Nazionalismo, cosmopolitismo e provincialismo nella tradizione

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Revista de 14010gW kOfllaflh ¿7
2000. 7. 171-196
ISSN 0212-999X
Nazionalismo, cosmopolitismo
e provincialismo nella tradizione letteraria
della Sardegna (seCC. XV-XVHI)
Paolo MÁNINCIÍEDDÁ
RESUMEN
Assumendo un canone appropriato per l’interpretazione della cultura letteraria
isolana, rautore delinea ¡ legami della letteratura orale e scritta con istanze letterarie
allogene e con le díltes locali; mette in evidenza, soprattutto per 1 secoll XVXVIII, l’importanza produttiva dell’ambito semicolto e di quello paraliturgico.
Palabras clave: Sardo, letteratura sarda (storia).
Per parlare correttamente della comunicazione letteraria’ in Sardegna
oceorre fare tre brevissime premesse.
La prima. II gesuita padre Antonio Bresciani diede alíe siampe nel
18502 it resoconto di un suo viaggio nell’isola. E utile comparare II suo entusiasmo per it magnifico palazzo dei conti di Villaermosa alíe porte di Cagliari, con I’imbarazzo con cui un altro visitatore ottocentesco della Sardegna, Gustave Jordan, dá conto dei tuguri in cul viveva la gran parte della
popolazione: monolocail in pietra o in mattoni di argilla essicati al sole, con
al centro, seavato nella roccia, lo spazio destinato al fuoco. Queste abitazioni, i rinomati frghiles \ vengono descritte, come ancora esistenti ed
Le storie letterarie che forniscono un quadro complessivo della tradizione letteraria sarda
sono O. Siotto Pintor (1843-44) (si accon3pagni la lettura con O. Pirodda (1991); E. Alziator
(1954); 0. Pirodda (¡992). Sono inolire disponibili recenti studi di sintcsi: N. Tanda (¡991);
O. P¡rodda (1992).
- A. Bresciani (¡850). Debbo la rileltura dei testi dei viaggiatori che visitarono la Sardegna tra
Setrecento e Ottoccnto al libro postumo di S. Atzeni (1999).
Sulle tipologie abitadve tradizionali sarde e sul rapporto tra luorno e jI tenitorio in Sardegna
cfr. 0. y. Arata—G. Biasi (1935); 0. Baldacel (1952); V. Mossa (1957); M. Le Lannou (1941);
O. Angioni-A. Sanna (¡988).
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Paelo Ajaninc.hedda
Nazionalismo, cosniopolitistno e /9r03’in(ialisrno ¡¡ella Hadizione..
abitate, nei racconti di Salvatore Cambosu % scritti a cavallo delle due guerre mondiali. Anche la letteratura attesta quanto a lungo sia durata l’arcaicitá nell’isola! Un’arcaicitá materiale, obiettano alcuni. non culturale5; cd
hanno ragione. Occorre peré precisare che henché sia esistita anche in Sardegna una minoritaria «civiltá delle lettere», essa non si é configurata fino
all’Ottocento come parte di una civiltá cornplessivamente in movimento, attraversata nella sua interezza dalle innovazioni e dal progressi, foss’anche
solo morali, del procedere della cultura e della tecniea. Le letíere e ¡ letterau, fino all’Ottoeento, come si é detto. sono stati marginail rispeito all’unica tragica dialettica che caratterizzé a lungo l’lsola, quella tra povertá diffusa e privilegio sempre pié arroccato e esclusivo 6• La Sardegna é stata
attraversata come una pianura indifesa dal fiume della prepotenza e dello
sfruttamento, ora operato da stranieri, ora da sardi naturalizzati. ora da
sardi autoctoni. La sioria delle lettere e dell’immagine che in essa si e impressa della dialettica tra le etn¡e, le nazioni e le culture, é in Sardegna un
pezzo della storia dei privilegiati. Cié non significa che si tratti di una letteratura del privilegio, un’attivitá culturale avulsa dal suo contesto, snobistica e frivola. Come si vedrá le cose non stanno cost ma é bene. in premessa. sgombrare II campo dalia tentazione di assumere la letteratura come
paradigma unitario della storia sarda.
Seconda premessa. In una lettera del 1956 Sergio Cotta chiedeva ad Antonio Pigliaru, docente di Dottrina dello Suato all’Universitá di Sassari:
«La Sardegna non ti fa perdere troppo tempo? Mi rendo conto —seríveva
Cotta della superficialitá di questa domanda, pure mi pare di dovertela
fare» 1 Questa stessa domanda viene rivolta anche oggi e ripetutamente a
molti accademici isolani. Lewis, nella celebre Allegoria d’amore< seríveva
che spesso nell’accademia si galvanizzano i moni, ossia argomenti marginaIl o poco significativi, ma preziosi per costruire una carriera universitaria.
Neanche questo vizio o vezzo accademico varrebbe per la Sardegna. Al di
lá dell’ironia, occorre ehiedersi: perché la Sardegna farebbe perdere tempo?
8. Catnbosu (1996>.
La storiografia piú impegnata pofiticamente sul versante sardisla e autonomista vatori,za. e
<alvolta enlhtizza, le emergenze della cultura seritia, quella di matrice marxista si é invece concentrata sulle ragioni del sottosviluppo sardo. suí rapporti di dipendenza (Ii tipo coloníalístico e stile gerarch e economíche e poi tiche tra Ccli; per Un primo orientatnento (1. Murru Corriga
([977); AAVV. (1982): 66. Ortu ([984); (1. Sotgiu-A. Accardo-L. Carta (1991); E. Atzen¡-L.
Del Piano ([993); L. Marrocu-M. Brigaglia ([995>.
Cfr. J. Day ([987); E. Mancnni (t992); F. Manconi (1994): 0.6. Ouiu ([996).
Citato da L. Marrocu-M. Brigaglia (t995). p. tOS.
C. 8. Lewis (t969), p. 3.
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Nazionalismo, cosmopo/iuismo e provincialismo nt/la tradizione,.,
La Sardegna non ha concorso alía costituzione del canone della cultura occidentale, per questo si ritiene che, chi se nc occupa. perda in qualehe modo
ji suo tempo. Carlo Dionisottit peré, ha sottolineato a sito tempo, le difficoltá di ricostruzione storica a cui si va incontro assumendo jI canone cuíturale vigente come modulo interpretativo unitario della cultura italiana, Le
culture regionali, come sappiamo, non sono sempre state un riflesso della
cultura nazionale. Alcune di esse hanno caratteristiche proprie. Ricollocate
nella teoria della letteratura proprio da Dionisotti, esse hanno soilecitato un
ripensamento della storia della cultura italiana e del ruolo positivo che vi
hanno svolto l’interazione, la commistione e la trasformazione di diverse
tradizioni regionali. La nostra riflessione sul sistema della comunicazione
ietteraria in Sardegna si inquadra in quest’ultimo orizzonte interpretativo.
Terza premessa. L’arcaismo delI’lsola é stato ed é nella letteratura e
nell’industria editoriale che dall’esterno hanno guardato alía Sardegna, un
topos cosj radicato da essere riproposto anche al di lá dei reali contenuti della sua vigenza.
