase diretto
in Baviera, sulla Murnau-Oberammergau, dimostrò la sua pratica utilizzabilità, arrivando a definire le caratteristiche del sistema di alimentazione a
15 kV e 16.2/3 Hz e del trasformatore di bordo a prese multiple commutabili
sotto carico mediante un graduatore per la regolazione dei motori.
Nonostante la necessità di una frequenza speciale, l’uso di motori a collettore, meno performanti di quelli in corrente continua ma di facile regolazione per effetto della presenza del trasformatore con prese multiple che
consentiva, tra l’altro, l’eliminazione del reostato, permetteva la riduzione
delle cadute di tensione in linea mentre la tensione elevata rendeva efficiente il trasferimento di potenza.
Il sistema divenne il preferito per nuove elettrificazioni e fu scelto, e
utilizzato finora, nei Paesi del centro Europa, quali Svizzera, Germania e
Austria, e poi adottato anche nei paesi Scandinavi e nel sud della Francia.
La frequenza speciale rese necessario per le ferrovie produrre l’energia
con proprie centrali e, con l’espansione delle reti elettriche industriali, si
realizzarono nodi di conversione con rapporto 1:3.
Capitolo 9 - Sistemi di trasporto extraurbano
353
La Francia sperimentò in alcune tratte il sistema monofase, ma al termine della prima guerra mondiale, decise di utilizzare un sistema diverso da
quello dei tedeschi e, tenuto conto dei progressi fatti soprattutto negli Stati
Uniti nell’ottimizzazione delle macchine elettriche e delle apparecchiature
che avevano consentito di raggiungere valori di tensione di esercizio più
alti, adottò la corrente continua alla tensione di 1500 V. Lo stesso sistema fu
adottato successivamente anche da altri stati come l’Olanda e il Giappone.
Le Ferrovie Italiane cercarono nuove soluzioni alternative al trifase in
uso. Sulla linea Roma-Sulmona nel 1927 si sperimentò la trazione elettrica
trifase a 45 Hz -10000 V. I risultati di questo esperimento non furono però
incoraggianti e fu abbandonato.
Nel 1928 sulla linea Benevento-Foggia si attivò un esperimento con un
sistema a corrente continua a 3000 V, livello di tensione utilizzabile anche
gli ulteriori progressi nella costruzione delle macchine elettriche e di interruttori di potenza. Nelle sottostazioni di conversione, inizialmente dotate
di gruppi rotanti costituiti da due dinamo in serie, fu sperimentato il nuovo
convertitore statico polianodico a vapori di mercurio che fu un successo e
venne immediatamente adottato, pur costringendo a rinunciare alla frenatura a recupero.
L’esperimento ebbe successo: i motori in corrente continua eccitati in serie erano molto elastici, di buon funzionamento a queste tensioni e di facile
regolazione, sia tramite i sistemi delle combinazioni (serie, serie-parallelo,
parallelo) che consentivano di ottenere diverse tensioni d’alimentazione
(500, 1000, 1500 V), sia con la regolazione del flusso di eccitazione (indebolimento di campo). Per l’avviamento e per il passaggio fra le varie combinazioni era usato un reostato di adeguate caratteristiche e dimensioni.
Il sistema venne quindi subito esteso alle linee principali veloci MilanoFirenze e Roma-Napoli, sviluppando nuovi elettrotreni che conseguirono significativi primati di velocità. La velocità di punta di 201 km/h fu raggiunta
il 6 dicembre 1937 fra Campoleone e Cisterna, i 214 km da Roma a Napoli
furono percorsi in 83’ alla media di 154,7 km/h, la Firenze-Bologna in 39’, la
Firenze-Milano in 1h 55’, con una punta di 203 km/h.
Il sistema a corrente continua 3000 V divenne quindi il nuovo sistema di
elettrificazione ferroviaria italiana e fu successivamente adottato in Spagna,
Belgio, Polonia, Cecoslovacchia e Unione Sovietica.
Nel frattempo furono continuati in Ungheria da parte di Kando i tentativi di impiego di motori trifase con alimentazione da linea monofase, ma
utilizzando la frequenza industriale, eliminando l’esigenza di una frequenza ferroviaria. Le locomotive erano attrezzate con un convertitore rotante
monotrifase che alimentava il motore di trazione trifase a tre polarità. L’impiego della frequenza industriale fu di particolare interesse anche per la
Germania che la sperimentò nella Hollental nella foresta Nera, provando
diversi tipologie di azionamento delle locomotive. Una, con motori monofase dotati di speciali sistemi di compensazione della commutazione e connessioni resistive degli avvolgimenti al collettore, un’altra con convertitore
rotante trimonofase e motori asincroni e altre due con motori a collettore
alimentati in corrente continua mediante mutatori polianodici al mercurio,
di tipologie diverse.
354
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
A causa degli eventi bellici questo esperimento non fu proseguito dai
tedeschi ma fu ripreso dai francesi per elettrificare le linee del nord del
Paese. Anche in questo caso vi furono diverse versioni di azionamenti: una
con motori monofase diretti con graduatore e trasformatore; una seconda
con motori a corrente continua con convertitore rotante tipo Ward-Leonard;
una terza con motori di trazione asincroni trifase con rotore in corto circuito
controllati in frequenza, prima applicazione di questa tecnica in trazione.
L’azionamento consisteva in un convertitore monotrifase rotante che alimentava lo statore di un convertitore di frequenza anch’esso rotante e dal
suo rotore si alimentavano i motori di trazione. Controllando la velocità di
rotazione del rotore tramite un gruppo simile al Ward-Leonard, si otteneva
una frequenza da 0 a 135 Hz regolando così in maniera continua la velocità
senza uso di reostati. Questi tre sistemi risultarono nel complesso meno
convenienti di un ulteriore quarto tipo di azionamento che utilizzava motori in corrente continua alimentati tramite i nuovi raddrizzatori compatti
al mercurio ignitron, che ebbe notevole successo e determinò l’affermarsi
del sistema a 50 Hz che, fissando la tensione di linea a 25 kV, ha poi avuto
un’ampia diffusione mondiale.
L’avvento dei diodi raddrizzatori al silicio ha ulteriormente migliorato
l’efficienza dei sistemi di conversione, sia a bordo per il sistema a 50 Hz sia
a terra per i sistemi a corrente continua.
Un vero salto di qualità si ebbe con i tiristori che a bordo dei veicoli a
50 Hz hanno permesso di eliminare il graduatore, regolando la tensione ai
motori con il ritardo di fase nell’accensione. Questa soluzione fu provata
anche dalle ferrovie tedesche alla frequenza ferroviaria, ma il fattore di potenza sulla rete monofase ferroviaria risultava troppo basso, minacciando di
disturbare l’efficienza della rete e quindi non ebbe successo.
Anche per i sistemi a corrente continua questi componenti nuovi portarono a radicali innovazioni, infatti, mediante i circuiti per lo spegnimento
forzato, si realizzarono gli azionamenti a chopper che consentivano di regolare in maniera continua il valore della tensione ai motori, eliminando i reostati e migliorando le prestazioni dei mezzi. Sempre grazie ai tiristori furono
realizzati gli inverter trifase in grado di convertire una tensione continua in
un sistema di alimentazione trifase con frequenza e tensione variabile per
azionare motori di trazione trifase. Inizialmente, per le difficoltà di controllo dello spegnimento, in Francia vennero usati circuiti con commutazione
comandata dal carico usando motori sincroni; in Germania proseguirono
invece con gli asincroni, alimentandoli con un convertitore di ingresso a
quattro quadranti. Si eliminava così il graduatore e si prelevava la corrente dalla rete monofase a fattore di potenza unitario, consentendo anche il
recupero di energia. Le applicazioni si sono poi ulteriormente semplificate
con l’impiego dei GTO e IGBT e questo schema è ora di impiego universale
Si può quindi concludere che le reti ferroviarie dei diversi Paesi hanno
seguito sviluppi differenti basati principalmente sulle esperienze nazionali
e sulle esigenze del trasporto locale. Solo quelli che hanno realizzato, nel
corso degli anni, sistemi di alimentazione diversi, come ad esempio la Francia, hanno avvertito la necessità prima degli altri di renderli elettricamente
interoperabili. Di fatto, solo la necessità di realizzare collegamenti ferroviari
tra i diversi Paesi, come ad esempio in Europa, ha evidenziato tutte le problematiche legate alla presenza di incompatibilità, di natura elettrica, mec-
Capitolo 9 - Sistemi di trasporto extraurbano
355
canica e fisica, che nascono nei punti di frontiera dove i sistemi di trazione
ferroviaria elettrificati hanno caratteristiche morfologiche e fisiche diverse.
Le soluzioni adottate sono state:
–– le stazioni di scambio “bicorrente”, i cui piazzali sono realizzati in modo
a poter ricevere i rotabili su linee o tronchi di linee separati; ovvero su
sezioni alimentate dall’uno o dall’altro sistema di elettrificazione (linee
commutate). In tal caso, le locomotive raggiungono il confine senza superarlo. Tale soluzione, già adottata in Francia, risulta accettabile solo
per stazioni relativamente semplici, mentre non appare perseguibile per
stazioni con un numero elevato di diramazioni;
–– i locomotori policorrente, equipaggiati in modo tale da poter circolare
sotto due o più sistemi di alimentazione, cioè a tensioni e/o a frequenze
diverse.
Indipendentemente da problemi di natura economica, appare evidente
che l’uso di rotabili policorrente consente di ridurre i perditempo dovuti al
cambio del locomotore o addirittura, nel caso di elettrotreni, al trasbordo
dei viaggiatori.
L’assenza di una pianificazione sul tipo di elettrificazione ferroviaria a livello europeo, ha comportato una integrazione difficile tra le varie ferrovie,
soprattutto in relazione all’intenso scambio di viaggiatori e merci. Pertanto,
a partire dalle tensioni e frequenze utilizzate in Europa, sono state studiate
e successivamente realizzate le locomotive policorrente.
Un mezzo di trazione policorrente presenta, a pari potenza, massa, costo
ed oneri di manutenzione più elevati e crescenti con il numero dei sistemi
previsti; si cerca quindi, di volta in volta, di adeguare le predisposizioni alle
effettive necessità di esercizio, anche in termini di prestazioni garantite. In
molti casi uno solo è il sistema d’alimentazione “principale” per il quale
viene resa la potenza nominale continuativa e raggiunta la velocità massima
di marcia; mentre, con le altre alimentazioni potenze e velocità massime
risultano inferiori. È questo il caso di molti elettrotreni ad alta velocità.
Le locomotive policorrente possono distinguersi in: bifrequenza, bitensione, bicorrente, tri e quadricorrente.
In particolare, le bifrequenza hanno motori alimentabili in corrente alternata monofase a 25 o 15 kV, alle frequenze rispettivamente di 50 e 16 2/3 Hz.
Le induttanze di livellamento, presenti nel caso si adottino motori in corrente continua, ne aumentano la dimensione; il progetto del trasformatore,
eseguito per i due livelli di tensione, se tiene conto della frequenza più bassa di 16 2/3 Hz, definisce una macchina di peso e ingombro maggiori (cfr.
Par. 2.1). Le bitensione hanno motori alimentabili in corrente continua a
1500 e 3000 V. Pur necessitando di isolamento rinforzato e apparecchiatura
supplementare per l’accoppiamento delle macchine, che comportano (a parità di condizioni) un supplemento di peso, le bitensione restano comunque
l’esempio di bivalenza più facile e meno costoso. Le bicorrente sono state
realizzate con l’introduzione di ponti raddrizzatori. Sono in grado di funzionare sia con uno dei sistemi in corrente continua sia con uno in corrente
alternata monofase. È francese la prima bicorrente, 25 kV 50 Hz + 1500 V
c.c., rimasta unica fino al 1979. Una bicorrente può ovviamente realizzarsi
per sistemi 25 kV, 50 Hz + 3000 V c.c., 15 kV, 16 2/3 Hz + 3000 V c.c. oppure15 kV 16 2/3 Hz + 1500 V c.c. le tri e quadri corrente sono l’associazione
di una bicorrente e una bitensione. Rientrano in questa categoria le loco-
356
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
motive che, ad esempio, effettuano il servizio Parigi-Bruxelles-Amsterdam,
le cui tratte sono alimentate a 25 kV, 50 Hz in Francia, a 3000 V in corrente
continua in Belgio e a 1500 V in corrente continua in Olanda. Le stesse locomotive potrebbero essere utilizzate per andare dalla Francia, via Marsiglia,
in Italia. Il parco dei treni TGV Parigi Sud-Est è stato costituito in modo tale
da utilizzare unità tricorrente 25 kV, 50 Hz + 15 kV,16 2/3 Hz + 1500 V.
Tra i vari problemi che devono essere affrontati in fase di progettazione,
se ne ricordano in particolare i seguenti:
–– la scelta del tipo di linea di trazione;
–– la scelta del pantografo (specializzato o non);
–– la scelta dei sistemi di sicurezza per l’interruzione dell’alimentazione
“non idonea” di parti di circuiti elettrici (tipo o livello di tensione, livello
di frequenza).
9.2.
GENERALITÀ
Il problema delle incompatibilità elettriche, meccaniche e fisiche che
impediscono il transito dei rotabili sulle interconnessioni nasce nei punti
di frontiera dove differenti sistemi di trazione ferroviaria elettrificati hanno
caratteristiche morfologiche e fisiche diverse.
Le soluzioni possibili sono:
–– stazioni di scambio “bicorrente”, i cui piazzali sono realizzati in modo
da poter ricevere i rotabili su linee o tronchi di linee separati; ovvero su
sezioni alimentate dall’uno o dall’altro sistema di elettrificazione (linee
commutate). In tal caso, le locomotive raggiungono il confine senza superarlo. Tale soluzione, già adottata in Francia, risulta accettabile solo
per stazioni relativamente semplici, mentre non appare perseguibile per
stazioni con un numero elevato di diramazioni;
–– locomotori policorrente equipaggiati in modo tale da poter circolare sotto due o più sistemi di alimentazione, cioè a tensioni e/o a frequenze
diverse.
Indipendentemente da problemi di natura economica, appare evidente
che l’uso di rotabili policorrente consente di ridurre i perditempo dovuti al
cambio del locomotore o addirittura, nel caso di elettrotreni, al trasbordo
dei viaggiatori.
È da notare comunque che la realizzazione delle locomotive policorrente,
giudicata estremamente difficile fino al 1958, è stata possibile solo con l’uso
dei raddrizzatori al silicio. A livello europeo, le reti ferroviarie sono state
elettrificate differentemente, in relazione alle esigenze di ciascun Paese.
L’assenza di una pianificazione sul tipo di elettrificazione ferroviaria a livello europeo, ha comportato una integrazione difficile tra le varie ferrovie,
soprattutto in relazione all’intenso scambio di viaggiatori e merci. Pertanto,
a partire dalle tensioni e frequenze utilizzate in Europa, sono state studiate
e successivamente realizzate le locomotive policorrente.
Un mezzo di trazione policorrente presenta, a pari potenza, massa, costo
ed oneri di manutenzione più elevati e crescenti con il numero dei sistemi
previsti; si cerca quindi, di volta in volta, di adeguare le predisposizioni alle
effettive necessità di esercizio, anche in termini di prestazioni garantite. In
Capitolo 9 - Sistemi di trasporto extraurbano
357
molti casi uno solo è il sistema d’alimentazione “principale” per il quale
viene resa la potenza nominale continuativa e raggiunta la velocità massima
di marcia; mentre, con le altre alimentazioni potenze e velocità massime
risultano inferiori. È questo il caso di molti elettrotreni AV.
L’evoluzione tecnologica internazionale ha imposto nel tempo l’impiego
di motori per la trazione in corrente continua, in corrente alternata monofase e successivamente trifase, adottando contestualmente le apparecchiature
più idonee per la regolazione: variazione dei poli di commutazione, nel caso
di asincroni monofase, o della frequenza, tramite ponti controllati, nel caso
di motori in corrente continua o asincroni trifase.
I locomotori policorrente possono distinguersi in: bifrequenza, bitensione, bicorrente, tri e quadricorrente.
In particolare, le bifrequenza hanno motori alimentabili in corrente alternata monofase a 25 o 15 kV, alle frequenze rispettivamente di 50 e 16,7 Hz.
Le induttanze di livellamento, presenti nel caso si adottino motori in corrente continua, aumentano di dimensione; il progetto del trasformatore,
eseguito per i due livelli di tensione, se tiene conto della frequenza più
bassa di 16,7 Hz, definisce una macchina di peso e ingombro maggiori (cfr.
Par. 2.1). Le bitensione hanno motori alimentabili in corrente continua a
1500 e 3000 V. Inizialmente sono stati impiegati motori di trazione a 1500 V,
in serie o in parallelo in funzione del livello di tensione, con isolamento
di ciascun motore per la tenuta alla tensione più alta. Successivamente,
come nel caso delle bifrequenza, sono stati adottati motori trifasi in alternata con azionamento ad inverter. Pur necessitando di isolamento rinforzato
e apparecchiatura supplementare per l’accoppiamento delle macchine, che
comportano (a parità di condizioni) un supplemento di peso, le bitensione restano comunque l’esempio di bivalenza più facile e meno costoso. Le
bicorrente sono state realizzate con l’introduzione di ponti raddrizzatori.
Sono in grado di funzionare sia con uno dei sistemi in corrente continua
sia con uno in corrente alternata monofase. È francese la prima bicorrente, 25 kV 50 Hz e 1500 V c.c., rimasta unica fino al 1979. Una bicorrente
può ovviamente realizzarsi per sistemi 25 kV, 50 Hz e 3000 V c.c., 15 kV,
16,7 Hz e 3000 V c.c. oppure15 kV 16,7 Hz e 1500 V c.c. le tri e quadri
corrente sono l’associazione di una bicorrente e una bitensione. Rientrano in questa categoria le locomotive che, ad esempio, effettuano il servizio
Parigi - Bruxelles - Amsterdam, le cui tratte sono alimentate a 25 kV, 50 Hz
in Francia, a 3000 V in corrente continua in Belgio e a 1500 V in corrente
continua in Olanda. Le stesse locomotive potrebbero essere utilizzate per
andare dalla Francia, via Marsiglia, in Italia. Il parco dei treni TGV Parigi
Sud-Est è stato costituito in modo tale da utilizzare unità tricorrente 25 kV,
50 Hz e 15 kV, 16,7 Hz e 1500 V.
Tra i vari problemi che devono essere affrontati in fase di progettazione,
se ne ricordano in particolare i seguenti:
–– la scelta del pantografo (specializzato o non);
–– la scelta dei sistemi di sicurezza per l’interruzione dell’alimentazione
“non idonea” di parti di circuiti elettrici (tipo o livello di tensione, livello
di frequenza).
358
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
9.3.
LE APPARECCHIATURE DI BORDO
9.3.1.
I PANTOGRAFI
L’intensità delle correnti captate dai treni variano in relazione al sistema
di alimentazione, pertanto il dimensionamento sia delle linee di contatto
sia dei pantografi deve essere, a parità di qualità del servizio, differenziato.
La caratteristica di non unificazione europea introduce, come già detto,
incompatibilità che possono verificarsi anche nell’ambito di stessi sistemi
di elettrificazione adottati in Paesi diversi. È noto, ad esempio, che le dimensioni e la forma del pantografo sono fortemente influenzate dalla geometria della catenaria, dalla poligonazione e dalle distanze d’isolamento.
Viceversa può accadere che differenti sistemi di elettrificazione possano
sopportare senza particolari stress il medesimo pantografo, come nel caso
delle linee a 3000 V in c.c. italiane e quelle a 25 kV, 50 Hz francesi.
Le incompatibilità possono essere non superabili, come nel caso del modello della catenaria, oppure superabili, come nel caso della corretta captazione, se non si eccede nel livello di assorbimento della corrente o in quello
della velocità.
Nel caso dell’alimentazione in corrente continua, infatti, le più forti intensità di correnti captate conducono ad aumentare le superfici dei piani
di contatto e la pressione del pantografo sulla catenaria. Tale condizione
non è apparsa particolarmente vincolante per cui si è osservata una certa
attenuazione della specializzazione del pantografo “continuo” e “monofase”, come mostrano alcune realizzazioni francesi di bicorrente utilizzate
sulla Digione-Neufchateau o sulla Le Mans-Rennes oppure sulla MarsigliaVentimiglia.
Inoltre il secondo pantografo del locomotore, identico al primo e comunque necessario per la captazione in corrente continua, può essere utilizzato
anche per il soccorso in caso di avaria del primo anche se, come è ovvio, in
condizioni di degrado il convoglio subisce limitazioni di velocità.
9.3.2.
IL SISTEMA DI SENSORI
L’alimentazione di un azionamento con una tensione non corrispondente
a quella di progetto comporta danneggiamenti alle apparecchiature. Pertanto si rende necessario l’uso di un dispositivo automatico che, riconoscendo
il tipo di corrente captata dal pantografo, inserisca nel circuito in tensione
solo la parte di equipaggiamento idonea all’alimentazione stessa. Tale dispositivo è quello che viene chiamato dispositivo di sensori (in francese
“palpage”).
La Figura 9.1, riporta lo schema di principio adottato per una locomotiva
bicorrente dotata di pantografi non specializzati (entrambi possono captare
sia la corrente continua sia la corrente alternata monofase).
Come può notarsi dalla figura, il dispositivo sensoriale è costituito da:
–– un trasformatore;
–– un relè sensibile alla corrente continua (c);
–– un relè sensibile alla corrente alternata monofase (m).
Capitolo 9 - Sistemi di trasporto extraurbano
359
Se l’alimentazione è in corrente continua l’eccitazione del relè “c” provoca la chiusura del sezionatore S e quella dell’interruttore C; se l’alimentazione è in corrente alternata, l’eccitazione del relè “m” permette la chiusura
dell’interruttore M (in SF6) ed impedisce contestualmente quella del sezionatore S.
Come norma di sicurezza, non si può alzare un pantografo se i due interruttori C e M sono chiusi e se il sezionatore S è collegato a terra.
Figura 9.1:
Dispositivo di sensori
nel caso di pantografi
non specializzati.
Se i due pantografi sono specializzati e distinti (uno per la continua e
l’altro per l’alternata monofase), lo schema si semplifica ulteriormente come
è indicato in Figura 9.2.
Figura 9.2:
Dispositivo di sensori
nel caso di pantografi
specializzati.
360
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Il pantografo per la c.c. ha un collegamento diretto al reostato, mentre il
pantografo per la c.a. è collegato al trasformatore. L’assenza del collegamento tra i due pantografi a monte degli interruttori permette di sopprimere il
sezionatore S presente nello schema precedente.
Il dispositivo sensoriale, lato alternata monofase, impedisce la chiusura
dell’interruttore monofase in presenza di corrente continua. Il consenso per
la chiusura dell’interruttore C è dato solo se l’interruttore M è aperto.
In Figura 9.3 i due pantografi specializzati hanno possibilità di reciproco
soccorso in caso di avaria di uno dei due.
Figura 9.3:
Dispositivo di sensori
nel caso di pantografi
specializzati, con possibilità di interscambio.
9.4.
SCHEMI ELETTRICI DELLE POLICORRENTI
9.4.1.
MEZZI DI TRAZIONE CON MOTORI IN CORRENTE CONTINUA
Bicorrente
La Figura 9.4, fa riferimento a un locomotore realizzato con motori in
corrente continua, con avviamento reostatico e regolazione di campo.
Dalla figura, si può evidenziare:
a. il complesso trasformatore-graduatore della tensione-raddrizzatore che
alimenta a 1500 V i motori in c.c.;
b. i gruppi ausiliari (gruppi compressori, ventilatori dei motori di trazione)
alimentati a 25 kV, 50 Hz a partire dal secondario mediante l’interposizione di un ponte di raddrizzatori;
c. le induttanze di livellamento all’uscita dei ponti raddrizzatori per lo
spianamento del ripple di tensione;
Capitolo 9 - Sistemi di trasporto extraurbano
361
d. il reostato di avviamento su ciascun motore;
e. l’eccitazione serie della macchina con resistenza in parallelo per regolazione velocità/indebolimento di campo.
Figura 9.4:
Schema di principio del
circuito di trazione di
una bicorrente.
Bifrequenza
L’attenzione maggiore, in queste locomotive, è posta nel trasformatore
che deve essere adatto a funzionare ai due livelli di tensione.
Se, indipendentemente dalla tensione primaria, si vuole la stessa potenza apparente A e la stessa tensione secondaria U2, ed il trasformatore ha un
unico avvolgimento primario con N1 spire, con la tensione di alimentazione
di U′1 = 25 kV ed f ′ = 50 Hz si ha:
–– corrente primaria I′1 = A/U′1;
–– tensione di spira e′ = 4,44 f ′Φ ′ = U′1/N1.
Con un’alimentazione di U”1 = 15 kV ed f ” = 16,7 Hz si ha:
–– corrente primaria I”1 = A/U”1 = I′1 (U′1/U”1) = I′1 (25000/15000) = 5/3
I′1 = 1,67 I′1;
–– tensione di spira e” = 4,44 ⋅ f ′Φ” = U”1/N1 = e′ (U”1/U1) = e′ 3/5.
Il rapporto tra i flussi è:
Φ”/Φ′ = (e”/e′) ⋅ (f ′/f ”) = (3/5) (50/16,7) = 1,8.
362
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Si deduce quindi che, a causa dell’alimentazione a 16,7 Hz, il circuito
magnetico deve essere dimensionato per un flusso dell’80 % maggiore e
l’avvolgimento primario per una corrente del 67 % maggiore di quanto non
sia necessario nel funzionamento a 50 Hz.
Se si considerano le spire secondarie N2 necessarie per ottenere il medesimo valore U2, si ha:
–– alimentazione a 25000 V, N′2 = U2/e′
–– alimentazione a 15000 V, N”2 = U2/e” = N2 (e′/e”) = 5/3 N’2 = 1,67 N′2;
N′2/ N”2 = 0,6.
Dall’espressione del rapporto spire secondarie si deduce che il secondario deve avere una presa intermedia in corrispondenza del 60 % di tali spire
per il funzionamento a 25 kV.
Per ridurre l’incremento di massa del trasformatore si può accettare, per
percorsi non lunghi (come ad esempio la Strasburgo - Kehl, Sale Muttenz),
una minore potenza e una tensione secondaria ridotta.
Infatti è: U”2 = N′2 e” = (U2/e′) (3/5) e′ = 0,6 U2. Questa riduzione a frequenza di 16,7 Hz è accettabile.
Quadricorrente
La quadricorrente nasce dalla “composizione” delle bicorrente e bifrequenza. Se sono alimentate in corrente alternata monofase, il gruppo trasformatore-raddrizzatore fornisce una tensione raddrizzata a 1500 V ai motori. Tale schema è stato inizialmente scelto per quelle locomotive destinate
ad assicurare il servizio internazionale per treni rapidi ed espressi. Queste
locomotive hanno assicurato il servizio internazionale in Belgio, in Germania e nel nord della Francia.
La presenza di due prese sul secondario del trasformatore principale
consente il funzionamento con alimentazione a 15 kV a 16,7 Hz.
9.4.2.
LE POLICORRENTI CON EQUIPAGGIAMENTO A TIRISTORI
L’evoluzione dell’elettronica di potenza ha consentito l’uso dei ponti a tiristori che costituiscono i mezzi per la regolazione dei motori. Pertanto, nel
corso degli ultimi anni, si è assistito ad una lenta ma totale modifica degli
schemi delle policorrenti. La Figura 9.6 riporta lo schema di una bicorrente
a chopper.
Nella figura viene indicato con:
––
––
––
––
––
––
––
M la corrente alternata monofase;
C la corrente continua;
TS il tiristore per l’indebolimento di campo;
DS il diodo di blocco;
R il resistore di scarica;
K il commutatore c.c./c.a;
X l’alimentazione del motore 2.
La regolazione di ciascun motore viene effettuata mediante il chopper,
integrato da un dispositivo per la regolazione continua del campo che permette di estendere la regolazione della velocità.
Capitolo 9 - Sistemi di trasporto extraurbano
363
Figura 9.6:
Azionamento bicorrente
a chopper.
In corrente alternata il trasformatore a rapporto fisso ed un raddrizzatore
a diodi alimenta a circa 1500 V i chopper.
Una soluzione di questo tipo è stata adottata per i primi TGV equipaggiati con motori da 535 kW che erano in servizio sulla linea Parigi Sud Est
(collegamento Parigi -Lione).
9.4.3.
MEZZI DI TRAZIONE CON AZIONAMENTO TRIFASE SINCRONO
In questo tipo di azionamenti, in generale, la configurazione dello schema di potenza a valle del circuito intermedio a corrente o tensione impressa
non cambia. L’adattamento ai diversi sistemi di alimentazione è effettuato
con opportune configurazioni degli stati d’ingresso.
Azionamenti trifasi a motori sincroni sono stati realizzati esclusivamente nell’ultimo decennio, in Francia, per mezzi di trazione di elevata potenza
(> 4 MW) e del tipo bicorrente (25 kV, 50 Hz ed a 1,5 kV c.c oppure a 3 kV c.c).
Una più recente realizzazione riguardato il TGV-Atlantique con una potenza totale di 8800 kW (8 assi motori), il cui schema è riportato in Figura 9.7. I
motori sincroni sono a 6 poli, fissati alla cassa della motrice e sviluppano la
potenza di 1,1 MW alla massima velocità di rotazione, corrispondente alla
velocità di 300 km/h con l’alimentazione a 25 kV, 50 Hz.
I circuiti d’ingresso comprendono:
–– (C) alimentazione a c.c (potenza ridotta): l’interruttore principale IPC, il
filtro di rete LF/CF ed un chopper abbassatore, costituito dal ramo T11
a tiristori a spegnimento forzato e dal ramo di ricircolo D11, D12, D21,
D22.
–– (M) alimentazione a c.a (potenza nominale): l’interruttore principale IPM
montato sul tetto, ed il trasformatore TP, con due avvolgimenti seconda-
364
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 9.7:
Schema di principio
degli stadi di ingresso di una motrice del
TGV-A.
––
––
––
––
ri; questi alimentano i ponti misti PM1 e PM2, controllati in sequenza.
Per migliorare il fattore di Potenza, ai morsetti di ciascun secondario viene inserito un filtro FA per l’assorbimento delle armoniche.
K1, K2 e K3, i commutatori e contattori.
PMA il ponte misto per l’alimentazione degli ausiliari a 1500 V, con CHA
il frazionatore 1500/500 V per l’alimentazione degli ausiliari (X).
(Y) collegamento a 25kV fra le due motrici.
(Z) tetto della motrice.
La Figura 9.8 riporta lo schema di una bicorrente, la BB26000, della
SNCF di grande potenza che, contrariamente al TGV, sviluppa la prestazione nominale con entrambi i sistemi di alimentazione.
Capitolo 9 - Sistemi di trasporto extraurbano
365
Figura 9.8:
Schema di principio dei
circuiti di ingresso di
una bicorrente.
In particolare in figura si sono indicati con:
–– (M) il funzionamento in c.a. monofase;
–– (C) il funzionamento in c.c.;
–– IPM e IPC gli interruttori principali;
–– LF con CF il filtro in c.c.;
–– TP il trasformatore principale;
–– PM i ponti monofasi misti (due ponti in parallelo);
–– K il commutatore c.c./c.a.;
–– CH1, D1 il frazionatore principale (motore 1);
–– Ld1 l’induttore (motore 1);
–– X1 l’alimentazione del motore 1;
–– X2 l’alimentazione dei circuiti del motore 2;
–– Y l’alimentazione degli ausiliari.
9.4.4.
MEZZI DI TRAZIONE CON AZIONAMENTO TRIFASE ASINCRONO
La progettazione di queste motrici è derivata da esperienze francesi e
inglesi ed hanno seguito due filoni.
In particolare, il primo filone ha prodotto le Z 20500 a due piani della
SNCF (25 kV,50 Hz, 1500 V c.c.) ed il nuovo TGV-Transmanche per il collegamento Parigi - Londra - Bruxelles; alimentato in Francia a 25 kV-50 Hz, a
3000 V c.c. in Belgio e a 750 V c.c. a terza rotaia in Gran Bretagna (rete BR a
sud di Londra, a nord l’elettrificazione è a 25 kV, 50 Hz).
Il secondo filone riguarda principalmente le locomotive alimentate a
3000 V c.c destinate ai collegamenti con Italia, Svizzera e Austria.
Gli elementi caratterizzanti sono:
–– convertitori di ingresso 4Q per l’alimentazione in c.a. (sia a 50 Hz che a
16,7 Hz)
–– collegamento in serie dei convertitori con alimentazione a 3000 V c.c.
In Figura 9.9 è riportato a titolo di esempio, lo schema di una bicorrente
della OBB (serie 1822), con convertitore a tre livelli, destinata al traffico su
366
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 9.9:
Schema di principio del
semiazionamento di
una locomotiva a 15 kV
16 2/3 Hz-3 kV c.c.
linee di valico molto acclivi (25 %), di massa pari a 83 t, massima velocità
di 140 km/h e potenza di 4,4 MW.
In figura si è indicato con:
1. l’alimentazione condotta a 1000 V - 16,7 Hz,
2. l’alimentazione del carrello n. 2,
3. l’alimentazione in A.T., a 3 kV in c.c.
4. l’alimentazione dei convertitori degli ausiliari.
Poichè la locomotiva è una bicorrente (15 kV ,16,7 - 3 kV c.c) con motori
asincroni trifase sono presenti due stadi di conversione (c.a-c.c e c.c-c.a).
L’impiego dei GTO consente notevoli vantaggi rispetto ai tiristori tradizionali, per la semplificazione dei circuiti e la riduzione della massa e dell’ingombro. Il convertitore a 4Q funziona come raddrizzatore attraverso i suoi
rami a diodi e viceversa da invertitore fornendo potenza reattiva al circuito
a corrente alternata, prelevandola dal circuito intermedio a corrente continua. Quando i motori di trazione funzionano in frenatura, può essere effettuato il recupero, in quanto il convertitore 4Q è reversibile. Questo convertitore di conseguenza funziona in tutti e quattro i quadranti in funzione del
segno delle grandezze elettriche ai morsetti e degli impulsi di commando.
Capitolo 9 - Sistemi di trasporto extraurbano
367
Nelle reti a 3000 V sorge il problema del collegamento in serie di due
GTO, pertanto negli azionamenti di grande potenza si preferisce la soluzione dell’invertitore a tre livelli dove ciascun GTO sopporta la tensione Ud/2.
Con convertitori a 2 livelli ciascun ramo deve commutare la piena tensione
Ud del circuito intermedio pertanto è necessario contenere detta tensione
entro i valori, sopportabili da un solo GTO.
9.5.
RIFERIMENTI
[1]
[2]
[3]
[4]
[5]
[6]
F. Perticaroli Sistemi elettrici per i trasporti. Trazione elettrica, ed. Masson, 1994.
G. Vicuna, Organizzazione e tecnica ferroviaria, ed. CIFI, 1986.
M. Tessier, Traction électrique et Thermo-électrique, ed. Riber, 1978.
Raoul J.C, L’interoperabilità ferroviaria in Europa. Ferrovie italiane e
estere, Ingegneria Ferroviaria, 2002, pag. 757.
G. Bonora, L. Focacci, Funzionalità e progettazione degli impianti ferroviari, ed. CIFI, 2002.
F. Romano, Il materiale rotabile politensione, Direzione Sicurezza e
Qualità di Sistema, 2008.
10
I MODERNI MEZZI DI TRAZIONE
POLICORRENTE DELLA FLOTTA TRENITALIA
Paolo Masini, Salvatore Rizzo
Trenitalia S.p.A.
10.1.
INTRODUZIONE
Tale capitolo si pone l’obiettivo di illustrare i più moderni sistemi di propulsione impiegati nei mezzi di trazione policorrente di punta della flotta
Trenitalia.
Saranno descritte le prestazioni, le architetture elettriche e i principi di
funzionamento dei sistemi di propulsione di ETR 500, ETR 600 e ETR 1000
evidenziando le peculiarità che caratterizzano le varie soluzioni tecniche
implementate, nonché i vantaggi che derivano dal loro utilizzo e le particolarità architetturali distintive.
Si ritiene inoltre necessario spiegare come il sistema ERTMS (“European
Railways Train Management System”) consenta ai mezzi di trazione policorrente di configurare in maniera automatica il proprio sistema di propulsione al variare della tipologia della tensione di catenaria, riducendo al
minimo le operazioni a carico del Personale di Macchina.
Di seguito verrà fornita una descrizione sui moderni sistemi di captazione della corrente elettrica implementati nei rotabili AV illustrando l’applicazione specifica su ETR 500 PLT. Verrà spiegato come tale sistema sia stato
messo a punto mediante l’implementazione di efficaci sistemi di controllo
della forza di spinta del pantografo sulla catenaria al variare del mezzo di
trazione.
Il corpo del capitolo proseguirà poi con il focus su alcuni dei principali
componenti elettrici caratterizzanti il cuore dell’azionamento di trazione
ferroviario policorrente: il convertitore elettronico a 4 quadranti (convertitore 4Q) e il trasformatore. Per quanto riguarda il convertitore verranno forniti degli elementi significativi sul funzionamento di tale apparecchiatura e
sul proprio controllo, corredati da risultati di simulazioni in ambiente “SIMULINK” di Matlab. Nel caso del trasformatore, ne verrà descritto l’aspetto
costruttivo e verrà illustrato il tema rilevante delle sollecitazioni termiche
dovute alle condizioni operative specifiche di tale macchina, evidenziando
le differenze che vi sono rispetto ad un regime di funzionamento sinusoidale tipico dei trasformatori di distribuzione dell’energia.
Gli ultimi paragrafi descrivono, attraverso degli esempi e delle applicazioni pratiche, importanti strumenti di ausilio finalizzati a programmare
in maniera ottimale la gestione e l’impiego del mezzo di trazione in tutta
la durata del suo ciclo di vita. Dunque verranno illustrati validi simulatori
370
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
termici dell’azionamento dei mezzi di trazione policorrente e verrà affrontato il tema della manutenzione applicata in ambito ferroviario, spiegando
l’evoluzione degli approcci manutentivi con l’integrazione del CBM (Condition based maintenance). L’utilizzo degli strumenti citati e della loro opportuna integrazione con modelli di calcolo dei tempi di percorrenza consente
la valutazione in modo completo degli impatti e delle potenzialità relative
all’utilizzo del mezzo di trazione policorrente su profili di missione e scenari operativi differenti da quelli per i quali è stato progettato. Oltre al vantaggio sopra citato, l’impiego di algoritmi CBM introduce un miglioramento
dell’approccio manutentivo al materiale rotabile ottimizzando la velocità,
il numero e l’efficacia degli interventi manutentivi e abbattendo dunque i
costi impliciti di una manutenzione di tipo “programmato”.
10.2.
I MEZZI DI TRAZIONE POLICORRENTE “AV” DEL PARCO TRENITALIA
Trenitalia ha sempre investito nel continuo sviluppo tecnologico dei
propri mezzi di trazione richiedendo ai fornitori di rotabili requisiti prestazionali, di sicurezza e di impatto ambientale sempre migliorativi ai fini
di soddisfare le esigenze mutevoli del mercato e della società. Tali scelte
strategiche hanno portato come risultato alla realizzazione di mezzi di trazione che rappresentano uno standard di eccellenza nell’attuale panorama
del mercato ferroviario.
10.2.1.
ETR 500 PLT “FRECCIAROSSA”
L’ETR 500 PLT è un treno a composizione bloccata e trazione concentrata
concepito per svolgere servizio commerciale sia con alimentazione in alternata (25 kV c.a. 50 Hz), sia con alimentazione in continua (3kV c.c. e 1,5 kV
c.c.). L’equipaggiamento elettrico di treno è stato quindi progettato in modo
da ottimizzare il numero dei componenti necessari al funzionamento con
alimentazione in alternata e continua. A tal scopo la catena e l’azionamento
di trazione si adattano, mediante un’opportuna riconfigurazione dei circuiti
in alta tensione, alle caratteristiche della tensione di catenaria, mentre l’equipaggiamento elettrico di carrozza ha una configurazione indipendente
dal tipo di alimentazione ed è sempre alimentato con una tensione continua
in ingresso di 600 V.
Si descrive ora a livello generale l’architettura del sistema di trazione e
alimentazione dei servizi ausiliari (riferirsi a Fig. 10.1).
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
371
Partendo dalla catenaria troviamo i circuiti di protezione e sezionamento, tramite i quali è fornita l’alimentazione al trasformatore di trazione. Quest’ultimo prevede due configurazioni di funzionamento, ognuna
relativa alla tipologia della catenaria (25 kVc.a, 3 kV c.c.). In alternata la
macchina svolge la vera e propria funzione di trasformazione della potenza e provvede ad abbassare la tensione per garantire l’alimentazione dei
due azionamenti di locomotiva. In continua, sono sfruttati solamente gli
avvolgimenti secondari in serie ad avvolgimenti aggiuntivi con lo scopo di
realizzare i valori di induttanza necessaria per il filtro LC (lato rete) dell’azionamento. A valle del trasformatore vi sono due azionamenti identici e indipendenti, ciascuno composto da: Convertitore Lato Linea (CLL), Inverter
trifase di trazione, Chopper servizi ausiliari e 2 motori di trazione.
Un ruolo fondamentale per il funzionamento del sistema di propulsione
è ricoperto dai chopper dei servizi ausiliari. Essi provvedono alla conversione della tensione continua, che in d.c. è prelevata direttamente dalla linea
e in a.c. è prelevata dallo stadio intermedio all’uscita del convertitore CLL,
in una tensione pari a 600 V, regolata e controllata per l’alimentazione dei
convertitori dei servizi ausiliari della locomotiva e, delle linee treno che
provvedono a loro volta all’alimentazione dei convertitori dei servizi ausiliari delle carrozze, completi dei propri filtri di rete.
Si descrive ora con maggior dettaglio l’architettura elettrica e il principio
di funzionamento del mezzo di trazione per le varie tipologie di catenaria.
I circuiti AT realizzano il riconoscimento, la misura, la selezione e la
protezione della tensione di rete che insiste sulla catenaria e forniscono l’a-
Figura 10.1:
Schema a blocchi del sistema di propulsione e alimentazione dei servizi ausiliari.
372
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 10.2:
Schema elettrico dei circuiti di alta tensione della locomotiva dell’ETR 500 PLT.
limentazione al trasformatore ed ai circuiti di precarica (Fig. 10.2). A meno
dei palpatori di tensione (PL1 e PL2), i componenti dei circuiti AT (sezionatori, scaricatori, interruttori) sono sdoppiati in modo da consentire il funzionamento del treno con le diverse tensioni di catenaria.
In configurazione 25 kV l’alimentazione del treno è garantita utilizzando
un solo pantografo disponendo il sezionatore STL in posizione 2; è possibile quindi alimentare i convertitori di trazione della motrice remota (con
pantografo basso) tramite la linea treno a 25 kV. In tale configurazione i
sezionatori S3 e SEQ sono disposti verso massa, il sezionatore CEQ è in
posizione aperto. L’interruttore principale IR25 della motrice a pantografo
basso è comandato chiuso in modo da garantire localmente la disponibilità
della protezione da sovratensione di linea treno a 25 kV. Con alimentazione
in continua, disponendo il sezionatore STL in posizione 1, è possibile realizzare il collegamento equipotenziale delle due motrici a pantografo alto; non
è comunque consentito alimentare i convertitori di trazione dal pantografo
della motrice remota mediante linea treno a causa dei limiti di dimensionamento della stessa. In tale configurazione i sezionatori S3 e SEQ sono
disposti fuori massa (chiusi) e il CEQ è chiuso.
Il trasformatore di trazione è costituito da:
––
––
––
––
n 1 avvolgimento primario TR1;
n 4 avvolgimenti secondari di trazione TR2-11/12, TR2-21/22;
n 2 avvolgimenti aggiuntivi FR1/2;
n 4 induttanze a tre morsetti LFi11.1/2, LFi12.1/2, LFi21.1/2, LFi22.1/2.
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
373
Gli avvolgimenti del trasformatore, immersi nello stesso fluido di raffreddamento, sono utilizzati sia nel funzionamento in alternata che nel funzionamento in continua. Con alimentazione in continua, gli avvolgimenti
secondari ed ausiliari del trasformatore (tipo TR2 e FR) sono utilizzati per
realizzare l’induttanza del filtro rete dei due azionamenti (vedi Fig. 10.3).
Le quattro induttanze costituiscono i due filtri di uscita del primo stadio del
convertitore di trazione. Il solo avvolgimento primario rimane inattivo con
questo tipo di alimentazione. Con alimentazione in alternata, il trasformatore realizza la propria funzione classica di adattare il livello di tensione della
linea di contatto ad un valore inferiore compatibile con le caratteristiche
elettriche dei convertitori di trazione. Assieme all’avvolgimento primario e
ai secondari vengono inoltre impiegate due reattanze che costituiscono la
parte induttiva di due filtri risonanti a 100 Hz (vedi Fig. 10.4). Le rimanenti
due reattanze e i due avvolgimenti aggiuntivi (tipo FR) restano inattivi.
L’azionamento di trazione provvede all’alimentazione dei servizi ausiliari di treno ed alla conversione della tensione di linea o della tensione secondaria del trasformatore, a seconda del tipo di alimentazione, in terne trifase
di tensione alternata a frequenza e ampiezza variabili regolate e controllate
per l’alimentazione dei motori asincroni di trazione. A bordo sono presenti
per ogni motrice due azionamenti di trazione completi, ognuno dei quali
alimenta i due motori asincroni su ciascun carrello. La potenza continuativa netta erogata al cerchione, per velocità superiori a 164 km/h, è per ogni
motrice pari a 4,4 MW.
Le parti che compongono l’azionamento di trazione sono:
–– Convertitore di 1° stadio. Esso svolge la funzione principale di adattare la tensione di catenaria (o quella dei secondari del trasformatore) al valore necessario per il bus DC dell’inverter di trazione. Tale
convertitore prevede, analogamente al trasformatore, la variazione
della propria configurazione di funzionamento al variare della tensione della catenaria. In 3 kV c.c. esso funziona da chopper abbassatore
a 3 livelli di tensione (vedi Fig. 10.3), ovvero abbassa la tensione da
un valore di 3 kV (tensione di catenaria) a un valore di circa 2.4 kV
(tensione del bus DC). Con catenaria a 25 kV c.a. si ha il funzionamento da raddrizzatore alzatore a quattro quadranti (vedi Fig. 10.4).
In quest’ultima configurazione il convertitore raddrizza e aumenta la tensione ai capi dei secondari del trasformatore da un valore di 1.3 kV (valore efficace su un secondario del trasformatore) a d un valore di 2,4 kV
(valore medio sul bus DC dell’inverter). In entrambe le configurazioni
tale convertitore garantisce in uscita una tensione di 2,4 kV.
–– Inverter. A valle del convertitore di 1° stadio vi è l’inverter trifase di trazione che converte la tensione continua al suo ingresso in una terna di
tensioni alternate necessarie al funzionamento dei motori, regolate in
ampiezza e frequenza, secondo una strategia di controllo predeterminata
ed implementata nella elettronica di bordo.
–– Chopper di frenatura. Subito a valle del bus DC e a monte dell’inverter è
inserito un chopper bifase con resistenze di frenatura in grado di dissipare l’energia derivata dai motori asincroni durante la fase di frenatura
quando la linea non è di tipo ricettivo.
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
375
idraulico alimentato ad aria compressa. Il combinatore CS1 (vedi Fig. 10.5)
spostando i suoi 11 contatti (A-M) adatta la configurazione circuitale dell’azionamento a seconda della tensione di catenaria (25 kV o 3 kV). Di seguito
il dettaglio della posizione dei contatti del combinatore AT per ciascuna
configurazione.
Configurazione 3 kVcc
CS1 (A): 1-3; CS1 (B): 1-3; CS1 (C): 1-3; CS1 (D): 1-3; CS1 (E): 1-3; CS1 (F): 1-3;
CS1 (G): 1-3; CS1 (H): 1-3; CS1 (I): aperto; CS1 (L): aperto; CS1 (M): chiuso.
Configurazione 25 kVca
CS1 (A): 1-2; CS1 (B): 1-2; CS1 (C): 1-2; CS1 (D): 1-2; CS1 (E): 1-2; CS1 (F): 1-2;
CS1 (G): 1-2; CS1 (H): 1-2; CS1 (I): chiuso; CS1 (L): chiuso; CS1 (M): aperto.
Dalla Figura 10.5 è possibile comprendere il dettaglio della posizione dei
vari contatti del combinatore CS1 nello schema elettrico di azionamento ed
è possibile capire come essi agiscono per cambiare la configurazione circuitale dell’azionamento.
Figura 10.5:
Schema elettrico dell’azionamento in configurazione 25 kV con evidenza dei contatti del combinatore CS1.
10.2.2.
ETR 600 “FRECCIARGENTO”
L’ETR 600 è un treno pendolante a potenza distribuita e composizione
bloccata composto da 7 veicoli. Tale rotabile è configurato per funzionare
con i sistemi di alimentazione 3 kV cc e 25 kV 50 Hz. Il treno è provvisto
di un sistema attivo di rotazione della cassa che permette di affrontare la
marcia in curva ad una velocità maggiore di un treno convenzionale assicu-
376
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
rando un livello di comfort comparabile. Questa particolare caratteristica lo
distingue dall’ ETR 500. Il pantografo è connesso direttamente al tetto del
veicolo ed è previsto di un sistema attivo di controrotazione. Tale mezzo, in
grado di sviluppare una potenza continuativa al cerchione pari 5,5 MW, è
costituito da 2 unità di trazione (ciascuna costituita di tre elementi, di cui
due motorizzati e uno con trasformatore) ed un elemento rimorchio. Si veda
la Figura 10.6.
Figura 10.6:
Distribuzione delle unità
di trazione nei veicoli.
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
377
Per la descrizione del sistema di propulsione e alimentazione ausiliari ci
si riferisce alla Figura 10.7.
Ogni unità di trazione è equipaggiata di due azionamenti, indipendenti,
con 1 inverter (INV-TRAZ1 e INV-TRAZ2) per ciascun motore di trazione
(M1-M2) sistemato sugli assi 2 e 3 dei veicoli 1, 2, 6 e 7. Il convertitore
ausiliario (CH-INV AUX) viene sempre alimentato in parallelo agli inverter
di trazione. Nei veicoli 4 e 5 della composizione sono situati 2 pantografi
per l’alimentazione a 3 kV e 2 pantografi per l’alimentazione a 25 kV. I due
pantografi di ciascuna unità di trazione sono collegati tra loro “praticamente” in parallelo attraverso un collegamento di linea tetto (primario). Con
pantografo comandato in presa, avviene la lettura della tensione di linea
da parte di un particolare sensore di tensione attivo (TPM) atto a “riconoscere” il “tipo” (frequenza) ed il valore della tensione di catenaria captata.
Se il “tipo” ed il valore della tensione di catenaria captata rientra nel rango
previsto la tensione viene connessa ai quattro azionamenti e convertitori
ausiliari del complesso attraverso un collegamento di linea tetto e le relative
induttanze di filtro rete. Il passaggio cassa-cassa del collegamento di linea
tetto, è realizzato mediante connettori. La tensione di linea viene inviata
ai due trasformatori di trazione del treno, collegati tra loro praticamente in
parallelo attraverso un ulteriore collegamento di linea tetto (secondario).
La connessione avviene, mediante opportuna commutazione di alcuni telesezionatori, con modalità differenti a seconda del tipo di tensione sulla
catenaria. Si descrivono ora maggiormente in dettaglio le configurazioni del
sistema elettrico per entrambe i sistemi di catenaria (25 kV c.a. e 3 kV c.c.).
Ci si riferisce sempre alla Figura 10.7.
25 kV
Nel caso di tensione alternata viene chiuso il disgiuntore “DJ” e vengono alimentati di conseguenza i due avvolgimenti primari dei trasformatori principali delle unità di trazione. Tale configurazione è caratterizzata dai seguenti
stati dei telesezionatori e contattori:
–– KSAZ, KCONTPRE, KCON in stato chiuso;
–– KAC, KPRE, in stato aperto;
–– KCA in posizione 25.
In tale configurazione circuitale il trasformatore svolge la propria funzione nel trasformare la tensione in ingresso e adattarla all’alimentazione
dei convertitori 4Q (4 quadranti), in figura rappresentati come “4QC1/2”.
Questi ultimi raddrizzano la tensione che ricevono dagli avvolgimenti secondari del trasformatore e la rendono stabilizzata per l’alimentazione degli
inverter di trazione (INV-TRAZ1/2) e del convertitore per i servizi ausiliari
(CH-INV AUX).
3 kV
Nel caso di tensione continua viene chiuso l’interruttore extra rapido
“IR” e vengono alimentati direttamente gli avvolgimenti secondari dei trasformatori collegati in serie tra di loro ed in serie a due induttori supple-
378
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
mentari (TR1 + TR2 + La + Lb), per realizzare l’induttanza di filtro rete. La
tensione di conseguenza giunge direttamente nel filtro intermedio (condensatore Cdc) da dove prendono alimentazione gli inverter di trazione e il
convertitore per i servizi ausiliari. Tale configurazione è caratterizzata dai
seguenti stati dei telesezionatori e contattori:
–– KSAZ, KCONTPRE, KAC in stato chiuso;
–– KPRE, KCON, in stato aperto;
–– KCA in posizione 3.
Una differenza significativa funzionale dall’ETR 500 consiste nella tipologia di utilizzo del convertitore del primo stadio di conversione del
sistema di propulsione, in particolare per quanto riguarda la configurazione a 3 kV. Nell’ETR 600 il convertitore non viene utilizzato per abbassare
la tensione di catenaria a 3 kV ma questa giunge direttamente tramite le
induttanze di filtro all’ingresso dei convertitori dei motori e dei servizi
ausiliari. In configurazione a 3 kV dunque si ha uno stadio di conversione
in meno rispetto all’ETR 500 con vantaggi legati ad un miglior rendimento
generale del sistema ma svantaggi che possono derivare ad esempio da una
maggior sensibilità del sistema di propulsione alle variazioni della tensione di catenaria.
Figura 10.7:
Architettura elettrica di 1 azionamento di trazione.
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
10.2.3.
379
ETR 1000 “FRECCIA 1000”
L’ETR 1000 è un convoglio bidirezionale a singolo piano a composizione bloccata e potenza distribuita, composto da 8 veicoli, con 2 carrelli per
cassa con il 50 % degli assi motorizzati, comprendente una cabina di guida ad ogni estremità. Il rotabile è predisposto al funzionamento sulle linee
dei principali corridoi europei, in particolare accetta le seguenti tensioni di
alimentazione: 25 kV c.a. 50 Hz, 15 kV c.a. 16.7 Hz, 3 kV c.c., 1,5 kV c.c.
È necessario premettere che i treni attualmente posseduti da Trenitalia sono
stati configurati solo per i sistemi di catenaria italiani, ovvero 25 kV c.a e
3 KVcc, tuttavia ciò non esclude che, tramite l’aggiunta di pochi componenti
AT, tale rotabile sia destinato in futuro al mercato internazionale.
L’architettura del sistema di distribuzione di energia e della trazione/
frenatura elettrica è realizzata considerando 2 unità di trazione, ciascuna
costituita da 4 veicoli (semitreno), speculari tra di loro. In caso di guasto
critico ad una delle 2 unità di trazione il treno può continuare a funzionare
ed è in grado di terminare il proprio servizio senza degradi sulle prestazioni
e sul comfort ai passeggeri.
Figura 10.8:
Struttura speculare
del treno ETR 10000 e
denominazione dei
veicoli.
Nella descrizione dell’architettura elettrica di treno ci si riferisce alla Figura 10.9. Essa rappresenta solamente 4 veicoli in quanto l’altra metà treno
è speculare. Vi sono due sistemi AT separati per i due sistemi di catenaria
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
381
Si descrivono ora il sistema di alimentazione in alta tensione (AT) sia in
25 kV c.a. che in 3 kV c.c e le funzioni dei principali componenti in alta
tensione.
Sistema elettrico AT di treno
È necessario premettere che i due sistemi AT di treno (25 kV e 3 kV) sono
separati elettricamente tra di loro e i componenti che li caratterizzano sono
ridondati per garantire un’affidabilità generale del rotabile in caso di guasto.
Si descrivono ora tali sistemi, prendendo come riferimento le Figure 10.10
e 10.11.
Figura 10.10:
Architettura elettrica di
alta tensione in configurazione 25 kV c.a.
Figura 10.11:
Architettura elettrica di
alta tensione in configurazione 3 kV c.c.
A valle del pantografo vi è un disconnettore (“AC/DC pantograph disconnector”) e si trova
in stato di aperto quando il pantografo è basso ai fini di garantire isolamento tra il pantografo
e il resto del sistema elettrico di treno. A valle di tale disconnettore vi è il punto di misura per
382
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
il dispositivo di rilevazione del sistema di alimentazione (System detection)
il quale rileva e identifica il sistema di tensione della linea e informa il sistema di comando e controllo di treno ai fini della corretta configurazione
del sistema elettrico del rotabile. Nella catena di alimentazione vi sono poi
i dispositivi di misura dei parametri elettrici di linea (tensione, corrente)
come il trasformatore di misura “CMT”, il “current sensor” e il “VMT” i quali
monitorano continuamente le correnti assorbite dal treno e le tensioni di
funzionamento e sono necessari per funzioni di protezione e regolazione
dei sistemi di propulsione. Seguono i dispositivi di isolamento e messa a
terra del sistema AT (“System isolation switch” e “AC ES”) e gli interruttori
principali (AC/DC LCB) utilizzati per connettere/disconnettere il circuito di
alimentazione AT dai sistemi di propulsione e ausiliari; tali dispositivi sono
in grado di proteggere automaticamente gli apparati elettrici di treno da
condizioni di sovraccarico/cortocircuito e da altre condizioni di anomalia.
Del circuito AT fanno parte anche i sezionatori della linea treno (“AC/DC
system disconnector”); essi sono utilizzati per separare fra di loro i due
sistemi AT dei 2 semi-treni. Tali sezionatori vengono aperti in automatico
dal sistema di controllo in caso di guasto critico ad uno dei 2 sistemi AT
presenti e consentono quindi di isolare il guasto medesimo e di proseguire
il servizio con la metà treno rimasta efficiente. Infine sia nel sistema a 25 kV
che in quello a 3 kV sono presenti opportuni scaricatori (SA) atti a proteggere l’equipaggiamento elettrico da sovratensioni sulla catenaria. Nel sistema
AT a 25 kV, a valle dell’LCB viene connesso il primario del trasformatore
principale che garantisce l’isolamento galvanico tra il sistema ad alta tensione e il sistema di propulsione e ausiliari, inoltre trasforma l’alta tensione
in valori idonei per il funzionamento di detti sistemi. Nel sistema AT a 3 kV
invece a valle dell’LCB vi è la connessione con le induttanze di linea che
provvedono a filtrare opportunamente le correnti armoniche generate dai
convertitori chopper CC.
Sistema di propulsione
Si descrive ora con maggior dettaglio il sistema di propulsione, rappresentato in Figura 10.12. Esso è composto principalmente dai seguenti apparati elettrici:
–– Circuiti di carica AC (configurazione 25 kV) e DC (configurazione 3 kV);
–– DC link;
–– Modulo convertitore di linea (LCM), comprensivo di condensatore DC link;
–– Modulo convertitore chopper (CCM), comprensivo di condensatore DC link;
–– Modulo convertitore motore (MCM), comprensivo di condensatore DC link;
–– Reostato di frenatura;
–– Motore di trazione.
Sia in configurazione 3 kV che 25 kV sono previsti i circuiti di precarica
dei filtri in ingresso ai convertitori CCM e LCM. Tali circuiti sono caratterizzati da contattori e resistenze (in figura segnati come 600, 601, 604,
605, 606,607 e 510) necessari anche a connettere e disconnettere in caso
di guasto o esclusione comandata dal personale di macchina i convertitori
LCM e CCM dalla loro alimentazione (trasformatore e induttore di linea rispettivamente).
384
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
In confronto agli ETR 500 e 600 tale tipologia di rotabile garantisce prestazioni in potenza superiori essendo in grado di erogare 9,8 MW di potenza continuativa massima al cerchione. Inoltre per il carattere intrinseco
dell’architettura elettrica sono garantiti standard di affidabilità significativamente superiori rispetto all’ETR 500. Una differenza architetturale evidente tra i due rotabili è possibile notarla per i convertitori del primo stadio
di conversione nel sistema di propulsione. Nell’ETR 500 tale convertitore è
unico per entrambe le tipologie dei sistemi della catenaria (in 3 kV funziona
da chopper abbassatore a 3 livelli, in 25 kV funziona da convertitore 4Q)
mentre nell’ETR 1000 abbiamo due tipologie di convertitori ben distinti, ovvero l’LCM (utilizzato in 25 kV e funzionante da convertitore 4Q) e il CCM
(utilizzato in 3 kV e funzionante da chopper abbassatore). Nell’ETR 500 in
caso di singolo guasto ad un convertitore di 1° stadio (4 presenti sul treno)
vi è una perdita del 25 % della potenza di trazione nominale per entrambe le alimentazioni 3 kV e 25 kV, mentre nell’ETR 1000 in caso di singolo
guasto ad 1 CCM (8 presenti sul treno) o 1 LCM (8 presenti sul treno) si
perde solamente il 12,5 % della potenza nominale di trazione e tale perdita
è limitata ad un solo sistema di alimentazione della catenaria. I vantaggi
prestazionali e affidabilistici dell’ETR 1000 rispetto agli altri rotabili sono
dunque evidenti.
10.3.
LA GESTIONE AUTOMATICA DELL’EQUIPAGGIAMENTO ELETTRICO
DEI MEZZI DI TRAZIONE POLICORRENTE TRAMITE ERTMS
Dopo aver fornito una descrizione dei principali rotabili policorrente AV
di Trenitalia si ritiene necessario fornire degli elementi utili che descrivono
come tali mezzi di trazione si interfacciano a livello funzionale con l’infrastruttura ferroviaria e siano in grado di gestire “quasi” in automatico la propria configurazione al variare del sistema di alimentazione della catenaria.
10.3.1.
GENERALITÀ SUL SISTEMA DI ALIMENTAZIONE DELLE LINEE AC/AV E
CENNI SU ERTMS
Le caratteristiche proprie del sistema di alimentazione della catenaria
delle linee AC/AV (alimentazione in alternata, monofase a 25 kV 50 Hz) impongono ai mezzi di trazione AV policorrente la necessità di eseguire le funzioni di cambio fase e di cambio tensione. In corrispondenza delle zone di
confine delle linee AC/AV con le linee ordinarie a 3 kV c.c. (linee storiche) è
prevista infatti la separazione dei due diversi sistemi di elettrificazione della catenaria mediante un tratto neutro di lunghezza pari a circa 110 metri,
connesso elettricamente a terra. Questo punto singolare dell’infrastruttura
di potenza prende il nome di Posto di Origine Catenaria (POC). Il sistema di
alimentazione in alternata monofase richiede inoltre, allo scopo di attuare
una corretta distribuzione dei carichi sulla rete trifase a monte, la presenza
di Posti di Cambio Fase (PCF) in corrispondenza dei quali è realizzato il
cambio della fase della tensione di alimentazione della linea di contatto. Per
la protezione della rete elettrica di alimentazione è richiesto al rotabile di
percorrere le linee AC/AV con un solo pantografo in presa e, in particolare,
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
385
di percorrere il tratto neutro corrispondente ad un PCF con gli interruttori
IP (interruttori di protezione generali) di treno aperti ed il tratto neutro corrispondente ad un POC con il pantografo basso.
L’introduzione del sistema ERTMS (European Railways Train Management System) ha comportato una innovazione nella gestione dell’equipaggiamento elettrico di treno. Oltre che essere effettuata manualmente, la riconfigurazione dei circuiti di treno al cambio tensione di alimentazione può
essere infatti effettuata in automatico riducendo al minimo le operazioni a
carico del Personale di Macchina. L’implementazione di questa funzione,
come anche l’implementazione della funzione di cambio fase, ha richiesto
lo sviluppo dell’interfacciamento ed il coordinamento tra il sistema ERTMS
e il sistema di comando e controllo di treno.
Il sistema ERTMS è stato adottato in Italia per la gestione ed il controllo
della marcia del treno su linee AV. Esso consiste di due sottosistemi, il Sottosistema di Bordo (on-board subsystem), o SSB, ed il Sottosistema di Terra
(trackside subsystem), o SST, fisicamente collocati rispettivamente a bordo
del treno e lungo la linea ferroviaria.
10.3.2.
IMPLEMENTAZIONE DELLE FUNZIONI AUTOMATICHE DI CAMBIO FASE E DI
CAMBIO TENSIONE NELL’ESERCIZIO AV DELL’ETR 500 PLT
Ai fini di una maggior comprensione dell’argomento legato alle funzionalità di cambio fase e cambio tensione implementate nei mezzi di trazione policorrente AV di Trenitalia si fornisce la descrizione dell’applicazione
specifica sul mezzo ETR 500 PLT.
La gestione dell’equipaggiamento elettrico di treno ed in particolare la
configurazione dei circuiti di motrice in base alla tensione di catenaria è
affidata ai sottosistemi di controllo Logica di Veicolo (LV) e Controllo Azionamento (CA). La Logica di Veicolo gestisce direttamente il funzionamento
dei circuiti AT di ingresso ed opera la commutazione dei sezionatori STL,
S3, S25, SEQ, CEQ e degli interruttori principali di treno IR3 e IR25 (si veda
Fig. 10.13).
Figura 10.13:
Schema elettrico dei
circuiti di alta tensione della locomotiva
dell’ETR500 PLT.
386
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
La Logica di Veicolo sovrintende al funzionamento della motrice in tutte le condizioni operative e si interfaccia direttamente o indirettamente
(attraverso il SIB, Sistema Informativo di Bordo) con altri sistemi, quali la
centralina del freno, l’antipattinante, la centralina antincendio, il controllo
dei gruppi statici di locomotiva. Si fa inoltre carico della importante funzionalità di telecomando della motrice di coda, delegando al SIB soltanto il
trasporto delle informazioni diagnostiche (stati ed allarmi) tra i due veicoli.
Il Controllo Azionamento gestisce la configurazione del convertitore di
trazione (tramite il combinatore AC/DC “CS1” ed i sezionatori IL e SLA, vedi
Fig. 10.14) ed implementa gli algoritmi di regolazione e protezione del CLL
(o convertitore di 1° stadio), dell’inverter trifase di trazione e del chopper
servizi ausiliari.
Figura 10.14:
Schema elettrico dell’azionamento di trazione.
Con il SSB ERTMS funzionante in modalità full supervision (modalità
nella quale il sistema ERTMS si fa interamente carico della gestione della
marcia del treno in relazione alle funzioni di segnalamento) è possibile effettuare in modo automatico le operazioni necessarie al rotabile per superare un PCF oppure un POC, riducendo al minimo le operazioni a carico
del Personale di condotta (PdM). Il sistema ERTMS (SST e SSB) è infatti in
grado di fornire al sistema di comando e controllo di bordo, le informazioni
necessarie per svolgere tali operazioni, tenendo anche conto dei tempi necessari alla modifica della configurazione del treno. Tali informazioni sono
contenute nei pacchetti di dati che il SSB riceve dal SST nell’approccio del
treno ai tratti neutri di un PCF o di un POC. Il SSB si interfaccia mediante
Figura 10.15:
Sottosistemi coinvolti
nelle funzioni di cambio
fase e cambio tensione.
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
Figura 10.16:
Segnali di interfaccia
fra Sottosistema di
Bordo ERTMS e Logica
di Veicolo.
Figura 10.17:
Segnali di interfaccia
fra Logica di Veicolo e
Controllo Azionamento.
Figura 10.18:
Segnali di interfaccia
fra Logica di Veicolo
Master e Slave.
387
il bus di veicolo (bus di tipo MVB)
con la Logica di Veicolo che, coordinandosi con il Controllo Azionamento, attua le funzioni di cambio
fase e di cambio tensione. La Figura 10.15 fornisce una rappresentazione a livello treno di tali sottosistemi.
Le Figure 10.16, 10.17 e 10.18
riportano i principali segnali che
gli stessi si scambiano per la gestione automatica delle sequenze
di cambio fase e cambio tensione.
388
10.3.2.1.
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Gestione automatica della sequenza di cambio fase
Interfacciamento fra SST e SSB
Nell’approccio al tratto neutro di cambio fase, viene inviato dal SST al
SSB un pacchetto contenente una autorizzazione al movimento (Movement
Autority) che lo informa dell’approssimarsi di un tratto neutro.
Assieme ad ogni Movement Authority che contenga un tratto neutro, il
SSB riceve un pacchetto (packet n.68 SRS-subset-026-V 230) di track condition che indica:
–– distanza del punto di inizio del tratto neutro riferita ad un punto noto al
SSB (LRBG: Last Relevant Balise Group è l’ultimo riferimento di posizione certo del veicolo);
–– lunghezza del tratto neutro;
–– eventuale necessità di abbassare i pantografi (dipende dal tipo di track
condition comunicata);
–– estensione zona con divieto di arresto (“non stopping area”).
10.3.2.2.
Segnali di interfaccia fra SSB e LV
Ricevute le informazioni dal SST, il SSB invia in sequenza alla Logica
di Veicolo della motrice master (la motrice di testa che ha il banco abilitato
mediante l’apposita chiave) i seguenti comandi:
–– taglio trazione via Bus MVB;
–– apertura dell’interruttore principale;
–– attivazione del paracadute di apertura dell’interruttore principale (che
consiste nell’apertura diretta dell’interruttore principale da parte del SSB
per via cablata);
–– consenso chiusura IR;
–– consenso trazione.
Il SSB si interfaccia con la Logica di Veicolo ad anello aperto, cioè senza effettuare la verifica dell’avvenuta esecuzione dei comandi impartiti.
I primi tre comandi della sequenza sono distanziati temporalmente in base
ai tempi propri di risposta del rotabile, impostati nel SSB mediante un file
di configurazione (Data Preparation) specifico per ogni applicazione. L’ETR500 PLT richiede 5 secondi per completare l’attuazione del comando di
taglio trazione, che avviene secondo una rampa prestabilita, e 4 secondi
per aprire l’interruttore principale. Gli ultimi due comandi della sequenza
costituiscono per la Logica di Veicolo un consenso alla chiusura dell’interruttore principale ed al ripristino della trazione. Questi sono di conseguenza memorizzati dalla Logica di Veicolo e attuati non appena lo stato del
treno lo consente. La gestione automatica del cambio fase realizzata non
richiede al PdM di porre a zero le leve dei comandi di trazione. Al termine
della sequenza automatica di cambio fase, la Logica di Veicolo provvede e
impostare lo sforzo di trazione in base alla posizione della leva di trazione
che può essere anche diversa da quella in cui è stata lasciata all’inizio della
sequenza stessa. Il SSB può consentire la gestione non ottimizzata oppure
la gestione ottimizzata del tratto neutro: in caso di gestione non ottimizzata,
il SSB non tiene conto di quale pantografo è in presa e considera in maniera
conservativa che il pantografo in presa, in avvicinamento al tratto neutro,
sia quello della locomotiva di testa e che il pantografo in presa in uscita dal
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
389
tratto neutro sia quello della locomotiva di coda. In caso di gestione ottimizzata del tratto neutro, il SSB considera il pantografo effettivamente in presa,
allo scopo di minimizzare il tratto percorso in coasting o con IR aperto e
frenatura di mantenimento. La gestione automatica del cambio fase sulle
linee AC/AV dell’infrastruttura nazionale avviene in modalità ottimizzata.
Il SSB è in grado di discriminare su quale delle due locomotive il pantografo
è in presa in virtù dei due segnali relativi allo stato dei pantografi che riceve
dalla Logica di Veicolo. I tempi di risposta del rotabile, configurati mediante la Data Preparation, sono trasformati dal SSB in distanze ed utilizzati
nell’algoritmo di generazione dei comandi per la Logica di Veicoli, nel modo
seguente (vedi Fig. 10.19):
–– dal momento in cui SSB riceve il messaggio da RBC, calcola la distanza
Dt dall’inizio del tratto neutro (TN) alla quale impartire il primo comando della sequenza (comando di taglio trazione). La distanza Dt è calcolata
in base alla velocità attuale del convoglio mediante la formula Dt = v ⋅ T,
dove T è il tempo necessario per l‘attuazione del taglio trazione e per
aprire l’interruttore principale;
–– ad ogni ciclo di calcolo, il sistema calcola la distanza reale del mezzo con
il pantografo in presa dal tratto neutro TN (distanza Dtn). Se la distanza
Dtn è maggiore di Dt, l’inizio della sequenza è rimandato al ciclo successivo. Se la distanza Dtn è minore di Dt, il SSB invia il comando di taglio
trazione e, con il ritardo indicato, anche il comando di apertura dell’interruttore principale e di attivazione del paracadute (apertura dell’IR/IP
per via cablata, eseguita direttamente dal SSB);
–– una volta che la locomotiva con il pantografo in presa ha superato completamente il tratto neutro, i comandi di taglio trazione ed apertura
dell’interruttore principale sono revocati contemporaneamente dal SSB.
Figura 10.19:
Gestione dell’ingresso
al PCF da parte del SSB
di bordo ERTMS.
Taglio
trazione
Apertura
IR
MSG da RBC
Parach
TN
5s
LRBG
4s
Dt
Dtn
10.3.2.3.
Ruolo della LV nella esecuzione della sequenza di cambio fase
La Logica di Veicolo, una volta ricevuto il comando di taglio trazione
dal SSB, attiva la sequenza di cambio fase procedendo attraverso una successione di stati sequenziali rappresentabile mediante un diagramma stati/
transizioni (vedi Fig. 10.20). In tale rappresentazione i cerchi costituiscono
gli stati del sistema (nodi). Questi sono connessi tra loro in senso logico da
rami (transizioni), percorsi in modo unidirezionale al verificarsi di determinate condizioni, durante l’evoluzione del processo. Per una descrizione di
dettaglio delle varie sequenze si veda la Tabella 10.1.
390
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 10.20:
Stati sequenziali di attuazione della funzione di cambio fase.
10.3.2.4.
Gestione automatica della sequenza di cambio tensione
10.3.2.4.1.
Interfacciamento fra SST e SSB
Nell’approccio al tratto neutro di cambio tensione viene inviato dal SST
al SSB un pacchetto contenente una autorizzazione al movimento (Movement Autority) che lo informa dell’approssimarsi di un tratto neutro. Assieme ad ogni Movement Authority che contenga un tratto neutro, il SSB
riceve un pacchetto di track condition (packet n.68 SRS-subset-026-V 230)
che indica:
–– distanza del punto di inizio del tratto neutro riferita ad un punto noto al
SSB (LRBG: Last Relevant Balise Group è l’ultimo riferimento di posizione certo del veicolo);
–– lunghezza del tratto neutro;
–– eventuale necessità di abbassare i pantografi (dipende dal tipo di track
condition comunicata);
–– estensione zona con divieto di arresto (“non stopping area”).
Nel caso di tratto neutro di cambio tensione, il SSB riceve, oltre al pacchetto di track condition di “tratto neutro” da percorrere a pantografi bassi,
un pacchetto di cambio tensione (packet n.39 SRS-subset-026-V 230) alimentazione che indica:
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
391
–– la distanza del punto di inizio della nuova alimentazione riferita ad un
punto noto al SSB (LRBG);
–– tipo della nuova alimentazione.
10.3.2.4.2.
Figura 10.21:
Schema elettrico funzionale del POC.
Segnali di interfaccia fra SSB a LV
Ricevute le informazioni dal SST, il SSB invia alla Logica di Veicolo della
motrice Master (motrice di testa con banco abilitato) i seguenti comandi in
sequenza:
–– taglio trazione;
–– apertura dell’interruttore principale via Bus MVB;
–– attivazione del paracadute di apertura dell’interruttore principale (che
consiste nell’apertura diretta dell’interruttore principale da parte del SSB
per via cablata);
–– comando di abbassamento pantografo;
–– consenso alzamento pantografo;
–– consenso chiusura IR;
–– consenso alla trazione.
Il SSB inoltre informa la Logica di Veicolo del tipo di catenaria atteso
dopo il cambio tensione. Si conferma, anche in questo caso, quanto detto
per la sequenza di cambio fase in relazione all’interfacciamento tra SSB e
Logica di Veicolo, all’impiego della Data Preparation per configurare il SSB
con i tempi di risposta del rotabile e alla interpretazione della revoca dei
comandi come consensi, memorizzati dalla Logica di Veicolo e attuati non
appena lo stato del treno lo consente. In fase di messa a punto del sistema
è stato stabilito, allo scopo di evitare la richiusura delle correnti di trazione di natura opposta sui rispettivi tratti di binario in uscita dal POC (il
giunto POC, come evidente in Fig. 10.21, interrompe anche il binario oltre
che la catenaria), che la revoca contemporanea dei comandi sia fornita dal
SSB quando la coda del treno ha completamente superato il tratto neutro
di cambio tensione. Ciò comporta l’adozione della gestione non ottimizzata
del cambio tensione. L’integrazione fra il sistema ERTMS ed il rotabile garantisce in tal modo il rispetto dei requisiti di protezione imposti dalle caratteristiche della rete di alimentazione e la riduzione al minimo del tempo
392
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
in cui non si ha erogazione dello sforzo di trazione. La Figura 10.22 illustra
la relazione tra i tempi propri del rotabile e le distanze calcolate dal SSB in
modo analogo a quanto sopra descritto per il cambio fase.
Figura 10.22:
Gestione dell’ingresso
al POC da parte del
SSB di bordo ERTMS.
Apertura
IR
Taglio
trazione
Abbass
panto
Cambio
tensione
MSG da RBC
Parach
TN
5s
4s
8s
d
LRBG
d1
10.3.2.4.3.
Ruolo della LV nell’ esecuzione della sequenza di cambio tensione
La Logica di Veicolo, una volta ricevuto il comando di taglio trazione
dal SSB, attiva la sequenza di cambio tensione procedendo attraverso la
successione di stati sequenziali rappresentata mediante il diagramma stati/
transizioni di Figura 10.23.
Per una descrizione di dettaglio si rimanda alla Tabella 10.2, mentre in
Figura 10.24 è rappresentata in forma grafica l’evoluzione dei principali se-
Figura 10.23:
Stati sequenziali di attuazione della funzione di cambio tensione.
394
10.3.2.5.
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
La diagnostica del cambio fase e del cambio tensione
La complessità dell’attuazione delle sequenze di cambio fase e, soprattutto, di cambio tensione rende arduo analizzare a posteriori, senza un adeguamento della diagnostica di bordo, le eventuali sequenze non andate a buon
fine allo scopo di individuare l’anomalia intervenuta. È stato quindi definito, anche traendo spunto dalle esperienze del periodo di pre-esercizio, un
nuovo evento diagnostico denominato “DDS REPORT CF/CT” che evidenzia
come sono evoluti durante la sequenza gli stati di Logica di Veicolo, i segnali di interfaccia con il Controllo Azionamento e con il SSB ERTMS. Tale
evento diagnostico, generato dalla Logica di Veicolo ad ogni cambio fase e
cambio tensione e memorizzato dal sistema diagnostico di treno (Nuova
Consolle Diagnostica), evidenzia, in caso di sequenza non terminata correttamente, in quale stato il processo si è arrestato e quale condizione di
transizione non si è attuata.
Nelle pagine seguenti sono esposte in dettaglio le sequenze di cambio
fase e cambio tensione implementatesul rotabile ETR 500.
Gli azionamenti hanno annullato lo sforzo erogato
Comanda l’apertura dell’IP della Master e dell’IP Attiva all’apertura dell’IP la
della Slave (in tale caso il comando viene trasfe- frenatura di mantenimento
rito sia attraverso il telecomando sia attraverso per l’alimentazione dei serun filo treno)
vizi ausiliari di treno3
Consenso chiusura Attesa
IP
Consenso al ripri- LV acquisisce il consenso alla chiusura IP da
stino della trazione ERTMS
Fine della sequenza di gestione cambio fase. Fornisce alla LV il consenERTMS ha revocato tutti i comandi impartiti per so alla chiusura degli IP di
l’approccio al PCF. LV avvia la procedura per la treno.
chiusura IP ed il ripristino della trazione:
Eroga lo sforzo di trazione
- verifica che siano presenti tutti i consensi in- congruentemente ai riferiterni di treno per comandare la chiusura degli menti di trazione impartiti
dalla LV
IP di treno;
- comanda la chiusura IR/IP;
- fornisce agli azionamenti il riferimento di
trazione, in base ad una rampa prefissata, congruentemente allo stato della leva di trazione
Taglio
trazione
Stato di
treno
Consenso alla chiusura IP da parte di ERTMS
Consenso da parte di ERTMS al
ripristino della trazione
Chiusura
IP
Ripristino della
trazione
Comando di apertura IP da ERTMS
(via MVB)2
LV verifica che gli IP di treno siano Apertura
aperti
ir/ip
Coasting
Condizione di
transizione
Apertura IP
CA
Taglio trazione da ERTMS (input
cablato)
Comanda a tutti gli azionamenti di treno la ridu- Gli azionamenti annullano La LV verifica che lo sforzo di traziozione dello sforzo di trazione secondo una rampa gradualmente lo sforzo di ne erogato da tutti gli azionamenti
prefissata (circa 5 s dal valore massimo a zero)1
trazione erogato
di treno sia nullo
Stato iniziale di attesa
LV
Taglio trazione
SSB
Solo se la velocità di treno supera i 60 km/h.
Tabella 10.1:
Descrizione della sequenza di cambio fase. (Fare riferimento a Fig. 10.20).
3
2
Il comando di apertura IP proveniente dal SSB ERTMS viene eseguito dalla logica di veicolo quando sono nulli tutti gli sforzi erogati dagli azionamenti delle 2
motrici. In ogni caso dopo 2 secondi dal comando di apertura IP, l’ERTMS comanda l’attivazione del paracadute di apertura IP. In tal modo viene garantito che il
treno affronti il tratto neutro di cambio fase con gli IP di treno aperti.
1
Il comando viene sempre eseguito sia dalla locomotiva Master sia dalla locomotiva Slave, attraverso il telecomando, a meno che il commutatore CEA non sia in
posizione di “escluso” oppure nel caso in cui il banco sia disabilitato. Il taglio trazione non influenza lo sforzo di frenatura e, pertanto, la frenatura elettrodinamica
resta disponibile.
0
5
4
3
2
1
0
Stato
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
395
8
7
6
4
3
2
1
0
Stato
LV
CA
Taglio trazione (input cablato)
+ avviso cambio tensione (input MVB) da ERTMS
Condizione di transizione
Verifica del tipo di alimentazione attesa dopo
il POC
Taglio trazione
Stato di treno
Attivazione elettrovalvole di Abbassamenabbassamento pantografo
to pantografo
Comando di abbassamento
pantografo da ERTMS (via MVB)
Attiva all’apertura dell’IP LV verifica che gli IP di treno Apertura ir/ip
la frenatura di manteni- siano aperti
mento per l’alimentazione dei servizi ausiliari di
treno.
OPZIONE A: La sequenza passa allo stato 9 se il segnale “tipo
di catenaria atteso” da ERTMS
ha un valore determinato;
OPZIONE B: La sequenza passa
allo stato 12 se il segnale “tipo
di catenaria atteso” da ERTMS
non ha un valore determinato
Comanda agli azionamenti di treno la disattiva- Gli azionamenti di treno I Controlli di Azionamento
zione a rampa della frenatura di mantenimen- disattivano la frenatura restituiscono un feedback di
to4
di mantenimento
“frenatura di mantenimento
OFF”
Comanda l’abbassamento di tutti i pantografi di
treno
Comando di abbas- Attesa
samento pantografo
Comanda l’apertura dell’IP della Master e
dell’IP della Slave (in tale caso il comando viene trasferito sia attraverso il telecomando sia
attraverso un filo treno)
Comando di apertura IP da
ERTMS (via MVB)
Comanda a tutti gli azionamenti di treno la ri- Gli azionamenti annulla- La LV verifica che lo sforzo di
duzione dello sforzo di trazione secondo una no gradualmente lo sfor- trazione erogato da tutti gli
rampa prefissata (circa 5 s dal valore massimo zo di trazione erogato
azionamenti di treno sia nullo
a zero)
Stato iniziale di attesa
Comando di aper- Coasting
tura IR/IP
Taglio trazione
ERTMS
396
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
CA
Condizione di transizione
Consenso alla
chiusura IR/IP
Verifica che gli azionamenti di
treno si siano configurati congruentemente alla prossima
catenaria attesa
LV attende che si sia attuata la riconfigurazione I Controlli di Azionamendegli azionamenti di trazione di treno
to informano la Logica di
Veicolo che i combinatori
AC/DC hanno terminato
la commutazione
Consenso alla chiusura IR/IP
da parte di ERTMS
I tastatori di tensione rilevano
la presenza della tensione di
linea sulla Master o sulla Slave
Comanda l’alzamento del pantografo
Attesa
ERTMS fornisce il consenso
all’alzamento pantografo
Attesa
Alzamento
pantografo
Stato di treno
6
5
Si attende quindi che il PdM abbia fornito il consenso all’alzamento del pantografo ed alla riconfigurazione dei circuiti AT ruotando il selettore sul BdM.
La Logica di Veicolo prima di effettuare la transizione di stato, verifica che il selettore sia stato effettivamente mosso in modo da riconfigurare correttamente i circuiti AT
di treno anche in caso di eventuali ritardi da parte del PdM.
4
15
14
Consenso
alzamento
pantografo
opzione
B 12
opzione
B 13
Comanda agli azionamenti locali e remoti di I Controlli di aziona- LV verifica che il PdM ha mosconfigurarsi in base alla posizione del selettore mento di treno pilotano so il selettore di catenaria6
di catenaria
i combinatori AC/DC per
configurare i convertitori
di trazione in base al tipo
di catenaria attesa
Posizione del Selettore di Catenaria coerente con il tipo di
catenaria attesa da ERTMS5
Comanda agli azionamenti locali e remoti di I Controlli di aziona- Consenso all’alzamento pantoconfigurarsi in base al valore di catenaria atteso mento di treno pilotano grafo da parte di ERTMS
i combinatori AC/DC per
configurare i convertitori
di trazione in base al tipo
di catenaria attesa
LV
Verifica la coerenza fra la posizione del selettore di catenaria sul BdM e il valore del tipo di
catenaria attesa
Consenso
alzamento
pantografo
ERTMS
opzione
A 10
opzione
A9
Stato
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
397
LV acquisisce il consenso alla chiusura IR/IP da
ERTMS e comanda la chiusura IR/IP; LV verifica la
congruenza fra stato di configurazione degli azionamenti, posizione del selettore di catenaria e tensione rilevata dai tastatori; configura i sezionatori
STL, S3, S25, SEQ, CEQ in base alla nuova tensione
di alimentazione; verifica che siano presenti tutti i
consensi alla chiusura ir/ip; comanda la chiusura
ir/ip
Consenso al
ripristino della
trazione
Fine della sequenza di gestione cambio catenaria.
ERTMS ha revocato tutti i comandi impartiti in
l’approccio al POC. LV avvia la procedura per il ripristino della trazione:
- ordina agli azionamenti la precarica dei filtri7;
- sblocca gli impulsi ai convertitori di trazione ed
ai convertitori ausiliari8;
- configura la rete MT per alimentazione ausiliari
di treno;
- comanda la magnetizzazione dei motori9;
- fornisce agli azionamenti il riferimento di trazione congruentemente allo stato della leva di
trazione
LV
ERTMS
I Controlli di Azionamento, in base agli
ordini della LV, una volta avvenuta la
chiusura ir/ip, provvedono al posizionamento degli altri organi elettromeccanici di loro competenza (IL, SLA),
effettuano la carica dei filtri ed impulsano i convertitori, fornendo la potenza
richiesta dai carichi ausiliari di treno e
lo sforzo di trazione richiesto dalla Logica di Veicolo in base alla posizione
della leva di trazione
CA
Stato di treno
Ripristino
della trazione
Consenso
da Chiusura ir/ip
parte di ERTMS
al ripristino della trazione
Condizione di
transizione
Tabella 10.2:
Descrizione della sequenza di cambio fase. (Fare riferimento a Figura 10.23).
9
A partire dall’istante in cui il CA segnala che il DC-link è carico, la LV può dare l’ordine di magnetizzazione motori. Dal momento in cui i motori sono magnetizzati, il CA
prende in considerazione il riferimento di sforzo richiesto da LV.
8
Questo comando attiva la sequenza di accensione del convertitore lato linea (CLL) e del convertitore linea treno (CLT). La tensione sul DC-link viene portata a quella di
riferimento (2400 V) e la Linea Treno viene portata a 600 V.
7
Questo comando è inoltrato dalla LV quando l’IR è chiuso ed è presente la tensione di linea. Il CA esegue la precarica dei filtri di ingresso nel caso di configurazione in
corrente continua oppure del filtro intermedio nel caso di configurazione in corrente alternata.La sequenza di precarica termina con la chiusura dei sezionatori ILx1 e ILx2.
0
5
Stato
398
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
10.4.
399
IL SISTEMA DI CAPTAZIONE DELLA CORRENTE ELETTRICA DALLA
CATENARIA NEI ROTABILI DELLA FLOTTA AV: L’ETR 500 PLT
Il pantografo è il dispositivo che permette di alimentare i circuiti di treno, essendo l’interfaccia fisica interposta tra il treno e la catenaria. Tale dispositivo è costituito da un archetto dotato di portastriscianti che vengono
movimentati da un sistema pneumo-meccanico comandato mediante due
interruttori a leva CAP1 e CAP2 posti sul banco di manovra della vettura
abilitata (utilizzati rispettivamente per il pantografo della locomotiva locale
e della locomotiva remota). La Logica di Veicolo comanda l’alzamento del
pantografo coerentemente con il tipo di alimentazione selezionata mediante
il selettore catenaria.
Le motrici E404 per l’elettrotreno ETR 500 PLT sono dotate di due pantografi di tipo asimmetrico con archetto atto alla captazione di corrente,
uno con catenaria a 25 kV (corrente alternata) e uno per catenaria a 3 kV
(corrente continua). Ogni pantografo è montato su di un basamento isolato dall’imperiale della locomotiva per mezzo di 3 isolatori. L’innalzamento
ed il controllo della spinta statica che il pantografo esercita sulla linea di
alimentazione avviene immettendo aria compressa disponibile in condotta
principale ad una pressione compresa nell’intervallo di pressione compreso
tra 7 e 10 bar nella molla del pantografo. L’abbassamento avviene per effetto
gravitazionale una volta che è stato depressurizzato il sistema.
L’alimentazione del circuito pneumatico del pantografo
avviene attraverso una centralina pneumatica che permette
l’innalzamento e il controllo
della spinta che il pantografo esercita sulla catenaria, in
modo da garantire una adeguata qualità di captazione in
tutte le condizioni operative.
È perciò sufficiente variare
in modo opportuno all’interno della molla pneumatica
la pressione dell’aria di alimentazione, con pressione
crescente all’aumentare della
velocità del convoglio e condizionata alla configurazione
ed al numero di pantografi in
presa a livello treno. Per ottenere questo in entrambi i pantografi è presente
una centralina dotata di quattro regolatori di pressione che combinandosi tra loro permettono di ottenere le spinte desiderate, come visibile nello
schema sottostante.
Prendendo in esame il funzionamento dell’ETR 500 PLT nella configurazione a 3 kV, esso è predisposto per il funzionamento con due pantografi
in presa, ognuno dei quali è demandato ad alimentare la locomotiva locale.
400
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Vengono riportati a titolo esemplificativo le elettrovalvole comandate in relazione alla velocità del treno e sulla base del numero di pantografi in presa,
sia per la locomotiva anteriore che per quella posteriore.
Loco anteriore
–– Con 2 pantografi in presa:
• EV1 (prima spinta - EP1-DC) da 0 a 210 Km/h;
• EV2 (seconda spinta - EP2-DC) oltre 210 Km/h;
–– Con 1 pantografo in presa:
• EV1 (prima spinta - EP1-DC) da 0 a 160 Km/h;
• EV2 (seconda spinta - EP2-DC) da 160 a 220 Km/h;
• EV3 (terza spinta - EP3-DC) oltre 220 Km/h.
Loco posteriore
–– Con 2 pantografi in presa:
• EV1 (prima spinta - EP1-DC)
–– Con 1 pantografo in presa:
• EV1 (prima spinta - EP1-DC)
L’elettrovalvola EP4-DC (corrispondente alla EV4) viene attivata anche a
velocità nulla per 5 secondi a partire dall’attivazione del comando al pantografo T1 per facilitarne l’alzamento.
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
10.4.1.
401
IL SISTEMA DI REGOLAZIONE DELLA SPINTA CONTINUA DEL PANTOGRAFO
SULLE MOTRICI DELL’ETR 500 PLT CON L’INTRODUZIONE DELLA
CENTRALINA DI CONTROLLO DEL PANTOGRAFO (PCU )
A seguito dell’esigenza di rispettare i limiti legati alla qualità di captazione ed alla forza di contatto tra il pantografo e la catenaria imposti dalla normativa europea (CEI EN 50367, richiamata all’interno delle Specifiche Tecniche di Interoperabilità) in relazione alla circolazione del rotabile
nell’infrastruttura europea ed in particolare per poter elevare la velocità di
esercizio in doppia captazione a 3 kV (da 220 a 250 km/h) è stato studiato
ed introdotto sulle locomotive della flotta il pantografo ATR95 TSI 3 kV con
il relativo sistema di comando e controllo (costituito dalla centralina PCU).
Il pantografo ATR95 TSI 3kV si differenzia dal pantografo ATR95 3 kV
per l’assenza delle appendici aerodinamiche, per l’utilizzo di un ammortizzatore differenziato e per la presenza di deceleratori meccanici fissati al
telaio del pantografo per evitare urti sugli appoggi fissi nella fase di abbassamento rapido, oltre che per la predisposizione dei condotti del sistema di
abbassamento rapido del pantografo (ADD).
In funzione dei parametri di velocità e del senso di marcia del treno, la
centralina PCU (Pantograph Control Unit) regola e controlla la spinta del
pantografo consentendo di ottimizzare la captazione di corrente, riducendo
i distacchi dei pantografi dalla linea di contatto a vantaggio della regolarità
di marcia e dell’usura del sistema pantografo-catenaria. Il sollevamento e
l’abbassamento dei pantografi è comandato quindi sia in modo tradizionale
(con la struttura impiantistica descritta nel paragrafo introduttivo) e sia con
il nuovo sistema a controllo automatico.
Il nuovo sistema, costituito essenzialmente dalla centralina elettronica e
dalla valvola proporzionale, è installato in parallelo al pannello di comando
elettropneumatico tradizionale. Un relè di bypass, montato sul pannello relè,
permette di commutare la configurazione da comando con centralina elettronica a comando con pannello elettropneumatico tradizionale. Sono inoltre
state introdotte le funzioni di abbassamento automatico ADD e controllo usura per il pantografo 3 kV, come visibile dallo schema pneumatico riportato.
Il gruppo Valvola Proporzionale permette di regolare la pressione di comando del pantografo all’interno del range 0-5 bar. Attraverso tale regolazione è possibile realizzare il controllo continuo della forza di contatto dello
strisciante del pantografo sulla catenaria, e quindi assicurare il contatto corretto tra striscianti e catenaria. Il gruppo Valvola Proporzionale riceve in ingresso il segnale di pilotaggio in corrente (pilotaggio 4-20 mA), e lo converte
in uscita in un valore di pressione regolato compreso tra 0 e 5 bar. In caso di
malfunzionamenti la regolazione della spinta può essere eseguita dal pannello tradizionale sempre in funzione della velocità (con i quattro gradini
di pressione) by-passando il sottosistema mediante valvole. Il pannello del
sistema ADD svolge sia la funzione di indicare il raggiungimento dell’usura
massima dello strisciante che di comandare l’abbassamento rapido in caso
di rottura o il raggiungimento dello spessore oltre il quale non è più possibile la captazione. Anche questo sistema è bypassabile mediante il selettore
SEADD che comanda l’elettrovalvola EV2.
402
10.4.2.
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
LE CURVE DINAMICHE DI PRESSIONE REALIZZATE DALLA CENTRALINA PCU
La centralina di controllo della spinta continua del pantografo è interfacciata attraverso il bus MVB alla Logica di Veicolo della locomotiva, con
cui interscambia segnali relativi al comando, controllo e diagnostica del
sistema di spinta e dei componenti presenti nelle centraline ellettro-pnematiche. La Logica di Veicolo, in funzione dello stato del banco di manovra
abilitato, invia alla centralina PCU il comando su bus MVB di sollevamento
o abbassamento del pantografo che deve essere attivato. La centralina PCU
provvede a comandare la valvola proporzionale del pantografo 3kV ed, in
base ai segnali prelevati dal bus MVB, definisce il tipo di comando in corrente della valvola in funzione della velocità, della direzione del treno e del
numero di pantografi in presa. La direzione del treno viene letta su bus MVB
dalla centralina PCU. Il comando in corrente della valvola proporzionale
tiene conto della caratteristica dinamica del tipo di pantografo selezionato
(curva sopravento o sottovento) messe a punto nel corso delle prove di certi-
404
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
si ripercuote nell’utilizzo di un valore di pressione minore (inferiore al valore di pressione statica per entrambi i pantografi fino a velocità inferiori ai
160 km/h) rispetto al caso di captazione singola per il medesimo pantografo.
10.5.
TRASFORMATORE DI TRAZIONE NEI MEZZI POLICORRENTE E
FENOMENI TERMICI CARATTERISTICI
I trasformatori di trazione, installati a bordo del materiale rotabile destinato alla circolazione su linee con alimentazione in corrente alternata, sono
macchine elettriche speciali che, essendo parte della catena di trazione,
alimentano carichi non lineari (convertitori elettronici di potenza quali il
convertitore 4Q visto al paragrafo precedente) e funzionano di conseguenza
in regime non sinusoidale bensì “deformato”. Il dimensionamento termico
del componente deve quindi tener conto degli effetti indotti da tale modalità di funzionamento che causa un incremento delle perdite nel rame
generato dalle armoniche di corrente che circolano negli avvolgimenti. Tali
perdite, note come perdite addizionali, si generano in virtù dell’effetto pelle
e dell’effetto prossimità e si traducono, se confrontate con le perdite proprie
del regime sinusoidale ed a parità di valore della corrente fondamentale,
in un incremento della temperatura media e nella insorgenza di “punti più
caldi” chiamati anche “hot spot” all’interno degli avvolgimenti. Le prove di
riscaldamento eseguite in regime sinusoidale e le prescrizioni previste dalla
normativa internazionale non possono quindi essere considerate esaustive
per la verifica del corretto dimensionamento termico del componente. Il
trasformatore di trazione dei moderni mezzi di trazione con azionamenti in
corrente alternata deve essere quindi sottoposto, in complemento alle prove in regime sinusoidale, ad una campagna di prove in cui si riproduce il
reale ambiente di lavoro (regime deformato delle forme d’onda di corrente),
in modo da testare il componente nelle condizioni di esercizio più gravose. Inoltre, al fine di rilevare la presenza e la corrispondente temperatura
di “punti più caldi” chiamati anche “hot spot” negli avvolgimenti, è lecito applicare un sistema di misura innovativo che, mediante fibre ottiche,
consente il monitoraggio sia puntuale che continuo della temperatura dei
conduttori.
In tale paragrafo, verrà fatto un focus sul trasformatore dell’ETR 500 PLT
ove si descriveranno le caratteristiche di funzionamento e il relativo impianto di raffreddamento; ci si focalizzerà di conseguenza sull’esecuzione
delle prove di riscaldamento a bordo della locomotiva, analizzandone i risultati e confrontandoli con i risultati delle prove eseguite in regime sinusoidale.
10.5.1.
PREMESSA
Il trasformatore in oggetto è installato sulle motrici dei treni ETR500 Politensione progettati per la circolazione sulle linee ad alta velocità italiana e
predisposti per funzionare con le seguenti alimentazioni di catenaria: 3 kV dc,
1.5 kV dc, 25 kV ac, 50 Hz.
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
405
Figura 10.25:
Trasformatore.
10.5.2.
TRASFORMATORE DI TRAZIONE DELLA LOCO E404PLT
10.5.2.1.
Caratteristiche costruttive
Dal punto di vista costruttivo il trasformatore è caratterizzato da 1 avvolgimento primario e da 2 coppie di avvolgimenti secondari di trazione
(Fig. 10.26), oltre agli avvolgimenti ausiliari che svolgono funzioni di filtraggio in base alla configurazione di esercizio. Sia gli avvolgimenti primari
Figura 10.26:
Disposizione degli avvolgimenti sul trasformatore.
406
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 10.27:
Dettaglio di parte
dell’avvolgimento primario.
Figura 10.28:
Dettaglio dell’avvolgimento secondario.
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
407
che secondari sono multistrato e fra i differenti strati sono realizzati canali
in cui scorre l’olio di raffreddamento. Ogni bobina dell’avvolgimento primario (Fig. 10.27) è realizzata da un conduttore (piattina) a sezione rettangolare, mentre ogni avvolgimento secondario (Fig. 10.28) è costituito da due
fasci di conduttori in parallelo, ognuno dei quali è a sua volta realizzato da
piattine a sezione rettangolare trasposte ed in parallelo, in modo da condurre l’elevata corrente secondaria limitando le perdite.
10.5.2.2.
Condizioni di funzionamento in corrente alternata (25 kV )
Con alimentazione in corrente alternata a 25 kV, il trasformatore adatta
il livello di tensione dell’energia prelevata dalla linea di contatto, prima del
suo utilizzo, alla componentistica degli azionamenti. Ogni coppia di avvolgimenti secondari è collegata a due convertitori 4 Quadranti (4QS) (Fig. 10.29)
che alimentano in parallelo un filtro intermedio alla tensione nominale di
2400Vdc da cui viene prelevata energia per la trazione e per i servizi ausiliari.
Figura 10.29:
Collegamento degli avvolgimenti secondari dei trasformatori su ETR 500 PLT.
Tutti questi avvolgimenti sono immersi e raffreddati dal medesimo fluido (estere sintetico). Ogni convertitore elementare 4QS è caratterizzato
da una frequenza di commutazione dei semiconduttori (GTO) è di 250Hz.
Al fine di elevare l’ordine della prima armonica significativa di corrente in
linea, gli impulsi di accensione dei semiconduttori corrispondenti di due
convertitori di uno stesso azionamento sono opportunamente sfasati tra di
loro in modo che la reazione armonica totale sulla linea di alimentazione
sia quindi equivalente a quella di un unico convertitore con frequenza di
commutazione pari a 2kHz.
408
10.5.2.3.
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Dati elettrici del trasformatore
Di seguito si riportano i principali dati elettrici del trasformatore, facendo riferimento al funzionamento in corrente alternata.
–– Tensione nominale primario
25000 Vca
–– Frequenza fondamentale di funzionamento
50 Hz
–– Tensione nominale del secondario
1300 Vca
–– Potenza nominale totale
6 MVA
–– Tensione primaria per la potenza nominale
25000-27500 Vca
–– Corrente nominale del primario
240 A
–– Massa
8200 Kg
La potenza di dimensionamento del trasformatore (6 MVA) è calcolata
sulla base di simulazioni in modo tale che, su qualunque tratta ed in qualunque situazione di degrado di prestazioni del convoglio, non si renda necessaria alcuna limitazione di prestazione conseguente ad una limitazione
di potenza del trasformatore. Il caso più sfavorevole che ha determinato la
taglia di dimensionamento della potenza continuativa del trasformatore si
ha quando sono attivi solo gli azionamenti di una delle 2 locomotive del treno, infatti al trasformatore è in tal caso richiesto di trasferire dalla linea sia
la piena potenza di trazione sia la potenza necessaria per il funzionamento
degli ausiliari di tutte le carrozze e dell’altra locomotiva che non partecipa
alla trazione. È evidente che, al fine di poter opportunamente dimensionare
il componente, è necessario tenere in considerazione, oltre alla potenza nominale trasferita dalla fondamentale della corrente di linea, anche le armoniche di corrente che, in virtù delle modalità di funzionamento descritte,
circolano negli avvolgimenti e concorrono in modo rilevante ad incrementare le perdite per effetto Joule da smaltire (perdite addizionali).
10.5.2.4.
Descrizione dell’Impianto di Raffreddamento
Il sistema di raffreddamento è di tipo a flusso forzato e guidato (KDAF).
Il fluido caldo (estere sintetico tipo “MIDEL 7131”) viene prelevato da due
condotti simmetrici mediante due pompe e spinto verso gli scambiatori situati in due torri di raffreddamento, ove il calore dell’olio è asportato da aria
di raffreddamento. Ciascuno dei due scambiatori è in grado di dissipare una
potenza massima di 140 kW se attraversato da un flusso di olio di 600 l/min.
a 115°C e con una temperatura di aria ambiente di 45°C. Nel caso di guasto
di uno dei due circuiti di raffreddamento (pompa, motoventilatore o completo intasamento del radiatore) il trasformatore ha la possibilità comunque
di funzionare ad una potenza ridotta.
10.5.2.5.
Differenze fra un trasformatore di distribuzione e un trasformatore di trazione
La misura armonica delle correnti assorbite dal convertitore di trazione
ETR 500 Politensione evidenzia un notevole contributo delle correnti di 9a
e di 11a armonica. Nella Figura 10.30 viene presentato il contenuto armonico delle correnti ricavato durante le prove su circuito del locomotore. Come
410
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
10.5.2.6.
Prove di riscaldamento su Banco a Rulli
10.5.2.6.1.
Necessità di una metodologia di prova innovativa e confronto fra misura
a fibre ottiche e misura voltamperometrica
Come descritto nei paragrafi precedenti, il trasformatore monofase dell’ETR 500 PLT fa parte della catena di trazione ed ognuno dei suoi secondari
alimenta un carico non lineare costituito da un convertitore 4Q. La corrente
che attraversa quindi i suoi avvolgimenti non è sinusoidale, ma presenta,
sovrapposta alla sua componente fondamentale a 50 hz (che trasferisce la
potenza attiva), componenti armoniche ad alta frequenza le quali causano
un aumento consistente delle perdite per effetto Joule (perdite addizionali)
molto superiore a quello che si potrebbe prevedere utilizzando i valori di
resistenza in continua degli avvolgimenti e producono perdite localizzate per effetto joule differenti secondo la posizione dello strato all’interno
dell’avvolgimento stesso. L’entità del fenomeno dipende, oltre al modulo ed
alla fase di tali armoniche di corrente, dalle caratteristiche costruttive del
trasformatore ed in particolare dalla modalità di realizzazione dei conduttori. Le prove di tipo previste dalla normativa internazionale ed una prova
termica condotta in regime sinusoidale sul componente con estrapolazione
della temperatura media dell’avvolgimento tramite metodo voltamperometrico, non sono quindi sufficienti per verificare il corretto dimensionamento
termico del componente e del suo impianto di raffreddamento. È necessaria
una prova termica condotta in regime deformato, che riproduca l’ambiente
di lavoro del trasformatore e consenta di verificare lungo tutto il percorso
del conduttore che le temperature del rame non superino i limiti previsti
dal materiale dielettrico utilizzato che si trova a contatto del conduttore
stesso. La verifica della rispondenza del trasformatore a specifica ha quindi
previsto l’esecuzione di una campagna di prove sul primo esemplare che,
per essere quanto più vicini alla reale situazione di impiego, è stata svolta
su una locomotiva completa nella sala prove su rulli. In aggiunta alle tradizionali misure di sovratemperatura media raggiunta dagli avvolgimenti BT
ed eseguite mediante lettura della variazione di resistenza con metodo Voltamperometrico, il trasformatore è stato attrezzato con un sistema di misura
innovativo che, mediante fibre ottiche, consente il monitoraggio puntuale
e continuo della temperatura dei conduttori lungo tutta la loro lunghezza.
I vantaggi di questo innovativo sistema di misura sono evidenti.
–– È possibile rilevare l’eventuale presenza ed entità, anche al variare del
carico e del suo contenuto armonico, di “hot-spot” (punti caldi) generati
da una non idonea distribuzione del fluido refrigerante all’interno degli
avvolgimenti e dalla localizzazione delle perdite Joule per effetto pelle
ed effetto prossimità. Un andamento di temperatura privo di picchi denota la bontà del progetto e l’ottimizzazione della geometria interna della
macchina elettrica.
–– È possibile il controllo continuo in tempo reale della temperatura durante il funzionamento della macchina senza la necessità di manovre o commutazioni sul circuito collegato al trasformatore per eseguire la misura.
Al contrario, la realizzazione della misura voltamperometrica richiede la
riconfigurazione, in assenza del carico, del circuito di potenza e la succes-
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
411
siva ricostruzione mediante estrapolazione grafica della temperatura media
assunta dall’avvolgimento durante il funzionamento in condizioni di regime termico. Ovviamente in tal caso non è possibile rilevare i punti caldi
eventualmente presenti all’interno dell’avvolgimento ed i quali portano al
cedimento o all’invecchiamento del dielettrico che si trova a contatto del
conduttore.
In dettaglio l’avvolgimento primario è stato equipaggiato con sensori a
fibra ottica puntuali, mentre l’avvolgimento secondario TR-4 (morsetti 4M1
- 4M2, lato uscita olio) e ausiliario sono stati equipaggiati con sensori a
fibra ottica continui. Il posizionamento dei sensori per il primario è stato determinato dai risultati ottenuti dalla modellazione agli elementi finiti
eseguita dal fornitore che ha dimensionato il trasformatore. Con riferimento
alla Figura 10.31, la parte di fibra ottica proveniente dallo strumento di acquisizione è collegata nei punti 4M1 - 4M2 alla fibra interna al trasformatore
e misura la temperatura del conduttore dell’avvolgimento secondario TR-4
per tutta la sua lunghezza.
Figura 10.31:
Disposizione dei sensori a fibra ottica negli
avvolgimenti del trasformatore.
10.5.2.6.2.
Sistema di misura a fibra ottica
Di seguito alcuni cenni sul principio di funzionamento del sistema a fibra ottica per il rilievo della temperatura. Innanzitutto il vantaggio di base
di un sistema che utilizza fibre ottiche per trasmettere informazioni dal
dispositivo di misura (ad esempio sonda di corrente o tensione, termoresistenza ecc.) al sistema di acquisizione e conversione (accessibile all’utente)
è dato dall’isolamento galvanico: è possibile eseguire misure su parti in tensione garantendo un disaccoppiamento elettrico del sistema di acquisizione
e un assoluto grado di sicurezza. Durante le prove descritte sono stati utilizzati due diversi sistemi: sistema a “fibre ottiche puntuali” e sistema a “fibre
ottiche continue”. Il primo sistema consta in una o più fibre ottiche alla cui
estremità viene saldato un “frammento” di elemento sensibile alla temperatura: la sua caratteristica è quella di modificare lo spettro dell’emissione
luminosa che riceve e riflette. Lo strumento di misura collegato all’estremità
opposta della fibra trasmette ad intervalli discreti un fascio luminoso e in
412
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
base allo spettro del segnale ricevuto (quello riflesso dall’elemento sensibile
all’altra estremità della fibra) ricava la temperatura del “frammento sensibile” e quindi del materiale a contatto di quest’ultimo. Nel caso delle prove
qui descritte l’estremità sensibile della fibra ottica era posta in contatto col
rame dell’avvolgimento primario. Nel secondo sistema il rilievo di temperatura viene fatto dalla fibra stessa che in base alla modifica anche in questo
caso dello spettro della luce immessa ad una estremità della fibra permette
di risalire alla temperatura alla quale si trova la fibra (vedi Fig. 10.32). In
questo caso l’informazione è più approfondita in quanto si può risalire alla
temperatura lungo tutta la lunghezza della fibra e non di un solo punto di
misura. Collocando questo particolare tipo di fibra sulla superficie del conduttore secondario è possibile monitorare con continuità spaziale e temporale l’andamento di temperatura di tutto il conduttore.
Figura 10.32:
Principio delle fibre
ottiche continue.
L’applicazione sul conduttore di questa fibra viene realizzato praticando
sul conduttore una cava (“intaglio”) in senso longitudinale di dimensioni
inferiori al millimetro. Una volta che la fibra è stata posta nell’intaglio si
procede all’isolamento del conduttore e infine alla costruzione della bobina. La scelta di applicare il sistema a fibre ottiche “puntuali” sul primario
del trasformatore e il sistema a fibre ottiche “continue” sul secondario del
trasformatore è imposto dalla delicatezza della fibra ottica continua che mal
sopporta le sollecitazioni meccaniche presenti durante le operazioni di costruzione e assemblaggio (“pressaggio”) delle bobine. La sezione del conduttore del primario, sensibilmente inferiore a quella del secondario, non
protegge la fibra ottica dalle sollecitazioni meccaniche applicate durante la
costruzione, anzi le trasmette integralmente alla fibra determinandone lo
schiacciamento e l’interruzione. La piattina secondaria presenta invece una
sezione al limite dell’applicabilità della fibra.
10.5.2.6.3.
Segnali acquisiti
Oltre alle grandezze acquisite tramite fibre ottiche ed a quelle registrate
per mezzo dei sensori installati di serie nella locomotiva (ad esempio temperatura dei motori, temperatura dei riduttori, temperatura di ingresso ed
uscita olio di raffreddamento trasformatore) durante le prove sono monitorate mediante apposita strumentazione le seguenti grandezze:
–– Tensione di linea al pantografo;
–– Velocità;
–– Fondamentale della corrente a primario del trasformatore;
–– Armoniche di corrente sui secondari del trasformatore;
–– Potenza a primario del trasformatore;
–– Temperatura aria all’uscita della torre di raffreddamento destra e sinistra.
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
413
10.5.2.6.4.
Modalità di esecuzione delle prove
Le prove eseguite consistono nell’assorbire dalla linea di alimentazione,
ad una tensione di 25000 Vca, una potenza pari alla potenza nominale continuativa del trasformatore (6 MVA) e sviluppando alle ruote una potenza
netta pari alla potenza continuativa di trazione (4.4 MW).
La potenza che in una configurazione normale di esercizio viene erogata,
mediante i 2 chopper a 600 V di locomotiva, agli ausiliari di treno (ausiliari
delle 12 carrozze ed eventualmente della locomotiva con pantografo basso),
viene ottenuta mediante l’accensione forzata del reostato di locomotiva in
quanto in sala prove è ovviamente possibile provare la locomotiva singola.
Tale prova viene effettuata a differenti velocità al di sopra della velocità di
164 km/h, che rappresenta la velocità al di sopra della quale la locomotiva
entra nella condizione di funzionamento a potenza continuativa. Al variare della velocità il contenuto armonico della corrente negli avvolgimenti
secondari si modifica in virtù della differente modulazione degli inverter
di trazione, ma il contributo a livello termico è trascurabile, come sarà confermato dai risultati delle prove. La prova può considerarsi conclusa se la
variazione della sovratemperatura dell’olio rispetto all’aria di raffreddamento è minore di 1 K per ora e può considerarsi superata se le temperature
rilevate, riportate ad una temperatura dell’ambiente di riferimento di 45°,
rientrano nei limiti previsti dalla classe del trasformatore:
–– temperatura massima ammessa del rame: 180 °C;
–– temperatura massima ammessa per l’olio: 115 °C.
A completamento di quanto sopra è stata eseguita inoltre l’analisi gascromatografica dei gas disciolti nell’olio (estere sintetico) che consente di
rilevare eventuali surriscaldamenti localizzati non rilevati dalle fibre ottiche. A tale scopo i risultati di tale analisi verranno confrontati con quelli
ottenuti prima dell’inizio delle prove. Alla fine della prova è stata eseguita
comunque la misura della resistenza degli avvolgimenti secondari, tramite
metodo voltamperometrico, in modo da calcolare la temperatura media raggiunta dagli stessi.
10.5.2.6.5.
Riepilogo dei risultati delle prove eseguite
Nella Tabella 10.3 si riassumono le grandezze più significative rilevate
durante le prove di regimazione.
Velocità
[km/h]
Temp.
max
rame
primario
Temp
max
rame
secondario
DT rame
secondario
medio-olio
max (prova
volt-amperometrica)
Olio
uscita
trafo
Aria
ambiente
Sovratemp.
hot spot
rame olio
(°°)
Sovratemp.
olio aria (°°°)
1
185
104,8
133,3
28,3
94
30,7
39,3
63,3
2
203
106,3
133,9
31,9
96
34
37,9
62
3
258,4
104,9
135,7
nd
94
30,9
41,7
63,1
4
280-253
96,6
125
29,1
85,5
21,1
39,5
64,4
5
220
94,5
124,3
28,9
84,5
20
39,8
64,5
Tabella 10.3:
Riepilogo dei risultati delle prove.
414
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
In Figura 10.33 si riporta la distribuzione della temperatura lungo l’avvolgimento secondario TR4, rilevato tramite fibra ottica continua.
Tale grafico è composto da una numerosa famiglia di curve, la quale rappresenta l’evoluzione temporale del fenomeno di riscaldamento. La curva
più bassa è relativa al momento in cui la temperatura è ancora bassa, ma
in crescita. La curva più alta è la curva più importante in quanto riporta le
temperature massime assunte durante la fase di regime termico. Su quest’ultima curva si individua il valore di hot spot per tutto l’avvolgimento.
Figura 10.33:
Andamenti della temperatura in funzione
della posizione di rilevamento lungo l’avvolgimento e del tempo di
prova.
10.5.2.6.6.
Valutazione dei risultati delle prove eseguite
Per una corretta valutazione dei risultati è necessario riportare i valori di
temperatura ottenuti ad una temperatura ambiente di 45° (vedi Tab. 10.4).
Velocità
[km/h]
Temp
max
rame
secondario
DT rame
secondario
medio-olio
max (misura
volt-amperometrica)
Olio
uscita
trafo
Trame
Aria
Sovratemp.
medio ambiente
hot spot
rame - olio
(°°)
185
151,6
29,43
110,8
140,23
2
203
147,9
32,87
108,9
141,77
3
258,4
153,8
nd
110,5
nd
4
280-253
155,8
31,09
113,7
144,79
5
220
156,6
30,97
114
144,97
1
Tabella 10.4:
Risultati delle prove riportati a T = 45°.
45
Sovratemp.
olio - aria
(°°°)
40,8
65,8
45
39
63,9
45
43,3
65,5
45
42,1
68,7
45
42,6
69
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
415
Si dettaglia di seguito, a titolo di esempio, il calcolo per il caso della
prova 5 di Tabella 10.4.
–– Temperatura aria ambiente media: 20 °C
–– Differenza aria max a 45 °C - aria ambiente: 45 – 20 = 25 °C
–– Temperatura dell’olio rispetto all’aria a 45 °C: 84,5 + 25 = 109,5 °C
–– Temperatura di hot-spot del rame rispetto aria ambiente: 124,3 °C
–– Sovratemperatura di hot-spot del rame: 124,3 – 84,5 = 39,8 °K
–– Temperatura del rame rispetto aria a 45 °C: 109,5 + 39,8 = 149,3 °C
–– Sovratemperatura dell’olio rispetto all’ambiente: 84,5 – 20 = 64,5 °K
–– Correzione di sovratemperatura secondo la norma IEC354 per l’olio:
64,5 ((235 + 149,3)/(235+124,3)) = 69 °K
–– Temperatura massima dell’olio rispetto a 45 °C di aria: 69 + 45 = 114 °C
–– Correzione di sovratemperatura secondo la norma IEC354 per il rame:
39,8 ((235 + 149,3)/(235 + 124,3)) = 42,6 °K
–– Temperatura di hot-spot del rame rispetto a 45 °C di aria: 42,6 + 114 =
= 156,6 °C.
In base a quanto riportato in Tabella 10.6, è evidente che, pur tenendo
in conto gli errori di misura introdotti dalla strumentazione utilizzata, le
temperature dell’olio e le temperature di hot spot del rame, misurate mediante sistema a fibra ottica continua, sono ampiamente al di sotto di quelle
massime ammesse. I risultati dell’analisi dell’olio del trasformatore mostrano inoltre che i tenori di gas disciolti nell’olio sono pressoché invariati e
denotano quindi l’assenza di surriscaldamenti localizzati.
10.5.2.6.7.
Confronto con le prove in regime sinusoidale
Si confrontano i risultati ottenuti nelle prove con la locomotiva sui rulli
con le temperature rilevate durante la prova di riscaldamento eseguita con
alimentazione sinusoidale presso la sala prove del fornitore del trasformatore.
Ci si riferisce ovviamente all’avvolgimento secondario TR4 equipaggiato
con fibra ottica continua.
Tutte le misure sono state riportate alla temperatura massima dell’olio di
115 °C per comune riferimento e immediatezza di confronto.
Tabella 10.5:
Confronto tra temperature con alimentazione
sinusoidale e temperature con alimentazione
“deformata”.
Regimazione
con alimentazione
SINUSOIDALE
con riporto olio a
115 °C
Regimazione n° 5 parte 1 in sala prove rulli
su LOCOMOTIVA con
riporto olio a 115 °C
Regimazione
n° 5 parte 2
in sala prove rulli
su LOCOMOTIVA
con riporto olio a
115 °C
Rame medio
da misura VI
con olio medio
138,4
144,5
146,6
Hot-spot da
fibra ottica
142,6
157,7
158,2
A partire dai risultati riportati nelle Tabelle 10.4 e 10.5 è possibile effettuare le seguenti considerazioni:
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
Figura 10.36:
Effetto prossimità.
417
Effetto prossimità
La Figura 10.36 illustra una corrente sinusoidale i1(t) con frequenza f2
che fluisce attraverso un conduttore posto in prossimità di un secondo non
connesso ad alcun circuito.
Si ipotizza che i 2 conduttori hanno uno spessore maggiore
dello spessore di penetrazione
corrispondente alla frequenza
f2. Il conduttore 2, in quanto
non facente parte di un circuito
chiuso, porta una corrente netta nulla, ma il flusso magnetico
generato da i1(t) induce per la
legge di Lenz, sul lato opposto
ad 1, una corrente che tende ad
impedire che il campo magnetico penetri nel conduttore 2.
Poichè la corrente in 2 è nettamente nulla, sul lato opposto si genera la corrente + i(t). Se le perdite per
effetto Joule in 1 sono:
h
P1= Irms2 ⋅ Rdc ⋅
δ
le perdite indotte da 1 in 2 per effetto prossimità sono:
P2 =( 2 ⋅ Irms ) ⋅ Rdc ⋅
2
h
δ
La Figura 10.35 illustra la distribuzione della corrente ad alta frequenza
per effetto prossimità negli avvolgimenti di un trasformatore con 3 strati per
il primario ed il secondario aventi spessore h >> δ . In tal caso le perdite
addizionali per i vari strati dell’avvolgimento primario sono:
strato 1: P1= Irms2 ⋅ Rdc ⋅
strato m: P=
Irms2 ⋅ Rdc ⋅
m
Le perdite totali sono P=
Irms2 ⋅ Rdc ⋅
tot
h
δ
h 
2
⋅ ( m - 1) + m2 