Nc é una conferrna anche il notevole interesse accademico internazionale
peri dialetti sardi, peri loro arcaismi, perla loro toponomastica e onomastica
spesso prelatina, per u loro strettissimo rapporto con una vita rurale e con ambienti e utensili di matrice antichissima, a cui corrisponde un assoluto disinteresse per la letteratura isolana che, invece, non presenta sempre questi connotati. Uniche eccezioni di rilievo al disinteresse generale sono quei testi
—dai romanzi della Deiedda, al Diario di una maestrina della Giacobhe, al
Padre padrone di Gavino Ledda— che illuminano comunque questa arcaicitá
quando entra in contatto con la modernitá. Come dire che la Sardegna oltre ad
essere stata arcaica, soprattutto é piaciuta e piace arcaica. Occotie liberarsi da
questo pregiudizio che é degenerato in erroneo atteggiamento estetico.
Veniamo pié direttamente alía ietteratura. 1 primi testi scritti in sardo 0
tutti datati o databili tra ¡‘ultimo quarto dell’XI e ¡‘inizio dei XII secolo.
C. Dionisotti ([967). Cfr. ora E. Antonelli (1987); A. Petruccí, (1988).
Sulle prime altestazioni scritte in sardo e sui rapporti tra cultura orale e cultura scritta o Sar11 XI-XVI cfi’. E. Can (1982); P. Merci (1982); P. Maninchedda ~I986).Le prindegna
“ej seco di documenti volgari sardi sorio ancora P. Tola (1861-1868). A. Solad (1905), A.
cipali raccolte
Saba(1917). TesO sardi sonoinoltrepresenti in A. Monteverdi (l935tG. Lazzeri ([942); E. Monaci (1955): indispensabile fare anche riferimento, non por e ediuioni dei testí, ma perla comprensione del contesto culturale e politico diii 1198 in poi. a Seano, D. (1940-41)81 dispone di un
cospicuo numero di ediziowi e di riedi-uioni di singoti documenil pci le qunil efr. O. Bonazzi
([900); E. Besta-A. Sdmi (1937); M. Virdis (1982); 1’. Merci (1992); It E. Guarnerio (1892), E.
Besta (1899); E. Besta-P. E. Guarnerio ([905); Carta d« Lega, (1991); A. Sarna (1957): 8. Debenedetti (1925-26): (1. Contini (1950>, P. Merci (1978).
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RieRta de Filología Re,,neinica
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Pan/o Maninchedda
Na:ionalisnro, cosmopolitismo e pro~’uiCia/¡Smo nc/la tradizione, --
sembrerebbero attestare eselusivamente la precoeltá dell’uso scritto di un
idioma neolatino, in un contesto cuiturale e geografico che passa, da un
fortissimo isolamento, ad una grande apertura verso gli ordini benedettini
e verso i comuni di Genova e Pisa. Essi a prima vista forniscono J’impressione di un’ iperbole del localismo. Sono scritti inratti prevalentemente in una lingua strutturata secondo i moduii deli’oraiitá, trasposta
nell’uso scritto senza alcuna mediazione culturale. Ad un’ana!isi pié attenta, peré, que-sta immagine si modifica: nel protoeolli e negli eseatocolii dei doeumenti viene utilizzato uno stile formulare di chiara ascendenza
bizantina Ceno, le formule si ripetono, e nella rípetizione spesso i parlanti perdono la consapevolezza del loro reale significato, rna é incontestabile che l’inserimento di tale formularitá in testi la cui lingua & nient’altro che la trasposizione del parlato, denuncia la consapevolezza del valore
simbolico della formula. Tale valore consiste in questo: la formula é segno
di integrazione nel sistema esterno del potere (l3isanzio) ritenuto ¡‘unico
capace di legittimare quel-lo interno (i Giudici sardfl. Nel momento del
reinserimento nel sistema occidentale, i regoli sardi mettono innanzi le insegne stilistiche del sistema da cul provengono, quello bizantino, quasi a
voler significare di non essere ¡solad. di non derivare jI proprio potere da
una vicenda tutta locale, e a partire dall’integrazione precedente —di ciii
avvertono l’ormai avvenuto declino— si aprono alía successiva con lo
stesso intento: la legittimazione appunto 2, Memoria ed esibizione simbolica delle proprie origini. necessitá di una nuova integrazione e di una
nuova Jegittimazione, sono fattori che troviamo atiivi anche neí secoli seguenti e che agiscono in tutte le ietterature regionali compresse da un eanone «nazionale» a loro estraneo.
Non esiste una letteratura medievale in lingua sarda ~ —se si fa eceeFormula inrroduttiva: la nomini de patee etfi/iu ci spbit,, sa,uIu; ormula conclusiva: ¡St 1<1
1 art denertere appat ruar/tema daba patee ci fi/u. ea sane-la spo-itu. daba Xli aposlo/os er daba
liii eran geli,-tas, daba XV? p;-ophctas. da/za XXI?! seniores-. daba CCCX VIII samio, patrev, e:
saril appae e-am Jada ir, infe,-no inflar-inri. Fiat, fiar amen. Sulí ioflusso bizantino sulla 1 irrgua cíe.
E. Terracini (1957); M- L. Wagner (1997), Pp 162-174; Y Lol (1981), pp. 9-20: 6. Paulis
(1983). Sulla Sardegna alto-medievale cfi’. E. Besta (1908-1909); A. Boscolo (1978); It Manirchedda (1987)
‘2 Non a ca-so le formule di ascendenza bizantina verramno progressrvamente soseituite con
quelle di provenienza italiana dr. P, N4aninchedda (1987).
‘~ É cenamente esistita una tradizione liturgica e agiografica meclíevale in lingua latina la quale, peté, essendoci pervenuta prevalentemerte attraverso codici tardi comporta non pochi problcmi
di datazione. Sullargornento, dopo gO studi fordanti di Baechisio Raimondo Molzo, recentemerte
raccolil e ristatnpati in B. R. Motzo (1987). ci si pué valere del tiuovi apporti fomiti da Giampaob Mete pci’ cui dr. Bibliogratia
Re ‘[cta de Filología Ronuinha
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Nazionalismo, cosmopolitismo e provincialismo nc//a tradizione.,.
zione per il Libellus judicum turritanorurn t4 ma esiste una copiosa produzione documentaria. E difficile credere in una rjalfabetizzazione delta
Sardegna ad opera dell’exercitus Dei costituito dai monaci benedettini.
Sebbene sia sempre risehioso avventurarsi nella stima dell’alfabetizzazione
d’etá medievale e moderna, si pué affermare che la Sardegna mantenne
sempre u senso pragmatico della scrittura, quello orientato alía tutela dei patrimoni, e sembrano semmai 1 monael nuovi venuti ad essersi adeguati alla
lingua di questo sistema di testi scritti che riusciva a disciplinare in modo
efficace i rapporti di seambio e di proprietá t5~
L’assenza di tradizione letteraria, che dura fino alía fine del Quattrocento, non é sinonimo di assenza di tracce di cultura ietteraria. 1 trovatori
ebbero rapporti con le piccole corti sarde e con i loro signori cosi come Ii
ebbero con altre corti signorili d’Italia, e giá lo segnalava u De Bartholomaeis nel 1931 t6• Alía fine del Duecento Terramagnino da Pisa, sardo-pisano anche nel nome, giacehé i sardi chiamavano la penisola Terramanna,
scrísse in Sardegna la Doctrina d’Acort ~ manualetto di lingua e retorica
provenzale sul modello delle Razos ‘~ di Raimon Vidal de Besaló. Di tutto
questo sistema di rapporti e di relazioni non resta nulla al livello dei testi
scritti della cosiddetta cultura alta. Diverso é u discorso per i testi della poesia popolare isolana. Questa, studiata soprattutto da Cirese ~ si caratterizza
per u numero e la straordinaria complessitá del suoi generi e per la terminologia tecnica che ne designa le forme e 1 metri. Cirese colse immediatamente dietro questo patrimonio la matrice della tradizione provenzale, ma
non volle affermare con nettezza una discendenza della poesia popolare sarda dalia letteratura trobadorica, sospettando che le forme, e i nomi che le
designano, fossero stati introdotti tra u Settecento e l’Ottocento da un
gnuppo di letterati impegnati a costruire artificialmente La lingua letteraria
‘~ Breve cronaca del XIII secolo, pervenutaci atiraverso un apografo del XVII secolo, che ha
peré intenti pié politici che letterari, cfi. A. Sanra. A. Boscolo (1957); recentemente nc é síata
pubblicata ura ruova edizione, cfr. A. Orunesu-V. Pttsceddu (1993).