δ
h M
⋅ 1 + 2 ⋅ M 2 
3
δ
2
Se le perdite in continua sono Pdc = Irms ⋅ Rdc ⋅ M , l’incremento dovuto
alle perdite addizionali è caratterizzato dal parametro:
(
2⋅ M2 + 1
Ptot
Fr=
= h⋅
Pdc
3⋅δ
)
Stima delle perdite addizionali nel caso di h ≈ δ
Per spessori dello stesso ordine di grandezza della profondità di penetrazione, una stima della resistenza in alternata e delle perdite, per avvolgimenti concentrici, si può avere utilizzando le formule di Dowell.
418
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Consideriamo un avvolgimento costituito da m strati ed n spire con campo magnetico:


=
H H (x ) ⋅ y
Ove:
–– a spessore piattina;
–– b altezza piattina;
–– h altezza avvolgimento;
–– s spessore avvolgimento.
Definite le seguenti grandezze:
a
ε=
δ
⋅
n⋅b
h
 sin h ( 2 ⋅ ε ) + sin ( 2 ⋅ ε ) 

 cos h ( 2 ⋅ ε ) - cos ( 2 ⋅ ε ) 
φ1 ( ε )= ε ⋅ 
 sin h ( ε ) + sin ( ε ) 

 cos h ( ε ) - cos ( ε ) 
φ2 ( ε ) = 2 ⋅ ε ⋅ 
la resistenza in alternata dello strato di ordine p e la resistenza media
dell’avvolgimento sono rispettivamente:
(
)
Rac p = Rdc ⋅ φ1 ( ε ) + p2 - p ⋅ φ2 ( ε ) 