‘~ Cfr. 1’. Marinchedda (1986).
Cfr. V. De Barrholomaeis (1931).
Ch. A- Ruffinatto (1968).
Cír. J. [-1.Marshall (1972).
A. M. Cirese (1964), riprodotto con leggere integraziori in AM. Cirese (1988), Pp. 185349. Sulla poesia popolare in Sardegna é indispensabile A. M. Cirese (1977); é comurque opporruno ricordare la succinra ma utilissima nota bibliografica presente in G. Bottiglioni (1978) Pp.
102-104; M. L. Wagner, (1997), pp. 354-364; le utilissime ma non sempre sejenlifiche edizioni
deWa collana 1 grandi pocri i,t fingua sarda delle Edizioni della Torre e le classiche antologie di P.
Nurra(1898) e (1. Pinna (1982): cfi. iroltre 5. Tola, (19..); C. A. Tola (1997); S. Tola(1991): C.
PilIai (1991).
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R e,-i.sta ele Fitología Rno,áni, a
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Naziona/ismo. cosm opolítiseno e pro t incialismo jiella te-adizione. --
isolana 20• ~ timore di Cirese & stato fugato grazie al ritrovamento del codice AC VIII 72t databile tra il 1683 e u 1684, conservato presso la Biblioteca milanese di Brera. Esso riporta, oltre ad alcune litanie in latino e a numerosi testi in castigliano. alcuni dei quali di autori celebri come Góngora.
Lope de Vega e Calderón de la Barca, diciassettc poesie in sardo che riassumono quasi tutto it repertorio metrico della poesia popolare ¡solana.
Data la datazione del codicc, cade ovviamente it sospetto di un’elaborazione
«artificiale» dei generi popolari ad opera degli uomini di lettere del secolo
successivo, mentre viene confermata —il teslo sembra provenire da un
ambito sociale di confine tra l’aristocrazia. i gesuiti e ¡1 popolo— l’interferenza tra popolare e popolareggiante. tía u mondo dell’oralitá e quello della
cultura scritta, che Cirese aveva ben intravisto 22 Si aggiunga inoltre che Cirese ignorava la complessitá dei rapporti della Sardegna con u mondo trobadorico e con quello catalano
del XIV secolo, di cul oggi si ha invece
9.
ínaggiore
consapevolezza
Infine va rilevato che, unitamente a quanto attesterebhero le forme e
nomi della poesia popolare sarda, tarde fonli quattro-cinquecentesche recentemente rivisitate, attestano inequivocabilmente che nell’isola é esistita
una tradizione, se si vuole para-letteraria giacché queste fonti, in particotare una, seínbrano florilegi acriíici di tradizioni oralí e scritte— che aveva
come argomento le origini delle casale giudicall, le fondazioni delle chiese e
delle cittá pió importanti, gli episodi della sioria medievale ¡solana21.
Q ualeosa, dunquc, reí Medioevo sardo & accaduto di letterariamcnte rilevante. Siamo costretti a parlarne in forma cosi generica per la totale indisponibilitá di testi che ci impedisee di apprezzare come e se le diverse linguc
parlale in Sardegna (sardo, latino, italiano, catalano) siano state utilizzate nelía pratica letteraria. Alía domanda, che sorge spontanea, circa ¡1 perché
dell’assenza di testi, si pué rispondere o semplicemente perché non nc sono
mal stati serítti, e allora ci si deve avventurare a negare a priori valore a mtto il patrimonio di indizi di cul abbiamo parlato. oppure si deve ricordare la
triste regola che ogni vincitore impone al vinhi 25: la perdita dei beni e della
(Sfr. inflo.
(Sfr. T. Paba (1996). Ledrzrone, ircentrata prcvalentcmertc su’ testi i berie ¡. ron csaurrscc.
cd ansi sollecita, uttei’iori irterventi sui tesí i in sardo,
Cír. A. C. Cirese (l977). p. 8:«Qui ¡ir Sardegra 1 i l rappoi’to tr~t ch/es e basi locali appare
chuaramerte pié forte del rapporto tra vertici local i e CLI Itura nazionale”.
(Sfr. P. Maninchedda (1996).
< Cfr. P. Marinchcdda (1995).
É iii umirarte a questo proposito quarto scríve O 0vami Pi’oto Auca (y - ¡a/ka) reí 1592:
—¡
Ncc - ja ii-uní. ‘un! ti enjo e/e nost,i.s’ sardie luctil tpo.
Re liOa ele 1-1/nlregio Ponían,, ‘o
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/
snlet ¡¡cii. pi ‘npi’iufll hnnoí’i paíriac post—
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Nazionalisnio, -osmopo/itisrno e provincialismo nc//a tradizione - .-
memoria, che comporta la marginalizzazione e la folklorizzazione di tutto cié
che prima era ufficiale. Ne é una conferma l’immagine dell’attivitá «letteraria» sarda riferibile alía fine del XV secolo. Quest’epoca restituisce frammenti, forse sarebbe meglio definirli relitti, di un processo culturale interrotto
e inibito dalia guerra e che, qualora avessero prevalso i sardi, probabilmente
avrebbe portato a sintesi it plurilinguismo medievale e fondato una stabile
tradizione letteraria. Cosi non é stato e u Quattrocento, come si diceva, restituisce, quasi giustapponendoli Puno all’altro, i’opera del vescovo di Sassari
Antonio Cano (...1436-14’70 circa) , narrazione in sardo in distici anisosillabici della vita e della passione dei martin Gavino, Proto e Gianuario 26 e u
Laudat-it) dei disciplinati bianchi di Sassari 27 in italiano. Si é in entrambi
casi nel mondo paraliturgico: quasi a significare che, dopo la guerra, l’unico
legame consentito con la tradizione passata sia stato quello della semiufficialitá. qucílo di confine tra L’oralit’a degli uncolti e gli esercizi popolareggianti dei colti. É significativo che, nella Sardegna della fine del XV secolo
dove giá cominciava a brillare il prestigio del castigliano, lo stesso destino
della tradizione isolana colpisca la letteratura in catalano 28 Ci rimangono infatti solo tre testi: u Cant de la Sibifla 29 la Vida y miracles del benaventurat
sant Anthiogo ~ entrarnbi di ambito paraliturgico nella quale si iscrive anche
la tradizione popolare dci goigs3, e le Cables de la conquista des francesas32,
che celebrano il fallimento dell’invasione di Alghero da parte del visconte
Guglielmo di Narbona, nemico del re d’Aragona in quanto erede del titolo e
dci beni dei Giudici d’Arborea. L’unico testo propriamente letterario di cui si
ha notizia é un libretto di sonetti di Francesc Bellit, andato perduto, e probabilmente dati gli usi linguistici di Cagliari scritto in catalano ~.