φ (ε ) 

Racmoy = Rdc ⋅ φ1 ( ε ) + M 2 - 1 ⋅ 2

3 

(
)
È possibile quindi stimare le perdite per effetto Joule:
=
Ptot
∞
∑ Rac ( n ⋅ f0 ) ⋅ Irms2 ( n ⋅ f0 )
n =1
ove:
–– f0 è la frequenza fondamentale della corrente;
–– Rac ( n ⋅ f0 ) è la resistenza in alternata valutata alla frequenza ( n ⋅ f0 ) ;
–– Irms ( n ⋅ f0 ) è il valore efficace della armonica di ordine n.
È quindi evidente che:
–– la resistenza media in regime deformato del trasformatore è notevolmente più alta di quella in DC e le perdite in regime deformato sono notevolmente superiori a quelle previste utilizzando i parametri in continua del
trasformatore;
–– la resistenza dei singoli strati è differente a seconda del campo magnetico che li interessa, generando così perdite localizzate per effetto joule
differenti seconda la posizione dello strato;
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
419
–– in condizioni ideali (campo magnetico con componente radiale nulla) gli
strati sede di perdite localizzate maggiori sono quelli più esterni (campo
magnetico più elevato). Nel caso del trasformatore in oggetto, lo sfasamento fra le correnti armoniche che percorrono gli avvolgimenti può
causare campi magnetici radiali spostando così il valore massimo delle
perdite addizionali dallo strato più esterno verso l’interno.
10.6.
SIMULATORE TERMICO DELL’AZIONAMENTO POLICORRENTE ESEMPIO DI APPLICAZIONE SU ETR 500 PLT
Dopo una descrizione dettagliata degli elementi principali dell’azionamento policorrente si ritiene necessario illustrare un esempio applicativo di
un simulatore termico finalizzato a valutare l’impiego dello specifico mezzo
di trazione su nuovi scenari di esercizio, differenti da quello di origine. Tale
esigenza nasce dal fatto che il mercato è in continua evoluzione e l’impresa
ferroviaria, per essere competitiva, è tenuta a gestire al meglio l’impiego e lo
sfruttamento dei propri mezzi.
La progettazione degli orari di un mezzo di trazione policorrente è strettamente legata alla caratteristica di trazione del mezzo stesso e al dimensionamento termico dei componenti della catena di trazione (azionamento);
se da una parte l’esigenza commerciale è di minimizzare i tempi di percorrenza, dall’altra, la definizione del profilo di velocità e degli sforzi di trazione richiesti al materiale rotabile deve tenere conto anche della necessità
di non ridurre la vita utile di componenti fondamentali, quali ad esempio
motore di trazione, convertitore di trazione e trasformatore. Se nel passato
il dimensionamento della catena di trazione era riferito a valori di potenza
continuativa, oraria o semioraria, nei moderni mezzi di trazione policorrente, in particolare nei treni ad alta velocità, il dimensionamento termico dei
componenti della catena di trazione, anche per motivi di ottimizzazione sia
dei costi che dei pesi, è effettuato generalmente in riferimento agli specifici
profili di missione, definiti per i servizi commerciali previsti dal cliente in
fase di acquisto del rotabile. Con tali criteri di dimensionamento si ha che,
nella zona a potenza costante della caratteristica di trazione, i componenti
della catena di trazione lavorano generalmente in regime di sovraccarico. Se
il funzionamento in sovraccarico, nell’effettuazione dei servizi commerciali
previsti dal profilo di missione definito, è comunque progettato in modo
tale da garantire la durata di vita del componente, sorge l’esigenza di verificarne l’impatto nel programmare i regimi di funzionamento del treno
anche per nuovi scenari di esercizio, su tratte differenti o per servizi differenti (es.: servizi navetta, servizi no-stop a lunga percorrenza, ecc.) da
quelli previsti dal profilo di missione originario. La valutazione del giusto
compromesso fra tempi di percorrenza, sollecitazioni termiche e durata di
vita dei principali componenti della catena di trazione, richiede l’utilizzo di
un simulatore che, oltre al calcolo degli orari, consenta di riprodurre in maniera realistica il comportamento termico della catena di trazione durante il
funzionamento del treno. Lo scopo di tale paragrafo è quello di illustrare un
metodo valido per la realizzazione di modelli termici dei principali componenti della catena di trazione dei mezzi policorrente: motore di trazione, inverter, convertitore relativo al 1° stadio di conversione (4Q) e trasformatore
420
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
di trazione. In particolare verrà illustrata a titolo di esempio l’applicazione
sul mezzo ETR 500 PLT.
Nella realizzazione di ogni singolo modello è stato seguito tale procedimento:
–– Realizzazione della rete termica.
–– Implementazione di un metodo di calcolo delle perdite nelle varie parti
attive dell’apparecchiatura, oggetto del modello.
–– Implementazione di sottosistemi che consentono al modello di interfacciarsi con le variabili in input, fornite dal software “simulatore di tratta”.
–– Esecuzione di simulazioni finalizzate a confermare la validità del modello realizzato.
Il paragrafo, dunque, è strutturato come segue: inizialmente sono illustrati i principi teorici, nei quali si descrive l’utilizzo di reti circuitali (reti
termiche) per rappresentare il comportamento termico delle macchine elettriche; nel seguito è descritto brevemente il sistema di raffreddamento del
sistema di propulsione di ETR 500; nella parte centrale dell’articolo è affrontata la descrizione vera e propria dei modelli termici, inoltre, sono esposte le validazioni degli stessi, seguite da simulazioni di tratte reali percorse
dal treno.
10.6.1.
PRINCIPI TEORICI SULLA TRASMISSIONE DEL CALORE
10.6.1.1.
Generalità
Le perdite nel ferro, negli avvolgimenti e quelle per attriti e ventilazione
si trasformano in calore e determinano gli incrementi di temperatura delle
macchine elettriche. La naturale tendenza all’equilibrio termico provoca,
all’interno delle stesse, il passaggio del calore dalle parti ove è prodotto
verso le superfici esterne, lambite da un fluido a contatto, a temperatura necessariamente più bassa di quella delle superfici da raffreddare. Nel periodo
iniziale di funzionamento della macchina elettrica, che aveva la temperatura dell’ambiente, soltanto una parte del calore è ceduto al fluido a contatto:
il resto, accumulandosi nella massa della macchina, determina il crescente
dislivello termico fra le superfici limiti e il fluido. Raggiunto il necessario
salto di temperatura, tutto il calore prodotto è ceduto e non si verificano
ulteriori aumenti di temperatura nella macchina, la quale ha raggiunto il
regime termico. Ogni qual volta varia uno dei fattori dell’equilibrio termico
(perdite, temperatura e portata del fluido a contatto, temperatura ambiente)
si determina un fenomeno termico transitorio.
10.6.1.2.
Reti termiche (in regime stazionario)
Le macchine elettriche sono costituite da materiali attivi, in cui si genera
energia termica, e da materiali inerti. Se una parte attiva possiede superfici terminali diversamente raffreddate, e quindi a temperature disuguali, si
stabilisce un flusso termico interno. Le pareti inerti attraversate dal flusso
termico sono principalmente i materiali isolanti e le superfici strutturali
lambite dal fluido a contatto. Il comportamento termico delle macchine
elettriche può essere esplorato costruendo degli schemi di reti analoghe a
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
421
quelle elettriche. Una rete termica contiene delle sorgenti di calore (Pa, Pb,
…) e delle resistenze termiche (R1, R2, …). La resistenza termica “Rn” attraversata dal flusso termico di potenza “Pn”, determina la caduta di temperatura θn = RnPn. Alla rete termica si applicano le seguenti regole (a regime):
–– È nulla la somma algebrica delle potenze termiche di un nodo.
–– La somma delle potenze termiche generate è uguale alla somma delle
potenze termiche emesse dalle superfici di raffreddamento.
–– La temperatura in un punto è la stessa qualunque sia la via che si percorre per raggiungerlo.
Per maggior generalità, si deve ritenere che le temperature del fluido refrigerante che lambisce le superfici emittenti siano localmente diverse. Un
esempio di rete termica in regime stazionario è rappresentato in Figura 10.37.
Figura 10.37:
Generico esempio di
rete termica a regime.
Si ha una rete termica con tre sorgenti di calore Pa, Pb e Pc, con quattro
superfici emittenti, e quindi quattro resistenze di emissione e cinque resistenze di conduzione. Le sorgenti sono rappresentate da cerchi, le resistenze di conduzione da rettangoli e le resistenze di emissione da segmenti in
grassetto. Le quattro superfici di emissione raggiungono le sovratemperature di θ2, θ3, θ5 e θ8 rispetto al fluido refrigerante.
Si ha:
–– θ2 = R2 P2;
–– θ3 = R3 P3;
–– θ5 = R5 P5;
–– θ8 = R8 P8.
10.6.1.3.
Resistenze termiche
La resistenza termica di conduzione di una parete di macchina inerte è
espressa dalla seguente relazione:
–– R = l/λA [K/W];
Dove “l” è lo spessore della parete espresso in metri, “λ” è la conducibilità termica espressa in Watt/metro*Kelvin, “A” è la sezione della parete
attraversata dal flusso di calore, espressa in metri quadrati. La “R” perciò,
422
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
è espressa in Kelvin/Watt. Le resistenze in serie (attraversate dallo stesso
flusso) si sommano; ugualmente si sommano le conduttanze in parallelo
(soggette alle stesse differenze di temperatura). Le resistenze di emissione hanno la forma:
–– R = 1/α A [K/W];
includendo in “α” sia il fattore di convezione “αc” che quello di irraggiamento “αi”. “A” è l’area della superficie emittente. La contemporanea
emissione per convezione e per irraggiamento è rappresentata, nella rete,
da due resistenze in parallelo. La resistenza totale di emissione è:
–– R = 1/(αc + αi ) A [K/W].
Nel caso, assai frequente, in cui l’area “Ac” della superficie interessata
dalla convezione è diversa da quella interessata all’irradiazione “Ai”, la resistenza complessiva di emissione della parete considerata è:
–– R = 1/(αc Ac + αi Ai) [K/W].
Una resistenza di conduzione attraverso una superficie “A” in serie con
una di convezione sulla stessa superficie, determina la resistenza risultante
“R”, che è la somma delle due:
–– R = (1/A)(l/λ + 1/ αc) [K/W];
essendo “l” e “λ” rispettivamente lo spessore e la conducibilità termica
dell’isolamento, “αc” il fattore di convezione ed “A” l’area della comune
superficie [m2].
10.6.1.4.
Fenomeni termici transitori
Si verifica un fenomeno termico transitorio quando le perdite prodotte
differiscono dalla quantità di calore emesso in 1 secondo. Supponiamo che
i materiali che costituiscono la macchina abbiano conduttività termiche infinitamente grandi, tali da poter ritenere che tutti i punti della stessa siano
alla stessa temperatura. Tale ipotesi identifica le macchine a dei corpi omogenei, e ciò semplifica notevolmente la trattazione dei fenomeni termici
transitori. Indichiamo con:
–– P: le perdite totali, in W;
–– A: la somma delle aree di tutte le superfici emittenti in m2;
–– α: il coefficiente totale di emissione (convezione ed irradiazione), in
W/m2K, relativo alle superfici di area A;
–– C: la capacità termica della macchina, cioè la quantità di calore necessaria per elevarne di 1 °C la temperatura; C è espressa in J/K;
–– ϑ2: la temperatura assoluta dell’ambiente (o del fluido refrigerante),
espressa in °C;
–– t: il tempo, in secondi;
–– θ: la sovratemperatura istantanea, rispetto all’ambiente, delle superfici
emittenti (e quindi, per le ipotesi fatte, di tutta la macchina), in K;
–– θr: la sovratemperatura a regime della macchina, in K.
Si raggiunge il regime termico quando si verifica la seguente condizione:
P = α A θr;
(10.1)
cioè quando, come si è detto, le perdite sono uguali alla quantità di calore
emesso in 1 secondo. Se l’emissione è nulla (perché α = 0), le perdite P
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
423
sono totalmente accumulate nella macchina, che nel tempo t raggiunge la
sovratemperatura θ:
θ = (P/C) t.
Trattasi della pura accumulazione termica. Poniamo:
T = (C θR)/P = C/ α A;
(10.2)
essendo “T” la costante di tempo, cioè il periodo di tempo necessario perché
la macchina, in fase di pura accumulazione termica, raggiunga la sovratemperatura di regime “θr”. La costante di tempo è tanto più piccola quanto più
efficace è il raffreddamento e quanto minore è la capacità termica. Poiché
è α ≠ 0, durante il transitorio si verificherà contemporaneamente un accumulo di calore, ed una emissione (nel presupposto che l’ambiente sia a temperatura più bassa di quella della macchina). Si potrà scrivere la seguente
equazione differenziale:
Pdt = Cdθ + αAθdt;
dividendo ambo i membri per “αA” e tenendo conto delle equazioni (10.1)
e (10.2) si ottiene:
(1/T)(θr – θ)dt = dθ, cioè:
dθ/dt = (θr – θ)/T;
Separando le variabili e integrando otteniamo:
t = - T ln(θr – θ) + C1;
(10.3)
La costante di integrazione “C1” è determinata dalle condizioni ai limiti;
se al tempo t = t0 la macchina ha la sovratemperatura “θ0”, la costante di
integrazione è:
C1 = t0 + T ln(θr – θ0).
Più spesso, all’inizio del periodo transitorio (t = 0), la macchina è a temperatura ambiente, cioè a sovratemperatura θ0 = 0; in tali casi si ha:
C1 = T ln θr.
Se invece per t = 0, la macchina ha sovratemperatura θ0 ≠ 0, si ha:
C1 = T ln(θr – θ0);
Con questo valore della costante la (3) diventa:
t = T ln (θr – θ0)/(θr – θ);
ovvero:
θ = θ0 + (θr – θ0) (1 – e – t/T).
Nel caso di t0 = 0 e θ0 = 0, l’equazione del regime transitorio diventa:
θ = θr(1 – e – t/T )
(10.4)
La relazione esponenziale (10.4) è rappresentata dalla curva di riscaldamento di Figura 10.38.
424
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Curva di riscaldamento
Figura 10.38:
Curva di riscaldamento.
Per t = ∞ è θ = θr,
cioè: la retta θ = θr è
un asintoto della curva.
Il coefficiente angolare
della retta tangente in
un punto qualsiasi della
curva è fornito dalla relazione già vista in precedenza:
- dθ/dt = (θr – θ)/T
Finora abbiamo considerato la macchina
come un corpo omogeneo di grande conduttività termica interna,
in tale modo abbiamo
potuto parlare di una
singola sovratemperatura della macchina. Sappiamo che ciò non corrisponde alla realtà: le macchine sono costituite da materiali di diversa natura e
diversa conduttività termica (ferro magnetico, conduttori, isolanti, olio, materiali strutturali). Sia nel funzionamento a regime che durante i transitori
termici, le sovratemperature interne sono generalmente diverse da punto a
punto. La trattazione rigorosa dei fenomeni transitori nelle macchine reali
deve tener conto degli scambi interni di energia, e quindi delle potenze
delle correnti termiche e delle resistenze attraversate; ci accontenteremo di
raggiungere risultati approssimati, utilizzando le espressioni ricavate per la
macchina omogenea. La somma delle capacità termiche delle singole parti
che compongono la macchina permette di ottenere la capacità “C” nel caso
reale:
C = g1c1 + g2c2 + … = Σgc [j/K];
Essendo “g” e “c” il peso e il calore specifico, rispettivamente, di una
parte omogenea.
10.6.2.
CARATTERISTICHE TECNICHE PRINCIPALI DEL SISTEMA DI
RAFFREDDAMENTO DELL’AZIONAMENTO DEL TRENO ETR 500
Per una descrizione sull’architettura elettrica del sistema di trazione
dell’ETR 500 PLT e dei componenti di costituzione si rimanda al Capitolo 1.1.
In Figura 10.39 sono illustrati a livello schematico i principali sistemi di
raffreddamento della catena di trazione dell’ETR 500.
In Figura 10.39 è possibile notare:
–– Le due torri di raffreddamento di locomotiva hanno il compito di smaltire, per scambio forzato con aria ambiente in circuito aperto, le perdite
provenienti dai convertitori dei due azionamenti di locomotiva e le perdite del trasformatore.
–– I due circuiti di raffreddamento relativi ai convertitori dei due azionamenti di locomotiva sono caratterizzati dalla circolazione forzata del
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
425
Figura 10.39:
Rappresentazione schematica degli impianti di raffreddamento del trasformatore, dei convertitori e del reostato di frenatura.
fluido refrigerante (acqua/glycole) attraverso le apposite tubazioni e i
dissipatori di ogni modulo dei convertitori. Il fluido refrigerante è raffreddato dall’apposito scambiatore di calore situato all’interno della torre
di raffreddamento.
–– Il circuito di raffreddamento del trasformatore è caratterizzato dalla circolazione forzata dell’olio all’interno dei vari canali assiali situati tra gli
avvolgimenti del trasformatore. L’olio caldo è poi raffreddato dagli appositi scambiatori di calore, situati nelle torri di raffreddamento.
–– I due reostati (1 per azionamento).
Occorre specificare che, quando ci si riferisce al circuito di raffreddamento del convertitore di trazione, vengono raffreddati i seguenti componenti:
––
––
––
––
––
Moduli dell’inverter di trazione;
Moduli del convertitore di 1° stadio;
Moduli del chopper ausiliari;
Induttanze di spianamento dei chopper ausiliari;
Moduli del chopper di frenatura.
Inoltre, occorre precisare che lo scambiatore del convertitore e quello del
trasformatore sono realizzati in un unico monoblocco in alluminio, tuttavia, i 2 circuiti di raffreddamento relativi all’estere e all’acqua/glicole rispettivamente, sono separati e indipendenti. Essi sono solamente uno in serie
all’altro rispetto al flusso dell’aria di raffreddamento. Il sistema di raffreddamento dei motori di trazione è indipendente e non rientra nei sistemi visti
per il trasformatore e il convertitore. La ventilazione del motore è forzata.
Per ogni motore è presente un motoventilatore.
426
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
10.6.3.
MODELLI TERMICI DELLA CATENA DI TRAZIONE
10.6.3.1.
Introduzione
Nel presente paragrafo è affrontata la descrizione dei modelli termici
dei principali componenti della catena di trazione (motore, convertitori,
trasformatore), inoltre, è esposto il procedimento generale adottato per la
realizzazione delle reti termiche e il calcolo dei relativi parametri circuitali.
L’ambiente di simulazione ritenuto più idoneo per l’implementazione degli
stessi modelli è l’ambiente “SIMULINK” di “MATLAB”.
10.6.3.2.
Procedimento generale per la realizzazione delle reti termiche
Una rete termica esaustiva nella rappresentazione dei fenomeni termici
coinvolti all’interno del componente modellato è composta dai seguenti parametri circuitali:
–– Resistenze termiche di conduzione;
–– Resistenze termiche di convezione;
–– Capacità termiche.
Ognuno dei parametri sopra citati è stato calcolato a partire da dati geometrici e costruttivi disponibili dalle tabelle e dai disegni tecnici delle
apparecchiature oggetto del modello. Per rendere più chiara ed efficace la
descrizione dell’approccio generale utilizzato si rappresenta, di seguito, il
calcolo della rete termica del motore. Lo stesso procedimento è utilizzato
naturalmente anche per le reti termiche degli altri modelli sviluppati (trasformatore, convertitori di trazione).
Dai disegni tecnici del motore e dalle tabelle fisiche dei materiali costruttivi sono stati raccolti i dati (alcuni dei quali esposti in Tab.10.8), necessari
al calcolo dei parametri circuitali della rete termica.
Tabella 10.6:
Dati geometri e fisici
degli elementi costruttivi del motore.
DATI MOTORE
N barre rotoriche
VALORE
72
Altezza barra
0.01815 m
Larghezza barra
0.00765 m
Lunghezza barra
0.457 m
L’aria barra
0.0001 m
Spessore traferro
0.00209 m
Diametro est rotore
0.4259 m
Spessore corona rotorica
0.1048 m
Altezza dente rotorico
0.02315 m
Numero canali rotore
36
Diametro canali rotore
0.025 m
N cave statoriche
60
Lunghezza pacco lamellato statore
0.375 m
Diametro interno statore
0.4308 m
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
DATI MOTORE
427
VALORE
Numero canali maggiori statore
24
Numero canali minori statore
8
Altezza cava
0.0469 m
Larghezza cava
0.0093 m
Lunghezza conduttori attivi
0.405 m
Spessore corona statorica
Diametro medio corona
Sporgenza testata
Lunghezza testata/spira
Diametro interno statore/lamierino testa
Altezza cava/lamierino testa
0.1076 m
0.6315 m
0.130 m
0.90344 m
0.431 m
0.047 m
Spessore rientro di cava
0.0036 m
Altezza bobina di testa (con isolamento)
Larghezza bobina di testa (con isolamento)
Fill factor testate
Larghezza anello rotorico
Altezza anello rotorico
Raggio medio anello rotorico
Larghezza piattina rame (statore)
0.01996 m
0.0082 m
0.3895
0.0205 m
0.05745 m
0.1792 m
0.0071 m
Altezza piattina rame (statore)
0.0019 m
Spessore smalto piattina
0.00011 m
Spessore isolante bobina
0.00072 m
Spessore impregnate cava
0.00027 m
Spessore isolante bobina (testata)
0.00024 m
Spessore nastro vetro (testata)
Conducibilità termica aria
Conducibilità termica ferro
0.0002 m
0.027 W/
mK
28 W/mK
Conducibilità termica rame
Conducibilità termica mica
386 W/mK
0.2 W/mK
Conducibilità termica resina siliconica
Conducibilità termica vetro
0.2 W/mK
0.2 W/mK
Calore specifico lamierino
460 j/KgK
Calore specifico rame
Densità lamierino
Densità rame
400 j/KgK
7800 Kg/m3
8954 Kg/m3
Utilizzando ed elaborando opportunamente i dati di Tabella 10.6 ed inserendoli nelle formule seguenti, si ottengono i valori dei parametri circuitali
della rete termica:
1
[K/W]; (formula valida per le resistenze di conduzione);
–– Rcond =
λ* A
428
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
1
[K/W]; (formula valida per le resistenze di convezione);
α* A
–– C = G ⋅ c [j/K]; (formula valida per le capacità termiche).
–– Rconv =
Il processo finale nella progettazione della rete termica consiste nell’affinare per processi iterativi i valori di alcuni parametri circuitali, in particolare ci si riferisce alle resistenze termiche per convezione forzata dovuta ai
flussi dell’aria di raffreddamento sul motore. Agendo sul valore dei fattori
di convezione “α”, si cerca di allineare i valori di temperatura forniti dal
modello con i valori di temperatura disponibili da prove di tipo condotte sul
motore. In questa maniera si rende il modello realistico. Tale procedimento
è schematizzato di seguito (Fig.10.40):
430
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
In particolare si ha:
–– Sottosistema 1. Ha il compito di rendere interfacciabile il modello con le
variabili in input provenienti dal simulatore di tratta. In particolare esse
vengono manipolate e trasformate con lo scopo di ottenere altre tipologie
di variabili direttamente utili al sottosistema 2, adibito al calcolo delle
perdite.
–– Sottosistema 2. Implementa al suo interno un metodo di calcolo che consente di ottenere le perdite nelle varie parti attive della macchina simulata. (Es.: per il motore si hanno le perdite negli avvolgimenti di statore,
nelle barre di rotore, nei denti, ecc.).
–– Sottosistema 3. Costituisce la rete termica dell’apparecchiatura simulata.
La rete implementata tiene conto dei principali flussi di calore coinvolti
nel funzionamento, nonché della dinamica dei fenomeni termici (reti
termiche dinamiche). I valori delle perdite (nelle varie parti attive delle
apparecchiature), calcolate dal sottosistema 2, sono inseriti in ingresso
nei generatori di corrente controllati della rete termica.
–– Sottosistema 4. Nel presente sottosistema vengono visualizzati i risultati della simulazione, ovvero gli andamenti temporali delle temperature
nelle varie sezioni costruttive dei dispositivi simulati. Le temperature
fornite, in particolare, sono quelle misurate in tutti i nodi circuitali della
rete termica implementata nel modello (sottosistema 3).
Infine, va precisato che i valori di temperatura forniti in uscita dai modelli in oggetto sono in realtà i salti termici con l’aria esterna. Questo fatto
trova giustificazione nella struttura topologica delle reti termiche implementate (i potenziali dei nodi della rete si riferiscono al potenziale di terra,
ovvero al potenziale nullo). Dunque, per risalire alla temperatura assoluta
di un generico elemento costruttivo è necessario sommare la temperatura
dell’aria esterna al valore fornito in uscita dalla simulazione (visualizzato
all’interno del sottosistema 4).
10.6.4.
MOTORE
10.6.4.1.
Premessa
A differenza degli altri elementi della catena di trazione, per i quali è
stata eseguita l’implementazione dei modelli in SIMULINK, nel caso del motore è stata effettuata una prima implementazione impiegando un software
professionale adibito all’analisi termica delle macchine elettriche rotanti:
“MOTORCAD”. Questo passaggio è risultato necessario per ottenere una
rete termica sufficientemente rappresentativa dei fenomeni termici coinvolti nella macchina e utilizzare tale rete come riferimento per la successiva
realizzazione del modello in SIMULINK.
10.6.4.2.
Implementazione in MOTORCAD
Il procedimento adottato nella realizzazione della simulazione in MOTORCAD è il seguente:
Impostazione delle caratteristiche geometriche e costruttive del motore
(Fig. 10.42). Tale fase è stata svolta con l’obiettivo di rappresentare nella
maniera più fedele possibile la particolare geometria del motore di trazione
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
431
Figura 10.42:
Finestra relativa alle
impostazioni geometriche del motore.
in oggetto, sono state impostate anche le caratteristiche degli avvolgimenti
di statore e rotore.
–– Impostazione delle opzioni di raffreddamento. Oltre alla tipologia di raffreddamento e fluido refrigerante, sono state impostate le opzioni relative al raffreddamento assiale del motore e le opzioni relative al raffreddamento di testata (nel quale interviene la rotazione del rotore).
–– Impostazione delle perdite. Sono stati fissati determinati valori per i vari
contributi di perdite (perdite nel rame, nel ferro, per attrito dei cuscinetti).
In particolare tali valori si riferiscono alle condizioni operative del motore.
Terminata la fase relativa alle impostazioni, è stata avviata la simulazione e il software ha fornito in uscita una rete termica dettagliata (Fig. 10.42),
rappresentativa dei fenomeni termici all’interno della macchina, sulla quale
è stato possibile esaminare i valori dei vari parametri circuitali nonché gli
andamenti di temperatura. Tale rete ha consentito di evidenziare i compo-
Figura 10.43:
Rete termica fornita dalla simulazione in MOTORCAD.
432
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
nenti costruttivi del motore maggiormente sollecitati da un punto di vista
termico.
Nella rete termica sono distinti i vari componenti costruttivi del motore,
in particolare si ha:
–– GRIGIO = albero motore;
–– AZZURRO = pacco lamellato rotorico;
–– ROSSO = pacco lamellato statorico;
–– MARRONE = carcassa esterna;
–– GIALLO = avvolgimenti statorici e barre rotoriche.
Inoltre, nella rete vi sono: resistenze termiche (rappresentate da rettangoli), nodi (rappresentati da un cerchio), sorgenti di potenza termica e flussi di potenza termica smaltiti dall’aria di raffreddamento (rappresentati da
due cerchi sovrapposti). Le capacità termiche non sono visualizzate poiché
sono incluse nei nodi.
10.6.4.3.
Implementazione in “SIMULINK”
10.6.4.3.1.
Rete termica
Il modello del motore, realizzato in SIMULINK, ha una struttura come
quella rappresentata in Figura 10.41. La prima fase della realizzazione è stata quella di costruire una rete termica prendendo spunto da quella fornita
dalla simulazione in MOTORCAD, di conseguenza, è stato implementato un
metodo di calcolo delle perdite nelle varie parti attive del motore e infine è
stato realizzato il blocco relativo alla visualizzazione delle temperature nei
vari nodi della rete.
È stata effettuata un’analisi della rete termica di MOTORCAD, in particolare, come è possibile vedere in Figura 10.44, sono stati selezionati i rami
interessati dai flussi di potenza termica di maggior entità. La struttura selezionata è stata presa come riferimento per generare la rete termica in SIMULINK.
Figura 10.44:
Processo di semplificazione della rete termica in MOTORCAD.
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
433
Poiché la simulazione in MOTORCAD verifica l’indipendenza da un punto di vista termico tra rotore e statore, allora, in SIMULINK sono state create
due reti termiche separate; esse sono rappresentate in Figura 10.45. Il calco-
Figura 10.45:
Reti termiche di rotore e statore (SIMULINK).
lo dei parametri circuitali (resistenze termiche, capacità termiche), è stato
condotto già in precedenza in maniera rigorosa impiegando le caratteristiche geometriche e fisiche del motore, oggetto del modello.
434
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Nelle seguenti tabelle (Tabb. 10.7 e 10.8) sono descritti i parametri circuitali delle reti termiche del motore.
Tabella 10.7:
Parametri circuitali della rete termica di rotore.
Tabella 10.8:
Parametri circuitali della
rete termica di statore.
ROTORE
Parametro
Significato
R anel
Resistenza termica dovuta alla convezione forzata nelle
superfici degli anelli esposte al flusso d’aria
R barra_ferro
Resistenza termica dovuta alla conduzione dello strato
di aria tra le barre rotoriche e le superfici di cava
R dente_corona
Resistenza termica di conduzione tra la corona rotorica
e i denti di rotore
R forir
Resistenza termica dovuta alla convezione forzata nelle
superfici dei canali rotorici assiali di raffreddamento
R dente_suptraf
Resistenza termica di conduzione tra i denti di rotore e
la superficie rotorica affacciata al traferro
R sup_trafr
Resistenza termica dovuta alla convezione sulle superfici rotoriche affacciate al traferro
C rame rotore
Capacità termica delle barre di rotore
C denti rotorici
Capacità termica dei denti di rotore
C corona rotore
Capacità termica della corona di rotore
Pcu rotore
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite
nel rame rotorico
STATORE
Parametro
Significato
R ewdg_f
Resistenza termica della testata frontale composta dalla
serie della resistenza di conduzione dovuta allo strato
isolante di testata e della resistenza dovuta alla convezione nelle superfici esterne di testata esposte all’aria
R a_EWfront
Resistenza termica di conduzione tra la testata frontale
e la parte attiva degli avvolgimenti statorici
R a_EWrear
Resistenza termica di conduzione tra la testata posteriore e la parte attiva degli avvolgimenti statorici
R ewdg_r
Resistenza termica della testata posteriore composta dalla serie della resistenza di conduzione dovuta allo strato
isolante di testata e della resistenza dovuta alla convezione nelle superfici esterne di testata esposte all’aria
R cave corona
Resistenza termica data dalla serie tra la resistenza termica di conduzione dello strato isolante della parte superiore degli avvolgimenti statorici e la resistenza termica di conduzione del volume di ferro compreso tra la
superficie superiore delle cave di statore e il diametro
medio della corona
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
435
STATORE
Parametro
Significato
R foris
Resistenza termica dovuta alla convezione sulle superfici dei canali assiali di raffreddamento del pacco lamellato di statore
R corona_denti
Resistenza termica di conduzione tra corona e denti di
statore
R cave denti
Resistenza termica di conduzione dovuta allo strato di
isolante nelle superfici di interfaccia tra avvolgimenti e
denti di statore
R denti_super- Resistenza termica di conduzione tra denti di statore e
traf
superficie statorica affacciata al traferro
R suptrafs
Resistenza termica dovuta alla convezione nella superficie di statore affacciata al traferro
R carc_int
Resistenza termica dovuta alla convezione nelle superfici interne della carcassa soggette al flusso dell’aria di
raffreddamento
R esterna
Resistenza termica dovuta alla convezione naturale sulle superfici esterne della carcassa del motore
R fori_carcassa
Resistenza termica dovuta alla convezione nelle superfici dei canali di ingresso e di uscita dell’aria di raffreddamento
C EW front
Capacità termica degli avvolgimenti della testata
frontale
C rame attivo
Capacità termica degli avvolgimenti attivi di statore
C EW rear
Capacità termica degli avvolgimenti della testata
posteriore
C corona statore Capacità termica della corona statorica
C denti
Capacità termica dei denti di statore
PcuEWfront
Generatore delle perdite negli avvolgimenti della testata
frontale
Pcu attiva
Generatore delle perdite negli avvolgimenti attivi;
PcuEWrear
Generatore delle perdite negli avvolgimenti della testata
posteriore
2/3 Pfe denti
Generatore delle perdite nella parte interna dei denti
Pfe corona
statore
Generatore delle perdite nella corona di statore
1/3 Pfe denti
Generatore delle perdite nella parte esterna dei denti
(affacciata al traferro)
Di seguito, in Figura 10.46, è descritta, in maniera generale, la geometria
costruttiva del motore.
436
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 10.46:
Geometria assiale del
motore e geometria
della cava statorica.
10.6.4.3.2.
Calcolo delle perdite
I generatori di potenza termica nelle due reti esprimono le perdite nelle
parti attive di statore e rotore. Tali perdite sono stimate attraverso un determinato sottosistema, che implementa un metodo di calcolo basato su un’analisi del funzionamento del motore. Il sottosistema in oggetto riceve in ingresso alcune tra le variabili fornite dal simulatore di tratta (ovvero lo sforzo
di trazione e la velocità del treno) e restituisce in uscita i vari contributi
delle perdite. Il metodo di calcolo implementato è strutturato come segue:
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
437
1. Dai valori dello sforzo di trazione e della velocità del treno si ricava il
valore della potenza erogata all’albero dal singolo motore e si calcola
inoltre la frequenza di statore (sia in regime di flusso nominale, sia in
deflussaggio), lo schema di calcolo è rappresentato in Figura 10.47.
2. Dai valori della potenza all’albero e della frequenza statorica, calcolati
al punto precedente, si stimano i valori di rendimento e perciò il valore
globale delle perdite.
3. Infine, le perdite totali sono separate nei vari contributi tramite dei coefficienti proporzionali (stimati sulla base della ripartizione delle perdite,
riferita ad una specifica condizione operativa del motore).
Si approfondisce ora il punto 1, ritenuto di maggior interesse.
Figura 10.47:
Schema rappresentante il calcolo della potenza all’albero e della frequenza statorica.
Il valore della potenza all’albero è calcolato ottenendo i valori di coppia
e velocità angolare del motore dai valori dello sforzo di trazione e della
velocità del treno. Il metodo implementato per il calcolo della frequenza
statorica sia in regime nominale, sia in regime di deflussaggio, merita un
approfondimento.
Calcolo della frequenza statorica in regime di flusso nominale
Figura 10.48:
Caratteristiche meccaniche del motore al variare della frequenza
di alimentazione.
Ipotesi semplificativa: si suppone che la frequenza rotorica sia legata da
una proporzionalità lineare alla coppia all’albero approssimando ad una retta il tratto discendente della caratteristica meccanica del motore asincrono
(tale ipotesi è valida solamente in regime di non deflussaggio).
In Figura 10.48 si
nota la “linearizzazione” del tratto discendente delle caratteristiche
meccaniche in regime
di flusso nominale.
Il coefficiente di proporzionalità tra coppia
e frequenza rotorica è
stato ricavato con i valori nominali delle stesse:
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
439
In conclusione, dopo tali approssimazioni si ottiene una proporzionalità
diretta tra scorrimento e potenza all’albero. Il coefficiente di proporzionalità
è stato ricavato utilizzando i valori nominali delle grandezze:
K = s_nom/P_nom;
Quindi dai valori della potenza resa si ricava lo scorrimento e di conseguenza, con la frequenza meccanica si ottiene la frequenza di statore:
fs = fm/(1 - s); [Hz].
10.6.5.
GRUPPO DI CONVERSIONE
In tale paragrafo è descritto il modello relativo al gruppo di conversione.
In particolare si analizzano l’inverter e il convertitore di 1° stadio. Il software scelto per l’implementazione è l’ambiente “SIMULINK” di “MATLAB”.
10.6.5.1.
Rete termica
In Figura 10.50 è possibile notare la struttura della rete termica dei convertitori (inverter e convertitore di 1° stadio.
Figura 10.50:
Rete termica del gruppo di conversione.
440
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Tuttavia, nella rete è stata considerata anche la potenza dissipata dal
chopper ausiliari e dalle relative induttanze di livellamento poiché anch’essi sono interessati dal circuito di raffreddamento del gruppo di conversione. Un’altra fondamentale caratteristica di tale rete è quella di riuscire a
rappresentare, da un punto di vista termico, entrambe le configurazioni del
convertitore di 1° stadio. Nel fare ciò, si tiene conto delle differenti sollecitazioni alle quali sono sottoposte le giunzioni degli 8 GTO del convertitore
al variare del tipo di configurazione del convertitore.
Di seguito (Tab. 10.9), sono descritti i parametri circuitali della rete termica del gruppo di conversione.
Tabella 10.9:
Parametri circuitali della
rete termica del gruppo
di conversione.
Parametro
Significato
Rj/sink
Resistenza termica globale tra le giunzioni dei 6 GTO
dell’inverter e il fluido di raffreddamento
Rj/sink1
Resistenza termica globale tra le giunzioni dei 6 diodi di
ricircolo dell’inverter e il fluido di raffreddamento
Rj/sink2
Resistenza termica globale tra le giunzioni dei 6 diodi di
snubber dell’inverter e il fluido di raffreddamento
Rj/sink3
Resistenza termica globale tra le 3 resistenze di snubber
dell’inverter e il fluido di raffreddamento
Rj/sink4
Resistenza termica globale tra le giunzioni dei 4 GTO più
sollecitati termicamente del convertitore di 1°stadio e il
fluido di raffreddamento
Rj/sink5
Resistenza termica globale tra le giunzioni dei 4 GTO
meno sollecitati termicamente del convertitore di 1°stadio e il fluido di raffreddamento
Rj/sink6
Resistenza termica globale tra le giunzioni dei 4 diodi di
ricircolo più sollecitati termicamente del convertitore di
1°stadio e il fluido di raffreddamento
Rj/sink7
Resistenza termica globale tra le giunzioni dei 4 diodi di
ricircolo meno sollecitati termicamente del convertitore
di 1°stadio e il fluido di raffreddamento
Rj/sink8
Resistenza termica globale tra le giunzioni degli 8 diodi
di snubber del convertitore di 1°stadio e il fluido di raffreddamento
Rj/sink9
Resistenza termica globale tra le 4 resistenze di snubber
del convertitore di 1°stadio e il fluido di raffreddamento
R_scambiatore Resistenza termica tra fluido di raffreddamento e aria,
(tale resistenza rappresenta lo scambiatore di calore del
circuito di raffreddamento del gruppo convertitori)
C_acqua
Capacità termica dell’intera massa di fluido refrigerante contenuta nel circuito di raffreddamento del gruppo
convertitori
Pcu GTO
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite
joule nelle 6 giunzioni dei GTO dell’inverter
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
441
Parametro
Significato
Pcu DR
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite
joule nelle 6 giunzioni dei diodi di ricircolo dell’inverter
Pcu DS
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite
joule nelle 6 giunzioni dei diodi di snubber
Pcu RS
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite
joule nelle 3 resistenze di snubber
Pcu GTO(ext)
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite
joule nelle 4 giunzioni dei GTO più sollecitati termicamente del convertitore di 1°stadio
Pcu GTO(int)
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite
joule nelle 4 giunzioni dei GTO meno sollecitati termicamente del convertitore di 1°stadio
Pcu DR(int)
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite
joule nelle 4 giunzioni dei diodi di ricircolo più sollecitati termicamente del convertitore di 1°stadio
Pcu DR(ext)
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite
joule nelle 4 giunzioni dei diodi di ricircolo meno sollecitati termicamente del convertitore di 1°stadio
Pcu DS1
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite
joule nelle 8 giunzioni dei diodi di snubber del convertitore di 1°stadio
Pcu RS1
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite joule nelle 4 resistenze di snubber del convertitore di
1°stadio
I parametri circuitali trattati, in particolare le resistenze termiche tra le
giunzioni dei componenti elettronici e il fluido refrigerante sono calcolati
sfruttando dati derivanti da prove di laboratorio sul sistema di propulsione.
In particolare, dalle coppie di valori della potenza dissipata dalla giunzione e del salto termico giunzione/fluido refrigerante (entrambe rilevati dalle
prove) si ricava il valore della resistenza termica con la nota relazione:
Rgiunzione/fluido = (∆Tgiunzione/fluido)/(Pdissipata/giunzione).
10.6.5.2.
Calcolo delle perdite
I generatori di potenza termica rappresentati in Figure 10.51 si riferiscono
alle perdite sulle varie giunzioni degli interruttori elettronici dell’inverter e
del convertitore di 1° stadio. In “SIMULINK”, è stato realizzato uno specifico
sottosistema adibito al calcolo di tali perdite, rappresentato in Figura 10.51.
Occorre specificare che il metodo di calcolo delle perdite implementato
in fig.86 tiene conto di come variano le sollecitazioni termiche sulle giunzioni del convertitore di 1° stadio al variare della configurazione di funzionamento di quest’ultimo (raddrizzatore/chopper). Per una descrizione
tecnica più dettagliata sul funzionamento del convertitore 4Q si rimanda al
Capitolo 6. Ora si descrive, in maniera sintetica, l’impostazione del metodo
di calcolo delle perdite nelle giunzioni dell’inverter.
442
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 10.51:
Sottosistemi adibiti al calcolo delle perdite nel gruppo di conversione.
A rigore, la relazione teorica che esprime le perdite in un generico interruttore elettronico è la seguente:
P = Pcond + Pcomm = δ ⋅ ∆v ⋅ I + fc ⋅ k ⋅ V ⋅ I ⋅ 2 ⋅ tcomm;
dove: Pcond = perdite di conduzione; Pcomm = perdite di commutazione;
δ = duty cicle dell’interruttore; ∆v = caduta di tensione sull’interruttore
durante la conduzione; I = corrente di conduzione; fc = frequenza di commutazione; k = parametro; V = tensione ai capi dell’interruttore durante
l’interdizione; tcomm = tempo che impiega l’interruttore a commutare.
Tuttavia, è una relazione molto complessa e sensibile agli eventuali errori commessi sulla stima dei parametri che la caratterizzano. Allora, pur con
qualche approssimazione, si decide di utilizzare un’altra relazione semplificata:
P = Pcond + Pcomm = K1 ⋅ I + K2 ⋅ fc;
In pratica si suppone che una quota delle perdite di giunzione (relativa
alle perdite di conduzione) sia proporzionale alla corrente efficace erogata
dall’inverter e la restante parte (relativa alle perdite di commutazione) sia
proporzionale alla frequenza di commutazione dello stesso. In questo modo
si esprime la potenza dissipata sulla giunzione in funzione di due variabili
facilmente ricavabili da quelle disponibili in input e fornite dal simulatore
di tratta. I coefficienti K1 e K2 sono stimati attraverso una valutazione di
dati derivanti da prove di laboratorio condotte sul sistema di propulsione.
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
443
Per quanto riguarda il calcolo delle perdite nel convertitore di 1° stadio si
utilizza la seguente relazione semplificata:
P = K3 ⋅ I;
L’utilizzo della relazione è giustificato dal fatto che il convertitore lavora
ad una frequenza di commutazione costante (250/260 Hz) durante il funzionamento del sistema di propulsione, perciò è lecito esprimere le perdite di
giunzione in funzione della sola corrente di conduzione.
In tale paragrafo è descritto il modello del trasformatore di trazione. Il
software scelto per l’implementazione è ancora l’ambiente “SIMULINK” di
“MATLAB”.
10.6.6.
TRASFORMATORE
10.6.6.1.
Rete termica
In Figura 10.52 è rappresentata la rete termica del trasformatore monofase di trazione. È necessario specificare che tale rete è in grado di rappresentare da un punto di vista termico entrambe le configurazioni operative
del trasformatore, ovvero sia con catenaria in 25 kV c.a. sia con catenaria
in 3 kV c.c.
Figura 10.52:
Rete termica del trasformatore.
444
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Di seguito (Tab. 10.10), sono descritti i parametri circuitali della rete termica del gruppo di conversione.
Tabella 10.10:
Parametri circuitali della
rete termica del trasformatore.
Parametro
Significato
R_primario
Resistenza termica data dalla serie tra resistenza termica dell’isolante dell’avvolgimento primario e resistenza termica di convezione nelle superfici a contatto con
l’olio
R_secondario
Resistenza termica data dalla serie tra resistenza termica dell’isolante degli avvolgimenti secondari di trazione e resistenza termica di convezione nelle superfici
lambite dall’olio
R_secondarioDC Resistenza termica data dalla serie tra resistenza termica dell’isolante degli avvolgimenti secondari aggiuntivi
(utilizzati come filtro lato rete in configurazione 3 kV
c.c.) e resistenza termica di convezione nelle superfici
lambite dall’olio
R_induttanzeAC Resistenza termica data dalla serie tra resistenza termica dell’isolante degli avvolgimenti delle induttanze
utilizzate in entrambe le configurazioni (3 kV e 25 kV),
e resistenza termica di convezione nelle superfici lambite dall’olio
R_induttanzeDC Resistenza termica data dalla serie tra resistenza termica dell’isolante degli avvolgimenti delle induttanze utilizzate solo in configurazione 3 kV c.c. (utilizzate per
accoppiare il chopper 3-level al bus dc dell’inverter) e
resistenza termica di convezione nelle superfici lambite dall’olio
R_olio/aria
Resistenza termica globale dei due scambiatori di calore (olio/aria) riferita al salto termico tra la temperatura
media dell’olio lungo lo scambiatore e la temperatura
dell’aria in ingresso dello stesso
C_primario
Capacità termica del rame dell’avvolgimento primario
C_secondario
Capacità termica del rame degli avvolgimenti secondari
di trazione
C_secondarioDC Capacità termica del rame degli avvolgimenti secondari
aggiuntivi utilizzati in c.c.
C_induttanzeAC Capacità termica del rame delle induttanze utilizzate in
entrambe le configurazioni (3kV e 25 kV)
C_induttanzeDC Capacità termica del rame delle induttanze utilizzate
solo in configurazione 3 kV c.c.
C_olio
Capacità termica dell’olio contenuto nell’intero circuito
di raffreddamento del trasformatore
P_primar.
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite joule nell’avvolgimento primario
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
445
Parametro
Significato
P_secondar.
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite joule negli avvolgimenti secondari di trazione
P_secondar.DC
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite joule negli avvolgimenti aggiuntivi utilizzati in configurazione 3 kV c.c.
P_indut.AC
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite joule nelle induttanze utilizzate in entrambe le configurazioni
P_indut.DC
Generatore di potenza termica rappresentante le perdite joule nelle induttanze utilizzate solamente in configurazione 3 kV c.c.
I parametri circuitali appena visti, in particolare le resistenze termiche
tra il rame del generico avvolgimento e l’olio del trasformatore sono stimate
attraverso specifiche prove termiche di laboratorio condotte sul trasformatore. Con un procedimento analogo a quello visto per il gruppo di conversione (calcolo delle resistenze tra giunzioni e fluido refrigerante) si ha:
Ravvolgimento/olio = (∆Tavvolgimento/olio)/(Pdissipata/avvolgimento).
Va precisato che il valore di temperatura dell’olio presa come riferimento corrisponde a quella media; mentre la temperatura dell’avvolgimento è
quella rilevata dalle fibre ottiche puntuali nelle prove di laboratorio.
10.6.6.2.
Calcolo delle perdite
I generatori di potenza termica rappresentati in Figura 10.53 si riferiscono alle perdite nei vari avvolgimenti del trasformatore. In “SIMULINK”, è
stato realizzato uno specifico sottosistema adibito al calcolo di tali perdite,
rappresentato in Figura 10.53.
Figura 10.53:
Sottosistemi adibiti al
calcolo delle perdite
nel trasformatore.
446
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
A questo punto è necessario analizzare l’impostazione del metodo di calcolo delle perdite sul generico avvolgimento interno del trasformatore. La
relazione teorica, ben nota, che esprime le perdite joule in regime armonico
su un conduttore ohmico è la seguente:
Pjoule = R1 ⋅ I1eff2 + R2 ⋅ I2eff2 + R3 ⋅ I3eff2 + ...+ Rn ⋅ Ineff2 + …;
Dove “R1, R2, …, Rn, …” sono i valori delle resistenze del conduttore alle
varie armoniche e “I1eff, I2eff, ..., Ineff, ...” sono i valori efficaci delle correnti
armoniche circolanti sul conduttore stesso. Se si applicasse a rigore tale relazione sarebbe necessario tenere conto della variazione della resistenza con
la temperatura e con la frequenza delle correnti circolanti, inoltre sarebbe
necessario conoscere con precisione i valori delle varie componenti armoniche della corrente su ogni avvolgimento. Queste operazioni complicherebbero significativamente l’implementazione del modello e si rischierebbe di
ottenere risultati non attendibili, dovuti a probabili errori sulla stima delle
varie componenti armoniche. Allora per il calcolo delle perdite sul generico
avvolgimento si decide di utilizzare la seguente relazione approssimata:
Pjoule = K1 ⋅ I1eff2;
Con essa si considera solamente la corrente di 1° armonica e inoltre si
suppone il valore di resistenza “K1” costante al variare della temperatura
dell’avvolgimento. Il coefficiente “K1”, ovvero il valore di resistenza che si
considera è calcolato considerando i dati di specifica del trasformatore e si
riferisce perciò alle condizioni operative nominali. Seppur si introducono
alcune approssimazioni, la relazione utilizzata risulta abbastanza rappresentativa delle situazioni reali di funzionamento della macchina poiché nel
profilo di tratta le temperature medie degli avvolgimenti si avvicinano a
quelle nominali. Inoltre il fatto di considerare il parametro K1 fisso al proprio valore nominale compensa l’eventuale sottostima delle perdite introdotta considerando solamente la corrente di 1° armonica e trascurando dunque le correnti di contenuto armonico superiore. La corrente di 1° armonica
del generico avvolgimento è stimata in funzione della potenza erogata dai
motori di trazione e perciò si ha:
I1eff = K2 ⋅ Pmot;
dove “Pmot” è la potenza erogata all’albero dal singolo motore. Il coefficiente di proporzionalità “K2” è stimato sulla base dei dati di specifica riferiti
alle condizioni operative nominali del sistema di propulsione. La scelta di
utilizzare tale relazione per determinare le correnti sugli avvolgimenti del
trasformatore è fondata sul fatto che le tensioni a monte e a valle del trasformatore rimangono pressochè costanti al variare delle condizioni operative
del sistema di propulsione mentre le correnti sono influenzate dalla potenza richiesta dalla trazione. Inoltre la variabile “Pmot” è ottenibile direttamente dalle variabili fornite dal simulatore di tratta.
10.6.7.
INTERFACCIA PER I DATI IN INPUT AL SIMULATORE TERMICO
In questo paragrafo si analizza come sia stato realizzato il blocco in “SIMULINK” adibito all’interfaccia con i dati in input al modello. Un esempio
di tali dati è fornito di seguito, in Figura 10.54.
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
447
Figura 10.54:
Dati in input descrittivi di una porzione
della tratta “MilanoNapoli”.
I dati rappresentati in Figura 10.54 costituiscono il risultato di un software che implementa un simulatore di tratta. Com’è possibile notare, ogni
colonna si riferisce all’andamento temporale di una determinata variabile
lungo la tratta del treno. Tuttavia non tutte le variabili a disposizione sono
utilizzate nel modello, poiché sono sufficienti solamente la forza totale ai
cerchioni, il tempo di percorrenza, la velocità del treno e il tipo di tensione
di catenaria. In Figura 10.55 è rappresentato il blocco che gestisce le variabili sopracitate e consente di ottenere da esse altre grandezze direttamente
interfacciabili con i vari modelli.
Figura 10.55:
Blocco relativo all’inserimento dei dati in
input.
All’interno del blocco di Figura 10.55 vi sono i sotto-blocchi rappresentati in Figura 10.56.
448
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 10.56:
Sottosistemi adibiti
alla gestione delle variabili fornite in input
al simulatore.
I sottosistemi rappresentati in Figura 10.56 consentono di ricavare, dai
dati in input, le molteplici variabili necessarie ai vari modelli termici (motore, trasformatore, convertitori) per il calcolo delle perdite. In particolare,
analizzando la Figura 10.55, si ha:
–– Forza_cerchione = sforzo di trazione totale ai cerchioni di una locomotiva;
–– V_fase_inv = tensione di fase all’uscita dell’inverter (corrisponde alla
tensione di alimentazione dei motori);
–– V_linea = tensione della catenaria di alimentazione;
–– f_comm_inv = frequenza di commutazione nei GTO dell’inverter;
–– velocità = velocità in km/h del treno;
–– P_ausiliari = potenza richiesta dai carichi ausiliari ad uno dei due azionamenti della locomotiva;
–– Is = corrente assorbita da un motore di trazione;
–– P_mot = potenza erogata da un motore di trazione.
Si approfondisce ora il metodo implementato per il calcolo della potenza erogata dal motore di trazione e il metodo per il calcolo della corrente
assorbita dallo stesso. Il calcolo della potenza erogata dal motore deriva
dall’implementazione della seguente relazione:
P = C_mot ⋅ ω_mot [W];
Dove:
–– C_mot = coppia all’albero del motore (ricavata facilmente dai valori di
forza al cerchione in input) [Nm];
–– ω_mot = velocità dell’albero motore (ricavata facilmente dalla velocità
del treno in input) [radm/s].
Il calcolo della corrente assorbita dal motore, invece, è stato effettuato
assumendo alcune ipotesi semplificative. Analizzando il funzionamento
del motore asincrono si deduce che la corrente magnetizzante ha un mo-
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
449
desto valore rispetto al valore globale della corrente assorbita. Sulla base
di ciò, ipotizziamo che la corrente statorica sia uguale a quella rotorica e
quindi, dal circuito equivalente della macchina asincrona, si ha:
P
Is = Ir′ =
3 ⋅ Rr ′ ⋅
(1 - s )
[A];
s
Dove:
–– P = potenza erogata dal motore;
–– Rr′ = resistenza rotorica riferita a statore;
–– s = scorrimento del motore.
10.6.8.
VALIDAZIONI DEI MODELLI
In tale paragrafo si illustrano le procedure di validazione dei vari modelli
realizzati, basate su un confronto tra valori di temperatura forniti dalle simulazioni e valori di temperatura rilevati realmente nelle prove termiche di
laboratorio. In particolare si effettua un confronto sui valori di temperatura
riferiti al regime termico. Le prove di laboratorio (prove di tipo) considerate
per le validazioni sono caratterizzate dal fatto di far funzionare il sistema
di propulsione a condizioni operative ben definite e costanti lungo tutta
la durata delle stesse prove. Chiaramente, per rendere coerenti i confronti
tra valori di temperatura simulati e valori di temperatura sperimentali è
necessario eseguire le simulazioni impostando in “SIMULINK” condizioni
operative analoghe a quelle delle prove di laboratorio.
10.6.8.1.
Motore
Di seguito, in Tabella 10.11 sono esposti i dati relativi alle due prove
termiche prese come riferimento per le validazioni del modello del motore.
Tabella 10.11:
Prove termiche di tipo
sul motore.
Grandezze
Pro va termica "A"
Pro va termica "B"
1210 kW
1221 kW
133 Hz
72 Hz
1130 kW
1162 kW
Tensione concatenata
di alimentazione
1870 V
1870 V
Corrente di fase assorbita
421 A
418 A
2730 Nm
5120 Nm
Rendimento
0.93
0.95
Durata prova
8400 s
11880 s
Temperatura ambiente
26.1 °C
14.8 °C
Potenza assorbita
Frequenza di alimentazione
Potenza resa
Coppia al!'albero
450
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Nelle presenti prove termiche sono state rilevate varie temperature, tuttavia, tra queste sono state selezionate solamente quelle confrontabili con le
temperature fornite in uscita dal modello in SIMULINK. In particolare, per
la prova termica “A” sono state considerate le seguenti:
–– Temperatura negli avvolgimenti della testata frontale (lato ingresso aria)
(rilevata tramite un pirometro ad infrarosso);
–– Temperatura negli avvolgimenti della testata posteriore (lato uscita aria),
(rilevata tramite un pirometro ad infrarosso);
–– Temperatura nel dente di statore (rilevata da una sonda di temperatura
opportunamente posizionata all’interno del dente).
Mentre nella prova termica “B” è stata registrata solamente la temperatura nel dente di statore.
In conclusione si illustra, in Tabella 10.12 il confronto dei valori di temperatura a regime per entrambe le prove:
Tabella 10.12:
Tabelle relative ai confronti di temperatura
tra prove di tipo e simulazioni.
Prova termica “A”
Temperature
modello [°C]
Temperature
prova termica “A” [°C]
T_dente_statore
203
204
T_testata_frontale
144
142
T_testata_posteriore
175
173
Prova termica “B”
Temperature
modello [°C]
Temperature
prova termica “B” [°C]
139
137
T_dente_statore
Le lievi differenze riscontrate sono dovute principalmente alle varie ipotesi semplificative adottate nella realizzazione del modello. Comunque è
possibile confermare la validità del modello termico del motore poiché è
stata verificata l’attendibilità dei risultati di simulazione per due condizioni
operative differenti: una prima alla velocità massima del motore (133 Hz),
una seconda alla velocità nominale (72 Hz).
10.6.8.2.
Gruppo di conversione
Di seguito sono esposte le validazioni relative all’inverter e al convertitore di 1° stadio nella configurazione “raddrizzatore a 4 quadranti”.
10.6.8.2.1.
Inverter
In Tabella 10.13, sono esposte le condizioni operative della prova termica di laboratorio presa come riferimento per la validazione del modello
dell’inverter. La prova è condotta sul sistema di propulsione, posizionando
la locomotiva sul banco a rulli.
Nella prova termica, tramite l’utilizzo di opportune termocoppie, sono
state rilevate le temperature sui casi dei componenti elettronici più critici,
in particolare:
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
––
––
––
––
––
Tabella 10.13:
Dati della prova termica di laboratorio sul
sistema di propulsione.
451
Temperatura del fluido refrigerante (in uscita dallo scambiatore di calore);
Temperatura giunzioni GTO;
Temperatura giunzioni diodi di ricircolo;
Temperatura giunzioni diodi di snubber;
Temperatura resistenze di snubber.
Grandezze
Valori
Potenza erogata inverter
1660 kW
Potenza assorbita ausiliari
0 kW
Velocità
114 km/h
Forza totale ai cerchioni
191 kN
Tensione di catenaria
3 kV
Frequenza fondamentale inverter
50 Hz
Tensione concatenata uscita inverter
1400 V
Frequenza di commutazione GTO
250 Hz
Corrente efficace uscita inverter
790 A
Temperatura dell’aria in ingresso allo scambiatore di calore
31.17 °C
Durata prova
14400 s
Di seguito, in Tabella 10.14, è esposto il confronto tra temperature di
prova e temperature di simulazione (entrambe riferite al regime termico).
Tabella 10.14:
Confronto di temperature tra prova di laboratorio e simulazione.
Confronto
Temperature
prova termica
[°C]
Temperature
simulazione
[°C]
T_GTO
58.9
56.1
T_diodi ricircolo
52.5
49.7
T_diodi snubber
50.9
48.1
T_resistenza snubber
89.2
86.3
T_fluido refrigerante (out scambiatore)
35.6
32.8
Dalla Tabella 10.14 è evidente un elevato accostamento tra temperature
fornite dalla simulazione e temperature registrate nella prova termica, si
può concludere perciò che il modello realizzato per l’inverter risulta valido.
10.6.8.2.2.
Convertitore di 1°stadio
In questo paragrafo è rappresentata la validazione del modello del convertitore di 1°stadio. La prova termica, presa come riferimento, si riferisce
alla configurazione da raddrizzatore a 4 quadranti. La modalità di esecuzione della prova stessa è analoga a quella descritta per l’inverter e i relativi
dati sono rappresentati in Tabella 10.15.
Le temperature rilevate dalle termocoppie sono della stessa tipologia di
quelle rilevate per le validazioni dell’inverter.
452
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Tabella 10.15:
Dati relativi alla prova
termica di laboratorio.
Grandezze
Valori
Potenza erogata inverter
2798 kW
Potenza assorbita ausiliari
0 kW
Velocità
274 km/h
Forza totale ai cerchioni
134.7 kN
Tensione di catenaria
25 kV
Frequenza fondamentale inverter
120 Hz
Tensione concatenata uscita inverter
1870 V
Frequenza di commutazione GTO
250 Hz
Temperatura dell’aria in ingresso allo scambiatore di calore
31.15 °C
Durata prova
1000 s
Alla luce dei risultati rappresentati in Tabella 10.16 è possibile confermare la validità del modello termico del convertitore di 1°stadio.
Tabella 10.16:
Confronto di temperature tra prova di laboratorio e simulazione.
10.6.8.3.
Tabella 10.17:
Dati relativi alla prova
termica di laboratorio.
Confronto
Temperature
prova termica
[°C]
Temperature
simulazione
[°C]
T_GTO
55.4
52.9
T_diodi ricircolo
74.8
72.1
T_diodi snubber
68.8
66
T_resistenza snubber
88.3
85.5
T_fluido refrigerante (out scambiatore)
36.8
34.4
Trasformatore
In questo paragrafo è esposta la validazione del trasformatore di trazione.
Di seguito, in Tabella 10.17, è illustrata la prova di laboratorio presa come
riferimento per il confronto con i risultati di simulazione.
La prova di laboratorio è effettuata sulla locomotiva posta sul banco a
rulli. Le temperature nei vari avvolgimenti interni sono rilevate tramite sistemi di fibre ottiche puntuali e fibre ottiche continue.
Grandezze
Valori
Potenza assorbita trafo
6120 kW
Velocità
185 Km/h
Tensione di catenaria
25 kV
Corrente assorbita al primario del trafo
240 A
Sforzo totale ai cerchioni della locomotiva
85 kN
Durata prova
10800 s
Temperatura aria (ingresso torri di raffreddamento)
30.7 °C
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
453
Le temperature ottenibili dalla prova e utili al confronto con le temperature di simulazione sono le seguenti:
–– Temperatura media olio (data dalla media tra la temperatura dell’olio in
uscita e dalla temperatura dell’olio in ingresso dello scambiatore);
–– Temperatura media avvolgimento primario (data dalla media tra le temperature registrate dalle varie fibre ottiche puntuali);
–– Temperatura massima avvolgimento secondario (rilevata dalle fibre ottiche continue);
–– Temperatura media sulle due induttanze utilizzate in entrambe le configurazioni (data dalla media tra le varie temperature rilevate dalle fibre
ottiche puntuali).
La Tabella 10.18 dimostra un elevato accostamento tra valori di temperatura sperimentali e valori di temperatura provenienti dalla simulazione, alla
luce di ciò è possibile confermare la validità del modello termico realizzato
per il trasformatore.
Tabella 10.18:
Confronto di temperature tra prova di laboratorio e simulazione.
10.6.9.
Confronto
Temperature
prova termica [°C]
Temperature
simulazione [°C]
T_primario
103
98.6
T_secondario
133.3
129
T_induttanze
96
91.6
T_olio media
91.5
87
SIMULAZIONI DI TRATTA
A valle delle validazioni effettuate è possibile utilizzare il modello ai fini
di simulare, in maniera realistica, la risposta delle sollecitazioni termiche
nei principali elementi costruttivi del motore nel funzionamento del treno
lungo una generica tratta. In particolare, in tale paragrafo ci si riferisce alla
tratta “Milano-Napoli”. Inoltre, si esegue un confronto tra il funzionamento
del treno in condizioni normali (due locomotive attive) e il funzionamento
in condizioni degradate (una locomotiva attiva).
In particolare sono visualizzati due andamenti per ciascun grafico, riferiti a condizioni di funzionamento nominali (2 locomotive attive) (blu)
e condizioni di funzionamento degradate (1 locomotiva attiva) (rosso). È
evidente che in condizioni degradate la singola locomotiva è maggiormente sovraccaricata per far fronte alla mancanza di trazione nella locomotiva
guasta. Come conseguenza, nel funzionamento in condizioni degradate si
hanno maggiori sollecitazioni termiche sui componenti della catena di trazione. Questo fatto trova conferma, ad esempio, nella temperatura sul dente
di statore del motore di trazione, rappresentata in Figura 10.57. In Figura
10.58, nella quale è rappresentato il salto termico medio tra l’olio del trasformatore e l’aria ambiente, è evidente una maggior sollecitazione termica
della macchina in condizioni degradate.
454
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 10.57:
Andamenti della potenza di trazione della
singola locomotiva e
del salto termico tra
dente di statore e aria
ambiente in funzione
della distanza percorsa.
Nel tragitto “Firenze-Roma”, ad esempio, si raggiungono i 250 Km/h sia
in condizioni normali sia in condizioni degradate, questo comporta però
(nel funzionamento con una sola locomotiva attiva) un notevole aumento
delle perdite e un conseguente aumento della temperatura dell’olio.
Un discorso analogo a quello fatto per l’olio del trasformatore è possibile ripeterlo per il fluido refrigerante del gruppo di conversione (vedi Fig.
10.59).
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
455
Figura 10.58:
Andamenti del salto
termico medio tra l’olio del trasformatore e
l’aria ambiente al variare in funzione della
distanza percorsa.
Figura 10.59:
Andamenti del salto
termico medio tra il
fluido refrigerante del
gruppo di conversione
e l’aria in ingresso
all’apposito scambiatore di calore in funzione della distanza
percorsa.
10.7.
IL PROCESSO MANUTENTIVO DEL MATERIALE ROTABILE
Il processo di manutenzione viene definito come la combinazione di tutte le azioni tecniche ed amministrative, incluse le azioni di supervisione,
volte a mantenere o a riportare un sistema in uno stato in cui possa eseguire
le funzioni richieste. La manutenzione del materiale rotabile assume una rilevanza di primo piano dato l’impatto che essa riveste a livello aziendale in
termini economico-organizzativi, rappresentando un’operazione necessaria
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
457
La manutenzione su condizione (Condition Based Maintenance) rappresenta una strategia manutentiva schedulata dinamica effettuata sulla base
dello stato attuale del sistema, monitorando le condizioni dei componenti
attraverso l’introduzione di indicatori dello stato di salute e/o di vita residua. Tali indicatori vengono definiti correlando alcune grandezze critiche
che contraddistinguono il funzionamento del sottosistema con lo stato del
sottosistema stesso, definendo dei livelli di soglia ottimali per tali grandezze
oltre il quale (o al di sotto del quale) il componente presenta un’elevata probabilità di guasto. Tale approccio consente quindi di adattare idealmente in
maniera dinamica l’intervento manutentivo e quindi di sfruttare in maniera
più efficace la vita utile del componente, provvedendo alla riparazione o
sostituzione sulla base del reale stato di salute dello stesso e abbattendo
quindi i costi impliciti di una manutenzione preventiva programmata.
10.7.1.
IL PIANO DI MANUTENZIONE DELLE FLOTTE AV DI TRENITALIA
La manutenzione delle flotte AV detenute da Trenitalia viene effettuata
in accordo a quanto definito nei Piani di Manutenzione, contenenti tutti gli
intervalli di manutenzione programmata (a scadenza chilometrica e temporale) e la descrizione della attività da eseguire differenziate per sottosistemi,
articolate attualmente su due livelli gerarchici:
–– Manutenzione preventiva programmata di 1° Livello o manutenzione
corrente.
–– Manutenzione preventiva programmata di 2° Livello o manutenzione ciclica.
Vengono riportati nella tabella sottostante gli intervalli manutentivi della
flotta ETR 1000, dalla quale risultano visibili le scadenze temporali e chilometriche delle azioni manutentive di 1° Livello (IO, F1, F2, F3, F4 ed a
tempo) e le scadenze chilometriche relative alle operazioni manutentive di
2° Livello (R1, R2, R3, ML).
458
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Le attività previste nel Piano di Manutenzione attuale (sia di 1° Livello
che di 2° Livello) sono suddivisibili in tre categorie, in funzione dei possibili effetti dell’avaria e delle ripercussioni che possono avere nella circolazione sull’infrastruttura:
–– Sicurezza (S), fondamentali per la circolazione sull’infrastruttura delle
Ferrovie dello Stato Italiane.
–– Regolarità di esercizio (R), consigliate per mantenere affidabile il mezzo
nel tempo.
–– Comfort, decoro o altro (C), in base al livello stabilito o richiesto dalla
società di trasporto.
Gli interventi manutentivi da effettuare in accordo agli intervalli sopra
definiti sono esplicitati nel documento, con il rimando alle Schede di Manutenzione presenti all’interno dei Manuali di Manutenzione che riportano
le azioni dettagliate da effettuare per ripristinare lo stato del componente/
sottosistema.
In base a tale Piano di Manutenzione preventiva programmata si riescono ad accorpare in determinati step manutentivi più tipologie di interventi (essendo presenti delle scadenze chilometriche o temporali multiple tra
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
459
loro) per consentire un’ottimizzazione dei tempi di fermo treno, una migliore gestione del personale addetto alle manutenzione e quindi garantire
una maggiore disponibilità al servizio del materiale rotabile. Nonostante ciò
però, assumendo tale strategia manutentiva un atteggiamento parzialmente
reattivo, l’attività svolta dal personale di manutenzione prescinde dall’effettivo stato di salute del componente e quindi in taluni casi l’intervento
può essere eseguito seppur il sistema si trovi in uno stato di degrado non
avanzato mentre in altri l’intervento manutentivo potrebbe ridursi ad un’azione correttiva a seguito del maggior degrado del componente all’interno
dell’intervallo manutentivo previsto.
10.7.2.
MANUTENZIONE PREDITTIVA SU CONDIZIONE (CONDITION BASED
MAINTENANCE ) ED APPLICAZIONE SULLA FLOTTA ETR 1000
L’esigenza di adottare una strategia manutentiva che consenta di aumentare il più possibile la disponibilità e la vita utile di un rotabile, garantendo
al contempo un maggiore livello di sicurezza, la massimizzazione della vita
utile dei componenti e la diminuzione del costo-efficacia degli interventi
manutentivi ha portato l’impresa ferroviaria a sviluppare un Piano di Manutenzione basato sull’integrazione della manutenzione preventiva programmata con quella su condizione (Condition Based Maintenance).
L’utilizzo di una strategia di manutenzione su condizione presuppone
come requisito fondamentale la conoscenza tecnica del treno ed in particolare dei suoi componenti fondamentali e dei meccanismi di evoluzione del
degrado nel regolare esercizio del rotabile. Parallelamente, le informazioni
necessarie riguardanti le grandezze caratteristiche del sistema nelle varie
condizioni operative di esercizio devono essere misurabili e trasmissibili
per garantire l’interfaccia con l’utente che effettuerà la manutenzione del
componente. In quest’ottica, lo sviluppo tecnologico del rotabile nel corso
degli anni a livello informatico, elettronico e in materia di sensori, ha favorito fortemente la disponibilità di tali informazioni che possono quindi
essere rilevate ed elaborate con continuità a bordo treno da centraline dedicate ed inviate ai sistemi di Terra tramite le centraline di Telediagnostica
installate ad esempio sulla flotta ETR 1000.
Concentrando l’attenzione sui componenti il cui guasto comporta un
maggiore impatto sul servizio, in termini di oneri manutentivi e di costi di
riparazione o sostituzione, vengono monitorate le variabili a disposizione
acquisite dai sensori presenti a bordo o rilevate dalla logica di veicolo del
treno ed elaborate per definire degli indicatori che consentano di modellare
il più fedelmente possibile lo stato reale di salute o di vita residua del componente. La definizione degli indicatori di vita residua e dello stato di salute
rappresenta una fase critica e non sempre facile da eseguire. Nei paragrafi
seguenti verranno illustrati, dopo una breve introduzione sull’architettura
del sistema di comando e controllo del treno e dell’interfacciamento con i
sistemi di Terra, alcuni casi pratici di applicazione della manutenzione su
condizione alla flotta ETR 1000 fornendo un’indicazione del processo intrapreso per arrivare alla definizione degli indicatori di vita residua e dello
stato di salute.
460
10.7.2.1.
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Architettura del sistema di comando e controllo ed interfacciamento con i sistemi di Terra
Il sistema di comando e controllo del treno ETR 1000 è un sistema elettronico distribuito e modulare che controlla ed esegue il monitoraggio dei
sistemi di bordo. Tutte le centraline sono interconnesse tramite un bus MVB
(Multifunction Vehicle Bus) e/o IP (Internet Protocol) che consente l’interscambio di informazioni. La centralina CCU-O contiene l’applicazione per
il controllo del veicolo (la CCU-S gestisce il veicolo per le funzioni di sicurezza), mentre i moduli di input/output (unità MIO) sono distribuiti in
tutte le vetture del convoglio e consentono di attuare i comandi impartiti
dalle centraline per i vari componenti e di rilevarne lo stato. La centralina
del sistema di diagnostica di treno (CCU-D) raccoglie, memorizza e opera
sulle informazioni inerenti agli eventi, alle avarie ed allo stato del veicolo
che vengono trasmessi dalle varie centraline: tali informazioni vengono poi
inviate al sistema di Terra mediante un Mobile Communication Gateway
(MCG) per poter essere immagazzinate in un database. L’architettura del
sistema di Terra consente di elaborare i dati a disposizione e di creare Algoritmi Diagnostici utili per generare avvisi di manutenzione, gestendo anche
l’interfaccia con i sistemi di gestione del processo manutentivo.
10.7.2.2.
Indicatori di vita residua
Un indicatore di vita residua consente di monitorare il processo di invecchiamento dei componenti, attraverso la definizione di una combinazione
di parametri da controllare: al superamento della soglia utile predefinita
(solitamente prevista in accordo alle specifiche tecniche del componente)
viene eseguito l’intervento manutentivo di sostituzione del componente.
Tali indicatori consentono quindi di sfruttare in maniera ottimale la vita utile del componente se correttamente integrati nel processo di manutenzione
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
461
preventiva programmata (qualora questo sia compatibile) o comunque di
evitare il più possibile interventi di manutenzione correttiva, anticipandoli.
La definizione dell’indicatore di vita residua si fonda sulla conoscenza
delle specifiche tecniche di progetto del componente da monitorare (quali
ad esempio il numero di movimentazioni di un interruttore principale) oppure su rilevazioni sperimentali (ad esempio il tempo per il quale una pompa di circolazione dell’olio per il trasformatore principale rimane operante),
verificando quali sono i limiti intrinsechi di funzionamento del componente. Una volta definito quali sono i limiti costruttivi del sistema, deve essere
verificata la presenza a livello treno delle variabili di interesse o le segnalazioni diagnostiche necessarie per monitorare i precitati limiti di funzionamento del componente. L’architettura del sistema di comando e controllo
della locomotiva o del treno, unita alla capacità di monitoraggio ed invio ai
sistemi di Terra delle variabili, rappresenta un elemento fondamentale per
definire indicatori da utilizzare per la manutenzione on condition.
Vengono descritti nel seguito i principi implementativi di alcuni indicatori di vita residua definiti per la flotta ETR 1000.
10.7.2.2.1.
Numero di movimentazioni dell’interruttore principale in corrente
alternata
L’interruttore principale in corrente alternata è il dispositivo preposto ad
alimentare il circuito di potenza del treno ed a proteggere lo stesso in caso
di sovraccarichi e/o corto circuiti. Nello schema elettrico sottostante viene
462
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
mostrata l’architettura di comando e controllo dell’interruttore principale
(AC LCB), basata su relè comandati da moduli di uscita digitali afferenti al
sistema di propulsione e su feedback acquisiti tramite moduli di ingresso
digitali da parte delle centraline del sistema di propulsione.
L’indicatore di vita residua per il calcolo del numero di movimentazioni
dell’interruttore è basato sulla seguente logica di funzionamento:
–– Numero di movimentazioni in chiusura dell’AC LCB.
–– Ordine di chiusura dell’AC LCB richiesto dalla centralina di propulsione
(PCU) al LIM (dispositivo di monitoraggio del sistema di alta tensione).
–– Presenza del feedback di stato chiuso acquisito mediante ingresso digitale dal LIM.
–– Numero di movimentazioni in apertura dell’AC LCB.
–– Ordine di apertura dell’AC LCB richiesto dalla centralina di propulsione
(PCU) al LIM (dispositivo di monitoraggio del sistema di alta tensione).
–– Presenza del feedback di stato aperto acquisito mediante ingresso digitale dal LIM.
Conteggiando un ciclo di apertura e conseguente chiusura, l’indicatore
viene incrementato di una unità: tale valore viene memorizzato all’interno
della centralina di propulsione che provvede ad inviarlo tramite il bus di
treno al database diagnostico (centralina CCU-D). Con l’ausilio della centralina di Telediagnostica tale contatore viene periodicamente inviato al sistema di Terra (e contestualmente azzerato a livello di centralina CCU-D
ad ogni download) che provvede all’incremento ed all’immagazzinamento
dello stesso.
In base al raggiungimento delle soglie definite in base alle specifiche
tecniche del componente, sono previste tre tipologie di intervento manutentivo su condizione generate in automatico dal sistema di Terra:
–– Superamento soglia 1 (50000 cicli) → effettuare un’ispezione visiva generale del componente.
–– Superamento soglia 2 (100000 cicli) → effettuare un’ispezione visiva e
dei test del componente (incluse misure di pressione di contatto, del tempo di movimentazione del contatto principale, test di tenuta all’aria, …).
–– Superamento soglia 3 (200000 cicli) → provvedere alla sostituzione del
componente.
Le operazioni di manutenzione su condizione permettono quindi di integrare il Piano di Manutenzione attuale basato sulla preventiva programmata
di 1° livello ad intervalli temporali (12 mesi per l’ispezione visiva, 2.5 anni
per l’ispezione visiva con test e 5 anni per la sostituzione del componente).
10.7.2.2.2.
Ore di funzionamento pompa olio
La pompa olio è il dispositivo che consente di ottenere la circolazione
dell’olio in pressione nel circuito di raffreddamento del trasformatore, in
modo tale da permettere uno scambio termico ottimale dell’olio con il flusso
di aria esterna. La pompa, alimentata dalla rete ausiliaria a 400 V - 50 Hz
(corrente alternata) e protetta mediante un interruttore magnetotermico tripolare, viene comandata dal sistema di propulsione (PCU) mediante un relè
eccitato da un modulo di uscita digitale. A valle di rilevazioni sperimentali
effettuate dal costruttore del rotabile, è stato definito un indicatore di vita
residua che tiene conto delle ore di funzionamento della pompa olio.
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
463
L’indicatore di vita residua per il calcolo delle ore di funzionamento della pompa olio è basato sulla seguente logica di funzionamento:
–– Presenza del feedback di pompa attiva (acquisito dal sistema di propulsione tramite il modulo di ingresso digitale DX30), indicante che l’interruttore magnetotermico e il contattore della pompa olio sono entrambi chiusi.
–– Rilevazione della presenza di flusso olio normale (acquisito dal sistema
di propulsione tramite il modulo di ingresso digitale DX30).
Conteggiando ogni ora in cui la pompa rimane alimentata e funzionante,
l’indicatore viene incrementato di una unità: tale valore viene memorizzato
all’interno della centralina di propulsione che provvede ad inviarlo tramite il bus di treno al database diagnostico. Con l’ausilio della centralina di
Telediagnostica tale contatore viene periodicamente inviato al sistema di
Terra (e contestualmente azzerato a livello di CCU-D ad ogni download) che
provvede all’incremento ed all’immagazzinamento dello stesso.
In base al raggiungimento delle soglie definite con rilevazioni sperimentali, sono previste due tipologie di intervento manutentivo su condizione
generate in automatico dal sistema di Terra:
–– Superamento soglia 1 → effettuare un intervento manutentivo leggero
–– Superamento soglia 2 → provvedere alla sostituzione della pompa olio
Le operazioni di manutenzione su condizione permettono quindi di integrare il Piano di Manutenzione attuale basato sulla preventiva programmata di
1° livello ad intervalli temporali (10 anni per la sostituzione del componente).
10.7.2.3.
Indicatori dello stato di salute
Un indicatore dello stato di salute consente di rappresentare il reale stato
operativo di un componente attraverso la rilevazione di grandezze critiche
per l’esercizio del sistema: il monitoraggio di tali valori con la verifica della
loro appartenenza ai range predefiniti rappresentano il discriminante per
l’intervento manutentivo.
Tali indicatori consentono quindi di monitorare lo stato del componente
in maniera dinamica durante tutto il servizio del rotabile, intercettando in
maniera più efficace possibile eventuali segnali premonitori del guasto. La
definizione di un indicatore dello stato di salute dipende fortemente dalla
disponibilità di informazioni da parte del sistema di comando e controllo
del treno o comunque dai sensori installati a bordo ed eventualmente elaborati da alcune centraline interfacciate alla logica di veicolo. Anche per
tali indicatori, come già discusso per quelli di vita residua, risulta essere
464
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
prioritaria la capacità di monitoraggio ed invio delle informazioni ai sistemi
di Terra di tali variabili o informazioni diagnostiche per poter implementare
strategie di manutenzione su condizione che vadano ad integrarsi sinergicamente con quelle di tipo schedulato.
Vengono descritti nel seguito i principi implementativi di alcuni indicatori dello stato di salute definiti per la flotta ETR 1000.
10.7.2.3.1.
Tempo di carica del filtro intermedio del convertitore
Il convertitore dell’ETR 1000, già descritto precedentemente, presenta
un unico filtro intermedio che stabilizza la tensione continua all’uscita in
comune del modulo convertitore di linea (LCM) e del modulo convertitore
chopper (CCM). Tale tensione di ingresso stabilizzata è fornita in ingresso ai
due moduli convertitore motore (MCM) ed al modulo convertitore ausiliario
(ACM). Il filtro intermedio, composto da un condensatore, viene caricato alla
chiusura del contattore di precarica con una certa costante di tempo RC che
tiene conto della presenza del resistore di precarica in serie al condensatore.
Monitorando la costante di tempo di carica del filtro intermedio, è possibile
avere un’indicazione dello stato di salute del DC link e provvedere all’ispezione visiva del componente quando la costante di tempo risulta oltre il range di tolleranza accettabile. Una costante di tempo elevata di carica del filtro
può infatti pregiudicare il funzionamento del convertitore stesso, avendo
un impatto diretto di riduzione della potenza disponibile a livello treno.
L’indicatore dello stato di salute del filtro intermedio è basato sulla seguente logica di funzionamento:
–– Costante di tempo carica filtro (funzionamento con catenaria in corrente
continua).
–– Presenza del feedback di chiusura del contattore di precarica DC (acquisito dal sistema di propulsione tramite il modulo di ingresso digitale DX56).
Capitolo 10 - I moderni mezzi di trazione policorrente della flotta Trenitalia
465
–– Costante di tempo carica filtro (funzionamento con catenaria in corrente
alternata).
–– Presenza del feedback di chiusura del contattore di precarica AC (acquisito dal sistema di propulsione tramite il modulo di ingresso digitale DX56).
La costante di tempo con cui viene caricato il filtro intermedio viene
calcolata durante i processi di precarica, sia con catenaria in corrente continua che in corrente alternata, conteggiando il tempo per cui rimane chiuso
il contattore di precarica. Questo permane infatti nello stato di chiusura
fintanto che la tensione non ha raggiunto un livello compatibile con quello
di esercizio del convertitore. Il valore della costante di tempo viene memorizzato all’interno della centralina di propulsione che provvede ad inviarlo
tramite il bus di treno al database diagnostico. Tale valore viene periodicamente inviato al sistema di Terra mediante la centralina MCG.
In base al raggiungimento delle soglie predefinite, viene generato in automatico dal sistema di Terra un avviso manutentivo su condizione:
–– Costante di tempo RC > soglia → effettuare un’ispezione visiva del condensatore del filtro intermedio.
Non essendo attualmente prevista alcuna azione manutentiva preventiva programmata per questo componente, l’indicatore rappresenta uno strumento decisivo per intercettare stati di degrado del filtro intermedio.
10.7.2.3.2.
Tempo di abbassamento del pantografo
Il pantografo è il dispositivo che permette di captare la tensione di catenaria e di alimentare il treno. Il sollevamento avviene in modo pneumatico
attraverso un soffietto, mentre la fase di abbassamento avviene per gravità.
Il pantografo è dotato di una centralina (Pantograph Control Unit) che permette la regolazione della pressione di alimentazione del soffietto del pantografo mediante il comando di una valvola proporzionale, consentendo il
controllo della forza di contatto sulla catenaria al variare della velocità. La
PCU realizza inoltre la diagnostica del pantografo e della linea di contatto
acquisendo due sensori accelerometrici installati nel pantografo. Per rilevare condizioni di possibile danneggiamento meccanico al pantografo è stato
studiato ed introdotto l’indicatore di stato di salute inerente al tempo di abbassamento del pantografo. La PCU rileva, ad ogni cambio tensione, l’indicatore dello stato di salute che è basato sul calcolo del tempo intercorrente tra:
–– Comando di abbassamento del pantografo inviato al SottoSistema di
Bordo.
–– Presenza del feedback di pantografo basso (mediante la misura fornita
dagli accelerometri, che rilevano un cambio repentino di accelerazione
fino ad assestarsi al valore nullo.
La centralina PCU invia il tempo di abbassamento e lo stato di validità
della misura (invalida, valida ed assenza di warning, valida e warning) al
sistema di comando e controllo del treno. Ogni valore relativo al tempo
di abbassamento del pantografo viene periodicamente inviato al sistema di
Terra mediante la centralina MCG. Il sistema di Terra elabora i dati e calcola
giornalmente i seguenti indicatori:
–– Valore medio dei tempi di abbassamento del pantografo.
–– Deviazione standard dei tempi di abbassamento del pantografo.
466
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
In base al raggiungimento delle soglie predefinite, viene generato in automatico dal sistema di Terra un avviso manutentivo su condizione quando:
–– La media dei valori del tempo di abbassamento negli ultimi 3 giorni di
servizio risulta essere > del 130 % per 7 giorni rispetto alla media del
tempo di abbassamento dei primi 3 giorni seguenti alla sostituzione del
componente → controllare il circuito pneumatico e la struttura meccanica del pantografo.
Le operazioni di manutenzione su condizione permettono quindi di integrare il Piano di Manutenzione attuale basato sulla preventiva programmata
di 1° livello ad intervalli chilometrici (500000 km per un controllo del movimento e delle prestazioni (forza statica, tempo di salita/discesa)).
11
IMPIANTI DI
TRASPORTO A FUNE
Giovanni Molinari
Sapienza - Università di Roma
11.1.
INTRODUZIONE
Sono definiti impianti di trasporto a fune tutti quei sistemi di trasporto
in cui la movimentazione di persone o materiali avviene con veicoli azionati da funi. Il progetto e la realizzazione di detti impianti per un trasporto efficiente e sicuro coinvolgono un insieme di competenze tecniche - in
meccanica, elettrotecnica, elettronica, civile, sistemistica - che definiscono
l’Ingegneria funiviaria.
Il trasporto a fune merita pari considerazione rispetto ad altre tecnologie
di trasporto per la grande evoluzione tecnica vissuta e per le prospettive
di ulteriore sviluppo sia nei settori d’impiego tradizionali sia in settori di
respiro ed importanza sociali sempre più vasti.
Con riferimento alle persone, il trasporto a fune è nato storicamente