—
—
poncie! /ahoí-en,. tÁtincla sant orimnia, ci ob/í~’íonc per/zetuei sepu/ra quae iii Saidiniae tegno sunt
ges/a, et quid nwius, ncc spes esr ii//a, ant evtiahcndi a tenebí-is el iii /ue’enr pí-otkí-i-c axil fríe
n/zas. quod íes Saidoinin aliquanto cvoi-net: otunía quis¿/ue iii cuan! í-e/kt uti/itatem, (trad. Non
cé di che síirpiu-si , dat momerto che, come al solito, nessuno fra i sardi ha mesgo da parte i propri intercssi per reridere orore alía patria. Tut.to cié che é avvenuto nel Regro di Sardegna é onnai
completamente dimerticalo e (lucí che é peggio. non vi é speranza alcuna di strapparLo alíe lenebr-e delloblio e riportarlo alía luce, magari con unopera che illustri degnamente le vicende dei
sardi: ciascuro piega ogni cosa al proprio iíiteresse.) cfr. M. Searpa Senes, (1997). ppl70-i7i.
A. Caro (1557): M. L. Wagner (1912).
D. lIlia (1935).
~ Sui catalani ir Sardegra cfr. J. Carbonell-F. Manconi (1984).
(Sfr. M. Sarchis Guarner(1956); A. Sanra (¡955).
(Sfr. (3. Mdc (1997). Perla sopravvivenza della tradizione catalana negii arnbiti paraliturgici e del teatro sacro cfl, E. Massip (1999), (1. Mdc (1984) e (1. Mdc (1992).
Cfi. A. Bovei’ i Font (1984).
32 CÍr. A. Sarna (1950).
Cfr. 1’. Maninchedda (1987), p. 13.
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Rexícío cte. Filología Roo<inico
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La stabilitá politica acquisita alía fine del Quattrocento, che iscrive definitivamente la Sardegna nel sistema iberico. non si traduce immediatamente in un’egemonia culturale castigliana. E cié si riflette anche nelle scelte linguistiche degli autori sardi. L’aigherese Antonio Lo Frasso (seconda
metá del XVI secolo) serive in castigliano e solo marginalmente in catalano e in sardo 34; u canonico Gerolamo Araolla (1545-fine del sec. XVI) senve in castigliano, italiano e sardo35; il nobile bosano Pietro Delitala (15501592 ca) in italiano 36, [‘umanista Gian Francesco Fara in latino ~‘,
Sigismondo Arquer in latino, italiano e castiglian&8. Un cenacolo di studiosi sassaresi vive cd opera fra Sassari e le Universitá di Pisa e Bologna,
scrvvendo prevalentemente in latino39. In questo quadro va intesa la caratteristica principale del Cinquecento isolano: per la prima volta la Sardegna
diviene oggetto di studio e u sardo viene utilizzato nella poesia lirica e in
quella celebrativa e encomiastica. Eppure sarebbe un errore ritenere che a
cié gli autori siano stati mossi da un forte sentimento di appartenenza, da
un’identitá sarda avvertita come culturalmente rilevante. Essi non scrivono
di Sardegna o in sardo per inserirsi in un sistema isolano, ma per iscrivere la
Sardegna e la sua lingua e con esse, se stessí mn un sisteun europeo.
Elevare la Sardegna ad una dignitá culturale pan a quella di altri paesi europei significava anche promuovere i sardi, e in particolare i sardi colti, che
si sentivano privi di radici e di appartenenza nel sistema culturale continentale. Percié, anche quando serivono in sardo (come fa l’Araolla), anziché in latino o in italiano, lo fanno si per esigenze di comunícazione interna —4brse é il caso di ricordare che non pochi di questi erano sacerdoti con
una naturale inclinazione per ¡ generi e i toni didascalico-moraleggianti- ma
anche per rispondere a quella complessa esigenza di niconoscimento, míegrazione e legittimazione che abbiamo visto attiva giá nei primi documenti medievali. In pieno ‘700 neoclassico il gesuita Matteo Madao tenterá
un’analoga operazione, con una maggiore disponibilitá a sostituire con l’in—
-~ Los mil y doziento.c consejas y avisos discretos .S ahí-e las siete gí-aclos y es’/anieií/o,s de
nuesna humana í’ida, palo hivir en seivicía de /)ins y hamo del níairdo, Barcelona 1571: L.os’ ¿lies
fibras <le la ¡Sai-tana de Anía,-, Barcelona, s.d, [15731: cfr. L. 8 paru (1973).
tS (1, Araoi la (1597): NI - L. Wagrcr (1915): Ci. Ai’aoiia (1552) ( ruova edizione di (3. Sparo
(1840), It. PP. 135-219).
P. Delitala (1596): edi,,ioni: VA. Aruiiani (1911): A. Merco (1987).
E. Cadoni (1992>.
~< M. M. Cocco (1987).
(iii inteilettuali sassaresi a cui faccio riferimento soro: (lavino Sambigucci, Argelo Simore
Figo. Cerolamo Vidini. Gaviro Sugrcr. Pier Michele Ciagaraccio per i quali elY. (3. Zareui
(1963): R. TurtasA. Rurdire—E. Tognott i (1990>; It Mar incbedda (1993).
Reí/cta de Iit<)Ingla Roníc,i,,, ‘o
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Naziona/ismo, cosmopolitismo e provincialismo nc//a tradiziane. - -
venzione cié che la storia non aveva fornito. Nell’Ottocento, jI canonico
Giovanni Spano troverá che anche la lingua doveva essere nobilitata e resa
pié ilustre con l’inserimento di tanto lessico italiano, latino ed ebraico.
Questi processi di imitazione artificiale e ingenua delie lingue letterarie affermate, svelano con chiarezza la deboiezza del sistema ietterario interno,
dovuta a carenza di lettori, di istituzioni educative e culturali e alía reale
marginalitá deli’attivitá letteraria nel contesto di povertá e privilegio di
cuí si & parlato all’inizio.
Fanno eccezione, in questo quadro, i gesuiti del XVI secolo ~ Con
una serie di missioni nei piccoli villaggi dell’interno inaugurarono un’opera di rievangelizzazione e di acculturazione che, per un brevissimo periodo
—fino a quando non venne vietato dal re— previde anche l’insegnamento
in sardo. A differenza degli altri inteilettuali sardi, l’interesse dei Gesuiti per
la Sardegna, per quanto sia stato in primo luogo pastorale, appare pié incardinato sull’urgenza di capire i processi isolani che non sulla necessitá di
ingentilirli o sublimarli per ottenere, attraverso questa finzione, l’integrazione non della Sardegna, ma di se stessi, iii un sistema pié ampio. Cié
spiega perché si debba alía penna di un ex gesuita, u bittese Giovanni Proto Arca<’ (1562/63 ca-1599), da una parte l’unica opera storica che si occupi della guerra tra sardi e catalani, u De bello et interitu Marchionis
Aristani<2 (argomento censurato dai primi storici sardi e ripreso solo nel
1639 da Francisco de Vico ~ in chiave legittimista a favore della corona
spagnola), dall’altra un De barbaricinorum origine ~ che é un vero testo di
fondazione di un mito e di un’ideologia. L’Arca ripropone, non per tutti
sardi, ma solo per quelii deil’area pié interna, i Barbaricini appunto, le
origini mitiche derivate da Iolao, compagno di Ercole, eponimo degli Lijenses, nome con cui venivano designate, in diverse fonti antiche, alcune popolazioni dell’intemo deli’isoia. II mito della Barbagia —e con essa di
ogni roccaforte montana della Sardegna— come sede di fiere popolazioni
resistenti agli invasori, come luogo insomma della pié schietta identitá
isolana, nobilitata nel Cinquecento con u richiamo alíe origini classiche e
~<‘ Sul Gesuiti ir Sardegna sono fondamentaii gii stndi di Raimondo Turtas, peri quali cfr. Ej
bliografia
~‘ Raimondo Tunas ritiene che si debba distinguere 1 gesuita Giovanni Arca da altri due Giovanní Proto Arca omonimi cd entrambi di Bitti cfi. N. Tanda (1991), p. 61, nota 22 . A favore
dellidentifica-zione in ununica persona, appunto u gesuita Giovanni Proto Arca, si era prorurciato BR. Motzo (1934) e soprattutto e con documenti inoppugnabili M. Scarpa Senes (1997>.