come mezzo di collegamento tra insediamenti umani isolati in zone impervie di pianura e di montagna, villaggi ed alpeggi, e le attività primarie del
vivere (lavoro, istruzione); tale destinazione ne ha caratterizzato lo sviluppo dalla seconda metà del ‘800 ai primi decenni del ‘900 come freno allo
spopolamento delle montagne per carenza di collegamenti efficienti e come
strumento di difesa dell’equilibrio ecologico.
A queste finalità si è aggiunto nel tempo il soddisfacimento della vocazione turistica di regioni montane rinomate e di località di interesse paesaggistico, che tuttora permane e a cui provvedono impianti adeguati alle
richieste e condizioni locali.
A partire dagli anni 1930 il settore di massima domanda di trasporto
funiviario di persone è senza dubbio quello turistico-sportivo nelle stazioni
di soggiorno e sport invernali. Nate agli inizi del 900 in località montane già
note come centri estivi e termali - solo per citarne alcune, Cortina, Courmayeur, Bardonecchia, Roccaraso, Chamonix, Zermatt, Innsbruck, Megève sono poi proliferate in moltissime parti del mondo particolarmente adatte
come aree sciistiche per l’innevamento intenso e prolungato.
Con l’afflusso di massa agli sport della neve il trasporto funiviario, pur
conservando l’utilità sociale delle origini “circoscritta” alle finalità sopra
indicate, ha sempre più corposamente assunto un ruolo di “bene sociale”
su ampia scala, fino a diventare da circa cinquanta anni una vera e propria
industria socio-economica anche se temporalmente concentrata, essenziale
allo sviluppo economico di intere regioni, tanto da coniare per la neve l’appellativo di “oro bianco”.
468
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Ed è anche evidente che la creazione di lavoro e di prospettive di vita in
zone disagiate per ubicazione e clima possono determinare, e in molti casi è
accaduto, un’inversione di tendenza all’abbandono della montagna.
Per tale trasformazione, la diffusione degli impianti di arroccamento (dal
fondo valle ai campi di sci) e di risalita (al servizio di piste di discesa) - funivie bifuni, funivie monofuni, funicolari, sciovie - è stata e continua ad
essere un fattore di primo piano, con il supporto dei sistemi di innevamento
artificiale sempre più efficienti e dell’informatizzazione dei titoli individuali di trasporto (“skipass”).
Ad essa ha contribuito la continua evoluzione degli impianti, sia come
aumento di prestazioni dei tipi classici sia come proposte e soluzioni innovative, che di fatto ne ha permesso la realizzazione in zone sempre più
impegnative, in passato precluse.
Ma c’è un altro importante settore in cui sistemi funiviari si vanno diffondendo ed è quello del trasporto pubblico locale per l’elevata capacità e
l’agevole conduzione che oggi il progresso tecnico e tecnologico offrono.
Tale impiego, più volte affacciatosi nel corso del tempo, è divenuto da qualche decennio sempre più frequente come modalità di spostamento di masse in aree urbane congestionate, offrendo una valida alternativa al traffico
stradale, con un efficace contributo alla riduzione dell’inquinamento e del
consumo di energia.
Impianti elettivi al riguardo sono le cabinovie aeree a collegamento temporaneo dei veicoli e le funicolari terrestri, sia nella configurazione tradizionale sia nella veste assolutamente nuova di tramvie a fune (Cable car,
People mover) e di vere e proprie metropolitane urbane (minimetrò). Tali
impianti, già presenti in numerosi Paesi del mondo, hanno capacità dì trasporto in grado di raggiungere e superare 4000-5000 persone/ora per senso
di marcia su distanze anche lunghe, in concorrenza quindi con i mezzi di
trasporto convenzionali.
In un esame panoramico più generale, il ricorso ad impianti a fune riguarda, per ragioni tecniche, economiche e logistiche, moltissimi altri settori: il trasporto di merci e materiali su distanze anche enormi, lo spostamento di operatori e materiali in cantieri a servizio di costruzioni idrotecniche
ed elettriche, la movimentazione di carichi in generale, ad esempio tra infrastrutture portuali, tra moli e terminali costieri e navi al largo, e infine, i
settori agricolo e forestale.
Fa parte della civiltà contadina l’uso di funi per portare a valle balle di
fieno, fascine, tronchi ed altro, con costi nettamente inferiori rispetto all’impiego di veicoli agricoli su sentieri e strade; vantaggi simili si hanno nel
trasporto del raccolto di piantagioni in zone tropicali.
Il ricorso a teleferiche di servizio in cantieri di costruzioni è parimenti
vantaggioso anche se oggi c’è la concorrenza dell’impiego di elicotteri.
Notizie sulle straordinarie realizzazioni nel settore del trasporto a distanza sono nel Paragrafo 11.10. concernente le teleferiche per materiali.
Alla base della preferenza del trasporto a fune rispetto ad altri sistemi
di trasporto, in particolare su strada o ferrovia, ci sono ragioni soprattutto
economiche, quali i consumi di energia inferiori di 50-80 %, il minore impegno costruttivo, i contenuti costi di manutenzione, cui si aggiungono fattori
operativi ed ambientali di primario interesse quali l’elevata silenziosità e la
ridotta produzione di inquinanti.
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
469
D’altra parte, un fattore inizialmente sfavorevole quale l’impatto visivo,
specie per impianti aerei, appare oggi fortemente sminuito dalla crescita
estetica dell’architettura delle stazioni e delle altre infrastrutture civili che
sempre meglio si inseriscono nel paesaggio montano e in quello urbano
anche di città famose (Londra, New York, Caracas, La Paz, Detroit, Torino,
Perugia ecc.).
11.2.
SINTESI STORICA DEL TRASPORTO A FUNE
L’impiego da parte dell’uomo di organi flessibili come corde e cavi per
il superamento di ostacoli, burroni, fiumi, dislivelli, nello svolgimento di
attività, nella movimentazione di carichi, come vie di fuga, è molto antico.
A parte reperti di funi con fili in bronzo, il più antico dei quali rimane
lo spezzone di 57 fili da 0,7 mm di diametro lungo 4,5 m trovato a Pompei,
e notizie dell’impiego di corde vegetali in Cina nel VI-VII sec., i primi documenti scritti risultano l’opuscolo “Schedula diversarum artium” sull’arte
di trafilare fili metallici del monaco Teofilo del XII sec. e libri medievali
giapponesi, in uno dei quali c’è un disegno che mostra forse un monaco trasportato in una cesta legata ad una grossa corda verso forse un eremo, in un
altro (il “Taiheiki”) si narra di un imperatore che cerca scampo sorpassando
un vallone con una funicolare rudimentale di corda vegetale (in inglese YenWild Monkey).
Da quel tempo datano notizie provate di superamento di fiumi e burroni
in Brasile, India, Nuova Zelanda, per mezzo di sistemi rudimentali con funi
vegetali fissate alle estremità, lungo cui le persone si spostavano a forza di
braccia o trainate da altra fune manovrata da persone a terra, di alcuni dei
quali si conserva ancora traccia.
Di seguito sono elencate le più significative tappe del trasporto mediante
funi a tutt’oggi, citate in documenti o storicamente accertate.
1411 - Un disegno contenuto nel libro “Kriegsbuch” di J. Hartlieb, la più antica rappresentazione grafica di impianto a fune pervenuta, mostra un cesto
fissato ad una fune vegetale chiusa ad anello su due pulegge una delle quali
azionata con un arganello a mano, per rifornimento di un castello.
1440 - Un disegno di M. Jacobus (Taccola) mostra un cannone spostato lungo una fune vegetale fissa da una seconda fune mossa da un bue.
1536 - Gli spagnoli costruiscono la funivia Santanda-Merida in Venezuela
e i francesi la funivia di Guregra (Fez, Marocco) con veicolo da 10 persone
mosso da una fune vegetale azionata da argano a mano.
1616 - Nel libro Machinae novae di F. Veranzio (edito a Venezia) appare un
impianto bifune che supera un fossato di cinta di una città medievale.
1644 - L’olandese A. Wybe costruisce un impianto di trasporto terra per i
lavori di fortificazione della città di Danzica, costituito da una fune mobile mediante pulegge montate su pali alla quale erano fissati contenitori in
moto continuo, impianto che si ritrova anche nelle fortificazioni di Mosca.
La Figura 11.1 riporta immagini dei primordi del movimento e del trasporto per mezzo di funi.
Nelle realizzazioni suelencate la fune è in fibra tessile. Di fatto, anche se
fili di metallo sono citati nei documenti storici riportati e si trovano anche
470
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 11.1:
Immagini dei primordi
del trasporto via fune
[3], [18].
in annotazioni di Leonardo e si ha anche notizia di esperimenti condotti nei
secoli XIII ÷ XVIII in Europa, occorre attendere il 1825 per l’impiego di una
fune in un impianto di trasporto.
1825 - La funicolare per materiali costruita da Purkinje a Vienna inaugura
gli impianti di trasporto con una fune metallica.
1834 - L’inglese J. Albert costruisce le prime funi a trefoli di 4 fili, avvolte a
mano, in ferro desolforato (resistenza ∼ 400 N/mm2) per impiego in miniera
dando il nome ad un tipo di avvolgimento dei fili (Albert-Lang).
1839 -1840 - Nascono le prime fabbriche di funi metalliche a Falun (Svezia)
e a Colonia sede della Ditta Felten-Guilleaume.
1850 - Si ha notizia dell’installazione di un rudimentale impiantino di 240 m
sul fiume Niagara a valle delle cascate.
1851 - Apre a Lecco il primo stabilimento della fabbrica di funi italiana
Redaelli, costituitasi in società nel 1870, attualmente in Val Trompia (BG).
1861 - L’ing. americano Cypher costruisce la prima teleferica bifune con
piloni in legno per trasporto materiale in recipienti ammorsati alla fune in
una miniera in Colorado; a Bad Oyenhausen nella Prussia orientale una rudimentale bifune di 150 m, impiegava come via di corsa una barra di acciaio
al posto della fune.
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
471
1861 - La prima funicolare terrestre a va e vieni viene installata dalla ditta
Agudio di Torino nella stazione di Dusino sulla ferrovia Torino-Asti; essa
muoveva i treni, per mezzo di due funi su una delle quali, fissa, si avvolgevano due tamburi girevoli montati sulle vetture mentre l’altra, mossa da un
argano e rinviata su pulegge, faceva rotare i tamburi.
1862 - Entra in servizio la funicolare di Lione, mossa da un motore a vapore,
con vetture a due piani, inserita nel sistema di trasporto cittadino.
1866 - L’ing. tedesco Ritter costruisce a Sciaffusa la prima funivia per persone, lunga 101 m, con cabina biposto su 4 funi portanti e fune mossa da
argano a mano, per l’ispezione delle turbine della centrale sul Reno.
1869 - L’ing. inglese Hodgson costruisce una funivia monofune a moto continuo
e veicoli collegati con un morsetto ad appoggio, brevetto Robinson del 1856.
Comincia lo sviluppo delle funicolari terrestri azionate da motrici a vapore, turbine idrauliche, motori a gas e anche dalla gravità con zavorra d'acqua e poi da motori elettrici.
1872 - Il tedesco Von Ducker costruisce una funivia bifune per trasporto materiali, con fune di sostegno dei vagoncini poggiata su scarpe e fune traente
in moto continuo collegata ai vagoncini con morsetti a vite, sostituiti nel
1879 dai morsetti a ganasce dell’ing. austriaco Obach (brevetto1870).
1873 - Gli ingg. tedeschi Bleichert e Otto costruiscono la prima funivia bifune per trasporto di carbone, introducendo i contrappesi di tensione.
1873 - A San Francisco Smith Hallidie realizza il primo “cable car”, un tram
trainato da una fune in moto canalizzata sotto il livello stradale.
1890 - Nascono le prime ditte costruttrici di impianti a fune: la Pohlig a Colonia, che incorpora l’azienda Obach, e a Lipsia la Bleichert, fondata dagli
ingg. Bleichert, Kramer e Otto.
1892-1893 - Vengono aperte le prime funivie a scopo turistico, a Berlino, e
per trasporto pubblico, a Knoxville sul fiume Tennessee (USA), Blackpool
(N.Z.), cui segue nel 1894 quella di Leopoli (oggi in Polonia).
1893 - Viene impiegato per la prima volta il freno sulla rotaia degli ingg.
svizzeri Bucher e Durrer nella funicolare di Stanserhorn.
1894 - Gli ingg. italiani Ceretti e Tanfani costruiscono per l’Expo di Milano
una funivia bifune a va e vieni con cabine da otto passeggeri, cui seguono,
sempre per Fiere ed Esposizioni, quelle di Ginevra, Buenos Aires e Rio de
Janeiro nel 1896 e quelle di Vienna e Torino nel 1898.
1900 -1901 - Vengono aperte le funicolari di Montmartre, del Tibidabo, di
Hungerburg, della Mendola, del Renon.
A partire dai primi decenni del XX Sec. inizia lo sviluppo effettivo su
scala mondiale degli impianti aerei.
1907 - Entra in funzione la funivia bifune di S. Sebastiano in Spagna, costruita dalla ditta spagnola Torres y Quevedo.
1908 - Nasce la prima funivia bifune alpina a Grindelwald in Svizzera al
Wetterhorn a campata unica. Apre la funivia del Kohlern a Bolzano.
1909 - In Colorado una funivia monofune a moto continuo, con 26 cabine
aperte quadriposto con morsetti disammorsabili, supera in 2,1 km il dislivello di 1800 m.
472
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
1912 - Sulla funivia bifune a va e vieni Lana S. Vigilio vengono impiegati
per la prima volta sostegni in acciaio e viene installato un freno di sicurezza
sulla fune portante. Apre la funivia del Pan di Zucchero a Rio de Janeiro.
1912 - La Pohlig costruisce la teleferica per trasporto carbone Savona - San
Giuseppe di Cairo lunga 18 km, primato del tempo, con portata di 3000 t/
giorno.
1915 -1918 - Migliaia di impianti vengono installati sulle montagne da italiani e austriaci nella Grande Guerra per trasporto di armamenti, di vettovaglie, di feriti, di caduti.
1923 - Nella funivia Merano-Avelengo, con campata di oltre 1500 m, la più
lunga del tempo, viene introdotto dall’ing. austriaco Zuegg il rivoluzionario
criterio delle funi portanti “molto tese” (coefficiente di sicurezza rispetto
alla rottura prossimo a tre, valore odierno), già proposto anni prima dall’Ing.
Ferretti (applicato poi nella funivia di Montecassino del 1926).
1924 - In Svizzera, a Montana, viene costruita la prima funicolare su neve
o slittovia.
1925 - Viene costruita la funivia Trento-Sardagna con duplice anello trattivo e adozione del freno sulla portante.
1928 - Vede la luce la funicolare centrale di Napoli, con treni di tre vetture
da 100 persone, con la maggiore portata del tempo.
1930 - Appaiono in Usa (Sun Valley, Idaho), le “rope tow” (manovie), sciovie a fune bassa di canapa con sciatori aggrappati a mano.
1930 - La ditta tedesca Heckel costruisce a Friburgo (Foresta Nera) la prima
bifune con due anelli traenti e vetture che nelle stazioni si agganciano e
sganciano mediante morse.
1934 - La ditta Bleichert costruisce a Davos, su progetto dell’Ing. Constam,
la prima sciovia a fune alta. Entra in funzione a Grenoble la funivia urbana
della Bastille, bifune con cabine riunite in gruppi (impianto pulsé).
1935-6 - È realizzata a Sun Valley (Idaho, USA) dalla Union Pacific Railroad
di Chicago la prima seggiovia su brevetto Curran, lunga 720 m con dislivello 216 m.
1939 - Appare la prima seggiovia in Europa a Pustevny, nell’allora protettorato di Boemia e Moravia, realizzata dall’ing. Nevrly.
1941 - La ditta americana Riblet realizza l’attacco dei veicoli alla fune traente con pezzi metallici inseriti all’interno (brevetto Hansen).
1944 - 45 - Prende piede il collegamento temporaneo dei veicoli alla fune,
con prima realizzazione nel 1946-47 nella seggiovia biposto di Grindelwald
in quattro tronchi, lunga 4355 m con dislivello di 1105 m, ad opera della
ditta svizzera Von Roll.
1951 - Viene realizzato il primo impianto monofune a moto unidirezionale
continuo a collegamento temporaneo con cabine biposto ad Alagna Valsesia
dalla ditta Carlevaro.
1952 - Nella funivia bifune Plan Maison - Furggen si raggiunge la lunghezza
di campata di 2887 m con velocità di marcia di 9,4 m/s.
1955 - Una funivia bifune con moto unidirezionale e veicoli a collegamento temporaneo, sistema Walmannsberger-Pohlig, è costruita a Bormio dalla
ditta Badoni di Lecco.
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
473
1955 -7 - Viene costruita la funivia “Vallée Blanche” di 5 km tra punta
Helbronner a 3500 m e l’Aiguille du Midi a 3800 m (progetto Zignoli), con
treni di cabine quadriposto a moto intermittente, con cui viene realizzato
l’attraversamento del Monte Bianco tra Courmayeur e Chamonix, mediante
cinque funivie, tre in territorio italiano e due in territorio francese (ditte
Heckel, Italia Funivie, Ceretti & Tanfani).
1958 - Viene realizzata dalla ditta Habegger la funivia Merida – Pico Espejo
(Venezuela) che supera in 12 km un dislivello di 2,5 km con stazione di
monte a quota 4800 m.
1976 - Entra in esercizio la funivia bifune urbana “Roosevelt Island
Tramway” a New York.
1978 - Prima funivia bifune senza freno sulla portante e due funi traenti.
1981 - Entra in funzione un impianto automatico ”people mover” (APM semicontinuo) della ditta Soulé sulla linea Parigi-VillePinte.
1983 - Viene realizzata dalla ditta Poma la prima funivia monofune a collegamento temporaneo con due funi portanti-traenti accoppiate, sistema DMC
dell’ing. francese D. Creissels.
1984 - Viene realizzata a Courchevel la prima funivia bifune senza freno di
vettura ed unica traente (“a sicurezza intrinseca”).
1985 - Entra in funzione a Serfaus (Austria) una metropolitana totalmente
automatica con un veicolo mosso a navetta su cuscino d’aria.
1987 - Primo ascensore inclinato a Morzine (Francia).
1989 - Viene aperto il minimetrò di Laon (Francia) costruito dalla Poma.
1990 - Entra in funzione il “Funitel” primo impianto monofune a duplice
anello trattivo, evoluzione del DMC.
1991 - La ditta Von Roll introduce l’impianto bifune a moto unidirezionale
continuo con collegamento temporaneo dei veicoli con due portanti e una
traente, sistema 3S.
1999 - La ditta Leitner costruisce la cabinovia bifune a moto unidirezionale
continuo, riprendendo il sistema Walmannsberger-Pohlig ricorrente nelle
teleferiche per merci, adattato al trasporto persone dalla ditta Waagner Birò,
sistema 2S.
1999 - Apre all’esercizio a Milano la metropolitana a fune (APM) Cascina
Gobba - S. Raffaele, con moto a navetta di vetture da 40 posti su unica via di
corsa di 682 m con sdoppiamento in mezzeria per l’incrocio.
2003 - Prima realizzazione dell’impianto monofune combinato, con seggiole
e cabine insieme in linea, riprendendo un precedente nel 1944 che operava
da sciovia in inverno e seggiovia-cabinovia in estate.
2004 - Entra in funzione sul passo Stelvio il “Funifor”, primo impianto bifune con unico anello trattivo in quattro rami, costruito dalla ditta Doppelmayr-Agamatic.
2008 - Entra in funzione a Perugia la metropolitana a fune (APM, sistema semicontinuo) Pian di Massiano - Pincetto a due vie di corsa con sette stazioni, lunga 3 km con 161 m di dislivello, e vetture da 50 posti equidistanziate,
realizzato dalla ditta Leitner.
474
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
2010 - Entra in funzione a Venezia la navetta (people mover) Isola Tronchetto - Piazzale Roma (con stazione intermedia) a due vie di corsa in piano,
lunga 870 m, con treni da 200 persone, della Doppelmayr.
Le tappe storiche elencate descrivono uno sviluppo impiantistico che ha
visto fondere nel tempo l’evoluzione delle tipologie fondamentali - intesa
come progresso tecnologico di prodotti industriali di caratteristiche e prestazioni ottimali, con economie di investimento e di produzione - e l’introduzione di idee innovative con nuove configurazioni mono- e bifune (2S e
3S, DMC, DLM, Funitel, Funifor).
In tale processo si è potentemente inserita, dando un contributo spesso
decisivo all’aumento continuo della capacità di trasporto, la progressiva automazione del funzionamento, resa possibile dall’impiego massiccio dell’elettronica fine e di potenza, in schemi, componenti, programmi di gestione
e controllo, fino allo stadio totale.
L’esercizio di un moderno impianto a fune è gestito da un sistema di comando programmabile e memorizzabile implementato su PC.
11.3.
CLASSIFICAZIONE E TIPOLOGIA
Lo straordinario sviluppo degli impianti a fune nella seconda metà del
‘900 ha posto l’esigenza di una classificazione come strumento di individuazione dei vari tipi di impianti.
L’elevato numero di parametri che possono essere presi come base dell’ordinamento, anche in vista di possibili novità concettuali e realizzative, dà
tuttavia origine ad un notevole spettro di criteri informativi, tenuto anche
conto dei requisiti di comodità e praticità di impiego perché il prodotto
non rimanga riservato agli esperti del settore ma sia utilizzabile anche da
semplici utenti.
I parametri che in generale intervengono a differenziare un impianto da
un altro nell’ambito di una classificazione tipologica possono essere agganciati a tre gruppi di caratteristiche: impiantistiche, geometriche, economiche; peraltro, le geometriche (lunghezze, dislivelli, profili altimetrici), un
tempo differenzianti, hanno oggi un’influenza ridotta e le economiche diventano importanti quando si analizzano le prestazioni dell’impianto alla
luce della validità dell’investimento, per cui l’interesse viene rivolto unicamente alle caratteristiche impiantistiche.
Con riferimento ad esse i parametri di classificazione più significativi
appaiono soprattutto i seguenti:
–– le caratteristiche della via di corsa;
–– il numero delle funi che realizzano il trasporto;
–– il sistema di trasmissione del moto ai veicoli;
–– la forma del moto;
–– le modalità del collegamento del veicolo alla fune;
–– la tipologia del veicolo.
Possono poi avere importanza in un secondo piano:
–– l’oggetto del trasporto;
–– la finalità del trasporto;
–– il grado di intervento delle persone trasportate o le modalità di carico nel
caso di trasporto materiali.
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
11.3.1.
475
CARATTERISTICHE DELLA VIA DI CORSA
Per tale parametro gli impianti a fune appartengono a due grandi famiglie:
–– le funicolari aeree, in cui la via di corsa dei veicoli è una fune sospesa e
dunque essi viaggiano appesi;
–– le funicolari terrestri, in cui la via di corsa dei veicoli è poggiata sul
suolo in forma di rotaie, di pista di neve, di terra battuta.
Nelle funicolari aeree le funi sostengono e muovono i veicoli, ed il suolo
è utilizzato solo per le stazioni e i sostegni eventualmente richiesti dal profilo altimetrico. Comprendono la stragrande maggioranza degli impianti a
fune, ed in particolare:
–– le funivie monofune, seggiovie e le cabinovie;
–– le funivie bifune;
in tutte le loro configurazioni.
Nelle funicolari terrestri la fune svolge unicamente la funzione di trazione dei veicoli. Le forme costruttive che nel corso del tempo hanno impiegato il terreno come via di corsa comprendono:
–– le funicolari propriamente dette, in cui i veicoli si muovono su rotaie;
–– le rotovie, in cui i veicoli si muovono su una sede stradale;
–– le slittovie, in cui i veicoli, a forma di grosse slitte, si muovono su piste
innevate;
–– le sciovie, in cui i veicoli sono gli stessi viaggiatori (sciatori) che si muovono tramite sci su una pista di neve opportunamente attrezzata.
Poiché le rotovie e le slittovie sono scomparse e le sciovie costituiscono
un settore a parte, il nome funicolari è rimasto a designare unicamente le
funicolari terrestri con sede rigida. In esse potrebbero rientrare i tram a
fune (cable car), le metropolitane a fune, i people mover, ma l’importanza
acquisita da tali impianti per peculiarità di moto dei veicoli e modalità di
azionamento portano a classificarli come a se stanti (Par. 11.11.).
11.3.2.
MODALITÀ DI TRASMISSIONE DEL MOTO AI VEICOLI
Premesso che l’energia per il moto è comunque fornita all’impianto da
un motore, la distinzione riguarda l’organo mediante il quale la forza motrice perviene al veicolo; esso può essere:
–– una fune, distinta da quella che ha funzione di sostegno oppure coincidente con essa e in tal caso può essere costituita da un solo ramo o
articolarsi in due rami formanti un anello chiuso;
–– un motore a bordo del veicolo ed in tal caso si ha un impianto a fune solo
se la via di corsa è una fune su cui si muove un veicolo automotore (sistema escluso di norma per trasporto di persone, ma usato per materiali).
11.3.3.
TIPO DI MOTO
Negli impianti a fune possono aversi due tipi di movimento sia per il
veicolo sia per la fune con riferimento allo spazio e al tempo:
–– alterno sulla via di corsa, detto a va e vieni, giocoforza discontinuo nel
tempo, con veicoli che corrono su unica via di corsa o su due vie di corsa, con concordanza di moto tra fune e veicoli;
476
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
–– unidirezionale, svolgentesi su due vie di corsa, che può essere continuo
o intermittente, comune o diverso per fune e veicoli.
11.3.4.
NUMERO DI FUNI
In un impianto funiviario sono presenti funi per varie funzioni; alle due
principali di sostegno e trazione dei veicoli possono aggiungersi funzioni di
soccorso, di segnalazione, di comunicazione.
Con riferimento unicamente alle due funzioni di sostegno e trazione, i
termini bifune e monofune indicano l’affidamento di esse rispettivamente a
due funi distinte, denominate portante e traente, oppure ad una sola fune,
denominata portante-traente. Tuttavia, per ragioni costruttive, di sicurezza
ed operative, o per schemi di principio funzionale ciascuna delle due funzioni può essere svolta da più funi.
Si hanno così le due grandi classi di impianti seguenti.
Funivie bifuni
In esse il sostegno dei veicoli è affidato alla fune portante e la trazione di
essi alla fune traente. Possono esservi:
–– una portante ed una traente, in impianti “va e vieni” ad unica via di corsa, ad alaggio o con anello trattivo;
–– due portanti ed una traente, in impianti va e vieni a due vie di corsa con
anello trattivo e in impianti a moto continuo;
–– due portanti ed una fune traente in doppio anello, nell’impianto a va e
vieni sistema “funifor”;
–– quattro portanti (impianti va-vieni con due portanti per via di corsa ed
anello trattivo).
In funivie bifuni del passato erano presenti altre funi con compiti particolari, come la fune-freno per l’arresto in emergenza delle vetture e la fune
di soccorso per il recupero dei viaggiatori in caso di fermata per guasto
dell’impianto; tali funi figuravano nel conteggio sicché si parlava di impianti trifuni e peraltro trifuni erano definite le teleferiche aeree per trasporto
materiali costituite da due portanti ed una traente.
Funivie monofuni
In esse entrambe le funzioni di sostegno e di trazione dei veicoli sono
assegnate alla fune portante-traente. Possono aversi:
–– una portante-traente (seggiovie, cabinovie, telecabine, sciovie);
–– due portanti-traenti parallele sincrone (impianti DMC e “funitel”).
11.3.5.
TIPO DI COLLEGAMENTO DEL VEICOLO
Il collegamento del veicolo alla fune di trazione può essere:
–– permanente, mediante attacchi fissi e in tal modo veicolo e fune hanno
ugual legge di moto;
–– temporaneo, mediante attacchi serrabili e scioglibili nelle stazioni, per
cui veicolo e fune seguono alla partenza e all’arrivo leggi di moto diverse.
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
11.3.6.
477
TIPO DI VEICOLO
La distinzione più significativa riguarda l’interazione fra passeggero ed
esterno e si hanno:
–– veicoli aperti, realizzati in varia foggia, in particolare seggiole ma anche
contenitori aperti (gabbie, cestelli);
–– veicoli chiusi, denominati vetture nelle bifuni e cabine nelle monofuni.
Nelle funicolari terrestri i veicoli sono vetture chiuse, in particolare nel
trasporto pubblico di massa; in impianti del passato a destinazione turistica
sono state impiegate vetture aperte, operanti comunque a bassa velocità.
Nelle sciovie i veicoli coincidono con gli sci mentre nelle vecchie slittovie del passato erano costituiti da piattaforme aperte.
La combinazione dei parametri suelencati dà luogo alle seguenti tipologie di impianto:
–– bifune tradizionale;
–– monofune tradizionale;
–– impianto con fune portante e veicoli automotori (palorci, fili a sbalzo);
–– funicolare terrestre su rotaia;
–– funicolare terrestre su neve (sciovia, slittovia);
–– funicolare terrestre su terreno battuto (rotovie);
–– impianto con percorso prossimo al verticale (ascensori inclinati).
Non vengono considerati di regola come impianti funiviari gli ascensori
verticali e i montacarichi ancorché svolgenti servizio pubblico.
La Tabella 11.1 riassume le principali categorie di impianto. Ciascuna
ha caratteristiche peculiari proprie, da cui derivano differenze rilevanti di
progettazione e costruzione e quindi di prestazioni e costi di esercizio.
Tabella 11.1:
Classificazione semplificata degli impianti a
fune.
Categoria
Funicolare
Terrestre
Funicolare
Aerea
11.3.7.
Via di corsa
Persone
Merci
rotaie
funicolare
piano inclinato
neve
sciovia
slittovia
-
terreno battuto
rotovia
-
fune portante
bifune
teleferica bifune
fune portante-traente
monofune
teleferica monofune
PARAMETRI SECONDARI
Oggetto e carattere legale del trasporto
L’oggetto trasportato può comprendere per sone e merci (materiali, animali, macchine); il trasporto può essere anche promiscuo per persone e materiali in contemporanea o in tempi separati, con le caratteristiche dell’impianto evidentemente previste per il trasporto di persone.
Riguardo al carattere legale, nel senso di implicanze giuridiche derivanti
dalla destinazione del servizio, il trasporto può essere pubblico o privato.
Il servizio pubblico per persone può avere, come si è visto, finalità turistico-sportive o sociali, montane e urbane, anche combinate.
478
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Il servizio pubblico per merci può riguardare il trasporto di materiali e
materie per stabilimenti di tutti i tipi (cementifici, zuccherifici, saline, cokerie), la movimentazione di carboni e di combustibili in genere per centrali
industriali e termoelettriche di potenza), il trasporto di prodotti finiti dal
sito di produzione a quello di destinazione (imbarco, ferrovia). Può inoltre
avere una funzione importante in infrastrutture quali progetti civili di dimensioni rilevanti, servizi forestali, smaltimento di rifiuti.
Il servizio privato può avere finalità sociali (trasporto operai sul luogo
del lavoro), industriali (all’interno di stabilimenti produttivi, ed anche turistiche asservite a strutture ricettive.
Modalità di presenza dei viaggiatori e di carico delle merci
La presenza delle persone può essere ininfluente per la regolarità e la
sicurezza della marcia, come nelle grandi vetture presenziate di bifuni, o
essere in qualche modo collaborativa, con comportamenti in marcia o nelle
operazioni di stazione che non generino rischi per l’incolumità propria e
altrui né provochino l’arresto del funzionamento.
Nel trasporto di merci, le modalità di carico dei veicoli possono influire
sulla regolarità di marcia nell’esercizio automatizzato.
11.3.8.
CLASSIFICAZIONE CEN
La recente normativa europea (CEN) degli anni 2005-2007 sugli impianti
a fune destinati al trasporto di persone, recepita dai Paesi membri, prevede
tre tipi di impianti:
–– funicolare: impianti a fune i cui veicoli sono trainati da una o più funi e
corrono su un binario fisso al suolo o a strutture fisse di sostegno.
–– funivia: in senso ampio, gli impianti a fune i cui veicoli sono sospesi ad
una o più funi, qualunque sia il tipo di movimento delle funi, la funzione
da esse svolta, la modalità di collegamento veicoli-fune, il tipo di veicolo;
–– sciovia: impianti a fune in cui i passeggeri, con sci ai piedi o dotati di
mezzi speciali idonei, sono trainati lungo una pista predisposta mediante dispositivi di traino collegati ad una fune in moto.
Rinviando la descrizione dettagliata dei singoli impianti nei paragrafi appositi, diamo qui le informazioni che permettono di comprendere gli schemi delle Figure 11.2 → 11.7 che illustrano i tre tipi citati nelle loro forme
classiche tradizionali, senza entrare nelle configurazioni innovative - funifor, 2S, 3S, funitel, APM - i cui schemi si trovano nei Paragrafi 11.7 e 11.11.
Esaminiamo dunque le tre suddivisioni CEN lasciando per ultima la funivia per la varietà impiantistica in cui si articola.
La funicolare ha una configurazione alquanto rigida, con azionamento
alla stazione superiore; nello schema comune con due veicoli in moto in
verso opposto, può esservi una sola via di corsa con raddoppio del binario
in mezzeria per l’incrocio dei veicoli, o una doppia via di corsa, Figura 11.2.
La fune di trazione, che si avvolge sulla puleggia motrice, può essere
configurata a semianello i cui estremi sono fissati alle due vetture oppure ad
anello diviso in due semianelli di cui l’inferiore si avvolge su una puleggia
di rinvio posizionata alla stazione inferiore che riceve un tiro prodotto da
un contrappeso, come in Figura 11.2, o da un tenditore idraulico.
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
479
Figura 11.2:
Schema di funicolare
terrestre: m puleggia
motrice, r puleggia di
rinvio, C contrappeso di
tensione, V veicoli, rotaia e rulli di linea [9].
Figura 11.3:
Schema di sciovia a
fune alta mono e biposto: m, r pulegge motrice e di rinvio, C contrappeso dell’anello, t,
t1, t2 traini, s sostegno
di linea, rs rulliera [9].
La sciovia consiste in un
anello trattivo che fa capo
a due pulegge di estremità
aventi funzione di motrice e di tenditrice, e traina
sciatori; nella grande maggioranza dei casi la fune
“corre alta”, sorretta da
sostegni, Figura 11.3 ma
esiste anche il tipo detto “a
fune bassa”.
La funivia aerea può assumere, come detto, diverse configurazioni e forme
di realizzazione impiantistica in dipendenza da:
–– tipo di movimento dei
veicoli;
–– numero e funzione delle funi;
–– forma e struttura dei veicoli.
Riguardo alla forma di moto dei veicoli derivante dal moto della fune si
distinguono gli impianti seguenti:
–– funivia a va e vieni;
–– funivia a moto unidirezionale, che può essere continuo, discontinuo o
intermittente (pulsé).
A seconda del numero di funi per sostegno e trazione si distinguono:
–– funivie bifune;
–– funivie monofune.
480
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
A seconda del tipo di
veicolo si distinguono:
–– seggiovie
–– cabinovie a veicoli
chiusi;
–– cabinovie a veicoli
aperti;
–– seggiocabinovie con
seggiole e cabine simultaneamente in linea.
Le Figure 11.4, 11.5,
11.6, 11.7 ne mostrano
gli schemi impiantistici.
Figura 11.4:
Funivia bifune a va e
vieni: p1, p2 funi portanti, t anello trattivo,
V veicolo; m, r pulegge
motrice e di rinvio, ta
tamburi di ancoraggio
portanti, Cp, Ct contrappesi di portante e
traente [3].
In Figura 11.7 è riportato infine lo schema di una monofune cabinovia
a collegamento temporaneo dei veicoli in cui le vetture in stazione, non
collegate alla fune, sono condotte su guide (rotaie) da un ramo all’altro della
linea spinte da un convogliatore. I veicoli lasciano la fune e la riprendono
mediante travi di rallentamento ed accelerazione mostrate in seguito.
11.3.9.
CLASSIFICAZIONE SEGNALETICA
Figura 11.5:
Monofune seggiovia ad
attacchi fissi:
pt portante-traente; V
veicolo; mo morsetto;
r pulegge motrice e di
rinvio; ft fune tenditrice; C contrappeso.
Con il nome di classificazione “segnaletica” viene designata la
registrazione degli impianti presenti in Italia
in un elenco, il Registro
Nazionale Impianti a
Fune (R.I.F.), che li individua mediante un
“numero di targa” formato in successione da
un codice di due lettere
indicanti la Regione di
appartenenza e il tipo
di impianto, da un numero indicante l’ordine
progressivo in base alla
data di collaudo, dalla
sigla della provincia in
cui l’impianto è situato,
dai nomi delle stazioni
estreme con la quota di
esse.
La lettera assegnata alla Regione è riportata nel Codice della Strada, il
tipo di impianto è designato dalle lettere B (bifune), C (monofune a collegamento temporaneo), M (monofune a collegamento permanente), S (sciovia), F (funicolare terrestre).
Figura 11.6:
Monofune cabinovia
ad attacchi fissi; pt
portante-traente; V
veicolo; mo morsetto;
r pulegge motrice e
di rinvio, ti tenditore
idraulico, sl slitta.
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
481
Figura 11.7:
Monofune cabinovia
a collegamento temporaneo; f portantetraente; V veicolo; m,
r pulegge motrice e di
rinvio; rgs rotaie giro
stazione [9].
11.4.
COMPONENTI DI BASE DEGLI IMPIANTI
11.4.1.
FUNI
Le funi per trasporti funiviari, ed in particolare le portanti e le traenti,
sono formate con fili di acciaio al carbonio con modeste presenze di Mn, Si,
Cr, Ni, Cu e rigidi limiti per S e P ritenuti elementi patogeni.
I fili sono ottenuti per trafilatura a freddo di vergelle con trattamento
termico (patentamento) per affinare ed omogeneizzare la struttura granulare
al fine di ottenere proprietà geometriche e meccaniche uniformi ed elevate,
in particolare carichi di rottura anche di 220 daN/mm2 anche se con valori
così spinti può aumentare il rischio di fragilizzazione.
Hanno sezione di regola circolare, fili tondi, cui soprattutto è demandata
la resistenza meccanica, ma anche di forma particolare, sagomati a S e Z
(usati nelle funi chiuse).
Per i fili tondi, individuati dal diametro, sono importanti proprietà elastoplastiche il carico di rottura, l’allungamento e il numero di piegamenti a
flessione e a torsione a rottura, controllate da severe regolamentazioni.
Nelle funi per altre funzioni, telefoniche, di segnalazione, possono esserci fili zincati anch’essi definiti da norme.
11.4.1.1.
Tipologia delle funi
I tipi di funi si distinguono per la formazione, la cordatura, da cui derivano la massa lineare e la resistenza totale a rottura.
Riguardo alla formazione - cioè al numero e dimensioni dei fili e alle
modalità di assemblaggio dell’insieme - si distinguono funi rigide e funi
flessibili.
–– Funi rigide. Sono costituite unicamente da fili tondi, che possono essere
disposti ad elica in strati concentrici in numero 1 + 6 + 12 + …, oppure
riuniti a formare trefoli - funi elementari formate in genere da 1 + 6 fili
- a loro volta disposti in uno o più strati attorno ad un trefolo centrale;
con la prima disposizione si hanno le funi spiroidali, con la seconda le
cosiddette funi Ercole.
Sono impiegate anche funi con nucleo spiroidale a più strati e manto
esterno formato da trefoli, dette funi semiercole.
482
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Nelle spiroidali per funivie, essendovi con fili tondi il pericolo di srotolamento in caso di rottura, lo strato esterno o gli ultimi due, e recentemente anche
tre strati, sono costituiti da fili sagomati (a S o Z) che, sebbene meno resistenti, conferiscono ad esse un aspetto esterno liscio, da cui il nome di “chiuse”.
La Figura 11.8 mostra tipi di funi rigide spiroidali, pure (soli fili tondi) e
chiuse, e a trefoli Ercole e semiercole.
Figura 11.8:
Funi rigide. Sopra:
spiroidali, formazione
1 + 6 + 12 + …,
pure e chiuse (due strati di fili sagomati); sotto: Ercole e semiercole.
Fig. 11.9:
Funi flessibili. In alto,
formazione del trefolo:
da sinistra, normale,
Seale, Warrington, Warrington-Seale, Filler. In
basso, le funi corrispondenti a trefoli normali,
Seale, Warrington (sopra), Warrington-Seale
e Filler (sotto).
–– Funi flessibili. Sono costituite da un nucleo centrale (anima), un tempo
in fibra tessile oggi usualmente in plastica, designata con la lettera A, su
cui è avvolto uno strato di sei funicelle spiroidali, i trefoli, che per impieghi non funiviari possono avere anch’essi un’anima centrale.
I trefoli possono avere fili tondi di uguale diametro - formazione normale A + 6(1 + 6 + 12) - o fili di due diametri che possono giacere in strati
diversi - formazione Seale A + 6(1 + 9′ + 9), risalente al 1885 - oppure
nello stesso strato - formazione Warrington A + 6[(1 + 6 + (6 + 6′)] - con
soluzioni miste Warrington-Seale; con queste formazioni i fili dei vari strati
sono paralleli e in contatto continuo. Fili di diametro minore possono anche
essere inseriti negli spazi tra strati - formazione Filler - per avere una fune
più compatta, di diametro minore a parità di sezione metallica.
La Figura 11.9 mostra
le formazioni del trefolo e
le funi a trefoli corrispondenti.
Nelle funivie sono impiegate in prevalenza la
formazione Seale e la mista Warrington-Seale.
Il termine cordatura
sta ad indicare le modalità di avvolgimento dei
fili nei trefoli e dei trefoli
nella fune, che dànno origine, a seconda di esse, a
funi destre e sinistre, parallele e crociate. La pri-
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
483
ma distinzione riguarda il verso di avvolgimento, rispettivamente verso destra (simbolo Z) o sinistra (simbolo S), la seconda sta ad indicare se il verso
di avvolgimento di due strati successivi nelle spiroidali, o di fili e trefoli
nelle flessibili, è lo stesso (concordante) o diverso (discordante); nelle flessibili in particolare sono usate le sigle ZZ o SS se per trefoli e fili il verso è
lo stesso e le sigle ZS o SZ se diverso.
La cordatura parallela (sistema Albert-Lang) ha il pregio di più estesi
contatti tra i fili, con riduzione delle pressioni mutue, ma il grave inconveniente di dare ai fili tendenza a rotare in senso contrario all’avvolgimento; la
crociata, al contrario, rende la fune antigiratoria ma genera ingenti pressioni
di contatto.
Le modalità di cordatura determinano importanti divergenze sia geometriche sia meccaniche della fune come compagine rispetto ai suoi fili costituenti singolarmente presi; esse sono espresse da un coefficiente di cordatura ricavato sperimentalmente da prove di resistenza a trazione.
La massa lineare della fune è la massa per unità di lunghezza; dipende principalmente dalla sezione metallica, dalla densità del materiale (∼ 7,9 kg/m3
per l’acciaio), dalla massa dell’eventuale anima e, in esercizio, dalla massa
del lubrificante.
Per il carico di rottura, che indica la capacità di resistenza del componente, sono definite varie figure, teoriche e sperimentali:
–– Carico di rottura effettivo sperimentale ℜr; nelle funi per funivie è prescritta la determinazione della resistenza a rottura della fune a trazione
mediante “prova a strappo” eseguita su spezzoni prelevati ai due estremi;
–– Carico somma Σℜi; è la somma dei carichi di rottura dei fili prelevati
dalla fune confezionata, cioè “dopo” cordatura, raddrizzati e sottoposti
a trazione;
–– Carico addizionale; è la somma dei carichi di rottura dei fili misurati
“prima” del confezionamento della fune;
–– Carico di rottura minimo calcolato; è il prodotto della sezione metallica
della fune (somma delle sezioni dei fili considerate circolari, in realtà ellittiche) per la resistenza unitaria di essi e per il coefficiente di cordatura.
In generale risulta ℜr < Σℜi; il rapporto ℜr < Σℜi è il citato coefficiente di
cordatura, che deve rimanere > 0,8 ÷ 0,9 in dipendenza della formazione
e del numero dei fili.
L’analisi fine dello stato tensionale delle funi esula dallo spirito e dall’intento di questa opera. Trattasi infatti di un argomento di grande difficoltà
per la grande complessità geometrica e strutturale di quella che può dirsi
una “società di fili” interessati da fenomeni meccanici concomitanti e interdipendenti, in particolare l’attrito tra fili e trefoli e le pressioni mutue
dovute al serraggio prodotto dalla trazione applicata (autocerchiatura). Per
esso rimandiamo alla vasta mole di studi teorici e sperimentali iniziati sistematicamente da ricercatori americani e proseguiti poi in tutto il mondo,
mirati ad individuare il contributo dei vari componenti (fili e trefoli) alle
prestazioni della fune.
Per tali difficoltà di indagine e valutazione, l’impiantistica, guidata dalla
normativa, ha preferito tener conto degli effetti di pressioni mutue, di flessioni, dell’attrito ecc., in particolare su contatti curvi, tramite adeguati valori dei rapporti di avvolgimento, come pure dell’effetto di forze concentrate,
484
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
come i pesi dei veicoli, i carichi sugli appoggi ecc., tramite valori limite del
rapporto locale di esse alla tensione della fune, giudicando di conseguenza
l’idoneità dell’organo ai compiti affidati solo in base alla resistenza a trazione.
C’è peraltro da dire che le concentrazioni di tensione, di ostica determinazione, si verificano in punti ben individuati, in particolare: per le portanti delle funivie bifune, negli appoggi sulle scarpe dei sostegni e negli