~ (Sfr. M. Scarpa Senes (1997).
> E. De Vico (1639).
~ (Sfr. F. Alziator (1972).
119
Rev-”’~’ja de- Filología Rom¿ini~ ‘a
2000, tI, tít-t96
Fao/o Maninchcdda
Naziana/isnia - eostnopolitistna e pravine’ia/isma fiel/ef tiadizione.
nell’Ottocento romantico con i toni e i colon del primitivo, del fiero e del
feroce, ha avuto un pendant ideologico negativo non irrilevante che dura
fino ai nostri giomi. Ma, tornando al Proto Arca e lasciando ¡ suoi eredi
talvolta inconsapevoli— é bene evidenziare qitale é stato lo scopo del suo
agire: mentre gli intellettuali dei due poli urbani dell’isola producevano
un’imínagine della Sardegna che. nella circolazione lctteraria e culturale, intendevano utilizzare per la loro integrazione -—-individuale e di ceto— nella
classe dirigente iberica e europea, la periferia isolana, attraverso gli isolati
uomini di lettere che la animavano (e nel Cinquecento si ha il solo caso del
Proto Arca), utilizzava le stesse categorie e sírategie per rivendicare la sua
integi-azione in quel contesto urbano che, internazionalizzandosi, sembrava
divenire tanto estraneo quanto egemone sul resto dell’lsola. Ed é nel quadro
determinato da questo rapporto che occorre esplicitare il significato dell’opera del Proto Arca: essa attesta che il localismo in Sardegna si radica. al—
meno nel suo riflesso letíerario, contestualmente all’affermarsi di un’integrazíone sovraregionale e pertanto é il segno di uno squilihrio interno, non
di una chiusura verso l’estemo.
Un dato rilevante é che, nel Seicento, gli autori che scrivono in castígliano sono prevalentemente esponenti del celo feudale o della hurocrazía
del Regno; ¡ testi in sardo SOflO opera ínvece di saccrdoti di periferia, parroci di piccoli paesi o religiosi di alcuni conventi dell interno che praticano it genere della sacra rappresentazione”5, o si dedicano alía traduzione a
fmi didascalici della tradizione agiografica40. Peraltro il genere della sacra
rappresentazione risulta avere avuto una notevole vitalitá. Lo si ritrova infatti anche nella prima metá del Settccento, sempre praticato negli ambienti nurali di cui si & detto, e talvolta come agile cd efficacc strumento del
perdurare nell’isola della cultura e della lingua castigliane47. La diglossia tra
il castigliano e il sardo é definitivamente vigente e anche nei testi non
marca solo un confine sociale. tra istruiti e ricchi e incolti e poyen, ma
Antonio Maria tía Estcrzi Ii 1644—1727. cappucc no del convento di Sari lui’i, atítore di una
sacra rappresentazione per cui cfr, (3. Urciolo (1959), 5. Bulle~is (1 ))6).
~‘
Malteo Garipa, (Orgosolo —1 64(> ca), rellore di Triei c E curw r sc r ‘sse un 1.ege’odeniu dc cantas s’i,-gincs e: n¡a,’:ires efe les,, Clo-isio. Roma 1627.
‘~ Basti ricoi’dare: Giovarni Delogu Ibba (1650 ca — 1 738)
rellore di Villanova MonteLame.
autore elelía tragedia iti su ise/ay-amento de s<! sac,-<.,sa,nr¡ e njpu’ de ‘u st,-o Se,,naje’ Ies<t Cín-is—
tu, per la quale cfr. M. Sterzi (1 9(>6); Maurizio Car-uh ‘arto autorc dr Gosos in onore della Ver
grne (1716). scrisse anche Sa passione e! marte <le nos:,,, Segon, c ‘¿‘u Ch,ist,, segundo sos battoe ee’angefi.”tas, cfr. 1 ‘cd izione fiorent ma dcl 1 882; (Su un Pu 1ro C hessa Cappay , rettoi’e di
E orore, autore di itria Historia e/e fa <‘jet, y fice has e/e Soo ¡ osen-/o, testo t e¿tt ni le h ¡liiigue per c u
cfr, E. Alziator (1975).
Retista cte I-’ifnfogíe¿ Ronianno
200<), 7, 171-196
180
Fao/o Maninchcdda
Naziona/ismo, ¿osmapo/itismo e provincialismo nc//a tradizione. - -
anche geografico, tra la cittá e la periferia: é emblematico in tal senso u
contrasto tra u cittadino e it pastore nelí’ Alaban~as de San George obispo
Suelense Calaritano di Juan Francisco Carmona 48, dove oltre alía contrapposizione dei codici e degli stili (da una parte l’elaborato castigliano del
ciltadino, dall’altro it sardo elementare del pastore) si ha anche ~ariproposízione del topos del mondo rurale ignorante e credulone, esposto alía facile
e compassionevole ironia del mondo della cittá e della sua cultura. Dal suo
canto, il sistema letterario ispano-sardo che si esprime in castigliano é
tutt’altro che uniforme e monolitico. Vi é chi, come Jacinto Anal de Bolea
seríve un romanzo «in stile culterano» ~ chi, come José Zatrilla i Vico St)
pratica, con Engaños i desengaños del profano amor, it romanzo cortigiano,
stampando l’opera a Napoli nel 1687 e niscuotendo un buon successo anche
in Spagna; chi ancora, come José Delitala i Castelvi, imita il Quevedo e
senve la Cima del mame Parnaso españolSt; chi, come lo storieo sassarese
Francisco de Vico, primo magistrato sardo eletto al Consiglio d’Aragona,
niprende la tradizione storiografica sarda e la usa come stnumento di lotta
politica52; chi ritorna, in lingua castigliana, peré, sulla drammatizzazione
della tradizione agiografica sarda53, chi scrive di storia per emendare dat
sospetto la propria militanza politica54 o chi lo fa per esaltare la propria cittá
“< Si Sa poco del Carmona. Risiedcvaa(Sagliari e nel 1623 fu giurato della ciítW II testo A/aba;r(-as dc San Ocoige é contenuto reí manoscricro della Biblioteca Universharia di Cagliari segrato SP. 62,3, ancora medito neila sua interezza. Alcune par-ti sono síate pubbiicaíe in Buliegas
(1976); la Pe,ssian dc Chris:o Nuestro Seden, altra opera del Carmona, é edita da E. Alziator
(1975).