elementi di deviazione al contrappeso, dove un controllo a vista o magnetoscopico è agevole solo in occasione di scorrimenti funzionali della fune;
per le funi traenti delle bifuni, nel collegamento alle vetture che attualmente nella grande maggioranza avviene per aderenza su tamburelli; per
le portanti-traenti delle funivie monofuni, in corrispondenza di morsetti e
morse, dove però il controllo a vista o magnetoscopico è agevole e l’esperienza non registra criticità dovute all’esercizio una volta garantita l’operazione di impalmatura (Par. 11.4.1.2).
Viene definito coefficiente di sicurezza il rapporto ℜr /Tmax tra carico di
rottura misurato (minimo) e la tensione (massima) a trazione della fune
(Par. 11.5); per esso la recente normativa CEN fissa, per funi portanti
ℜr /Tmax ≥ 3,15 e ≥ 2,70 a seconda che il freno di vettura (Par. 11.6.1.1) sia
inattivo o attivo, per funi traenti di funicolari ℜr /Tmax ≥ 4,2, per traenti di
bifuni a moto unidirezionale e portanti-traenti di monofuni ℜr /Tmax ≥ 4,0.
Per i rapporti di avvolgimento la normativa CEN prevede un nutrito insieme di valori per i vari casi che si presentano. Rinviando ad essa, citiamo
ad esempio che per gli appoggi della portante su carrelliere e scarpe di sostegni il rapporto tra raggio di curvatura e diametro della fune deve essere
R/d ≥ 150 ÷ 250 mentre per traenti in moto su pulegge il rapporto tra i
diametri deve essere D/d ≥ 80 scendendo a 22 per gli attacchi ad aderenza
su tamburelli.
Riguardo alla limitazione del rapporto locale tra tensione della fune e
forza concentrata perpendicolare all’asse, per funi portanti deve risultare
T/Fn ≥ 10 in corrispondenza delle vetture (carrelli) e T/Fn′ = 60 ÷ 80 sul
singolo rullo (Fn′ = Fn/n con n numero di rulli per carrello o rulliera) mentre per funi portanti-traenti deve essere T/Fn ≥ 12 ÷ 15 per attacco dei
veicoli singolo o duplice ravvicinato e ≥ 60 su rulli. Segnaliamo per completezza che è uso prendere in considerazione, ai fini del controllo della
flessione locale, anche il prodotto di Fn′/T per il rapporto Fn′/A (con A area
della sezione della fune), cioè Fn′ 2/(TA), noto come “rapporto di Isaachsen”
equivalente ad una pressione, che in Italia si assume ≤ 0,07 daN/mm2.
Comunque, l’esperienza ormai di oltre un secolo permette di concludere
che la fune, soprattutto se ben tesa, è un componente di grande sicurezza
ed affidabilità, una volta garantite l’efficienza dei controlli e la cura della
manutenzione.
Al riguardo, un fattore importante di efficienza della fune, in particolare
con riferimento al comportamento a fatica e alla durata, è la lubrificazione, che alcuni Autori individuano fra le proprietà, visto il legame con la
formazione. La quantità ed omogeneità di distribuzione vanno controllate
a vista seguendo prescrizioni ed istruzioni di Enti ufficiali. Nelle funi flessibili diventa importante il materiale dell’anima in relazione alla capacità
di trattenere il lubrificante.
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
11.4.1.2.
485
Scelta delle funi
La scelta delle funi per impiego funiviario dipende dalle proprietà descritte.
Funi portanti
Essendo ferme - a parte moti oscillatori e scorrimenti sugli appoggi causati dalla variazione di posizione dell’eventuale contrappeso o da dilatazioni e contrazioni meccaniche e termiche - possono essere ritenute rigide, con
tutti gli elementi costituenti che in prima istanza collaborano ugualmente a
resistere alla trazione assiale cui la fune è soggetta.
In realtà, al contatto con i rulli dei carrelli delle vetture, che rappresentano carichi concentrati mobili, e con le scarpe di appoggio sui sostegni si
generano nei fili sollecitazioni disuniformi sovrapposte di trazione e flessione, che variano nel tempo con fenomeni di fatica.
La formazione migliore al riguardo sarebbe la spiroidale aperta con fili
dei vari strati paralleli, in quanto porterebbe ad una buona ripartizione delle interazioni tra essi; ma il ricordato rischio di fuoriuscita e srotolamento di
fili comporta il ricorso a funi spiroidali con avvolgimento crociato e chiuse
con due e anche tre strati di fili sagomati. Al rilevante pregio della superficie liscia, che agevola sia lo scorrimento sulle scarpe sia il rotolamento dei
rulli dei carrelli, fanno da contropartita però gli inconvenienti della minore
resistenza a parità di sezione metallica, che nasce dal non poter spingere
la lavorazione di trafilatura dei fili sagomati come per i fili tondi, e delle
ingenti azioni concentrate nel contatto tra i fili dei vari strati.
Anche le funi Ercole crociate sono state impiegate come portanti avendo i fili dei vari strati che corrono pressoché paralleli e potendo attenuare
l’inconveniente della rilevante curvatura nei trefoli smorzando gli sforzi al
contatto con accorta scelta degli angoli di avvolgimento; inoltre, avendo tutti fili tondi di elevata resistenza, a parità di sezione metallica sopportano tiri
più elevati rispetto alle funi chiuse benché con diametri maggiori. Quest’ultimo svantaggio può essere attenuato con la formazione semiercole, tuttavia
con possibili concentrazioni di sforzi al contatto.
L’inconveniente maggiore delle funi Ercole è l‘irregolarità superficiale
esterna, avvertita soprattutto nello strisciamento sulle scarpe che genera
usura, con riduzione di sezione metallica e quindi di resistenza, obbligando
per norma a spostamenti periodici della fune; nel rotolamento dei rulli interviene a favore il rivestimento cedevole delle gole di essi.
La scelta tra funi spiroidali chiuse, funi Ercole e funi semiercole in un
dato impianto dipende dalla geometria della linea (profilo, numero di sostegni, angoli di deviazione delle funi) e dall’entità degli sforzi di trazione
per avere una configurazione che l’esperienza impiantistica impone sempre
molto tesa, avendo presente il carico delle vetture. Resta il fatto che è ormai
imperante la fune chiusa.
Funi traenti
Essendo soggette a curvatura sulle pulegge come pure sui rulli di appoggio dei sostegni di linea, sono giocoforza del tipo flessibile.
Le traenti pure risentono, oltreché la trazione assiale, sollecitazioni di
flessione di tipo ciclico soprattutto laddove i contatti sono concentrati come
sui rulli di linea.
486
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Nelle funi portanti-traenti, al suddetto stato tensionale si aggiunge quello indotto dalle forze concentrate applicate da morsetti e morse di collegamento dei veicoli, che si intensifica sui rulli di linea e all’avvolgimento
sulle pulegge.
Le funi più adatte sono dunque quelle ad avvolgimento parallelo che risultano le più flessibili ma hanno però il ricordato inconveniente della tendenza allo srotolamento, che però può essere eliminata conferendo ai trefoli
preventivamente l’andamento ad elica che avranno nella fune, operazione
detta “preformazione”.
La tendenza a rotare non c’è, come detto, con la cordatura crociata, in cui
l’avvolgimento dei fili nei trefoli è opposto a quello dei trefoli nella fune,
ma il suo impiego è sconsigliato per la minore resistenza alla fatica per
flessione. Nella scelta vanno accordati fattori spesso discordanti; ad esempio, fili troppo sottili, e dunque più flessibili, sono più soggetti ad usura
e a corrosione causate dagli avvolgimenti su pulegge e rulli e dagli agenti
atmosferici, ma d’altra parte portano a formazioni più compatte, con maggiore sezione metallica a pari diametro o minor diametro a parità di sezione
metallica; come pure diametri di fune troppo piccoli rendono la fune troppo
leggera e quindi sensibile al vento, mentre troppo grandi appesantiscono
tutti i componenti meccanici, in particolare quelli soggetti al vincolo dei
rapporti di avvolgimento (pulegge, rulli ecc.).
La formazione più diffusa per funi di trazione è, come già detto, la Seale
che ha trefoli con fili esterni di grosso diametro e parte interna più compatta. Sono però impiegate anche le Warrington-Seale e le Warrington e per
funi sottili anche quelle a cordatura parallela.
Poiché la fune traente lavora in forma di anello va effettuata la giunzione
dei due capi. L’operazione, esclusiva delle funi flessibili, è detta impalmatura e consiste essenzialmente nel sostituire un tratto di trefolo di un capo con
un tratto di trefolo dell’altro capo, per tutte le coppie di trefoli della fune in
punti diversi, e nell’inserire al posto dell’anima i tratti sostituiti in modo da
conservare il diametro della fune.
È un’operazione estremamente delicata, che viene eseguita manualmente da personale altamente qualificato che segue specifiche istruzioni rigidamente regolamentate.
11.4.1.3.
Evoluzione delle funi
Nel corso del tempo, sulla spinta dell’esperienza impiantistica in vista
del miglioramento ed affinamento delle prestazioni in esercizio e sicurezza,
le ditte di funi hanno introdotto importanti varianti innovative per la formazione e la costruzione, cui concisamente si accenna.
La fune ad anima compattata
È una fune in cui l’anima tessile tradizionale in polipropilene è sostituita da un’anima in plastica compattata ottenuta per compressione a caldo
e riempimento della sezione trasversale; prodotta dalla Tréfileurope, essa
ridimensiona il problema dei forti allungamenti dovuti a riduzione del diametro e stiramento dell’anima tessile, che laddove presenti richiedono interventi costosi di accorciamento con rifacimento dell’impalmatura.
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
487
Si ottiene infatti, anche a bassa temperatura, una stabilità geometrica
praticamente eterna, con allungamenti garantiti di 0,05 ÷ 0,08 % dopo due
anni e resta < 0,15 ÷ 0,2 %, con riduzione del diametro < 1 %.
Le funi compattate sono in acciaio lucido o zincato trafilato, di resistenza
1560 ÷ 2160 N/mm2, con formazione da 6 · 7 a 6 · 43 e diametri da un minimo di 22 mm ad un massimo di 71 mm (Les Arcs, Francia), per lunghezze
anche oltre 10 km (Vallée Blanche, Chamonix). Sono apparse nel 1984 in
America ad opera delle Ditta Poma of America e Lift. Il primo impiego in Europa si è avuto nell’impianto per trasporto urbano di Laon (Francia, sistema
“Poma 2000”), cui seguirono la prima seggiovia ad agganciamento fisso di
Le Monetier (Serre-Chevalier), la teleferica per trasporto materiale dal Congo al Gabon, una delle più lunghe al mondo e nel 1985-1986 gli impianti
DMC francesi di Les Deux Alpes, Flaine e Alpe d’Huez.
La fune prestirata
È un prodotto recente della Fabbrica Redaelli ad uso anche di impianti
funiviari per rispondere all’aumento del diametro e della lunghezza delle
funi, in particolare delle portanti-traenti, richiesto dallo sviluppo delle monofuni, con aumento conseguente dell’allungamento e dei suoi effetti.
È da tener presente che una fune subisce due tipi di allungamento: il primo, anelastico (plastico), irreversibile, dovuto all’assestamento dei trefoli
sull’anima cedevole; il secondo, elastico, proporzionale alla lunghezza L ed
allo sforzo T secondo la nota relazione ∆l = TL/EA, con E modulo elastico e
A area della sezione.
In esercizio detto allungamento raggiunge 0,2 % dopo 500 ore di esercizio, 0,3 % dopo 1500 ore per assestarsi su 0,6 % nell’intera vita della fune.
D’altra parte, il recupero di esso tende a diminuire col passaggio dalla tensione prodotta da un contrappeso a quella da tenditore idraulico.
Gli effetti combinati di detti fenomeni possono richiedere l’accorciamento della fune durante il primo esercizio dell’impianto, con considerevoli
danni economici e di servizio.
La prestiratura consiste nel precaricare la fune con un tiro pari a ∼ 40 %
del carico di rottura, valore quindi maggiore di quello che si avrà in esercizio. L’operazione agisce su entrambi i tipi di allungamento, parzialmente
sul primo e per intero sul secondo, in proporzione alla diminuzione del tiro
in esercizio.
La fune ad anima scanalata
L’anima tradizionale, in fibra o in materiale plastico, è caratterizzata da
elevata comprimibilità, in parte propria del materiale in parte causata dalla
concentrazione di sforzi di contatto “puntuali” dei trefoli prodotti dall’avvolgimento (effetto ponte), da cui deriva in gran parte l’allungamento della
fune specie durante nel primo esercizio.
Per ridurre gli inconvenienti suddetti, e con essi l’allungamento, la fabbrica inglese Bridon Ropes Ltd ha introdotto l’anima scanalata rivestendo
l’anima convenzionale con uno strato polimerico munito di scanalature elicoidali per l’alloggio dei trefoli, ottenuto con processo di estrusione a caldo,
Figura 11.10.
488
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
L’ampio arco di contatto che viene a crearsi attenua di molto la pressione specifica, con minore compressione dell’anima, assicurando stabilità di
forma e dimensione della fune cui contribuisce anche la conservazione della distanza tra trefoli. Ne derivano minori allungamenti in esercizio ed un
incremento della resistenza a fatica flessionale data l’assenza di sfregamenti
mutui con diminuzione delle rotture interne valutabile in 30 %.
Il materiale di rivestimento scelto, nel mentre ha elevata resistenza alla
compressione sotto carico ed alla deformazione permanente, oltreché al rigonfiamento al contatto con olii lubrificanti, conserva al tempo stesso notevole flessibilità, insieme ad alta resilienza, alle basse temperature.
La fune a riempimento intertrefolo
In questa fune, prodotta dalla ditta Fatzer, i trefoli appoggiano su materiale plastico profilato che riempie lo spazio tra essi per cui la superficie
esterna si avvicina a quella di un cilindro liscio, Figura 11.10, particolarmente valida per alte velocità e laddove silenziosità e minime vibrazioni
sono richieste di esercizio primarie come nel trasporto urbano.
Figura 11.10:
Sopra: funi ad anima
compattata e a riempimento intertrefolo;
sotto: funi a sette e
nove trefoli [23T]
[23F] [23B] [23R].
Funi di trazione a sette e nove trefoli
L’abbandono della tradizionale struttura a sei trefoli ha portato ad una più
omogenea ripartizione delle azioni mutue di contatto della fune con pulegge
e rulli, con guadagno per l’usura degli organi e la morbidezza dell’esercizio.
Funi con anima in fibra ottica
In tempi recenti, per la trasmissione dei segnali in funivie bifuni a va e
vieni è stata proposto, al posto di un cavo apposito, un fascio di fibre ottiche
inserite come anima nella fune portante. Nel caso di attacchi a testa fusa il
materiale di fusione non può però essere una tradizionale lega metallica
perché la fibra ottica verrebbe distrutta; si può ricorrere a resine sintetiche
colate a freddo, positivamente sperimentate su teleferiche per materiali.
11.4.2.
ARGANI
L’apparato di azionamento di un impianto a fune, l’argano, comprende
uno o più motori, riduttori, organi di trasmissione del moto alla puleggia
motrice, e freni.
Nelle funivie per trasporto persone, specie in quelle di elevata potenzialità, sono presenti di regola, per la continuità dell’esercizio, due argani,
l’uno per servizio principale, l’altro per servizio di riserva, cui si aggiunge
di regola un terzo argano, per il recupero dei passeggeri in caso di fermata
dell’impianto per avaria.
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
11.4.2.1.
489
Motori
I motori principali sono normalmente motori elettrici ad eccezione di
impianti di modesta portata dove l’azionamento è affidato a motori termici,
di norma Diesel. Questi sono invece frequenti per alimentare gruppi elettrogeni per azionamenti di riserva o di recupero negli impianti di maggiore
importanza.
Negli azionamenti di prima generazione il motore elettrico era l’asincrono trifase alimentato dalla rete senza convertitori statici, specie laddove la
variazione di velocità non era un’esigenza primaria; l‘avviamento era ottenuto con resistenze rotoriche.
In quelli di seconda generazione si passò ai motori a corrente continua
con gruppi Ward-Leonard comandati da motore trifase normale con batterie
di compensazione ed emergenza; essi però, nonostante le alte qualità di
regolazione della velocità in ogni condizione di carico, furono presto abbandonati per motivi di basso rendimento elettrico, di costo, di ingombro e
di manutenzione.
In quelli di terza generazione, oggi impiegati, si hanno motori a corrente continua, alimentati e regolati con “tiristori” (al silicio) a doppio ponte
contrapposto di Graetz, con regolazione elettronica, che permette la marcia
dell’impianto con controllo completamente automatico della velocità dalla
partenza all’arrivo.
In tempi recenti ha ritrovato competitività, sulla spinta di quanto avvenuto nel settore delle applicazioni industriali a velocità variabile, l’azionamento con motore asincrono trifase a gabbia di scoiattolo alimentato da
convertitori statici IGBT.
Inoltre, sono stati messi a punto dalla ditta Leitner motori di nuova concezione rotanti a velocità molto bassa (utilizzati anche su turbine eoliche),
che possono essere direttamente collegati alla puleggia motrice, con eliminazione quindi dei riduttori.
Con riferimento alla configurazione ancora oggi maggiormente diffusa,
l’azionamento di un impianto funiviario, in particolare di una monofune a
collegamento temporaneo, prevede:
––
––
––
––
argano principale, motore in corrente continua (c.c.) o alternata (c.a.);
argano di riserva, motore in c.c. o c.a., motore termico;
argano di recupero, motore in c.a., motore termico;
meccanismi di stazione, motori in c.c., presa di moto diretto dalla fune.
La coppia generata dal motore viene trasmessa al riduttore; col motore
principale la trasmissione avviene con un giunto di vario tipo - elastico, cardanico, ad attrito-aderenza, idrodinamico - mentre con il motore di riserva o
di recupero è anche idraulica o a cinghie; dal riduttore la coppia passa alla
puleggia motrice per collegamento torsionale diretto con chiavetta o anelli
elastici (Ringfeder) o mediante un innesto a denti, e dalla puleggia alla fune
per aderenza.
Nell’argano di recupero è diffusa la trasmissione idrostatica, consistente
in un insieme idraulico pompa-motore in circuito; la pompa, mossa spesso
da un motore termico, produce olio in pressione e lo invia al motore che
muove l’albero del riduttore o direttamente la puleggia motrice.
490
11.4.2.2.
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Riduttori
Hanno il compito di ridurre l’alto numero di giri del motore al basso numero di giri della puleggia motrice quale risulta dal diametro e dalla velocità
della fune. Viene detto rapporto di riduzione il rapporto ne/nu = τ tra numeri
di giri in entrata (dell’albero veloce collegato al motore) e in uscita (dell’albero lento collegato alla puleggia). Ad esempio, con V = 6 m/s e d =5 m,
si ha ω = 2,4 rad /s, cioè nu = 22,9 giri/1′ e quindi, con ne = 1550 giri/1′,
τ = 67,7.
Vengono impiegati riduttori ordinari, ad assi paralleli od ortogonali, e
riduttori epicicloidali.
I riduttori ordinari sono costituiti da coppie di ingranaggi con asse di
rotazione fisso; ad esempio nelle monofuni a collegamento temporaneo normalmente si ha una coppia conica e due coppie cilindriche con τ = 60 ÷ 100.
Hanno spesso due ingressi collegati rispettivamente da una parte al motore principale, dall’altra al motore di riserva o di recupero (se entrambi
elettrici).
Nei riduttori epicicloidali l’asse di una o più delle ruote dentate è mobile; hanno uno o più stadi ciascuno costituito da una ruota planetaria, tre
satelliti ed una ruota esterna, preceduti il più delle volte da una coppia
conica in carter separato. Alla maggiore leggerezza rispetto agli ordinari
oppongono una costruzione più complessa e un rendimento minore, con
sviluppo di calore che spesso richiede un radiatore di raffreddamento.
Negli azionamenti di recupero, in cui un motore termico o elettrico
muove un gruppo idraulico pompa-motore, la riduzione di velocità tra
questo e la puleggia motrice si avvale anche di uno stadio finale realizzato da una coppia dentata interna formata da un pignone e da una corona
portata internamente dalla puleggia motrice, soluzione utilizzata in vecchi
impianti anche per l’argano principale. L’accoppiamento è attuato una volta scollegata la puleggia motrice dal riduttore dell’argano principale.
La vita di un riduttore dipende, oltreché dal carico e dalle modalità di
esercizio, dalla corretta lubrificazione di ruote e cuscinetti, che è ottenuta
per sbattimento di olio oppure è forzata, con olio in pressione prodotta da
una pompa in canali scavati nel corpo metallico; questa è preferita perché
con l’altra l’olio può venire allontanato per forza centrifuga.
Tra motori termici e riduttori sono spesso inseriti cambi meccanici.
11.4.2.3.
Pulegge: puleggia motrice
La puleggia si compone di un mozzo per il collegamento con l’albero
lento, di razze o di un disco di lamiera, e di una corona periferica con gola
per l’avvolgimento della fune munita di guarnizioni per l’aderenza, sui cui
fianchi sono ricavate le fasce frenanti del freno di emergenza. È eseguita di
solito in costruzione saldata e nel caso di grandi diametri in due parti per
il trasporto.
Le pulegge motrici moderne hanno gli organi di supporto separati da
quelli di trasmissione della coppia; dispongono inoltre di controlli di assetto per segnalare posizioni anomale dovute a cedimenti di cuscinetti, mozzi
e alberi.
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
491
Le pulegge sono messe a terra per mezzo di piastrine in materiale tenero
(normalmente bronzo) poste nel rivestimento della gola che hanno anche lo
scopo di fermare l’impianto in caso di scarrucolamento della fune.
Il rivestimento va sorvegliato per segnalare la presenza di olio lubrificante e/o di acqua di provenienza esterna che abbassano l’aderenza causando
lo slittamento della fune.
11.4.3.
FRENI E SISTEMI DI FRENATURA
Il compito dei freni è quello di rallentare e fermare l’impianto in tempi
e spazi stabiliti tutte le volte che viene azionato un dispositivo di arresto,
oltre ad evitare che l’impianto vada in retromarcia.
Dai freni di prima generazione - del tipo a ganasce o a nastro agenti su
fascia freno o su tamburo solidali di solito con la puleggia motrice, comandati da contrappesi - si è passati a quelli della seconda, di ugual tipo ma comandati elettroidraulicamente e, poi a quelli attuali di terza generazione, in
generale del tipo a disco, con elementi (pastiglie) che agiscono su un disco
solidale all’albero veloce o su fasce apposite della puleggia motrice.
Il funzionamento per ragioni di sicurezza è di tipo “negativo”; la forza
di pressione delle pastiglie è prodotta da molle a tazze che la applicano
nel momento in cui viene a mancare, per comando o per avaria, l’azione
di contrasto esercitata da olio in pressione che normalmente è presente a
freno aperto. Nei freni antichi a contrappeso, questo era tenuto alzato da
elettromagneti o da attuatori idraulici o pneumatici, cadendo quando spariva l‘azione di contrasto.
Nei sistemi di frenatura avanzati la forza frenante è regolata da dispositivi elettro-idraulici o elettropneumatici che ne permettono la “modulazione”, e cioè la regolazione che mantiene costante la decelerazione secondo
una rampa stabilita qualunque sia il carico della linea, con continuo confronto del valore reale con un valore impostato.
In tal modo è possibile ottenere frenature graduali nei tempi e spazi previsti con forze di inerzia contenute per limitare le oscillazioni dei veicoli in
linea e disturbi ai viaggiatori. Ad esempio, nelle monofuni a collegamento
temporaneo deve aversi una decelerazione media ≤ 0,6 m/s2 nella frenatura
modulata normale e ≤ 1,0 m/s2 nella frenatura modulata d’urgenza.
Gli impianti moderni sono dotati di un freno di servizio e di un freno di
emergenza indipendenti tra loro, cui si aggiunge la possibilità di frenatura
tramite il motore elettrico. Dove questa non c’è il freno di servizio interviene in ogni comando di arresto dell’impianto.
Il freno di servizio agisce normalmente su elementi solidali all’albero veloce mentre il freno di emergenza agisce sulla puleggia motrice; i due freni
sono tipologicamente analoghi ma il secondo è evidentemente più potente.
Normalmente la frenatura elettrica decelera l’impianto fino all’arresto.
Se viene richiesto l’intervento del freno di servizio o del freno di emergenza,
si interrompe la corrente di alimentazione del motore.
Un particolare freno di emergenza è quello di cui sono dotate le vetture
delle funivie bifuni e delle funicolari, nelle prime agente sulla fune portante, nelle seconde sulla rotaia. Per esso si rinvia all’analisi dei due impianti.
492
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
11.4.4.
DISPOSITIVI DI ATTACCO E SERRAGGIO
Morsetti. Morse
I morsetti sono i dispositivi di attacco fisso dei veicoli alla portantetraente di monofuni. I primi tipi, a serraggio normale, erano costituiti da
un corpo in acciaio contenente una ganascia fissa ed una mobile e da un
bullone-dado filettato per il serraggio sulla fune, con pressione stabilita da
una chiave dinamometrica; nei più moderni a serraggio elastico il corpo
del morsetto alloggia anche una molla caricata da un dado la cui freccia di
compressione determina la pressione di serraggio.
Nel corpo del morsetto è alloggiato un perno per il collegamento della
sospensione del veicolo.
Va citato, per la sua diffusione in USA l’attacco di tipo “interno” dei
veicoli alla fune; proposto già nel 1887 da Hallidie (progettista dei cable car
di S. Francisco), modificato più volte per trasporto materiali, ed introdotto
nel 1941 per trasporto persone dalla ditta Riblet, consiste semplicemente
nell’introdurre nel corpo della fune dei terminali di acciaio.
Le morse sono i dispositivi che attuano il collegamento temporaneo tra
veicoli e fune traente nelle monofuni e nelle bifuni a moto continuo. Una
morsa è costituita da un corpo che contiene le due ganasce fissa e mobile e
una o due molle, ed è provvisto anche di due ruote di scorrimento, di una
leva con rullo di guida laterale e di un pattino che viene in contatto con un
treno di ruote gommate nelle fasi di decelerazione ed accelerazione rispettivamente in arrivo e alla partenza del veicolo in stazione.
L’apertura delle ganasce all’arrivo e la chiusura alla partenza avvengono
per contatto del rullo della leva con rotaie-guida (Par. 11.7.).
La forza di serraggio deve per norma provenire da due fonti indipendenti, della stessa natura, ad es. due molle distinte, o di natura diversa, ad es.
una molla e la gravità; l’intensità dipende dalla pendenza della fune e dal
peso del veicolo carico, e per sicurezza contro lo scorrimento deve essere ≥
tre volte la componente sulla pendenza massima (con diametro fune ridotto
di 3 %). Il suo corretto valore è controllato, insieme con la configurazione
della morsa, da una serie di dispositivi (Par. 11.7.).
Normalmente per le seggiole si impiega una morsa con due molle, per le
cabine due morse con due molle ciascuna collegate rigidamente.
Figura 11.11:
Morsa per monofune a
collegamento temporaneo [22L].
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
493
Figura 11.12:
Morsetto per bifune a
moto unidirezionale
continuo [22L].
La Figura 11.11 mostra una morsa a collegamento temporaneo per monofune, la Figura 11.12 un morsetto per bifune a moto continuo.
Teste fuse. Attacchi a tamburo
Le teste fuse sono state per lungo tempo, ed ancora si incontrano, gli attacchi tipici delle funi portanti ai dispositivi di tensione e delle funi traenti
alle sospensioni nelle bifuni; sono costituite da una coppa conica in cui
viene alloggiato un estremo della fune aperto e viene poi colata una lega a
bassa fusione che raffreddando blocca i fili in un insieme rigido; la coppa
viene poi accoppiata con una coppa cava per il collegamento. Anche se la
perizia di esecuzione porti ad un dispositivo sicuro, nel corso del tempo è
divenuto nettamente preferito l’attacco ad aderenza, realizzato avvolgendo
la fune con più spire (normalmente tre) su un tamburo solidale all’organo
da collegare alla fune.
Si incontrano anche dispositivi di attacco costituiti da profili curvi di
particolare forma (chapeau de gendarme) che bloccano la fune.
11.4.5.
IL DISPOSITIVO DI TENSIONE
Ha lo scopo di fornire un valore noto e costante della tensione della fune
in un punto.
Per le funi portanti esso è costituito di norma da un contrappeso, mentre per le traenti e portanti-traenti può essere un contrappeso o un sistema
idraulico cilindro-stantuffo la cui azione dinamica viene trasmessa all’anello trattivo.
Per le funi di trazione in particolare, il dispositivo di tensione può comprendere i componenti di seguito concisamente descritti.
494
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
–– Slitta tenditrice: è un telaio in profilati metallici munito di quattro ruote
verticali con cui può traslare su rotaie-guida di scorrimento; quando la
stazione è anche motrice, essa supporta anche l’argano e in tal caso è
munita anche di ruote orizzontali per l’equilibrio della coppia. Microinterruttori ne controllano l’escursione prima dell’intervento di finecorsa
meccanici che possono provocare pericolosi incrementi o cali di tensione della fune, con sovrasollecitazioni o perdita di aderenza alla puleggia
motrice, situazioni esaltate dalla presenza di ghiaccio o di temperature
elevate.
–– Fune tenditrice: attua il collegamento della slitta al contrappeso, realizzato spesso da più rami (a taglia); l’attacco alla slitta avviene con tamburo ad aderenza, quello al contrappeso tramite un arganello di regolazione
della posizione (spesso con vite-ruota irreversibile).
–– Contrappeso: è una massa in calcestruzzo o in metallo (di solito piombo)
guidata verticalmente in un pozzo, con escursione controllata da sensori
che arrestano l’impianto prima dell’impatto con le strutture di estremità; il
suo peso produce una tensione definita nella fune che rimane costante con
il carico, le escursioni termiche, la formazione di ghiaccio ecc., pur potendo variare per forza d’inerzia con il suo spostamento (peraltro assai lento).
–– Dispositivo idraulico: è costituito da un cilindro con olio in pressione,
mandato da una pompa, che agisce su uno stantuffo che tramite una
puleggia montata su slitta trasmette all’anello trattivo una forza determinata; è la modalità di tensionamento divenuta prevalente sia per le prestazioni offerte dall’oleodinamica sia perché meno costosa dell’insieme
contrappeso-pozzo.
Le prestazioni sono garantite controllando la pressione nel cilindro, con
invio e scarico di olio seguendo l’escursione dello stantuffo-slitta per variazioni termiche, allungamenti della fune, ecc.; una valvola (paracadute)
frena lo scarico se la velocità dello stantuffo superasse 10 ÷ 20 mm/s, ad es.
per rottura di tubi.
11.4.6.
LINEA: SOSTEGNI
Probabilmente, la funivia bifune è nata per unire due punti di un profilo
orografico con concavità più o meno accentuata, mentre la seggiovia, ed in
generale la funivia monofune, è nata, beninteso con le proprie caratteristiche, per un terreno preferibilmente convesso.
Nel corso del tempo, il progresso tecnico ha permesso di ampliare le possibilità ubicative degli impianti in vista dell’utilizzazione di zone sciistiche
e turistiche ben più variegate rispetto alla semplice tipologia delle origini e
questo ha riguardato soprattutto l’impianto monofune in tutte le sue forme
mentre il bifune è rimasto maggiormente vincolato.
Una funivia bifune di contenuta lunghezza e concavità accentuata può
essere a campata unica, senza sostegni; nel caso generale, di linee lunghe,
su terreno accidentato, con profilo a curvatura mista e presenza di speroni
o crinali rocciosi, occorrono sostegni in numero adeguato alla migliore configurazione delle funi portanti.
Da quando si è imposto il criterio delle funi fortemente tese il numero è
drasticamente sceso fermandosi nelle bifuni moderne a poche unità.
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
Figura 11.13:
Sostegno di linea a
struttura reticolare per
funivia bifune (con recupero passeggeri per
calata a terra) [3].
495
Le monofuni, qualunque sia il profilo del terreno, hanno in genere un
elevato numero di sostegni, dovendo la fune avere franchi dal suolo limitati
in vista del recupero rapido ed efficiente delle persone in caso di fermata
dell’impianto per avaria.
I sostegni hanno il più delle volte funzione di appoggio (sostegni di appoggio), con forza applicata alla fune orientata verso l’alto (risultante delle
tensioni della fune in entrata e in uscita rivolta verso il basso) ma possono
avere, nelle monofuni in particolare, la funzione di trattenere la fune (sostegni di ritenuta), con la suddetta risultante orientata verso l’alto (forza sulla
fune verso il basso), situazione tipica in uscita dalla stazione di valle che
può richiedere, se la pendenza iniziale è notevole, ritenute multiple.
Attenzione speciale richiedono i sostegni di appoggio che hanno la sommità al disotto della congiungente le sommità dei sostegni adiacenti (sostegni sottocongiungente) potendo aversi in essi il distacco della fune in caso
di aumenti della tensione.
I sostegni, generalmente in acciaio, sono costituiti da un ritto o fusto
rastremato in alto e da una trave di sommità o testata. Il fusto è realizzato
a parete piena di forma tubolare o scatolare oppure a struttura reticolare
(a traliccio). Questa è preferita in genere per i più alti (anche 190 m) per la
minore superficie esposta al vento, negli altri casi è adottato il fusto a parete
piena per la maggiore economia di costruzione permessa dalle tecniche di
saldatura della lamiera essendo ormai in disuso il collegamento per chiodatura, più complesso oltreché più esposto a usura e corrosione.
Di regola l’asse del fusto è disposto, in particolare nelle bifuni, secondo
la direzione della suddetta risultante delle due tensioni.
La testata, anch’essa di forma e struttura analoghe, porta alle due estremità gli appoggi di sostegno delle funi portanti (scarpe) e/o le rulliere per il
moto dell’anello trattivo.
Le scarpe, rivestite di materiale tenero per lo scorrimento delle funi, hanno forma e curvatura tale da permettere il transito della vettura pur inclinata, con accelerazione centripeta entro limiti fisiologici (< 2 m/s2).
I sostegni sono muniti di
guide di protezione contro
l’impuntamento di veicoli
inclinati, nonché di dispositivi per trattenere la traente
eventualmente fuoriuscita
dai rulli (scarrucolata) e riportarla in posizione corretta, e di attrezzature per
operazioni di montaggio
(falconi) e controllo. La Figura 11.13 mostra un tipico sostegno a traliccio per
funivia bifune di bifune, illustrando anche il recupero
viaggiatori per calata a terra.
Negli impianti montani
sono stati impiegati anche,
benché in misura ampia-
496
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
mente minore, sostegni in cemento armato, che stanno invece diventando
frequenti, rivisti esteticamente ai fini dell’inserimento ambientale e panoramico, nelle cabinovie per trasporto urbano.
11.4.7.
RULLI E RULLIERE
I rulli sono costituiti da piastre in acciaio i cui bordi periferici formano
una gola rivestita di materiale elastico per ridurre gli effetti della pressione
di contatto sulla fune ed attenuarne l’usura. Elementi di forma opportuna
impediscono lo scarrucolamento.
Le rulliere sono insiemi di rulli con assi paralleli allineati portati da piastre di collegamento e sostegno (bilancieri), montate, come detto, alle estremità delle testate dei sostegni per guidare l’anello trattivo. In quelle dei
sostegni di appoggio il contatto fune-rulli è nella parte superiore dei rulli,
in quelle dei sostegni di ritenuta nell’inferiore.
Il numero dei rulli è stabilito dai valori della deviazione della fune sul
sostegno e dell’entità della forza totale trasmessa essendo limitati da norme
quelli per il singolo rullo. L’insieme più semplice ha due rulli, il più complesso fino ad otto.
Per avere l’equiripartizione della forza di contatto tra i vari rulli, questi,
suddivisi in coppie, fanno capo a bilancieri primari articolati a bilancieri
secondari, ciascuno dei quali riceve due primari, sicché, ad esempio, una
rulliera a quattro rulli ha due primari e un secondario e ogni bilanciere si
comporta pertanto come una trave isostatica. La Figura 11.14 mostra l’articolazione di rulli e bilancieri in rulliere di varia complessità.
Figura 11.14:
Forme di rulliere con
disposizione dei rulli e
dei bilancieri [3].
La possibilità di rotazione dei bilancieri rende la rulliera totalmente
snodata per poter seguire al meglio la fune nel passaggio sul sostegno. Le
rulliere sono fissate alle traverse dei sostegni tramite aste di sospensione
sagomate per consentire il libero passaggio dei dispositivi di collegamento
dei veicoli (morsetti, morse). Le aste sono articolate alle traverse con perni
normali alla fune diventando quindi oscillanti in senso longitudinale (lungo la linea), e spesso anche con perni aventi asse nel piano della fune diventando quindi oscillanti in senso trasversale alla linea (sistema Graffer).
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
497
In tal modo la rulliera può accompagnare la fune in tutte le situazioni di
carico, di vento ecc., rendendo non necessari i dispositivi raccoglifune in
caso di scarrucolamento verso l’esterno.
Forma e struttura analoghe hanno i carrelli con cui le vetture delle bifuni
si muovono sulle portanti.
11.4.8.
PROGRESSI DELLA TECNICA PER LA SICUREZZA DEI COMPONENTI
La tendenza verso impianti di potenzialità di trasporto sempre più grande per rispondere a domanda in continuo aumento ha dovuto accordare, e
deve continuare a farlo, le possibilità offerte dal progresso tecnologico con
il mantenimento del massimo grado di sicurezza di esercizio.
Ci si è avvalsi al riguardo di importanti conquiste tecniche tra cui:
–– la diffusione generalizzata dell’automazione sia di comandi sia di sistemi di controllo e sicurezza portata dall’avvento dell’elettronica, con la
realizzazione di sistemi a logica programmata;
–– l’aiuto dato da metodi e procedimenti di calcolo automatico elettronico
all’affinamento della conoscenza delle effettive configurazioni che assumono le funi nelle varie condizioni di esercizio, dei valori degli sforzi
che sollecitano le varie parti dell’impianto, degli stati tensionali degli
organi di prima sicurezza;
–– la disponibilità di metodi e strumenti di indagine e di prova sempre più
raffinati (ultrasuoni, raggi X e gamma, tecniche magnetoscopiche ecc.)
che garantiscono controlli più sicuri dello stato delle funi e delle altre
parti meccaniche degli impianti.
In particolare, studi e ricerche hanno riguardato:
–– la resistenza unitaria ottimale dei fili delle funi;
–– la resistenza a fatica delle funi;
–– la precisione e l’affidabilità degli strumenti di controllo magneto-induttivo delle funi, a magnetizzazione elettromagnetica o a magneti permanenti;
–– l’efficacia e funzionalità dei morsetti per attacchi fissi e delle morse di
collegamento temporaneo dei veicoli alle funi portanti-traenti;
–– la frenatura sulle funi portanti (consumi delle ganasce, temperature massime, danni metallurgici),
–– i circuiti di sicurezza.
Riguardo ai circuiti di sicurezza, quelli della prima generazione erano
a corrente galvanica, quelli della seconda ad “onde convogliate”, in quelli della terza generazione è entrata in pieno l’elettronica, col sistema misto
microinterruttori-microrelé per tutti i dispositivi di rivelazione e controllo di
stazione (correnti e coppie di motori, velocità della fune, intervento dei freni
dell’argano, ecc.), e col sistema capacitivo-induttivo per i circuiti di linea
(comunicazioni e comandi da e per le vetture, sicurezza sui sostegni, ecc.).
L’elevato stato dell’arte raggiunto dal trasporto funiviario è passato però,
come è accaduto all’evoluzione in tutti i campi della tecnica, attraverso il
travaglio degli incidenti alcuni dei quali finiti in vere tragedie.
Nel 1961 un aereo supersonico tranciò la fune traente della funivia della
Vallée Blanche (Monte Bianco francese) causando lo schianto al suolo di tre
cabine nella stazione intermedia del Gros Rognon con 12 vittime.
498
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Nel 1976 l’accavallamento della fune traente sulla portante nella funivia
bifune Cavalese-Doss dei Laresi (Trentino) causò, non essendo stato l’impianto immediatamente fermato, la rottura per sfregamento localizzato della portante e schianto al suolo della vettura con 40 persone e 39 vittime.
Lo stesso impianto vide una seconda tragedia nel 1998 quando un aereo
della NATO tranciò una delle funi portanti, con conseguente schianto a terra e decesso di 20 viaggiatori.
Nel 1989, nella bifune a va e vieni di Vaujany in Francia, l’uscita dalla
sede del perno di sospensione della vettura per rottura a fatica dei bulloni
che tenevano molle antioscillazion provocò la caduta al suolo della vettura
con otto vittime.
Nel 2005 l’incendio scoppiato in una vettura in galleria nella funicolare di
Kaprun (Austria), esaltato dall’effetto camino, causò la morte di 150 persone.
Vari altri incidenti minori, taluni sempre gravi perché con vittime, sono
accaduti in tutte le parti del mondo e proprio dall’analisi tecnica di essi,
effettuata anche in occasione delle riunioni internazionali annuali delle Autorità di Sorveglianza, si è andata arricchendo l’esperienza ed affinando la
regolamentazione che ha potuto indirizzare opportunamente la tecnologia
e la tecnica degli impianti verso un esercizio in sicurezza.
Ad esempio, il terribile incidente austriaco ha portato ad imporre l’impiego di oli da freni ad elevata temperatura di autoaccensione, mentre gli
incidenti causati da impatto di aerei hanno richiamato l’attenzione sulla
necessità di carte segnaletiche riportanti con precisione l’ubicazione degli
impianti.
In ogni caso, la sicurezza di esercizio consegue dall’assoluto rispetto di
norme e prescrizioni di sicurezza da parte di tutti gli operatori.
11.5.
FONDAMENTI TEORICI
11.5.1.
GRANDEZZE CARATTERISTICHE
Grandezze caratteristiche di un impianto a fune sono i dati geometrici,
tipo e diametro delle funi, forma e capacità dei veicoli, la velocità di esercizio, la motorizzazione in numero, tipo e potenza dei motori, la potenzialità.
Di velocità, funi e motori si è parlato in precedenza. Riguardo ai dati
geometrici, i principali sono:
–– la lunghezza orizzontale, distanza tra punti definiti delle stazioni estreme risultante dalla pianta topografica;
–– il dislivello, differenza di quota tra le stazioni estreme in corrispondenza
di detti punti;
–– la lunghezza inclinata, lunghezza del segmento di retta tra i punti suddetti, e cioè l’ipotenusa del triangolo i cui cateti sono i due dati precedenti;
–– la pendenza media, rapporto tra dislivello e lunghezza orizzontale.
Ad essi si aggiunge la quota delle stazioni (altezza s.l.m), importante per
la scelta del tipo di impianto, che figura tra i dati segnaletici riportati nel
R.I.F. come visto nel Paragrafo 11.3.9.
A proposito della lunghezza, e della pendenza, va precisato che il tracciato funiviario tra due stazioni è di regola rettilineo, peraltro con eccezioni
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
499
rappresentate da angoli e tratti curvi, ma in impianti lunghi e su terreni
movimentati possono esservi più di due stazioni, che definiscono tronchi
distinti e separati benché contigui, oppure costituiscono punti di imbarco e
sbarco intermedi in vista della piena utilizzazione del servizio.
In tali situazioni possono aversi tracciati in forma di spezzate di segmenti rettilinei di pendenza diversa. Una simile configurazione è tipica delle
teleferiche per trasporto materiali la cui lunghezza totale si avvicina spesso
al centinaio di km.
11.5.1.1.
Potenzialità
La potenzialità di trasporto P è il numero delle persone trasportate nell’unità di tempo, espressa di solito in persone/ora (p/h), portata oraria. È il
dato maggiormente significativo di un impianto come indice della validità
dell’investimento in sede tecnica ed economica.
Il suo continuo aumento nel corso del tempo può fornire anche una importante chiave di lettura ed interpretazione della poderosa evoluzione della tecnica costruttiva funiviaria.
Impianti monofune
In una funivia a movimento unidirezionale continuo con velocità costante, se si indica con C la capacità del veicolo e cioè il numero di persone o di
tonnellate di merce che contiene, e con ∆t l’intervallo di tempo costante in
sec tra due veicoli consecutivi, si ha, essendo usuale il riferimento all’ora:
P = 3600
C
∆t
 p
 h
 