~“ Scrissc El jórastera, Cagliari 1636 1. Armal de Holea ottenre nel 1635 U riconoscimento di
nobi)t~, fu poi segretario de) marchese di Villasor e• ricoprÁ dive,si incarichi nell’Animin,straz,ore regia. La definizione di «romanzo ir stile culterano» é di Pirodda, 0(1992), p. 130
» José Zatrilla y Vico fu corte di Villasalto e níarchese di Villaclara. Su Engaños y desenge:ñ¿zs <leí pre)/eYne) ¿nne»’ cfr. (3. Mancini (1948).
José Delitala y CasIelví (1627-1703) tu Goverralore di Cagliari e (Sallura; la Citna venre
pubblicata a Cagliari nel ¡672, cfr. L. Saraceno (1976).
52 Scrissc la Historia general de le, Isla y Rezno dc Cerdeña, Barcelona, 1639, opera animala anche da un robusto serrl.imerito filosassarese. Sul ruedo del Vico nella Sardegna del Seicenlo
dr. E. Marconi (1998>, In:rodnzione. Si pué ricordare anche come esempio di storiografia encomiastica e acriúca A. Canales de Vega, lnvexsi¿,n de la ¿ir níada fla¡« esa del Arzobispo e/e
Rardeus y’ enemeicur Enrique de Lorena ¿‘ande de Harc.onr, Cagír rrr 1637
» Antioco dcl Arca (1594-1632) gesuita, maestro di reto rc<, scrr- se nel 1622 E/saco jmaginaelo ir occasione del ritorno a Torres delle rcliquie dei martrrr Gavrno Proro e Gianuario, che
1 vescovo di Sassari aveva ir precedenza trasportalo a Sassan nel 1614 armo del loro rrnverrmerLo. Lopera, che svolge largomerto secondo i canoni dell ¿¡gude a barocca, fu rappresentala con notevole successo a Cagliari e a Sa.ssari. Venne poi pubblrcata ,Sassari reí 1653, dopo la
mofle dellairtore.
~ Jorge Aleo (1620ca -¡634 ca) cappuccino, coinvolto nella Iotta potitica cagliaritana, suWt
anche le corseguenze della dura repressione seguita allomicidio del viceré Camarassa: tu irifal-
181
Revi’,-(0</e Pi/o/o>. o Rnnro ‘lic-a
2000,
7. 17-196
Pan/o Maninchedda
Na:ione¡/isma, e-asmopo/itistn¿> e p¡-ovineialisnia nc//a teadiz~anc. . -
di origine e, naturalmente, la lingua e la storia sarde55. It confronto tra Sassari e Cagliari, confronto politico e di potere, si ammanta di cultura, di letteratura e, ovviamente, di religione. Si cercano le tombe e, quando le si trova, sí ríesumano le reliquie di legioni di martin alcuni autentici, altri, cioé
la maggioranza, assohutamente falsi— che avrebbero santificato ¡1 Settentrione e u Meridione detl’isota. Dai santi agli uomini politici che sc nc servono il passo é breve; non deve percié stupire la fioritura di «opere» stoniografiche di ambito locale e di intento propagandistico. II localismo det
Seicento, peré, ha un sapore diverso rispetto a quello del Cinquecento. II localismo del XVII secolo é propaganda politica, assolutamente mutile nspetto aJl’integrazione della Sardegna nel mondo ispanico, che aHora non era
pié un problema, ma nilevante come strumento della lotta tra le diverse ¿lifrs politiche perla conquista o U rafforzamento del poco potere interno e dei
suoi processi di denivazione dalia corona spagnola. Va detto che la produztone di un’estetica del localismo come supporto propagandistico dell’azione di un’éLite cittadina, o cantonale o territoriale. é ancora una costante
della contiguitá tra gli intellettuali e potere che ha prodotto, fino ai nostni
giorni, non poche deformazioni del sistema culturale isolano e dei suoi
rapporti con la cultura europea.
Con it passaggio dell’isola sotto casa Savoia (1720) questo sistema si
sfalda. II castigliano sopravvive per altni cinquant’anni come una lingua alía
deriva, come una Jingra ormai priva di cié che le confeniva prestigio. L’arístocrazia sarda, dopo una fase di sbandamento, é la pié interessata ad
omologarsi rapidamente agíl usi linguistici e culturali della nuova Casa
regnante, ma deve passare attraverso un iapido apprendistato linguistico e
culturale che dará i suoi frutti ovviamente solo con le nuove generazioni
Non é questa la sede per valutare la politica dei Savoia~’, ora interessa ri—
~.
bandito daul’isola, dove tomé dopo un soggiorno, quasi da esiliato, in Sicilia durato quattro anrii.
Scrisse, diverse opere tra cui 1 ‘historia e’-ana/ógie’a y veedejdera ele jodas fas sucesos y casos particulares sucedidos en la Isla y Revna ¿le Set-delta e/el etna /637 al año /672. per cul cfr-. F. Man—
coni (1998).
~> É U caso del fiancescano osservante Salvatore Vidal (1620-169<>). it cui vero norne era Giovanni Andrea Contini, consideraro ai suoi tempi tra gli uomini di maggiorc cultura. Scrisse. oltre
che in castigliano, anche ir sardo, latino e italiano Polemizzé, neil ‘opera C/ipeus’ ¿jujeas cxel—
/entíae eaf/aritane, con 11/ istaria gene~af del Vico giudicata troppo filo-sassarese. La difesa del
sardo che egii fa in IJe-ania Sn/¿-i/ana, Sassauii, 1638 va compresa all’inlerno di qucudi sconlrr caniparriliscici e quindi non conrraddice, e anzi conferrna. 1 quadro di subordinazione del sardo di cui
St e parlato.
-» Per ura sioria della iingua e della cultura italiana in Sardegna, da) Medioevo al nostri gior—
nr dr. i. Loi Corveno (1993).
(Sfr. O. Sotgiu (1986).
ti
Re <‘¡sta ¿fe Filología Ron,¿h,ix’o
2000, 17, 17t-196
182
Fao/a Manine-hede/a
Naziana/ismo, cosmopa/itismo e provincialismo nc/la tradizion
cordare che la riforma delle universitá e della scuola in genere (1760-5),
promossa dal paternalismo illuminato del conte Bogino, ebbe come esito
positivo la nascita di un autentico ceto professionaie di intellettuali che si
fecero interpreti in Sardegna delle idee e dei metodi deli’Iliuminismo prima,
e del Romanticismo poi. Sul versante letterario, l’iscrizione della Sardegna
nel sistema letterario e culturale italiano avviene sotto il segno iniziale
deli’Arcadia e del Neoclassicismo, con autori che scrivono in italiano, in latino e in sardo, su temi cari alíe due correnti, ma anche concorrendo, con
operette didascaliche, alía politica culturale dei Savoia, tutta volta a divulgare nuove conoscenze tecniche e una nuova cultura sociale, economica e
civica, in una cornice politica, peré, contrassegnata dalia corruzione della
burocrazia e da un ottuso colonialismo. Un ruolo attivo svolgono, in questa operazione di costruzione di una nuova classe dirigente e di diffusione di
una nuova cultura, i gesuiti ~x.Nel 1764 entré a far parte della Compagnia
anche Francesco Carboni, il maggiore poeta didascalico sardo, che scrísse
in latino e in italiano. Ira i suoi titoli ricordiamo De sardoa intemperie, La
sanite? dei latera ti, De cora llis Egli é u capostipite di una serie di poeti
didascalici che si occuparono di agricoltura, di pesca, di allevamento del
baco da seta, rispondendo cosi, da una parte a una sincera esigenza di partecipazione alía modemizzazione dell’Isola, e dall’altra indulgendo al paternalismo dei Savoia che voleva l’Isola pié ricca, ma lasciava volutamente irrisolti diversi problemi inerenti alía libertá dei sardi. Da collegare a
questi, sono gli autori che scrissero su argomenti di tipo politico-economico
col chiaro intento di divulgare nuove conoscenze teeniche o di proporre modelli di riforma della struttura della proprietá e del regime delle coltivazioni La ripresa della tradizione letteraria in lingua sarda, che si registra nel
Settecento, va compresa aii’intemo del quadro che abbiamo descritto. Fu
prevalentemente un’attivitá letteraria non urbana, inizialmente rivolta ad un
pubblico poco pié che cantonale e poi regionale, praticata per lo pié da sa~
~<.