(11.1)
L’intervallo tra veicoli consecutivi viene anche espresso come distanza
geometrica, o equidistanza E [m/veicolo] per cui, se v è la velocità di marcia,
con ∆t = E/v la (11.1) prende la nota forma:
P = 3600
C×v
E
 p
 h
 
(11.2)
La (11.2) vale anche per le bifuni a moto continuo.
Si vede l’analogia tra la (11.2) e l’espressione della portata di una corrente fluida in un condotto, ponendo in corrispondenza la capacità C dei
veicoli con l’area della sezione, il numero di veicoli per unità di lunghezza
della linea 1/E (veicoli/m) con la densità del fluido e la velocità di marcia
con la velocità di flusso.
Nell’aumento dei tre fattori della (11.2) può individuarsi lo sviluppo delle funivie monofune in sede tecnico-economica, con il superamento di tutte
le problematiche coinvolte.
–– Velocità
Nelle monofuni ad attacchi fissi la velocità di esercizio è imposta dal
valore di imbarco e sbarco che è soggetto a limiti di sicurezza fisiologica.
Con veicoli aperti (seggiovie) per la salita e discesa di pedoni il limite è
di 1,5 m/s per veicoli mono- e biposto e di 1 m/s per multiposto, mentre per
l’accesso di sciatori il limite va da 2,5 per biposto a 2 m/s per multiposto
500
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
ma sono stati positivamente sperimentati valori fino a 3 m/s se la stazione è
dotata di dispositivi di imbarco mobili (pedane, tappeti, con velocità ∼ 1/3
di quella della seggiola), su cui lo sciatore arriva lanciato da un pendio preparato dal tornello di ingresso, che in sostanza riducono la velocità relativa
seggiola-sciatore a ∼ 2 m/s. I suddetti valori riguardano l’accesso anteriore
mentre possono modificarsi con l’accesso laterale (trasversale alla linea) attuato con modalità e sequenze studiate.
Con veicoli chiusi il limite è 0,5 m/s.
La bassa velocità di imbarco condiziona pesantemente la potenzialità
delle monofuni e delle bifuni a moto unidirezionale continuo in cui i veicoli
sono collegati all’anello trattivo con attacchi fissi.
Con tale collegamento lo sgancio della velocità di marcia in linea da
quella in stazione è possibile solo riunendo più veicoli in gruppi alla distanza minima di sicurezza rispetto ad urti fra essi, in modo che, una volta avvenuto l’imbarco contemporaneo per tutti i veicoli, si può accelerare la fune
di trazione portandola alla velocità consentita dalle norme per la marcia in
linea - con massimi di 6 m/s e 7 m/s per portante-traente rispettivamente
unica e doppia - per decelerarla poi per lo sbarco.
Un impianto così configurato ha moto “intermittente” ed è denominato
“pulsé”; con tracciati lunghi possono aversi più gruppi di veicoli opportunamente distribuiti, in vista di aumentare la potenzialità (Par. 11.7.1.1.).
Nelle monofuni a collegamento temporaneo la velocità in linea è indipendente da quella di imbarco e sbarco dei passeggeri in stazione per cui la
prima può raggiungere 6 ÷ 7 m/s tenendo la seconda a valori di comodità
operativa, 30÷40 cm/s.
–– Intervallo tra veicoli
È espresso di preferenza in termini di ∆t. Per seggiovie ad attacchi fissi la
Normativa CEN prevede:

C
∆T=
κ 4 + 
min
2

[ s]
(11.3)
in cui va preso κ = 1 per caricamento anteriore, κ = 1,5 per caricamento
laterale e valori intermedi per accesso ai veicoli regolato automaticamente.
Nelle cabinovie a collegamento temporaneo l’equidistanza è controllata
dai dispositivi che sorvegliano il corretto serraggio e distacco dei veicoli;
essi devono comunque garantire che un veicolo resti a distanza > 0,5 m dal
precedente se aperto o lo urti con velocità ≤ 1 m/s se chiuso.
In passato si usavano per l’equidistanza geometrica relazioni empiriche
sperimentate basate sulla velocità, ad esempio E = 4v2 per seggiole monoposto, 7v2 per biposto. Negli impianti a collegamento temporaneo E deve
essere maggiore comunque di 1,5 volte lo spazio di frenatura.
–– Capacità dei veicoli
Per le seggiole, da C = 1 delle prime seggiovie monoposto, che ancora si
incontrano in siti particolari, si è giunti a C = 8 delle più moderne seggiovie.
Per le cabine, da C = 2 ÷ 4 nelle vecchie cabinovie ad attacchi fissi si
è passati a C = 30 ÷ 35 in quelle recenti a collegamento temporaneo con
doppia fune portante-traente.
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
501
Da quanto detto la potenzialità può avere escursioni assai ampie. Ad
esempio in una vecchia seggiovia o cabinovia monoposto (C = 1), con
v = 1,5 m/s e E = 10 m (∆tmin = 6,5 s), si aveva P = 540 p/h mentre in una
moderna cabinovia a collegamento temporaneo, con C = 30, v = 7 m/s e
E = 150 m si può raggiungere teoricamente P = 5040 p/h.
Nelle sciovie con fune bassa può aversi v = 2 m/s, in quelle a fune alta
può assumersi v = 3,5 m/s con traini ad azione progressiva (Par. 11.8.); per E
invece si ha ∆tmin = 4 s con traini monoposto, 6 s con traini biposto, e 5 s con
fune bassa. In una grossa sciovia biposto può aversi dunque P = 1200 p/h.
È interessante far presente che gli specialisti di sciovie, esercenti e tecnici,
per valutare la validità economica di una stazione invernale come richiamo
di masse, non ritengono importante la potenzialità in p/h bensì la potenzialità giornaliera intesa come “numero di dislivelli effettuati al giorno”,
espresso dal prodotto “potenzialità (p/h) × numero di ore al giorno di funzionamento × differenza di quota della sciovia”.
Impianti bifune a va e vieni
Per essi per potenzialità s’intende il numero di persone trasportate nell’unità di tempo in un verso di marcia, in particolare in salita. Nel va e vieni
di base, con una vettura per ramo, interviene, insieme alla capacità C, che
esprime anche il numero di persone per corsa, il numero di corse nell’unità
di tempo [corse/sec] che se T è la durata di una corsa [sec/corsa] vale 1/T.
Si ha pertanto:
P = 3600 ⋅
1
T
sec
p
sec 
p
 h → h ⋅ corsa / corsa 


(11.4)
La durata T consta del tempo Tv di percorrenza della distanza L fra le
stazioni di partenza e arrivo e del tempo richiesto per l’imbarco e lo sbarco
(riempimento e svuotamento delle vetture, comprese le manovre di apertura e chiusura porte e la trasmissione dei segnali di partenza ed arrivo),
tempo che possiamo definire di stazione, indicato con Ts, che dipende dalla
capacità C tendendo ad allungarsi al crescere con essa.
Se aa = cost e af = cost sono le accelerazioni assunte costanti in avviamento e frenatura e v è la velocità a regime [m/s], richiamando le leggi del
moto uniformemente accelerato il tempo di percorrenza [s] del tracciato di
lunghezza L [m] è dato dalla relazione:
2

v 1
1  v  1
Tv = +
L - aa   - a f
aa v 
2  aa  2

 v

 af

2




+ v
 af

(11.5)
che, assumendo in via approssimata aa = af = a si semplifica nella:
Tv=
v L
+
a v
[ s]
(11.6)
La durata di una corsa, ovvero il tempo tra due arrivi consecutivi nella
stessa stazione, vale dunque:
T = Tv + Ts =
v L
+ + Ts
a v
[ s]
(11.7)
502
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
e quindi la potenzialità risulta:
P = 3600
C
v L
+ + Ts
a v
 p
 h
 
(11.8)
I valori di aa e af sono imposti da esigenze fisiologiche e di comfort; come
limite per entrambi può assumersi orientativamente aa = af = 0,4 m/s2. Riguardo a Ts in passato con vetture ad unico accesso si prevedeva in genere
1 sec/persona, per cui numericamente si poteva porre Ts ≈ C.
Assumendo aa = af = 0,3 m/s2, e quindi con v/a ≅ 3v, la (11.8) diviene:
P = 3600
C
v L
+ +C
a v
 p
 h
 
(11.9)
La (11.9) è una funzione P = f(C, v, L) che mostra P concorde con C e v
e discorde con L, per cui elevate P derivano quindi dalla compresenza di
grandi capacità, di elevate velocità di marcia e di linee corte e a campata
unica perché con più campate i valori scendono notevolmente a causa del
rallentamento al passaggio dei sostegni al fine di contenere effetti centrifughi disturbanti.
Nel corso del tempo la velocità è passata da v = 6 - 8 m/s ai massimi
attuali v = 10 ÷ 12 m/s (36 ÷ 43 km/ora) ammessi per vetture presenziate,
restando ferma a ∼ 7 m/s per vetture non presenziate, mentre la capacità è
salita da C < 20 a valori usuali di 100 ÷ 150 persone, con massimi progressivamente cresciuti a 180, 200, fino a 230 persone con vetture a due piani.
All’aumento della capacità ha contribuito anche l’alleggerimento della
struttura portante delle vetture mediante ricorso a leghe speciali e materiali
compositi e a metodi di calcolo fine, derivandone, per dati vincoli per i carichi sulla fune (Par. 11.4.1.1), l’aumento del carico utile.
Ben più corposo contributo è venuto dalla riduzione del tempo Ts, diminuito del 50 % e più nelle bifuni più moderne, mediante l’adozione di porte
multiple, con apertura e chiusura ottimizzate ed accessi agevolati; di fatto,
ammesso Ts ≈ 0,4 C la (11.9) fornisce:
P = 3600
C
L
3v + + 0,4C
v
 p
 h
 
(11.10)
L’importanza della riduzione è mostrata da un esempio; con v = 12 m/s e
L = 1500, per C = 100 dalle (11.9) e (11.10) risulta rispettivamente P = 1380
e 1800 p/h, con aumento del 30 %.
Appare utile riportare in Figura 11.15 la funzione P = f(v, L, C) in forma
di diagramma cartesiano avente sugli assi v, L e il rapporto P/C a parametro.
Note L e v, si individua P/C e si perviene a P assegnando C.
Ad esempio, con v = 10 m/s, per L = 1500 m si ha P/C ≅ 17 per cui con
C = 50 ÷ 150 risulta P = 850 ÷ 2250 p/h, mentre per L = 1000 m risulta
P/C ≅ 22 e a C = 50 ÷ 150 corrisponde P = 1100 ÷ 3300 p/h.
Il diagramma descrive tuttavia formule del tipo (11.9) e (11.10) in cui
si assumono valori di Ts compresi in (1 ÷ 0,2) C. Ad esempio, per v = 10,
L = 1500 e C = 50 ÷ 150 la (11.9) fornisce P = 780 ÷ 1640, valori mi-
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
Figura 11.15:
Potenzialità di funivie
bifuni [3].
503
nori di quelli del diagramma,
mentre la (11.10) fornisce
900 ÷ 2250 p/h, valori invece prossimi ad essi, mentre per v = 10, L = 1000 e
C = 50 ÷ 150 i valori che si ottengono sono P = 1000 ÷ 1930
con la (11.9), ben minori rispetto al diagramma, e
P = 1200 ÷ 2840 con la
(11.10), il primo più alto, il secondo più basso e di fatto ottenibile con Ts = 0,22 C e cioè
con tempo di evacuazione della vettura pari a 33 s.
In sostanza, per una data
lunghezza L della linea, P cresce all’aumentare di v e C; e dato che la velocità è comunque scelta elevata,
il suo aumento poggia soprattutto su quello della capacità delle vetture,
risultato condiviso, come si vedrà, con gli impianti a moto continuo.
Spaziando sul parco delle bifuni emerge la grande escursione della potenzialità al variare dei dati dell’impianto.
Ad esempio con v = 10 m/s passando da L = 1000 m a L = 2000 m si
rileva che P/C scende da 22 a 14 il che per C = 100 si traduce nella diminuzione di P da 2200 a 1400 p/h; aumentando v da 6 a 12 m/s, con L = 1500 m,
P/C cresce da 11 a 19 il che per C = 100 significa l’aumento di P da 1100 a
1900 p/h.
Infine, posti L = 1500 e v = 10, con P/C = 22, P cresce in proporzione
con C passando da 1100 per C = 50 a 3300 p/h con C = 150.
Nelle linee con più campate, poiché il passaggio sui sostegni deve avvenire con v < 10 m/s e < 6 m/s a seconda che le vetture siano presenziate o
non, il termine L/v a denominatore della (11.10) aumenta e P si riduce.
In definitiva, i valori ottenibili con la (11.10) e la Figura 11.15 con combinazioni ottimali delle grandezze possono essere distanti dalla realtà; i tempi
di percorrenza sono di fatto cospicuamente più lunghi, sicché il numero di
corse all’ora si riduce a < 10. Ad esempio, in una bifune a va e vieni con
C = 50, v = 8 m/s, che è pur sempre un buon impianto, per L = 2000 m la
potenzialità scende a ∼ 550 p/h.
E in recenti impianti tecnologicamente di prestigio ma in situazioni particolari si possono incontrare valori anche notevolmente inferiori.
Più complessa è la determinazione della potenzialità di impianti pulsé.
Data la lunghezza del percorso e la velocità di marcia in linea, la potenzialità dipende dal numero di gruppi, dal numero di veicoli per gruppo, dalla
capacità dei veicoli e va determinata caso per caso ottimizzando le suddette
variabili. Ad esempio aumentando i gruppi cresce il numero di trasportati
ma aumentano i tempi dei transitori con abbassamento della velocità media.
In ogni caso, se le operazioni di imbarco e sbarco avvengono da fermo,
per situazioni ed esigenze particolari (ad es.: con disabili), come richiesto
negli impianti per trasporto urbano (Par. 11.11), crescono evidentemente i
tempi di sosta e la potenzialità si riduce.
504
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
In generale la capacità è legata anche, mediante i tempi di sosta, alla
frequenza di passaggio nel senso che, più corto è l’intervallo tra veicoli,
minore può essere la capacità di essi.
11.5.2.
TENSIONI NELLE FUNI
L’indagine dello stato tensionale delle funi di un impianto funiviario è
un problema di grande complessità perché vi intervengono:
–– l’ufficio svolto dalle funi, portante, traente, portante-traente;
–– la geometria della linea, profilo altimetrico, lunghezza e dislivello fra i
punti estremi, ubicazione delle stazioni motrice e di tensione, numero e
posizione dei sostegni;
–– le modalità dinamiche di esercizio, a regime, in transitorio;
–– la realizzazione meccanica dell’impianto, come forme e dimensioni dei
componenti.
La formulazione generale dello stato tensionale nelle varie situazioni che
possono presentarsi esula dall’ambito della trattazione. Ci limitiamo quindi
ad esprimere la tensione in alcune situazioni significative.
Tensioni nella portante
Come visto in precedenza la configurazione tipica della bifune prevedeva la portante ancorata ad un estremo e contrappesata all’altro. Con essa, la
tensione nella fune portante è la risultante della forza applicata dal dispositivo contrappeso, della componente verticale del peso proprio della fune,
delle resistenze d’attrito sugli appoggi (scarpe dei sostegni, carrelliere di
deviazione al contrappeso), delle resistenze trasmesse dal veicolo tramite i
carrelli (di rotolamento), cui si aggiunge lo sforzo derivante dall’eventuale
frenatura sulla portante diminuito (nel regolamento italiano) del 7 % della
tensione.
Di solito il contrappeso è situato alla stazione inferiore. Tuttavia, lasciando libera la scelta della sua ubicazione, la tensione in un punto generico x
della fune è la risultante delle forze agenti fin lì, che sono:
–– la tensione TC applicata dal contrappeso;
–– la componente verticale del peso della fune qhx, prodotto della massa
lineare q [kg/m] per il dislivello hx tra i due punti, contata positiva dalla
stazione a valle e negativa da quella a monte;
–– la somma Rfx delle resistenze allo scorrimento sugli appoggi, positiva o
negativa a seconda che il contrappeso, e con esso la fune, si muova verso
l’alto o verso il basso.
L’equilibrio delle forze è descritto quindi, in termini generali, dall’equazione:
Tx =TC ± qhx ± R fx
(11.11)
in cui il doppio segno dipende dalla posizione del contrappeso e dal verso
di spostamento della fune.
Se il contrappeso è a monte la tensione massima vale Tmax = TC ± Rf
con Rf le resistenze d’attrito degli organi di rinvio ad esso; se è a valle si ha
Tmax = TC + qH ± Rf con H dislivello totale e Rf il complesso di tutte le resistenze d’attrito delle parti in moto e degli organi di rinvio ad esso.
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
505
Con fune ancorata alle due estremità, soluzione ormai pressoché usuale,
come detto, vanno messi in conto gli effetti termico ed elastico, assenti nella
fune contrappesata; il primo, dovuto alle escursioni della temperatura, con
variazione di lunghezza della fune, dipende dal numero delle campate e
dalla differenza di lunghezza tra esse, tendendo ad attenuarsi con la diminuzione di questa e l’aumento di quello, il secondo è effetto del variare della
tensione della fune con la posizione del carico.
La varietà di combinazione dei due effetti determinano in generale una
sollecitazione massima, con cui va verificata la robustezza della fune, e una
tensione minima di cui vanno controllati i rapporti locali col peso della
vettura e col carico per rullo.
Altre importanti verifiche, inquadrate da prescrizioni emanate in sede
comunitaria riguardano la stabilità della fune sulle scarpe in presenza di
vento in e fuori esercizio e al sollevamento.
Tensioni nella traente
Come visto, la traente è chiusa ad anello mosso dall’argano motore e teso
da un contrappeso o da un dispositivo idraulico, questo oggi prevalente per
ragioni meccaniche ed economiche.
Nelle funivie monofuni l’anello è unico, nelle bifuni l’anello è spezzato
dalla presenza delle vetture, in due parti se queste sono due come nell’impianto classico, con una parte a monte di queste (traente superiore) ed una
parte a valle (traente inferiore, detta anche zavorra quando la puleggia motrice è a monte). Nelle funicolari spesso manca il semianello inferiore, a
meno che non sia necessario aumentare con un contrappeso le tensioni alla
puleggia motrice per assicurare l’aderenza.
Argano e dispositivo di tensione possono trovarsi in stazioni distinte o
nella stessa stazione ed in tal caso l’altra ha solo la funzione di rinvio. Per
lungo tempo la configurazione preferita è stata con motore a monte e tensione a valle (con rinvio) ma nel corso del tempo, allargandosi le possibilità di
ubicazione dell’impianto, le configurazioni sono il risultato delle possibili
combinazioni delle due funzioni.
Nel caso ordinario di profilo inclinato (estremi a quote diverse) esse sono
quattro per veicoli carichi in salita e quattro per veicoli carichi in discesa, e
quindi complessivamente otto, raccolte in Figura 11.16.
Esse sono:
–– motrice a monte e tenditrice a valle;
–– motrice-tenditrice a monte, a valle solo rinvio;
–– motrice a valle e tenditrice a monte;
–– motrice-tenditrice a valle, a monte solo rinvio.
La configurazione più favorevole tra le quattro è quella con puleggia motrice a monte, ove la tensione è la massima, e puleggia di tensione a valle.
Essa è tuttavia legata al profilo della linea, alla disponibilità di approvvigionamento elettrico, alle difficoltà di scavo del pozzo del contrappeso.
La determinazione della tensione è strettamente legata alla posizione
delle suddette funzioni; data la natura di questa trattazione è possibile pertanto solo una formulazione di carattere generale.
A rigore, va distinto il caso della traente pura di una funivia bifune dal
caso più complesso della fune portante-traente di una monofune.
506
La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
Figura 11.16:
Le otto configurazioni
possibili per le stazioni motrice e tenditrice
dell’anello trattivo, per
veicoli carichi (indicati
con ⋅) e scarichi (indicati con o) in salita (in
alto) e in discesa (in
basso). La freccia curva
indica la motrice, la
diritta il tenditore, con
verso del moto [3].
Sulla tensione nella traente (pura) superiore intervengono, non considerando per brevità possibili interazioni con la fune portante:
–– la forza TC applicata dal dispositivo di tensione;
–– la componente verticale Tf del peso della fune comprensivo della traente
inferiore (zavorra);
–– la componente longitudinale TQ (lungo l’asse fune) del peso del veicolo
carico (quella normale è supportata dalla fune portante);
–– la risultante Rfv delle resistenze passive nel moto dei veicoli (attrito di
rotolamento, aerodinamiche);
–– la risultante Rfr delle resistenze d’attrito nelle coppie rotoidali delle rulliere dei sostegni, nelle pulegge di deviazione, nelle guide di stazione;
–– la forza d’inerzia Fi dei componenti meccanici mobili nei transitori di
avviamento e frenatura con segno conseguente.
L’entità delle suddette forze dipende
dal profilo della linea, dal carico viaggiante, dalla velocità di marcia, dall’accelerazione nei transitori. Il segno, positivo e
negativo nel riferimento scelto, dipende
dal verso del moto, dalla posizione delle
stazioni motrice e tenditrice, dal tipo di
transitorio.
Con argano a monte e dispositivo di
tensione (e rinvio) a valle, l’equazione di
equilibrio per carico in salita è:
'
Tmax
= TC + T f + TQ + R fv + R fr + Fi (11.12)
Nell’altro ramo della traente, che ai fini
della valutazione della potenza motrice e della sicurezza dell’aderenza della
fune sulla puleggia motrice va previsto “scarico” (veicoli vuoti), la T ′′ < max
di uscita dalla puleggia è data dalla (11.12) con i valori di TQ e delle resistenze spettanti.
Se il dispositivo di tensione è a monte si ha T ′max = TC ≅ T ′′max e con
puleggia motrice a valle le tensioni ai capi di essa si ottengono sottraendo
da TC le forze peso agenti nei due rami e considerando il verso del moto per
resistenze e forze di inerzia.
Passando al caso della fune portante-traente di una monofune - seggiovia, cabinovia, sciovia - la forza trasmessa da ciascun veicolo comprende
anche la componente del suo peso normale alla linea, in aggiunta alla tangenziale sicché l’equilibrio è espresso dalla (11.11) in cui per ogni veicolo
figura il peso Q al posto di TQ.
Ne risulta una maggiore forza richiesta al dispositivo di tensione.
Nel caso di molti veicoli a corta equidistanza E, il loro peso Q si considera ripartito sulla fune come carico lineico q′ = Q/E [N/m] a formare un peso
proprio fittizio q + q′ da inserire nella (11.12).
Di solito, per le resistenze si ricorre a coefficienti suggeriti dall’esperienza e dalla pratica impiantistica a corredo di analisi teoriche. Come dato
orientativo si assume 3 % del carico normale.
Per la verifica di resistenza della fune va considerato il massimo dei valori (11.12) mentre ai fini della potenza di azionamento interessano i valori
Capitolo 11 - Impianti di trasporto a fune
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di ingresso ed uscita dalla puleggia motrice, precisamente la differenza di
essi che è positiva (motrice) con veicoli in salita e negativa (frenante) con
veicoli in discesa.
Può accadere che l’impianto sia autofrenante se le resistenze passive superano le altre forze (in genere con profili poco acclivi).
11.5.3.
L’AZIONAMENTO. COPPIA. POTENZA
La trasmissione del moto dalla puleggia motrice alla fune traente è opera
della coppia motrice prodotta dalla forza periferica Fm che si sviluppa per
l’aderenza tra fune e gola guarnita della puleggia nell’arco di avvolgimento.
Tale forza è data dalla differenza delle tensioni di uscita ed ingresso alla
puleggia determinate con la (11.12). Indicando con Tsup e Tinf la maggiore
e la minore delle due tensioni che dipendono dalle configurazioni descritte,
si ottiene:
=
Fm Tsup - Tinf
(11.13)
Nelle monofuni con molti veicoli in linea la Fm differenza delle Tsup e Tinf
per ramo in salita carico e ramo in discesa scarico non varia sensibilmente
con le successive posizioni dell’anello trattivo in moto, arrivando alla configurazione limite di carico uniformemente distribuito, per cui Fm si mantiene praticamente costante.
In una funivia bifune a va e vieni, invece, le tensioni della traente alla
puleggia motrice dipendono, per data configurazione d’impianto, dalla posizione delle due vetture. La Figura 11.17 ne mostra il variare per una tipica
linea a profilo concavo a tre campate, con due sostegni, nell’ipotesi di stazione motrice a monte.
Figura 11.17:
Andamento delle tensioni Tsup e Tinf alla
puleggia motrice per
funivia bifune con
motrice a monte e due
sostegni in linea; Fm
forza periferica [5].
L’andamento crescente pressoché linearmente di Tsup al salire del veicolo
lungo le tre campate è dovuto all’aumento della componente del suo peso al
crescere della pendenza (tangente alla fune portante); l’abbassamento con
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La trazione ferroviaria i sistemi a guida vincolata
discontinuità al passaggio dei sostegni è dovuta alla riduzione di detta componente per la diminuzione di pendenza della linea (differenza degli angoli
a monte e a valle) prodotta da essi.
Notiamo che per Tinf l’andamento è il medesimo tenendo tuttavia presente che il veicolo scende mentre l’altro sale.
La differenza delle ordinate fornisce Fm alla puleggia che risulta dunque
variabile. Dalla Fm conseguono:
–– la coppia motrice, che con r raggio della puleggia in corrispondenza del
centro della fune vale:
M m = Fm ⋅ r = (Tsup - Tinf )r
[Nm]
(11.14)
–– la potenza motrice, che con ω velocità angolare (rad/s) o con n = ω60/2π
numero di giri/1′ rispettivamente vale:
Pm= M m ⋅ ω= (Tsup - Tinf )r ⋅ n(π / 30)= 0,105 ⋅ Fm r n [W ]
(11.15)
(in kW se Fm è in kN), e può essere espressa anche mediante la velocità
della fune v = ωr con la relazione:
Pm = Fm ⋅ v = (Tsup - Tinf )v
[W ]
(11.16)
Fissato poi un rendimento η dell’argano, si ottiene la potenza di azionamento Pa = Pm/η.
Nelle monofuni, Mm e Pm derivano direttamente dalle suddette relazioni
essendo Fm ≅ cost; per le bifuni a va e vieni, Mm e Pm sono ricavati di solito
partendo dal valore quadratico medio (nel tempo) di Fm determinato dal
diagramma di Figura 11.17 mediante relazioni note.
Per un impianto monofune a moto continuo una semplice valutazione
di massima della potenza può essere ricavata esprimendo l’incremento di
energia potenziale della massa sollevata nell’unità di tempo, costituita dai
passeggeri e dalla massa metallica associata.
Per i passeggeri, indicando con m la massa media del singolo, si ottiene,
con P/3600 [p/s] la potenzialità e ∆z il dislivello [m]:
Pm =
P
mg ∆z
3600
[W ]
(11.17)
Ad esempio, con P = 2000 p/h e ∆z = 0500 si ha Pm = 218 kW.
La massa metallica associata - abitacolo, sospensione con morsa e tratto
di fune pari all’equidistanza dei veicoli - può essere tenuta in conto in via approssimata amplificando la massa m ⋅ C (carico utile) con un fattore χ tratto
dall’esperienza impiantistica; ad esempio, ritenendo in media χ ≅ 2,5 (massa
totale sollevata pari a ∼ 2,5 quella dei passeggeri) si ottiene Pm = 545 kW.
11.5.3.1.
La condizione di aderenza
Per la trasmissione del moto senza slittamento globale della fune sulla
puleggia le tensioni Tsup e Tinf s
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