» Si pensi a] vicenlino Angelo Francesco Berlendis (1735-1794), professore di eloquenza italiana prima allUniverisitá di Sassari e poi di Cagiiari , autore di soíietti. madrigali. epigrammí -riel
quali si rifece prevalenternente al Frugoni -nonché di due tragedie la Sareii liberata e u San Saturnijio, elY. A. F. Berlendis (1875).
>“ Un’esauriente bibliogratia sulle opere di F. Carboni é iii N. Tanda (1991), pp. 62-63, u. 33.
~‘ Cli aífori irnpegnati nel dibactito politico-econornico e nella lecteratura didascalica sono:
Giuseppe Cossu ([793-1811), autore della Moriagrafia saje/a (1788) e della Seriagreifia sarda
([789). sul quale dr. (1. Marci (1983); Antonio Porqueddu (1743-1810) autore del Tesota de//a
Sardegna (1797) sul quale dr (1 Marci (1977); Domenico Simon (1758-1829) autore di unopera
intitolalaLepiante (1778); Raimondo Valle (1761-1837), che scrissel toííni (1800); E Gemelli
(1776); su questi <cmi cfr. E. Venturi (1964), (1 Ricupcrati (t986). GIore (1991).
183
Rei’Loa ch- Fih.’!ogía Ron,6nú’a
2000, ti, r7k196
[‘¿tole>
Meznine bedda
Naziojia lisnio, e -asniapo/itismo x• [‘ten‘in¿-ialisejza jiel/cí t¡e¡elizian e. --
cerdoti provenienti o operanti nei ceníri rurali dell’isoia, come don Gavino
Pes (1724-1795), dell’ordine degli Scolopi. che nacque e visse a
Cian PietroCubeddu (1748-1819), noto come padre Luca, la ciii vitaé indicativa anche del suo pubblico”2. e Pietro Pisurzi (1724-1794). anch’egli
sacerdote e pressoché compaesano di Cubeddií61 L’unica eccezione rispetto
a questa proveníenza rurale degli autoíi in lingua sarda é data da Efisio Pintor Sirigu (1765-1814), avvocato e uoíno politico cagliaritanoTM che utilizza
u sardo in componimenti satirici quasi come codice esclusivamente destinato alía comunicazione non formale e ai generi minori popolari o popolareggianti. La toileranza con cui i Savoia Quardano all’utiiizzo seritto del sardo é data da una parte dalia volontá di lavorire una rapida
decastiglianizzazione dell’isola, dall’altra diii disegíio di utilizzare ta lingun
e la cultura tradizionali come supporto dell’agognata modernizzazione
dell’isola.
II Settecento, peré, non si chiude placidamente Ira melodramm¡; sí
chiude, invece, coi tragici epiloghi di una rivoluzione failita durata quasi tre
anni (1793-1796). Nelfepoca rivoluzionaria tanto u sardo quinto l’italiano
escono dagli argini controllati delle gerarchie linguistiche e dei gencri let(eran, per irrompere con una rinnovata vítalitá nelí agone politico. Sono infatti, in italiano e in sardo, rispet¡ivamente 1 ‘AchUle de/la sardo ¡il’o/t¡zione 65
e l’inno Su patriolto sarda a sos /eudwatios<6 del cavalicre Francesco Igna—
zio Mannu, entrambi elaborati negli ambicnti democraticí Nolaní, infhuenzati dalia cultura francese e dallo spinito rivoluzionario d’oltralpe. in
italiano é anche La storia de’ íorbidi 67 anal isi siorico—pol itica del la rívo—
luzione sarda elaborata, a posteriori. negli amhienti rcazíonarl vicini alía
corte. 1 testi rifletiono ovviaínente la diglossia vigente, ma mostrano anche
quanto le sírategie rivoluzionarie abbiano inteso dirigere la propaganda
sm verso le classi dirigenti nessun mutamento in Sardegna é mai partito
diii básso— sra verso í contadíní e ñropríctari del centri nuráll, ostili alía
vigenza del sistema feudale. L ‘opera per noi pi ú ri levante é 1’ inn~> sardo.
(Sfr. U. (Sossu (1981 o 1976).
(Sfr. O. Pirodda ([992). ~ 184: «Studié teología e divenne sacerdote delle scirole pie( -
>2
.
ma ebbe col suo ord i nc e colla vi <a sace rdotale Irn rapporto cortastato: per div e rsi an nr se nc
al ion tamo, vi “e ido i n cam pagna ( - . - ) una y rta U i poeta ernabond o da un 1 uogo al 1 al tío. da tín vil —
laggio allaltro». Pci’ le opere cfi’. M. Pira ([982>.
-
(Sfr.
P, Nurra ti 898).
-
-
-
(Sfr. E. Al,’ iator (1969),
~ (Sfr. L. Del Piano (1961).
61
(Sfr. A - Dettori 11990), L. Marroc tr (1996).
(Sfr. 1... (Sarta (1994).
Reí’i.sto ¿fe /-‘ifnlo>.íej Aonroox< ‘e,
2000. 17. rJl-t96
184
Pae/a Maninchedda
Naziana/iseno. ¿osmopo/itismo e provincialismo nc/la tradizione..
Non &, infatti, sardo solo nella lingua, ma anche nel repertorio concettuale e
simbolico che utilizza, eppure é nel contempo un esplicito veicolo di cultura
democratica d’oltralpe, é cio& un primo esempio di discorso altrui divenuto autenticamente discorso prop rió. Forse per II peso sociale del sito pubblico —piccoii e mcdi proprietari, contadini, borghesi— Su pat¡-iottu sardu
a sos ¡tudatatios é rimasto un caso isolato di testo politico-propagandistico
di successo. Quanto pié la ctasse dirigente isolana si integrerá in quella italiana, tanto pié u sardo perderá la sua capacité e possibilitá di essere lingua
della polemica e della competizione politica. Non a caso l’autobiografia di
Vincenzo Sulis (1758-1834), capopopolo cagliaritano esiliato dai Savoia a
La Maddalena, scritta tra 111829 e u 1833, é in un italiano «in perpetua lotta con l’ortografia e la sintassi» 65
Nel Settecento, d’altro canto, continua ad essere vitale quella corrente di
nobilitazione del sardo come fattore decisivo della sua integrazione nel
sistema extra-isolano dominante, che abbiamo glá visto attiva nel secolo sedicesimo. La si nota nella sua forma pié ingenua nelle opere del gesuita
Matteo Madao6’>; la si ritrova innervata da un frainteso nazionalismo nella
prima melá dell ‘Ottocento neil ‘ardita, ma pateticamente .sterile, operazione
dei PaLi d’Arborea. E questo l’ultimo episodio dell’integrazione fraintesa,
che matura, dopo le dure repressioni della rivoluzione, nel contesto dell’ineluttabiie fedeltá alía casa Savoia e nel clima di voluta rimozione del penodo rivohuzionario e delle suc ambizioni ahl’autogoverno. Tornata la Sardegna stabilmente e ferocemente sotto l’ombrello di Tormo. essere accolti
e riconosciuti a Corte. nell’Accademia o nell’ordine Mauriziano, divenne la
massima aspirazione per tanti uomini di lettere. La Sardegna ritornó ad essere seoperta come priva di quelle glorie culturaii di interesse internazionale
in grado di integrare chi ne avesse promosso e divulgato la conoscenza,
nell’Accademia torinese e da 11 nel sistema culturale europeo. É in questo
clima di ossessione per la propria marginatitá e di ambizione a vedersí rsconosciuti e legittimati dall’esterno che si compie la patetica avventura
del Falsi~.
Un gruppo di storici, archivisti e letterati, é coinvolto e in parte é vittima,
in una grande mistificazione fondata sul presunto e improvviso ritrovamen—
to, da parte di un frate cappuccino, di una parte dell’archivio dei Giudici
« (Sfr. O. Marci (1994), p. II.
.Sagxpe> ¿Ji ten’e>pere’¿ ma/oía/a oit tiptíi¿ttwtttO cena ¿¿agite? zarde¿ñ, Cagliari. B.Titard statu—
patore.1782: Le Qenjanie dci sa,di. Stampcria Reile. 1787; su quest’uitima opei’a d.C. Lavinio
(1997).
P. Martini (1863),
185
Itevoto ¿te 1- iloiogio 1/orno’jííc’o
2000,
17. 17t-196
[‘aa/o Manixw/jcdda
Naño,w/isme>
-osmopolitisnío e prOv~ncia/isma nc//a traduiane - - -
d’Arborea. Da queste carte. costruite per essere databili dal VII al XIV seeolo, la Sardegna emerge come culla di una ¡inca precoce, precedente quelía dei Siciliani, come luogo di lunghe tradizioni giuridiche, in continuitá col
mondo romano e bizantino e di gloriosa e indefessa resistenza al nemico
spagnolo. Qui non conta analizzare un episodio che solo marginalmente si
iscnive nella tradizione lelteraria della Sardegna. conta rilevare, da un lato
che il nazionalismo sardo nasce in epoca piemontese —cioé quando la Sardegna é inscrita in una piccola patria europea~ a differenza dell’emergere
del localismo quando essa apparteneva al grande impero spagnolo e dall’altro che vi é, in questa prima espressione del nazionalismo isolano, una cor~tinuitá con quanto era accaduto in Sardegna nel Seicento, quando ogni tomba di una certa antichitá fu elevata a sacro sarcofago delle sacre membra di
un martire. Nel XVII come nel XIX secolo, la necessitá delFaequisizione di
prestigio per ottenere maggiore integnazione fu cosi esigente da sfociare nelía faisificazione. D’altra parte, anche gil íntellettuati, prevalenteinente storici e giuristi, che si formarono nella seconda metá del Settccento e che non
incorsero nell’errore dei Falsi. nivendicarono, sulla base dei dati della sioria
e del risuitati delle loro ricerche, it diritto di plena cluadinanza della Sardegna nel Regno d’ltalia, a dispetto di quel senso di estraneitá deIl’isola alíe
vícende italiane, cosi diffuso a corte da far serivere nel 1860/1 ad un giornale
molto vicino a Cavour che la Sardegna era un’appendice molto incerta
dell’ltalia21. É dall’Ottocento che esiste in Sardegna un magistero delle lettere, ossia una tradizione di letwrati che si formano gil uni sul percorso degli altri, che interagiscono tra di loro, che inaugurano iniziative editoriali ~e
che progressivamente attivano un complesso rapporto con la cultura e la Iradizione italiana, tuttora vigente, e che secondo Nicola Tanda va interpretato
nella complessa dinamica, non sempre e obbligatoriamente diglossica, di un
sistema culturale, e non soto linguistico, fondato sul diasistema sardo-itaJuno Insomma, nell’Ottocento lo seenario sardo cambia, perché il rapporto con la cultura italiana non é pitt contrassegnato dalIa dipendenza e
dall’urgenza deli’integrazione, ma dagli autentici bisogni espressivi e dalle
~.
VI
L,
Marrocu-M. Brigaglia (1995), p. 64.
22 1 n questo sen so sorio da ri cor-dare it Pjo gestan ja d ujr g ienjjal¿ ¿Ii ‘-aria lettej-atutes ¿tel usa
ele saídi ([807) di Cian Arsdi’ea Massa[a (1777— t 817) e it Adaí’íiftsta pee. la pubfxlic’a:inuc di uít
gjoj-nale s¿iejj/jj~eo nc1 Regno ¿ji Sen-elegna (182<>) di Domenico Alberto Azuni (1749— 1 827)
(Sfr. N. Tanda ([999). Per conipreridere le posizion i di N cola Tanda occorre ricordare it suo
tungo sodalizio cori Giuseppe Dessi, per cui Cfi-. (1. Desui-N. Tanda ( 964). e 1 ‘intensa artivitá filologica profusa nelta cura deile cdizioni di autori sardi dcli Oltocenro e del Novecento. Di parIrcolare interessc le inlrodusioni in N. Tanda ([994> e N. Tanda (1998). nonché it saggio La licledelez ha elue ci.ctenji /ettcraj’i in N. Tarata 1992).
Re ‘icta <te- Filo/agio Ro¿o¿ánir’a
2000, [7, t71-t96
186
[‘aa/o Man inchee/da
Naziona/ismo, cosnropa/i:ismo e provincia/ismo nc//a tradiziane,..
esigenze comunicative di una societá che, pur sentendosi italiana e progressivamente europea, comprende che tullo un proprio universo culturale ed
emotivo, politico ma anche semplicemente civile, ha bisogno di stmmenti
espressivi pié articolati di quelli forniti dalia lingua e dalIa tradizione nazionale. La direzione, sia degíi autori che serivono in italiano sulla Sardegna e la cui poetica é comprensibile solo all’intemo di un’antropologia
culturale della Sardegna, sia di quelli che si esprimono in lingua sarda, non
é quella della separazione, dell’identitá come trincea o come confine, semmai come presupposto della commistione linguistica e del dialogo culturale.
Non a caso tra le ultime opere di Sergio Atzeni troviamo il racconto lungo
Bellas mariposas ~, nel quale la delieatezza dell’infanzia ingenua e dura,
pura nell’animo quanto sealtra nelle azioni, di due giovinette cagliaritane si
esprime in un italiano regionale, fortemente connotato nella sintassi e nel
lessico dal contatto col sardo, capace di livelli espressivi e comunicativi intensi e inediti non solo nella tradizione isolana. Oggi, dunque, che é pié forte e radicata l’identitá sarda, essa assume i connotati non della chiusura difensiva dall’esterno, ma dell’intensa ricerca della commistione, del
mischiarsi e deli’incontrarsi, vero orizzonte di una cultura e di una terra dove
é facile e quasi genetico abbandonarsi, purtroppo, alía vita spesa tutta in luogo, a far la vita dell’ostrica, come diceva Erasmo.
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